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Una patria ci seppellirà. Magari in una bara alla moda

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patria cimitero di guerra

Solo un paio di riflessioni dopo una certa polemica seguita a un mio intervento su facebook di questi giorni.
Il fatto è che, quando sento enfatizzare con una certa facilità termini come “patria”, “italiani” e così via, rafforzandoli magari con un bel maiuscolo e associandoli a ostentazione di orgoglio nazionalpopolare e, tanto per non farsi mancare nulla, a un bel tricolore sventolante su un cielo azzurro e luminoso… beh, non ce la faccio proprio a trattenermi. Intendiamoci, non metto in dubbio la buona fede di chi lo fa, in un momento per giunta in cui gli appelli all’amor patrio si sprecano. Ma il moltiplicarsi di queste espressioni, spesso a sproposito, lo considero un brutto segnale. E mi tornano in mente immagini in bianconero che non vorrei rivedere. Non con i colori della realtà. Già, perché siamo davvero sicuri che la storia non si ripeta, magari con forme di controllo e di manipolazione più capillari ed efficaci come sta davvero accadendo a livello globale? Magari approfittando di un momento in cui noi siamo sempre più intenti a inseguire quello che ci viene suggerito insistentemente dal capitale globalizzato con il suo immaginario, il suo credo consumistico?

Vorrei sbagliarmi, ma anni di frequentazioni di materie storiche e ormai migliaia di volumi letti hanno fatto di me un deciso pessimista nei confronti del potere e di tutte le sue espressioni. Che rimane quello che è sempre stato, avido e malvagio. Un’entità che, in ogni sua materializzazione, ha sempre sanzionato il potere di un’esigua minoranza su tutti gli altri. Fino a oggi. Un potere che non ha fatto e fa altro che accentuare le disuguaglianze tanto che, in questo momento, l’1% della popolazione mondiale detiene il 90% della ricchezza, con un gap in continua, ulteriore crescita.

Questo stato di cose è il risultato coerente di millenni di storia umana nella quale la classe egemone ha sempre cercato, riuscendoci grazie alla passività e collaborazione della massa, di giustificare questa sua preminenza. Sacralizzando o giustificando questa usurpazione come uno stato di cose “naturale” (non per niente il darwinismo che sancisce il diritto “naturale” del più forte a sopravvivere nasce nel periodo della rivoluzione industriale e in area vittoriana) o “necessario”.

L’ultima creatura politica funzionale al capitale è stato lo stato borghese di stampo ottocentesco. Quello stato centralizzato voluto dai detentori delle ricchezze industriali e mercantili. Classi, guarda caso, rappresentate per buona parte dalle vecchie famiglie nobiliari che hanno investito i loro proventi fondiari. Lo stato borghese, per quanto ormai evidentemente inadeguato e controllato da un potere sempre più globalizzato, è quello con il quale abbiamo a che fare. Ed è quello che ha determinato, con la sua espressione imperialistica, il colonialismo, le guerre mondiali, l’avvento dei fascismi, il saccheggio e la distruzione delle risorse del pianeta in nome di una religione capitalistica che implica la crescita senza limiti dei consumi, le disuguaglianze, l’omologazione culturale e così via, fino a ad arrivare alla catastrofe climatica, criminalmente ignorata ed elusa, e il rischio concreto dell’estinzione della stessa razza umana. Questo stato e le sue contraddizioni non possono essere oggetto di fede.

Non sono una anti-italiano. Anzi, amo talmente questo paese da esserci andato ad abitare ormai da tanti anni. Ma il tricolore, per me, rappresenta non la cultura di un popolo, ma il simbolo di quello stato borghese voluto a suo tempo dai “padroni del vapore” (letteralmente) e dalle massonerie europee. Fra l’altro, creata imitando in maniera servile la bandiera del padrone del momento cui guardavano le classi borghesi e il capitale, bisognoso di mercati più ampi, della penisola.
Sinceramente, alla storia fatta dai ricchi e dai potenti di turno, preferisco quella dei poveri cristi, di quelli a cui una storia è stata sistematicamente negata. Per questo, preferisco definirmi “friulano”. Termine che non ha una valenza anti-italiana o anti-qualcosa, come ho detto. Solo una questione di giustizia. Vengo da un popolo che nel corso dei secoli ha visto i paletti dei confini passare di continuo sopra la propria testa. E quei paletti, così evanescenti, non possono essere oggetto di culto.

Gente, i friulani, a cui, nonostante la propria peculiarità linguistica e storica, è sempre stato fatto credere (e imposto da gente con quel tricolore in mano) di essere fervidi italiani e che, anzi, la loro storia era soltanto un percorso verso l’unico obiettivo “giusto” e moralmente perseguibile; ovvero quello di divenire pienamente italiani.
Mi ricordo ancora il mio testo di storia delle elementari sul quale c’era scritto che in Friuli e negli altri territori, naturalmente “irredenti”, gli austriaci “seminavano tedeschi, ma nascevano italiani”. Storicamente una scemenza, come tutto questo gran desiderio di passare sotto lo scettro dei Savoia. Esattamente come l’entusiasmo di combattere per la patria dei soldati nella Grande guerra… e via di questo passo. Ma su questo, fior di storici hanno già detto la loro. Personalmente, ho letto molte lettere di soldati dal fronte (che sono state pubblicate) e, nonostante la censura, non ho notato quel grande amor di patria ma tanta disillusione. Soprattutto da parte di ragazzi strappati al lavoro dei campi e mandati a farsi ammazzare per una guerra voluta dai Krupp e dagli Ansaldo e sottomessi a dei generali criminali e con partecipazioni nell’industria bellica. Lanciati allo sbaraglio con le mitragliatrici dei carabinieri puntati alle loro schiene. Tutti fatti documentati e strapubblicati, assieme a molto altro…

Spero mi si voglia perdonare questa lunga digressione. Non sono contrario, intendiamoci, alla civile organizzazione di un’entità politica che amministri un territorio. Anche se, come detto, lo stato borghese è un dinosauro politico, ormai, del tutto inadeguato ai tempi e pericoloso per i cittadini. Volevo solo affermare che lo stato borghese e centralista. la Patria con la “P” maiuscola e i suoi simboli non possono essere per me oggetti di fede. Anche perché chi sbandiera la Patria e la bandiera, non lo fa per unire, ma per dividere. Di qua la Patria, assunta a religione, di là gli altri, gli “stranieri”.
Diceva don Lorenzo Milani in quel libro che tutti dovrebbero leggere, L’obbedienza non è più una virtù: “Io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.

Dispiace che certe parole che hanno causato milioni di morti e che continuano a creare sofferenze immani, vengano impiegate a cuor leggero. Che si continui ad additare a costruzioni artificiose e funzionali al mantenimento dello status quo come a una verità assoluta.
Personalmente, dispiace ancor di più che vengano impiegate da friulani che usano un linguaggio da Balilla o Figlie della Lupa. Dimenticandosi che sarebbe bastato molto poco per ritrovarci inneggiare all’aquila imperiale o a qualcosa d’altro. Noi siamo alla ricerca di omologazione e di sicurezza e ci fa piacere che quello che qualcuno racchiude entro un confine, entro un muro, sia necessariamente omogeneo. E, naturalmente, più buono di quello che si trova all’esterno. Non è così.

Io continuo a definirmi friulano perché sono convinto che ciò che ci arricchisce non è l’omologazione, ma la nostra diversità, il nostro vissuto, la nostra storia. E un friulano, come tanti altri, vanta una storia e una cultura ricchissima e millenaria ma che l’atteggiamento irresponsabile e condiscendente verso la cultura dominante rischia di far scomparire per sempre. E tanti, troppi, si dimenticano che quello che si trova all’interno di confini determinati dalla forza e dalla violenza delle guerre (lo stato) non corrisponde necessariamente a un unico popolo (la nazione). Anzi, questo non accade mai. Eppure, se leggete giornali o ascoltate la televisione, questa confusione, questa identificare “nazione” con “stato” è all’ordine del giorno. Basterebbe aprire un qualsiasi buon vocabolario per comprendere che i due termini non sono sovrapponibili.
La diversità ci fa ricchi, l’uniformità no. Cosa posso apprendere da una persona che è una mia fotocopia. Cosa posso portargli? Niente.

E così i nostri cari friulani del tempo di facebook e di instagram, invece di valorizzare la propria tradizione hanno scelto ormai di suicidarsi culturalmente e di annientarsi nella cultura dominante. Molto più comodo omologarsi ai modelli che vengono proposti dai mass-media che fare la fatica di aprire un libro di storia.
Il friulano ormai (e la friulana di Buja che posta su facebook) preferisce fare solo roba “figa”, consumare roba “figa” e uniformarsi a tutto quel di “figo” che vede nello schermo televisivo invece di guardare alla propria realtà. Quando c’è la nazionale di calcio o quando accade qualche evento drammatico, siamo tutti pronti ad accorrere con quel tricolore che vediamo sventolare in tv, a lanciare i proclami che troviamo condivisi e facciamo nostri con un copia-e-incolla, così via. Senza, ovviamente, metterci spirito critico. Un po’ come trovare normale una bandierina italiana infilata nell’hamburger omologato nel macdonald che è il cibo globalizzato per eccellenza, sicuramente più “figo” di un’insalata. Tutti mangiamo lo stesso cibo, ascoltiamo la stessa musica, ci accalchiamo allo stesso stadio…
E cominciano a parlare tutti in italiano, perché è la lingua “figa” per eccellenza (il friulano è da sfigati e con quello non si va in televisione, è roba da provinciali).

Forse esagero, ma c’è una vocina che mi dice che non è così. Abbiamo ormai imboccato un percorso dal quale non è più possibile tornare indietro. Un percorso di morte, più subdolo di un coronavirus.
Spero che i fatti di questi tempi, il ritorno agli affetti domestici, a un tempo meno affannoso, il fatto di non poter andare a fare i fighi sullo Zoncolan (ovviamente a bordo di una inquinantissima automobile figa e parlando un bell’italiano televisivo) con i vesti griffati da figo, ecc, facciano riflettere sulla necessità di essere più essenziali e, soprattutto, più orientati verso ciò che è più vicino. Farci sentire più persone e meno accumulatori di cose banali. Riflettere su ciò che siamo veramente, una volta spogliati di tutti quegli oggetti, quelle sovrastrutture, quel desiderio di inseguire il modello consumistico che, in realtà non fa altro che renderci sempre più miseri. Ma non ci credo più. Soprattutto in questo Friuli sempre più misero.

E poi, per tornare all’origine di tutto, cosa diamine c’entra l’emergenza che stiamo vivendo in questi giorni, la necessità di essere solidali e responsabili (assolutamente sacrosanto) con i proclami copiati dalla tv o dalla rete che incitano all’italianità e all’amor di patria. Che ci fa quella bandierina piantata lì tanto dare un tocco di colore, come quelle che campeggiano nei cimiteri militari a decorare distese di croci di poveri disgraziati mandati a morire per gli interessi di una minoranza. Retorica vuota e inutile, se non dannosa. Ma pur sempre retorica. Mentre quei soldati continuano a morire un’altra volta.

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