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Il sepolcro vuoto – Anteprima

 

Claudio Aita
IL SEPOLCRO VUOTO
(Lunghezza del testo completo: circa 500.000 caratteri)

 

Quanti cadaveri di morti, portati da non so quale spirito, escono dalla tomba per vagare intorno ai vivi, per terrorizzarli e far loro del male, e poi ritornare nelle loro tombe che spontaneamente si spalancano davanti ad essi: sarebbe difficile ammettere questo fatto, se ai tempi nostri, numerosi esempi non lo documentassero e se le testimonianze non fossero così numerose.
(Guglielmo di Newburg, Historia rerum anglicarum usque ad annum 1198, V, XXIV)

 

 

Capitolo I

 

«Avete chiesto di vedermi, reverendo padre?» fece Anselmo addentrandosi nella penombra della sala del Capitolo e accennando un rispettoso inchino verso l’attempata figura che si stagliava davanti a lui. Il contrasto con la luce del chiostro era stato troppo violento e i suoi occhi necessitarono di un po’ di tempo per abituarsi alle nuove condizioni di visibilità. Alcune candele si sforzavano, senza particolare fortuna, di rischiarare le ampie volte di pietra sotto le quali stavano gli scranni in legno dei monaci che ora apparivano desolatamente vuoti.

L’abate gli si fece incontro, abbracciandolo: «Anselmo, grazie di essere venuto subito».

«E come avrei potuto fare altrimenti, reverendo padre abate?» replicò l’altro. «Sono o non sono un monaco benedettino?».

Solo allora si accorse della figura ritta in piedi, quasi nascosta dalla semioscurità che si era impossessata dell’ambiente nonostante fossi quasi l’ora sesta. Una presenza che non aveva indosso l’abito monastico e che pareva, semmai, quella di un uomo ben avvezzo alle armi. E che si guardava in giro con evidente disagio. Che ci faceva lì un tipo del genere? Anselmo si irrigidì e fece un movimento col capo, indicandolo senza farsi notare.

L’anziano superiore bisbigliò: «È il motivo per cui vi ho fatto chiamare. Venite!». Ciò detto lo precedette verso il personaggio misterioso che fino a quel momento era rimasto in silenzio. Appena si furono avvicinati, questi chinò il capo con deferenza, senza dire niente. Il tipico uomo d’armi – meditò Anselmo. – Uno di quelli di poche parole, non abituati a discutere gli ordini. Lo osservò con attenzione. Doveva avere poco più di vent’anni e il suo abbigliamento tradiva il suo stato. Non cingeva la spada al fianco, ma sicuramente l’aveva affidata a qualcuno prima di entrare, per rispetto del luogo nel quale si trovava. Almeno non era uno di quegli esseri arroganti e miscredenti come tanti della sua risma che entravano in un luogo dedicato a Dio atteggiandosi da padroni. Cosa diavolo era venuto a fare? Non gli sembrava certamente un postulante che richiedesse di essere ammesso nell’Ordine.

«Quest’uomo», riprese l’abate quasi leggendogli nel pensiero, «è giunto fin qui, su incarico della consorte del signore di Colloredo».

«Il signore di Colloredo?» ripeté Anselmo, puntando i suoi occhi in quelli del superiore.

«Suvvia, mio caro confratello, non verrete a raccontarmi che non avete mai sentito rammentare il conte Marquardo».

«No… Cioè, naturalmente sì, reverendo padre abate. Anche se non riesco a capire cosa…».

«La consorte del signore… Voglio dire la signora contessa», si corresse l’altro, «è molto in ansia per suo marito. Ed è preoccupata, ancora di più, per la sorte di suo figlio».

«Questo mi addolora, reverendo padre. Ma continuo a non capire cosa possa fare il nostro monastero. Oltre che pregare per le loro nobili anime, naturalmente». C’era un tono sarcastico in quelle parole che gli altri due non dovettero afferrare.

«È una faccenda delicata» si intromise l’ospite misterioso.

Allora era in grado di parlare – commentò fra di sé Anselmo, velenoso; come certi animali che si trovano raffigurati nei bordi dei codici. – Una voce non educata, la sua. Grossolana, da uomo con maggior confidenza con le armi, come si aspettava, che con le discussioni. Magari quella voce la utilizzava con più profitto per urlare minacce contro i contadini inermi. In ogni caso, quella era la voce di un uomo abituato a starsene zitto al cospetto del suo padrone, in attesa di ordini che non andavano discussi. Un genere di persona che non gli era mai piaciuto. «Delicata?» si limitò a ripetere senza togliergli gli occhi di dosso.

Il giovane soldato esitò un attimo prima di rispondere. «La mia signora, come vi è stato giustamente riferito, è molto preoccupata. Ci sono stati di recente degli avvenimenti che non hanno una motivazione, diciamo, razionale. E per gestire i quali l’uso della forza si dimostra totalmente inefficace».

«E di cosa si tratta?» domandò Anselmo fattosi, all’improvviso, più attento.

«Questo è il punto, reverendo padre. Nessuno lo sa con certezza».

L’altro stralunò gli occhi. «Come sarebbe a dire? Perdonatemi, ma non riesco a capire…».

«Non è facile da spiegare» fece l’altro, abbassando lo sguardo.

«Almeno provateci».

«D’accordo. Ma sono in grado di riferirvi solo quello che la mia signora mi ha confidato».

«Ovvero?» domandò Anselmo che stava perdendo la pazienza. «Per l’amor di Dio, non fatevi pregare».

«Il fatto è che la mia signora è molto angustiata».

«Questo lo abbiamo ormai compreso. Diteci, piuttosto, per quale motivo. Chi la intimidisce?».

«Ve lo ripeto, non si sa da chi…».

«Non si sa da chi?» lo interruppe l’altro. «Mi pare difficile che dei nobili non siano a conoscenza di chi siano i loro nemici. Anche se non saranno sicuramente pochi».

«Non vi sto prendendo in giro, reverendo padre, credetemi. Ma c’è qualcuno, o qualcosa, che minaccia la sua famiglia e che viene da molto lontano».

«Da molto lontano?» fece Anselmo, lisciandosi la barba. «Un signore straniero, dunque? Un ecclesiastico, forse? È per questo che vi siete rivolto a noi?».

«No, reverendo padre. Non è così».

«Da dove diavolo viene il pericolo, allora?» incalzò il monaco.

Il soldato balbettò, tradendo il suo imbarazzo: «L’avete appena detto. Da… dal regno dei morti».

«Per l’amor di Dio, non siate ridicolo!».

«Reverendo padre», ribatté l’altro con una voce che era ritornata ferma, come se stesse pronunciando una sentenza. «Non è facile da spiegare. E io vi sto semplicemente riportando quello che mi è stato riferito dalla mia signora e da suo marito, il signor conte. Sono persone assolutamente degne di fede, come può attestare il reverendo padre abate qui presente».

Il superiore si limitò ad annuire con un inchino.

«Non metto in dubbio l’attendibilità dei vostri padroni», replicò Anselmo «ma quello che mi state raccontando, dovete ammetterlo, è davvero difficile da credere. Da quel che affermate, la signora si sente in pericolo a causa di cosa? Di un fantasma?».

«È proprio così, reverendo padre» rispose l’altro con un filo di voce.

«Ma per Dio», fece il monaco rivolgendosi all’abate, «quest’uomo ha bisogno di un esorcista, piuttosto. Non capisco perché avete mandato a chiamare me che non possiedo queste competenze».

«I fantasmi non uccidono» lo interruppe l’uomo d’armi.

«Cosa?» esclamò Anselmo. «C’è stato un morto?».

«È così, reverendo padre. Uno dei servi è stato trovato impiccato».

«Siete sicuri che non si sia suicidato? In fin dei conti, la vita che viene concessa a un servo non è il massimo della felicità…».

L’altro finse di non aver udito le ultime parole. «Il fatto è che sul cadavere è stato trovato un messaggio».

«Un messaggio?».

«Proprio così. Una minaccia rivolta al figlio del mio signore».

«Questo effettivamente cambia le cose» commentò Anselmo lisciandosi la barba. «Ma perché siete così convinti che si tratti di un delitto perpetrato da un fantasma? Per impiccare un uomo sono sufficienti due braccia robuste. E qualche volta nemmeno quelle, ve lo garantisco».

«Il contenuto del messaggio, reverendo padre».

«Perché? Cosa c’era scritto?».

L’altro si guardò in giro prima di rispondere, quasi si aspettasse di vedere qualcuno o qualcosa spuntare fuori dalla penombra. «Perdonatemi, reverendo padre, ma non posso rivelarvi altro. Il resto lo saprete direttamente dalla bocca della mia signora».

L’abate afferrò un lembo della veste di Anselmo prima che questi potesse ribattere in malo modo e lo trascinò dall’altra parte della sala capitolare, scusandosi con il suo ospite. «Figliolo, se vi ho fatto chiamare, non l’ho fatto a cuor leggero, credetemi».

«Questo lo so, reverendo padre abate, ma vorrei che comprendeste che…».

«Non occorre che vi rammenti» lo interruppe l’altro «che la famiglia dei conti di Colloredo, da sempre, rappresenta uno dei maggiori benefattori del nostro monastero».

«Sono perfettamente consapevole anche di questo, tuttavia…».

«Saprete allora che in più occasioni questi nobili signori hanno garantito la nostra autonomia nei confronti del vescovo e degli appetiti di altre casate».

«Sono a conoscenza anche di questa circostanza. Seppure credo che il nostro monastero in passato abbia ben ripagato la loro generosità. Ma se mi permettete di…».

«Capirete, quindi, che non possiamo ignorarli quando vengono a chiedere il nostro aiuto, per quanto limitato possa essere».

«Me ne rendo conto…».

«Caro Anselmo, noi siamo uomini di preghiera. Oratores. Ma non dobbiamo scordarci che per poter preservare la nostra missione, dobbiamo talvolta volgere il nostro sguardo anche a quella terra che calpestiamo temporaneamente e occuparci di cose che esulano dai nostri doveri strettamente spirituali. E non è detto che, così agendo, non possiamo dispensare maggiori benefici e rendere testimonianza a Cristo. Non so se mi spiego».

«Perfettamente, reverendo padre abate» fece l’altro stringendo i pugni.

«Bene. So benissimo di avere a che fare, oltre che con un religioso esemplare, anche con una persona ragionevole».

«Vi ringrazio della stima, anche se mal riposta».

«Non siate troppo umile, Anselmo. Come sempre, mi confermate che non c’è bisogno di richiamarvi al dovere all’obbedienza».

«Ve l’ho già detto, reverendo padre abate, che sono un monaco benedettino».

«Mi fa piacere che ve ne ricordiate» fece il superiore «anche se talvolta sono stato costretto, in spirito di carità beninteso, a rammentarvelo. Ma tutto dipende dal fatto che la vostra, mio caro Anselmo, è stata una vocazione tardiva. E in voi ribolle ancora l’uomo secolare che siete stato. E che fate ancora fatica a contenere».

«E io non posso che esservi ancora una volta riconoscente per la vostra pazienza».

«Non fraintendetemi» fece l’abate appoggiando una mano sulla spalla del suo confratello. «Voi siete un ottimo monaco. Uno dei migliori che io abbia mai avuto. Al di là delle vostre intemperanze e della vostra insofferenza nei confronti di qualsiasi autorità. Conosco benissimo la vostra storia e quel che siete stato. E anche per questo vi ringrazio di aver voluto condividere con la comunità che indegnamente presiedo il vostro percorso di fede e di redenzione».

«Vi sono grato per le vostre parole, reverendo padre» replicò l’altro. «Cercherò di meritare la vostra fiducia, per quanto mal riposta». Anselmo non poté fare a meno di riflettere sulla circostanza che il nostro bravo abate, nonostante le parole di apprezzamento, che fossero o meno di circostanza, non perdeva occasione per mandarlo in giro per missioni inerenti al suo ordine. In barba all’obbligo di stabilità. Gli era quasi venuto il sospetto che capisse perfettamente che a uno come lui, insofferente di ogni costrizione, avesse bisogno ogni tanto di una boccata d’aria, di staccare la sua schiena dal legno degli scranni del coro, per ritornarsene a respirare la vita del mondo di fuori. Ma questo, quel volpone del suo superiore non l’avrebbe mai ammesso apertamente. E lui non gli avrebbe mai rivelato fino in fondo il motivo per cui si era fatto monaco. Anche se sarebbe stato suo dovere farlo.

«Purtroppo», riprese l’abate, fra le tante mansioni che mi vengono richieste, e delle quali farei volentieri a meno, vi è quella di occuparmi degli interessi materiali del monastero. E quando un nostro nobile protettore, cui per giunta dobbiamo riconoscenza, ci chiede un aiuto, non possiamo non ignorarlo. Come, immagino, comprenderete. Ovviamente, se questo non contrasta con i principi della nostra missione e i dettami della Regola».

«Dite bene, reverendo padre» arrischiò Anselmo «ma, in questo caso…».

«Bene» lo interruppe il superiore. «Vedo con soddisfazione che, come sempre, non c’è bisogno di molte parole per intendersi».

«Sì… Cioè no, reverendo padre» replicò l’altro. «Quello che volevo dire è che non so davvero cosa… Vorrei farvi presente che si tratta di una pretesa assurda. Avete inteso, no?, quello che siamo chiamati a fare».

«E con questo?» replicò l’altro con un ampio sorriso. «Voi avete sicuramente sofferto in passato, mio caro Anselmo. E per questo tendete a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto. Ma vi invito a ravvisare in questa richiesta, per quanto strampalata possa apparire, un riconoscimento dell’autorevolezza del nostro monastero. E una volta sul posto, la vostra presenza servirà anche a ricordare ai nostri nobili amici che questo nostro rapporto, a distanza di tempo, è ancora ben saldo e che siamo pronti a qualsiasi soccorso materiale e, soprattutto, spirituale fatto di preghiere, di suffragi e molto altro».

«Perdonatemi, reverendo padre, ma mi sono arrivate diverse voci riguardanti il conte di Colloredo. E non sempre lusinghiere, se devo essere sincero».

«Dite davvero? Ancora meglio, allora. Pensateci bene. Questa è un’occasione provvidenziale per testimoniare Nostro Signore Gesù Cristo e per portare fuori di qui il nostro esempio di vita. Non vorrei addirittura che dietro questi eventi inspiegabili ci fosse, in qualche maniera, la mano insondabile di Dio».

Anselmo osservò allibito il volto del suo interlocutore. Non riusciva a capire se parlasse sul serio oppure lo stesse, semplicemente, prendendo in giro. L’unica cosa certa, come aveva ben compreso, è che non poteva far altro che arrendersi. Quel vecchio volpone dell’abate gliel’aveva fatta un’altra volta.

«Se questa è la vostra volontà», fece allargando le braccia, «non posso far altro che accettare. Ben conscio, però, della mia inadeguatezza per questo compito. Vi ripeto che ci sarebbe stato bisogno di un fratello esorcista, piuttosto, e in questo monastero ne contiamo diversi».

«No, Anselmo, credetemi. Se quel che ho intuito corrisponde a verità, la signora contessa e la sua famiglia hanno bisogno proprio dell’aiuto di una persona come voi».

«Sarà come dite, reverendo padre. Ma allora, perché non si sono rivolti a qualcun altro a al signor vescovo? Che, fra l’altro, credo abbia la competenza».

«Non sono in grado di rispondervi, mio caro confratello, ma sarà una delle questioni che vi invito a risolvere una volta giunto a destinazione. Se la pertinenza della faccenda, una volta appurato di cosa effettivamente si tratti, appartiene ad altri, potete farlo presente. Naturalmente, senza che questo vada in alcun modo a detrimento delle nostre prerogative e dei nostri interessi. Non dobbiamo essere precipitosi nel delegare ad altri ciò che ci viene affidato».

«Sarà mia premura» replicò l’altro. «Ma mi fate andare da solo?».

«Affatto mio caro Anselmo. Ho chiesto a Gregorio di accompagnarvi per fornirvi sostegno. So che avete già affrontato insieme vicende del genere. E lui ha accettato con entusiasmo. Un gran bravo ragazzo, se devo essere sincero».

Quel diavolo dell’abate – rifletté Anselmo – non aveva nemmeno preso in considerazione l’ipotesi che lui potesse rifiutare. Senza aggiungere altro, i due monaci ritornarono nella parte della sala capitolare dove si trovava l’uomo d’armi che per tutto quel tempo se n’era rimasto immobile e in perfetto silenzio. Come un pesce fuor d’acqua. Acqua benedetta, per giunta.

«Bene», fece il superiore rivolgendosi all’ospite. «Quando contate di partire?».

«Anche subito. Con il vostro permesso, naturalmente» rispose l’altro. «Ci fermeremo a dormire presso qualche locanda e dovremmo giungere a destinazione nella tarda mattinata di domani».

«Ma è già pomeriggio, ormai» replicò l’abate.

«Per questo è meglio non perdere tempo, reverendo padre».

«Beh, se è così, non posso far altro che apprezzare il vostro spirito di servizio. Il vostro nobile padrone può essere orgoglioso di voi».

Poi rivolgendosi al suo confratello: «Non avete niente in contrario, vero? Gregorio, come vi ho detto, sta solo aspettando di essere chiamato».

Il monaco, interpellato, si limitò a fare un inchino di assenso.

«Abbiamo portato un cavallo per voi» fece il giovane uomo d’armi.

«Saremo in due su una cavalcatura» commentò Anselmo ostentando meraviglia. «Spero di non rallentare con ciò la marcia degli altri».

«Non c’è problema» si intromise l’abate. «Lasciate pure quella bestia al vostro giovane compagno di viaggio. Voi avete a disposizione il miglior cavallo del monastero. Solo il tempo di prepararlo. Mi raccomando, sapete quanto ci tengo».

«Vi prometto che ve lo restituirò più in forma di quando me l’avrete consegnato».

«Ci credo poco, Anselmo, conoscendovi. Ma non sia mai detto che non facciamo tutto quanto ci è possibile in favore del signor conte. Ora, però, bisogna che vada immediatamente a dare disposizione affinché i vostri uomini, che sono qui fuori, vengano rifocillati prima di partire. Saranno affamati, immagino. E, ovviamente, per far preparare la cavalcatura per voi, mio caro Anselmo. Potete andare a mettere il necessario per il viaggio nella vostra sacca».

«Un libro di orazioni e poco più, reverendo padre. A parte l’assistenza di Nostro Signore, non ho bisogno quasi d’altro».

«E il Signore vi assisterà di certo. Noi tutti pregheremo per voi e, naturalmente anche per la famiglia del signor conte che» fece rivolgendosi all’ospite «vi prego di salutare da parte nostra».

«Il mio signore vi sarà grato per il vostro insostituibile aiuto».

«Ricordategli che aspettiamo una sua visita, prima o poi».

«Lo farò senz’altro, reverendo padre».

Ciò detto, dopo aver impartito una frettolosa benedizione, l’abate se ne uscì. Seguito, subito dopo, da Anselmo boffonchiando qualcosa che il giovane soldato non riuscì a decifrare.

[continua…]

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