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Eclissi di sangue – Anteprima

 

Claudio Aita
ECLISSI DI SANGUE
(Lunghezza del testo completo: 77.307 parole, 486.960 caratteri)

 

Giorno e notte non avranno riposo
quanti adorano la bestia

 

 

 

Nel chiarore spettrale della luna, il suo respiro si addensava formando nuvole di vapore sempre più ravvicinate. Fino a quel momento non si era reso conto di quanto, negli ultimi giorni, fosse precipitata la temperatura. Sentiva l’umidità che gli era ormai penetrata nelle ossa e che gli attanagliava le viscere e l’anima. Eppure non avrebbe saputo dire se quel tremore che si era impossessato del suo corpo fosse dovuto più al freddo o al terrore. Guardò davanti a sé. E poi tutto attorno, almeno fino a dove la sua scomoda posizione glielo consentiva. Le tenebre si erano impadronite da un pezzo della foresta e la luce gelida dell’astro si faceva strada fra i rami denudati da un autunno già inoltrato.

Cosa diavolo ci faceva lì? E perché era stato legato al tronco di un albero? Si sforzò di ricordare qualcosa. Ma nella sua mente emergevano solo frammenti di ricordi, tasselli sparsi di quello che gli appariva come uno strano sogno. Rumori, voci, immagini sbiadite. Si rammentava di aver agito meccanicamente, guidato da una presenza ostile e silenziosa, come un fantasma. Lo avevano forse drogato? Doveva essere così. Non c’era altra spiegazione. Ma se questo corrispondeva a verità, chi poteva averlo fatto? E, soprattutto, a quale scopo? Non riusciva a capire. Cosa diamine potevano mai volere da un povero cristo come lui?

Eppure, in quel momento si sentiva lucido più che mai. La paura e il freddo gli avevano schiarito il pensiero. Se solo avesse saputo cosa diavolo ci stava a fare lì, nel buio selvaggio e ostile del bosco. Inspirò profondamente e cercò di analizzare con lucidità la situazione. Facile a dirsi, con questo freddo. Poteva disporre di una minima libertà di movimento, ma i piedi erano strettamente legati fra di loro e le braccia dietro la schiena risultavano bloccate da una corda ben annodata al tronco. Per giunta troppo in alto perché potesse tentare di strapparla a morsi. E troppo resistente per sperare che cedesse, tirandola. Era in trappola, come un animale in gabbia. E non poteva farci niente.

Avrebbe voluto gridare con tutto il fiato che aveva in corpo ma qualcosa, probabilmente uno straccio, gli occludeva la bocca imbavagliata. Impossibile sputarlo o anche espellerlo solo in parte. Tutto quello che riusciva a fare era emettere una sorta di lamento, un mugolio indistinto. Che non sarebbe, però, servito a niente. Rassegnato, preferì rimanere in silenzio, con i nervi tesi, attento a percepire ogni minimo rumore. Attorno a lui si intravedevano solo i profili scuri degli alberi ingoiati da una foschia che non aveva la forza di alzarsi. Era tutto così confuso. E lui non riusciva a orientarsi. Da che parte si trovava il suo monastero? I confratelli non si sarebbero accorti della sua assenza prima della preghiera del mattutino. Quanto mancava, Santiddio? Non poté trattenere un gesto di stizza. Come diavolo faceva a saperlo se non era nemmeno in grado di stabilire che ora fosse? Con tutto quel buio, poi… La foresta era sterminata, lo sapeva benissimo. Ma lui, prima di allora, non si era reso mai conto della sua effettiva immensità. E di quanto fosse vasto e maligno il mondo al di fuori della rassicurante clausura del sacro recinto. Per un attimo venne assalito dal terrore. Eppure no – rifletté nel tentativo di tranquillizzarsi – non poteva essere stato portato troppo lontano dal monastero. Lo avrebbero cercato immediatamente, di questo era sicuro. Ma sarebbero mai riusciti a trovarlo? Si sentì assalire dall’angoscia. Perché si trovava lì e ridotto in quelle condizioni, Signore Onnipotente?

Contrasse i muscoli con tutta la rabbia che aveva in corpo. Poi dette uno strattone deciso alla corda fino a farsi male. Ma senza alcun risultato. Il cuore gli martellava, rimbombandogli nelle tempie. Il suo respiro era corto, pesante. La gola secca oltre il sopportabile. Cercò di muovere il più possibile la testa e la bocca in modo da allentare la stretta del bavaglio. Provò a fare forza con la lingua fino a essere costretto a bloccarsi per il dolore. Niente da fare. Provò, contorcendosi, a strofinarlo sulla corteccia ma l’unico risultato che ottenne fu di procurarsi qualche escoriazione. Tirò ancora una volta la corda con tutte le sue forze. Due, tre. Ma questa non dava alcun segnale di voler cedere. Chi l’aveva annodata doveva sapere il fatto suo. E se si fosse, semplicemente, trattato di uno scherzo, per quanto crudele? Se così era, fra un po’ qualcuno sarebbe venuto a liberarlo. Lo sperava con tutto sé stesso. Non poteva che essere così, si ripeté. Ciò nonostante, aveva il sospetto che non poteva trattarsi di una burla. Allora, perché? Qualcuno aveva scoperto il suo segreto e voleva dargli una lezione? Potevano degli uomini di Dio arrivare a tanto?

Sentiva montargli la paura come non l’aveva più provata da quando, ancora bambino, per la prima volta si ritrovò solo nel buio a tu per tu con i suoi fantasmi. Senza nessuno che potesse soccorrerlo. Lo sapeva benissimo. Di notte si fanno brutti incontri, si entra in contatto con gli esseri che popolano gli altri mondi. In queste ore si aprono porte che dovrebbero rimanere ben chiuse. Era terrorizzato. Proprio lui che, per le lusinghe del peccato, aveva sfidato le anime dei trapassati che vagavano fra le rovine della città morta avventurandosi fino al limitare del bosco. Come aveva fatto anche quella sera. Non capiva perché lui non fosse venuto. Eppure aveva notato il solito segnale lasciato nel posto convenuto. Nessun altro poteva aver fatto quei segni. In quel modo. Lo avevano forse costretto a rivelare la verità? E con quali mezzi? Oppure, e quel dubbio gli causò un tonfo nel cuore, lui ne era completamente ignaro? E, in questo caso, chi mai allora aveva potuto scoprire il loro terribile segreto?

Lontano, risuonò un ululato che gli fece ghiacciare il sangue nelle vene.

Dio mio, Dio mio, vieni presto in mio aiuto!

Udì un rumore di passi, attutito dallo spesso strato di foglie, provenire dalle sue spalle. Si girò quel tanto che gli fu sufficiente per intravedere una figura avvolta nell’abito scuro del suo ordine, che si dirigeva verso di lui, il cappuccio calato sul volto. Era salvo, finalmente! Qualcuno era venuto a liberarlo. Conclusa questa storia, sarebbe andato subito dal padre abate a chiedere che gli artefici di questa orribile messinscena fossero severamente puniti. Una bella lezione se la meritavano proprio. Come si può giungere a infliggere un tale sofferenza a un proprio confratello? Come ci si può concedere una tale libertà? E l’abate non poteva continuare a far finta di niente. Già… Ma chi erano i colpevoli? Ora, forse, lo avrebbe scoperto.

L’uomo mugolò qualcosa all’indirizzo del nuovo venuto che rimase, però, innaturalmente in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Lo vide controllare con calma il legaccio, senza proferire parola. Poi lo osservò tirare fuori un coltello. Bene. Avrebbe tagliato la corda e questo tormento, questo freddo infinito, sarebbe terminato. Ancora qualche istante soltanto…

Qualcosa però non tornava. Lo sconosciuto dal volto in ombra si attardava a guardarsi in giro invece di liberarlo. Gli si piantò davanti allargando le gambe mentre lui cercava di comunicargli qualcosa. Come faceva a non capire che non ne poteva più? Che aveva fretta di togliersi le corde di dosso. Cosa aspettava, buon Dio? Perché ci metteva così tanto?

Cercò di osservarlo meglio. Fino a quando un raggio di luce lunare gli illuminò per un attimo gli occhi. O così gli parve. Un bagliore su di uno sguardo carico d’odio che gli raggelò il sangue nelle vene e gli fece abbandonare ogni residua speranza. Il coltello e le due mani sconosciute gli lacerarono l’abito monastico, lasciandolo alla fine nudo e spaventato. Cosa voleva fargli? Togliergli ogni residua dignità? Rimase immobile, i muscoli contratti per la paura. Sentì una mano stringersi attorno alla sua gola e un dolore lancinante al petto, la lama che gli incideva la pelle senza però penetrare in profondità. Percepiva il metallo affilato che scivolava verso il ventre con un percorso lento e serpeggiante. Sentiva l’odore del sangue. Nella luminescenza irreale della luna, abbassando lo sguardo, vedeva tracce scure che sgorgavano dai tagli e inondavano con lentezza il suo corpo tremante. Avrebbe voluto urlare, chiedergli il perché di tutto questo, ma si limitò a chiudere gli occhi in attesa del colpo mortale.

Ormai non si faceva più illusioni. Stava per giungere la sua fine per mezzo di una mano assassina, senza però averne compreso il motivo. Pregò il Signore che almeno non lo facesse soffrire ulteriormente, chiese perdono per i suoi peccati. Se potevano essere mai perdonati. Ma quel Dio, dopo averlo punito così duramente, avrebbe forse consentito ad assolverlo? Era pronto al sacrificio, se poteva servire ad espiare quello che aveva commesso. Ecco come doveva sentirsi Isacco, mentre attendeva di essere sgozzato da suo padre Abramo. Ma che diritto aveva, lui, peccatore recidivo, di paragonarsi ai grandi patriarchi della Bibbia? Cercò di eliminare ogni pensiero dalla sua mente, di svuotarla mentre restava in attesa di percepire ancora il gelo della lama che gli penetrava nella carne. Con sua grande sorpresa, invece, sentì la pressione della mano allentarsi e il fruscio ruvido di qualcosa dall’odore nauseabondo che gli veniva spalmato sul corpo. Qualcosa che bruciava a contatto delle ferite. Poi il rumore di passi che si allontanavano senza fretta. Fino a perdersi nel nulla, ingoiato dalla notte. Fino a quando i suoni abituali della foresta ripresero il sopravvento. Solo allora osò riaprire gli occhi. Il canto monotono di una civetta riecheggiò non molto distante. Le orecchie gli ronzavano sempre più forte, la testa gli girava, il respiro era accelerato, così come il suo cuore che sembrava scoppiargli in gola. Tentò di sistemarsi meglio, di trovare una posizione meno disagevole appoggiandosi al tronco dell’albero. Ragionare. Aveva bisogno di ragionare. Dove diavolo erano finiti i suoi abiti? Quella creatura demoniaca se li doveva essere portati via lasciandolo completamente nudo. I brividi erano ormai incontrollabili. Il sangue continuava a sgorgare anche se con minore intensità. Faceva freddo. Un freddo insopportabile, cattivo. Sarebbe mai riuscito a resistere fino al mattino? Eppure ce la doveva fare. E lui ce l’avrebbe fatta, mettendocela tutta, cercando di muoversi il più possibile, saltellando, per quanto possibile, sulle gambe legate. Qualche sistema l’avrebbe trovato. Poi, alla luce del giorno, così sperava, qualcuno lo avrebbe notato e liberato. Non riusciva a orientarsi ma, in fin dei conti, il monastero non poteva essere molto distante. Doveva resistere, anche se il tempo passava, inesorabile. Sentiva pungente l’odore della paura, la sua, che si mischiava a quello metallico del sangue che si stava ormai raggrumando. Avrebbe voluto gettarsi a terra, rotolarsi fra le foglie morte per coprirlo in qualche maniera. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di sentire meno freddo. Sentiva il bisogno di pisciare, ma non ci riusciva.

Un fruscio. Il rumore di qualcosa che si stava avvicinando. Era forse il monaco silenzioso che stava ritornando a terminare la sua opera? Si irrigidì e strinse i pugni fino a sentire le unghie penetrargli nella carne. Avrebbe voluto vendere cara la sua pelle. Ma come, se era completamente indifeso e nudo? E, per giunta, non poteva muoversi? No, non poteva morire senza saperne il motivo. Non era giusto.

Deglutì. No, non era quello che si aspettava. Percepì il fruscio, invece, di molti passi felpati sul tappeto di foglie morte e marcescenti. E il ringhiare di entità che non erano umane. I denti bianchi ed affilati che si riflettevano nella luce della luna. Le fauci affamate che si spalancavano. E allora urlò con tutte le sue forze, nonostante lo straccio che gli riempiva la bocca. O forse immaginò di gridare con ogni fibra, ogni cavità del suo corpo. Un dolore, una disperazione infinita e impotente che riecheggiò per tutta la foresta, fino a perdersi oltre i profili taglienti delle montagne. Attraversando un cielo nero come le profondità infernali.

 

 

 

Guai, guai, o città grande,
o Babilonia, città potente,
ché in un momento
è giunto il tuo castigo

 

 

Primo giorno. Ora Terza

 

Giunto al culmine dell’altura, il monaco arrestò il suo cavallo e si mise a osservare lo spettacolo che gli si parava davanti agli occhi.

«Impressionante, vero Eusebio?» fece rivolto al suo giovane compagno a dorso di mulo.

«Potete ben dirlo, maestro!» esclamò l’altro scrutando disorientato la distesa di rovine che riempiva tutto l’avvallamento dinnanzi a loro e che si infiltrava fin dentro la foresta. «Questa città», continuò, «un tempo doveva essere stata immensa».

«Hai perfettamente ragione, mio caro amico. E ora non ne è rimasto altro che cumuli di pietre ricoperti da muschio e sterpaglie. Un cimitero. Nient’altro che un vasto e desolato cimitero che custodisce i resti degli uomini e della loro vanità. Ti ricordi quello che sta scritto, mio caro Eusebio? Se il Signore non costruisce la sua casa, invano faticano i costruttori».

«Proprio così, maestro. E qui la verità di quelle parole si tocca con mano, verrebbe da dire».

Il monaco più anziano non replicò, limitandosi a spronare la sua cavalcatura seguito appresso dal suo compagno. Il sentiero attraversava le rovine di antiche costruzioni le cui pietre erano ormai imprigionate dalle radici contorte degli alberi secolari. A tratti, il manto erboso si diradava lasciando emergere i resti di una pavimentazione talmente consunta da dare l’impressione di essere stata corrosa dalle acque per un tempo infinito. Il religioso si sorprese a pensare al Diluvio a quell’altezza.

Ma la cosa che più l’impressionò era la grande quantità di simboli impressi su quelle pietre e che lo scorrere dei secoli e l’inclemenza del tempo di queste montagne avevano ormai reso quasi illeggibili. E quelle scritte composte di caratteri che lui, lo avrebbe giurato, non aveva mai avuto occasione di vedere prima di allora. Si voltò verso il suo confratello che lo seguiva e che doveva pensare le stesse cose. Come poteva essere diversamente? Quel luogo risultava davvero inquietante. Una città spettrale i cui abitanti non potevano essere che demoni e fantasmi.

Faceva freddo e l’aria era carica di umidità. E quel vento che scivolava sopra le antiche fondamenta e i muri schiantati portando a tratti con sé una nebbia impalpabile e fastidiosa, era un vento che sapeva di morte. Eppure, quei grandi blocchi di pietra cui ora si avvinghiavano piante millenarie, dovevano aver composto un tempo edifici imponenti. Quale oscura civiltà, di cui si era perso persino il nome – pensò il religioso – aveva costruito tutto questo? Quali blasfeme e mostruose entità erano rappresentate nelle raffigurazioni che scalfivano superfici un tempo sicuramente ben levigate? Quali mani avevano tracciato quei simboli, quelle invocazioni oscene scritte in caratteri a lui sconosciuti?

Giunti sull’altro lato dell’avvallamento, la strada ricominciava a salire ripida. Nella foschia si cominciava a intravedere la mole del Monastero.

Il monaco si volse vero il suo compagno. Lo vide tirare un sospiro di sollievo prima di girarsi a sua volta per gettare un ultimo sguardo alla distesa di rovine che si stavano lasciando alle spalle.

«Muoviamoci, Eusebio» gli fece indicando l’edificio che incombeva su di loro. «L’ora terza deve essere già suonata da un pezzo. E ti devo confessare che non vedo l’ora di appoggiare i piedi per terra e sgranchirmi le gambe. Dopo tutti questi giorni di viaggio, mi sembra di non avere un solo osso che non sia dolorante».

«Sono nelle stesse condizioni» replicò l’altro. «Anche le nostre povere cavalcature devono essere stremate».

Man mano che salivano, la mole del Monastero si mostrava loro in tutta la sua imponenza. Mura ciclopiche, eccessive. Un’immensa e compatta superficie fatta di grandi blocchi scuri senza alcun pertugio. Al monaco, quelle mura facevano venire in mente quelle dell’empia torre di Babele edificata per sfidare la stessa mano creatrice di Dio. Mura che qui avrebbe dovuto rappresentare, al contrario, un baluardo della vera fede e della Chiesa contro l’assalto dell’eresia e del Maligno. Ne aveva già sentito parlare ma quello che vedeva in quel momento superava di gran lunga l’idea che se n’era fatta.

Senza scambiarsi una sola parola, i due completarono il tratto di strada che li separava dal grande portone che si apriva nel ventre della muraglia. E che, al loro avvicinarsi, si schiuse con un fastidioso cigolio che pareva non voler aver fine. Il religioso più anziano si guardò in giro, perplesso. Dopo un po’, da dietro una delle ante di legno si materializzò una folta barba non ancora completamente imbiancata e che pendeva da due gote paffute e da un naso rossastro. Più in basso era piazzato un ventre prominente che era un monumento vivente all’ingordigia. Un monaco gaudente, di sicuro, fu il primo pensiero del visitatore, uno di quelli che gli avevano sempre dato fastidio, personaggi più occupati a disquisire di vini o di essenze aromatiche che delle cose di Dio. Il religioso a cavallo entrò, seguito dal suo compagno.

«Deo gratias!» scandì il portinaio, accennando un inchino.

«Caro confratello, io sono…» replicò il monaco a cavallo quando gli fu a fianco.

«So chi siete, padre Anselmo» lo interruppe l’altro. «Eravamo già stati avvertiti del vostro arrivo. Siate il benvenuto nel nostro monastero».

Poi, visto che i visitatori rimanevano in silenzio, continuò: «Ora però scendete di sella. Sarete stanchi del viaggio». Ciò detto, fece un cenno a un giovane converso che si precipitò a prendere le redini del cavallo e del mulo. «Potete lasciarli tranquillamente ad Alfonso che provvederà a portarli nella stalla dove saranno trattati con tutti i riguardi e ben foraggiati» commentò il portinaio. «Dopo di che si precipiterà a chiamare il monaco foresterario». Poi, rivolgendosi al ragazzo: «Ci siamo intesi?».

Alfonso sorrise e, dopo che i due ospiti furono scesi, si allontanò di buon passo con le due bestie alla volta del grande spiazzo in salita che occupava lo spazio fra le mura e l’alta facciata della chiesa e dell’edificio conventuale. Tutto attorno si aprivano le officine degli artigiani e le scuderie. L’odore dolciastro dello sterco si mischiava a quello aspro del carbone e del ferro rovente. Servi e conversi erano indaffarati nelle loro attività e il rumore dei loro attrezzi risuonava nell’aria. Anselmo si arrestò un attimo a osservare un gruppo di uomini intenti a macellare un maiale che era stato appena sgozzato. Uno di loro, stava raccogliendo il sangue ancora fumante in una tinozza, mentre altri due villici avevano già cominciato a scuoiare la carcassa dell’animale. Un cibo sicuramente più adatto ai servi del monastero che a dei monaci. Il monaco sperò che fosse così. Poco più in là un ragazzino correva divertito dietro una gallina pestando incurante, a piedi nudi, il fango. Sul fondo, un maniscalco e un falegname stavano lavorando davanti a della baracche di che dovevano essere le loro botteghe. Scene che il visitatore si ricordava di aver visto tante volte in vita sua. Sempre uguali, con quella tipica attività febbrile che caratterizza ogni monastero dell’ordine di san Benedetto e che si ritrova riprodotta sui capitelli delle pievi.

Il portinaio, con fare untuoso, fece accomodare i due ospiti all’interno di una cappella che si apriva accanto all’ingresso. Il piccolo drappello di religiosi si inginocchiò e si mise a pregare davanti ad un grande crocifisso dipinto sulla parete di fondo. Un’immagine che – notò Anselmo senza dirlo – forse avrebbe avuto bisogno di una decisa ridipintura.

 

 

 

Com’era bella la mia mamma! Inondati dalla luce del sole, i suoi lunghi capelli rifulgevano come l’oro. Io di oro non ne avevo mai visto, ma me lo immaginavo luminoso come le stelle nelle gelide notti d’inverno. Lei sorrideva con quel viso radioso nel quale si intravedevano i segni della fatica. Un volto dai lineamenti delicati, come quelli di un angelo. Ogni tanto si avvicinava per accarezzarmi e per darmi un bacio. Sentivo il contatto con le sue labbra rese ruvide dalla sete. Ogni tanto cantavamo assieme. Canzoni allegre. Io la osservavo, mi perdevo volentieri nei suoi occhi azzurri come le acque del grande lago che avevamo intravisto sotto di noi. Uno specchio bluastro che pareva non finire mai, ingoiato da un orizzonte fatto di foschia. Il corpo della mamma mi appariva ancora più magro di quando eravamo partiti. Ma fino a che punto ci si può fidare della memoria di un bambino?

Era tutto il giorno che camminavamo. La mamma e mio padre procedevano alla testa di tutta quella gente che avanzava in silenzio. Eravamo tutti esausti. Anche se io avevo trascorso buona parte del tragitto comodamente seduto sulle spalle dello zio. Non capivo perché avevamo deciso di lasciare le montagne per dirigerci alla volta di altre montagne. Almeno questo era quello che mi era stato riferito. Quelle che stavamo abbandonando mi sembravano bellissime. Dove mai avremmo potuto trovarne di altrettanto incantevoli? E poi erano i monti di mia madre e dei nonni. I luoghi dove anche io ero nato pochi anni prima, talmente pochi che quando li contavo non riuscivo ad aprire completamente la mia mano. Mio zio mi sciorinava nomi di luoghi che per me non rivestivano alcun significato. Non so come facesse a conoscerli tutti quanti. Mi mettevo a ripeterli, divertito, ben consapevole di storpiarli. Lo zio rideva di gusto dei miei strafalcioni, e io facevo finta di arrabbiarmi. In fin dei conti si trattava solo di un gioco. Non capivo, però, perché gli altri fossero tutti così taciturni, così tristi. E perché non volessero smettere di camminare, nonostante fossero tutti stremati. Gli adulti, per il mio piccolo cervello, rimanevano un mistero insondabile.

Solo molti anni più tardi, mio zio si decise a rivelarmi tutta la verità. Ma quella volta mia mamma e mio padre non c’erano più, portati via da uomini cattivi. Eppure, nonostante il tempo trascorso, il sorriso di lei mi è rimasto impresso nella mente. Un sorriso che solo un angelo può donarti. Ed è un ricordo che continua a fare male. Un livido, un coltello ancora conficcato nel profondo del mio animo.

Il vescovo di Trento, chiuso nel suo castello, fra drappi preziosi e pietanze prelibate, aveva paura. Era spaventato da un gruppo di miserabili che non chiedeva altro che di vivere secondo gli insegnamenti di Cristo e, come gli apostoli, condividere quel poco che aveva. Gente che non ambiva ad altro che a strappare con immane fatica quel poco che l’aspra terra di montagna poteva offrire loro, ma con l’orgoglio di sentirsi figli dello stesso Dio che aveva sofferto sulla Croce. Si, quegli uomini si credevano uguali fra di loro e, forse era questo che terrorizzava l’alto prelato mentre si stringeva nei suoi abiti ricamati di argento e oro e decorati da pietre preziose. Possibile che avesse davvero pensato che della povera gente che si accontentava di quello che possedeva, volesse attentare al suo potere? E come avrebbe, fatto, anche se lo avesse voluto? Con quali armi avrebbe affrontato il suo esercito fatto di mercenari violenti e ben pagati? Sarebbe stata una follia. Che male potevano mai fargli? Forse, lui che era un uomo che avrebbe dovuto seguire le Scritture, aveva paura delle parole di persone come mio padre? Parole che denunciavano la corruzione della Chiesa e di un mondo che ancora si illudeva di poter convertire al bene seguendo semplicemente la parola del povero figlio di un falegname? E falegname egli stesso, secondo quanto riportano i Vangeli.

Quel mondo, invece, non poteva ascoltare la verità, non poteva accogliere l’appello a seguire le orme di Cristo. Soprattutto quelle di un Cristo povero e che prediligeva gli ultimi, i miserabili. Un uomo della Chiesa non avrebbe mai potuto farlo. Non sarebbe mai stato in grado di dialogare con chi contestava il suo potere. Quel potere che gli veniva direttamente da Dio. La disuguaglianza era voluta dal Creatore. Questa era una verità, per lui, talmente scontata che non riusciva a capire come quei pezzenti continuassero a non comprenderla. Perché non si limitassero a occupare il posto loro assegnato da Dio e a seguire, senza fare domande, gli insegnamenti di chi era delegato a farlo. Allora avviò la repressione. Con decisione e violenza. I roghi iniziarono ad ardere e le fiamme a riflettersi sinistramente sulle pendici rocciose di quelle montagne.

Come Francesco quasi un secolo prima, come i suoi seguaci più autentici destinati al macello dalla gerarchia e dal potere, mio padre e la sua gente non opposero resistenza. Almeno all’inizio. Come non l’aveva opposta il Signore, nella sua mitezza, ai suoi carnefici. La storia si ripete, sempre uguale a sé stessa, e il potere rimane sempre malvagio e pronto ad ucciderti. Senza eccezione alcuna.

Decisero invece di abbandonare il Trentino e di fuggire verso i luoghi dove mio padre era nato.

Il cammino fu terribile e durò settimane e settimane. Ricordo ancora la fame e la fatica di una colonna interminabile di uomini, donne, vecchi e bambini. Mi rammento di mia madre che rinunciava ad un boccone, spesso tutto quello che aveva, per dare da mangiare al suo bambino. La vedevo sempre più magra, sempre più stanca. Ma la sua bellezza non ne risentiva e la sua voce rimaneva dolcissima, forse più melodiosa di quando eravamo partiti. La voce di un angelo smarrito in questo mondo cattivo. Sentivo le preghiere, i canti che accompagnavano il cammino, come quello dei contadini o dei battellieri che se ne servono per ritmare il loro lavoro. Qualcuno accennava a processi in corso e a condanne al rogo.

Man mano che i giorni passavano sulle spalle dello zio, i nomi dei luoghi diventavano sempre più astrusi e difficili da ripetere. Fino a quando sentii parole come Gattinara, Serravalle, Valsesia. Allora compresi che eravamo arrivati.

 

 

È diventata rifugio di demoni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere di ogni uccello impuro,
carcere di ogni animale
immondo e detestabile

 

 

 

Giorno primo. Ora Sesta

 

Roberto, il monaco foresterario, si rivelò alquanto loquace mentre conduceva i suoi ospiti verso la chiesa. Il visitatore e il suo giovane compagno furono investiti da un fiume di parole sulla storia del monastero e sulla sua gloria passata e presente. Anselmo fu tentato più volte di zittirlo ma il senso di cortesia e l’educazione benedettina alla pazienza anche eroica lo costrinsero a trattenersi. Non doveva dimenticare che lì era un ospite, a prescindere dal riguardo che gli era dovuto. Nel suo rapporto, però, avrebbe evidenziato che in quel luogo la regola del silenzio non veniva osservata con il necessario rigore. Ovviamente, un foresterario o un portinaio ne erano esentati per necessità, considerate le loro mansioni di accoglienza, ma qui si arrivava alla mancanza di ogni ritegno. Benedetto, il santo fondatore dell’Ordine, lo aveva ribadito chiaramente nella sua Regola.

Dissi: veglierò sui miei passi per non peccare con la lingua: tenni a freno la mia bocca, ammutolii, mi umiliai e non parlai nemmeno di cose buone.

Ma così accadeva ormai un po’ dappertutto. Anche nei monasteri di più antica dignità. Un allentamento della disciplina che era un segno dei tempi. Come si spiegavano altrimenti tutti i tentativi di riforma dell’ordine che si erano succeduti senza mai raggiungere il loro scopo? Bisognava ammetterlo. Il fatto di vivere in una comunità non sempre bastava a compensare la debolezza umana dei singoli. E lui, nel suo peregrinare per conto del suo Ordine, poteva dire di aver visto di tutto. Nel bene e nel male.

Il monaco foresterario gli aveva riferito che l’abate era al momento occupato. Che lo pregava di perdonarlo e che gli faceva sapere che lo avrebbe incontrato volentieri subito dopo l’ora sesta, in modo da potergli dedicare tutto il tempo e l’attenzione che la sua posizione meritava. Gli venne anche chiesto se avesse avuto piacere a condividere con la comunità monastica la preghiera di quell’ora. Lui, naturalmente, aveva risposto che sì, avrebbe accettato ben volentieri. In realtà, si sentiva irritato. Quali impegni poteva mai avere il capo della comunità da non permettergli di accogliere subito, come meritava, un monaco visitatore la cui venuta, per giunta, era stata annunciata da tempo e richiesta espressamente dal capo della comunità? Fosse stato al suo posto, gli sarebbe venuto incontro senza alcun indugio e con gli elementi più in vista della comunità. Magari facendosi precedere dalla Croce. Ma preferì evitare qualsiasi commento.

Il monaco foresterario gli aveva chiesto se, mancando ancora un po’ di tempo all’ufficio dell’ora sesta, avesse avuto piacere nel visitare la grande chiesa conventuale. Anselmo, rassegnato, non poté far altro che ringraziarlo e accettare per l’offerta ostentando il più ipocrita dei suoi sorrisi. Una volta entrato, però, rimase fortemente impressionato dalla grandiosità della costruzione e dalla sua evidente antichità. Buona parte di quello utilizzato per costruire la chiesa, era materiale di recupero saccheggiato dagli edifici in rovina che circondavano il monastero. Lo si notava immediatamente dalle colonne, una diversa dall’altra, e dai blocchi di pietra utilizzati per le pareti che riportavano tracce di decorazioni, di fregi dei quali ormai sfuggiva il senso. I capitelli, invece, dovevano essere stati realizzati appositamente da abili artigiani ed erano di una esuberanza quale aveva già osservato in tante altre parti della Cristianità. Anche se all’interno di quell’edificio sacro, gli scalpellini avevano davvero superato sé stessi. Dimostrando una maestria che raramente aveva potuto riscontrare altrove.

Il monaco si fermò ad osservarli. Se doveva essere sincero, non aveva mai compreso il senso di tutta questa profusione di immagini poste talmente in alto da essere difficilmente apprezzabili in tutto il loro significato. La luce dei candelabri illuminava fogliami, rami di palma, tralci di vite da cui pendevano grappoli d’uva, fiori di loto, figure zoomorfe, effigi umane o di essere deformi. E poi giocolieri in pose contorte che facevano capolino fra leoni minacciosi, serpenti tentatori alle prese con i primi progenitori affinché cogliessero quel frutto sciaguratissimo. E ancora, aquile e scimmie, cavalieri armati, demoni digrignanti e sirene bifide, mentre poco più in là Giona veniva divorato dalla balena e Noè faceva capolino dall’arca che errava sulle acque del Diluvio. Lassù si addensava un intero universo desideroso, si sarebbe detto, di emulare le gesta degli antichi santi stiliti del deserto e che si innalzava sulle colonne a sorreggere gli archi e le capriate lignee, per dividere infine il grande ambiente di tre immense navate.

Una maestria incredibile, – bisognava ammetterlo – quella dimostrata dagli scultori che si moltiplicava nelle decorazioni del portale. Ma che diamine ci facevano lì le scimmie e i leoni? Che cosa mai dovevano rappresentare in quel luogo i centauri e i semiuomini? Perché qualcuno vi aveva voluto collocare le belve, i cavalieri armati, i cacciatori con i loro corni?

Anselmo era perplesso. Si vedevano sotto una sola testa molti corpi e, al contrario, in un solo corpo molte teste. Quasi che, come qualcuno aveva scritto, in un luogo di preghiera si preferisse leggere nei marmi piuttosto che nei libri contenenti la lode a Dio. L’Onnipotente aveva davvero necessità di tutto questo? O forse era solo lui che stava diventando bisbetico e lamentoso come una vecchia comare? Oltre che confermasi un ipocrita, visto che quelle stesse figure, se inserite in una pagina miniata, non gli davano il benché minimo fastidio. Anzi, ne rimaneva addirittura estasiato e non aveva difficoltà ad ammetterlo. Anselmo si strinse nelle spalle. Le immagini e le sculture servivano a chi non aveva la capacità e la fortuna di tuffarsi nei contenuti dei libri. Quelle figure, in fin dei conti, altro non erano che sbiaditi fantasmi, evocazioni dei segreti custoditi sulle superfici delle antiche pergamene. Niente altro che uno strumento a uso del volgo analfabeta. Ma che senso avevano, allora, all’interno di un monastero come quello nel quale si trovava, frequentato quasi esclusivamente da religiosi istruiti alle Sacre Scritture?

Roberto, il monaco foresterario, fece cenno ai suoi ospiti di seguirlo. Percorsero una ripida scala che si inabissava sotto il presbiterio e giunsero in un angusto ambiente a malapena rischiarato dalla luce tremolante delle candele. Gli occhi di Anselmo fecero fatica ad abituarsi a quella penombra. Le tozze colonne, a differenza della chiesa sopra di loro, non recavano traccia di decorazioni se non qualche croce stilizzata.

Da quelle mura promanava un senso di oppressione accentuato dalla mancanza d’aria. Gallerie ricolme di sarcofaghi, alcuni talmente antichi da risultare illeggibili, si irradiavano dal vano centrale, dalla pianta vagamente circolare. Cunicoli che terminavano nel buio con il loro deposito di santità e di morte. Sulla parete di fondo era appoggiato un modesto altare, dalle superfici appena abbozzate.

«Questo è il reliquiario che custodisce le ossa di Avogardo» fece il foresterario indicando l’urna che stava appoggiata sul ripiano di pietra grigia. La superficie dorata riverberava la scarsa luce, amplificandola, sublimandola con il riflesso delle pietre preziose incastonate. Anselmo si avvicinò per osservare meglio. Rubini, agate, lapislazzuli, topazi. Almeno così gli sembrava, ma non era certo un esperto in materia per poterlo affermare con certezza. E non gliene importava granché di esserlo, se doveva essere sincero. Nel mezzo vi era una scritta che, nella penombra, non riuscì a decifrare.

Si volse verso il foresterario. Non aveva mai sentito parlare di questo Avogardo che, per lui, rimaneva un nome perfettamente sconosciuto. Ma la devozione di cui era oggetto e la collocazione dei suoi resti nella cripta non potevano che avere una sola spiegazione: «Sant’Avogardo?» azzardò. «Il celebre fondatore di questo illustre monastero, se non erro…».

L’altro non poté nascondere un sorriso compiaciuto: «Proprio così».

«Perdonatemi, Roberto» replicò prontamente Anselmo «per la mia ignoranza. So per certo, avendone sentito parlare, che si trattava di un monaco di grande levatura umana e, ovviamente, spirituale». Stava mentendo come il peggiore degli ipocriti, ma sapeva di aver colpito nel segno solleticando la vanità del suo interlocutore. Non aveva idea di cosa lo aspettasse nei giorni seguenti e un personaggio fondamentale della comunità, come il foresterario, era meglio farselo amico.

«Avete perfettamente ragione» rispose l’altro gonfiando il petto. «Ma potrete apprendere molto di più consultando il volume con la Historia Avogardi custodito in biblioteca. Se lo desiderate e ne avrete il tempo, ovviamente. Sono sicuro che il monaco bibliotecario ne sarebbe onorato».

«Se ne avrò la possibilità, lo farò senz’altro».

«Quello che vi posso fornire» riprese il foresterario «è solo un breve riassunto. Avogardo visse molte generazioni prima dell’anno Mille. Tempi bui, violenti, come ben sapete. Anni nei quali pareva che il Demonio dominasse incontrastato sulla terra. Proveniente da una delle più nobili famiglie della regione, Avogardo aveva scelto di dedicare la sua esistenza a Dio, rinunciando alle false lusinghe del mondo e scegliendo la vita eremitica fatta di preghiera e di mortificazione.

«Non ne ero a conoscenza» commentò Anselmo, continuando a mentire.

«Ebbene», continuò l’altro «Dovete sapere che gli abitanti di questi luoghi, in quei tempi, anche per l’isolamento in cui erano costretti a vivere oltre che per la loro ignoranza e durezza di cuore, abbracciavano ancora gli antichi culti pagani e risiedevano in una città le cui origini risalirebbero a tempi talmente antichi da perdersi nella nebbia del mito. A nulla era servito il richiamo amorevole dei missionari che nei secoli si erano succeduti nella loro opera. O quello più minaccioso di re e imperatori sempre più lontani. Avete visto le rovine che circondano questo monastero?».

«Certamente. Impossibile non notarle» rispose Anselmo. «Sono davvero impressionanti, devo dire».

«Dite bene. Dovete sapere che questo luogo nell’antichità era un importante santuario dedicato a Groag, una delle più sanguinarie e blasfeme divinità dell’antichità. Credetemi: queste rovine sono maledette. Ancora oggi emanano tutta l’essenza malefica della quale sono impregnate. All’epoca di Avogardo, la popolazione, pur essendo stata costretta ad aderire formalmente al Cristianesimo, era di fatto completamente succube di questo luogo e della presenza maligna che l’abitava e che l’abita tuttora».

«Ne fate un quadro davvero inquietante» commentò Anselmo, fissandolo sconcertato.

«Credete? Provate ad affacciarvi dagli spalti, la notte, e mettetevi ad osservare le rovine della città morta. Vedrete che esse sono ancora infestate dai demoni che nulla, però, possono contro il santo luogo nel quale ci troviamo. Ho visto con i miei occhi, Dio mi è testimone, strane figure, dei fantasmi, che si aggiravano fra i resti degli antichi templi. Si narra siano le anime inquiete delle miriadi di vittime sacrificate a Groag o a Baal».

«Devo confessarvi che mi incuriosite. Vi prometto che farò come mi avete suggerito. Non è vero?» disse il visitatore rivolgendosi al suo compagno che, impressionato dal racconto, non aveva ancora aperto bocca.

«Ma torniamo a Avogardo» riprese il foresterario. «Dovete sapere che l’autorità ecclesiastica, alla quale erano giunte voci circa il persistere di culti blasfemi e satanici e non potendo più tollerare questa scandalosa situazione, riuscì a convincere un uomo di santi costumi, Avogardo per l’appunto, che da anni conduceva vita eremitica non molto lontano da qui, a lasciare il suo rifugio per dedicarsi all’opera di conversione. Cosa che egli prontamente fece, convinto che, con l’esempio dei religiosi che l’avrebbero abitato e con l’ausilio della preghiera, avrebbe finalmente fatto cessare il culto rivolto ai demoni e alle empie divinità pagane».

«E ci riuscì?».

L’altro si volse verso il reliquiario con un’espressione enigmatica. «Certamente, anche se ci volle del tempo e il braccio armato di quello che all’epoca era il signore di queste terre. Fu così che il popolo abbandonò finalmente il peccato e si convertì, ricominciando, finalmente, ad adorare e a servire l’unico Dio vivente».

«Il fine giustifica i mezzi» commentò Anselmo tanto per dire qualcosa.

«Purtroppo c’è dell’altro» continuò il foresterario. «Il demonio, seppur temporaneamente sconfitto, non si era mai arreso e aveva continuato a lavorare nei cuori ignoranti del popolo. Una notte, gli abitanti delle montagne, sobillati da alcuni di loro che contestavano la loro presunta condizione di servitù nei confronti dei religiosi, assalirono il monastero, con la complicità di alcuni loro compagni che prestavano servizio all’interno, e fecero strage dei religiosi. E le loro mani assassine non si fermarono nemmeno davanti alla figura inerme di Avogardo. Il quale affrontò il martirio pregando per i suoi assassini che, non contenti del sacrilegio che stavano compiendo, lo trafissero e lo fecero a pezzi. Che poi gettarono in pasto ai maiali come gesto di estremo disprezzo».

«Buon Dio!» esclamò Eusebio, inorridito.

«Già, davvero sconvolgente, mio giovane confratello» replicò il foresterario. «Ma, come puoi immaginare, la pazienza divina era stata fin troppo provata e la sua giusta vendetta non poteva che essere terribile. E si avverò quello che dice la Scrittura: Terribile è il volto del Signore sopra coloro che commettono il male; quando egli distrugge il peccato dalle fondamenta. Appena la notizia della morte di Avogardo si venne a sapere, il braccio secolare, con la benedizione del vescovo e di Dio, strinse d’assedio i ribelli che si erano asserragliati qui dentro convinti, per la loro posizione, di poter resistere agevolmente. Ma l’Altissimo non volle che così fosse. E dopo diversi mesi il covo dei seguaci del demonio venne finalmente espugnato. Tutti i ribelli furono massacrati, senza alcuna pietà, donne e bambini compresi. Coloro che sopravvissero ai combattimenti vennero bruciati e per settimane i roghi si poterono vedere, di notte, da molto lontano come se un secondo firmamento di stelle fosse sceso sulle pendici di questa montagna. La città, o meglio, la parte che rimaneva ancora in piedi, venne definitivamente rasa al suolo e divenne come ora la vedete. Venne allora stabilito che per l’eternità in questo luogo non vi si potesse più costruire niente e che le sue rovine rimanessero come monito per le generazioni che sarebbero venute».

«E il monastero?» chiese Anselmo.

«Con le pietre della città distrutta venne rafforzato e munito di mura tali da poter resistere a qualsiasi assalto del Male. Una scelta che venne benedetta da Dio con il ritrovamento del corpo di Avogardo, miracolosamente intatto e ricomposto. Che, morto da martire, venne immediatamente innalzato alla gloria degli altari».

Il provvidenziale rintocco di una campana salvò Anselmo dalla necessità di replicare.

Il monaco foresterario alzò lo sguardo verso le volte della cripta. «È l’ora sesta. Dobbiamo andare». Poi, rivolgendosi ai suoi ospiti: «Come vi ho già detto, se lo desiderate potete unirvi a noi nella preghiera. Troveremo senz’altro due posti liberi nel coro».

«E noi vi confermiamo che ciò per noi sarebbe un onore, vero Eusebio?» disse, indirizzandosi al suo compagno.

«Certamente, maestro» fu la scontata risposta.

Non ci fu bisogno di altre parole. Il gruppetto ripercorse le scale e si ritrovò nella gelida penombra della chiesa proprio mentre i monaci stavano facendo il loro ingresso in processione. Il foresterario e i suoi ospiti attesero che gli altri religiosi avessero occupato i loro posti prima di salire sul presbiterio. L’abate lì notò e abbozzò un inchino alla volta di Anselmo. Poi accennò qualcosa al foresterario che fece accomodare i due ospiti e si sistemò accanto a loro. Il visitatore non poté fare a meno di notare che i posti rimasti liberi, nonostante la loro presenza, non erano pochi. Indubbiamente, pensò, la comunità monastica doveva essere un tempo ben più consistente. Un po’ come accadeva ormai in tutti i monasteri benedettini che vedevano arrivare sempre meno postulanti ansiosi di abbracciare la Regola, attratti, invece, in sempre maggior numero dagli ordini mendicanti. Anselmo non riusciva a capire cosa mai ci trovassero di così irresistibile nel messaggio di francescani e domenicani. Non era sufficiente, forse, la storia ormai quasi millenaria che il suo ordine poteva vantare? Cosa poteva offrire di più una vita, quella dei nuovi arrivati, che si era allontanata, corrompendosi, dalla preghiera più pura e dalla disciplina inarrivabile della Regola di san Benedetto? La prova che i nuovi ordini fossero solo il riflesso, l’adattamento a un mondo di mercanti e di bottegai, di una saggezza molto più antica stava nel fatto che essi, nonostante i tanti proclami di diversità, avevano da tempo cominciato a riprendere gli usi antichi, diventando sempre più simili ai tradizionali ordini monastici. Nello stesso tempo, avevano ripudiato il loro spirito originario, quello di Francesco, impadronendosi delle leve dell’Inquisizione che era divenuta in breve tempo una loro esclusiva proprietà. Dimostrando così, al di là dei loro proclami d’amore, tutta la loro ipocrisia. Chi predicava l’amore universale era diventato, seppur con lo scopo dichiarato di difendere la fede, un dispensatore di dolore e di morte. Gesù non aveva forse profetizzato: «Li riconoscerete dai loro frutti»? Loro, i benedettini, invece, una cosa del genere non l’avrebbero mai fatta. E, in ogni caso non sentivano la necessità di uscire dai loro chiostri per vivere delle cose e degli affanni del mondo. Loro, da sempre, agivano in ogni istante della loro esistenza per la salvezza del mondo. E lo facevano tramite l’arma della preghiera, senza chiedere nulla in cambio.

O Dio, vieni a salvarmi

Il coro dei monaci aveva iniziato l’ufficio. Anselmo abbandonò le sue riflessioni. E come sempre, mentre le parole del salmista riecheggiavano sotto le alte volte di pietra, si sentì intimamente fuso in un tutt’uno con la preghiera dei suoi confratelli. Come si poteva non percepire la perfezione assoluta di una vita condotta in solitudine? Che bisogno c’era di condividere le miserie della vita di ogni giorno con chi non poteva nemmeno avere l’ardire di avvicinarsi alla perfezione della vita monastica? Come si poteva non apprezzare la profonda poesia dell’ideale benedettino? Era questo che aveva scelto molti anni prima, quando la sua esistenza aveva avuto una svolta provvidenziale. E non se ne era mai pentito. O quasi.

Deus, in adiutorium meum intende.

Domine, ad adiuvandum me festina.

Gloria Patri, et Filio, Et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in saecula saeculorum. Amen. Alleluia

La melodia dell’inno iniziale si disperdeva fra le colonne abitate da leoni, demoni e creature mostruose, sfiorava le sirene bifide, i serpenti e le impassibili figure dei patriarchi. E, rimbalzando fra le pietre delle navate, saliva pura verso il cielo, quasi a cercare, a invocare la presenza di Dio che in quel momento era più reale che mai. C’era bisogno d’altro?

 

 

 

Getta la falce e mieti,
ché giunto è il tempo di mietere

 

 

 

Finito l’ufficio di terza, l’abate ricevette il visitatore nella sala del capitolo che si apriva sulla porzione di chiostro accanto alla chiesa. Era un vasto ambiente diviso a metà da pesanti colonne di pietra grigia. Anch’esse – meditò – depredate fra le rovine della città che giacevano a pochi passi da lì. Gli scranni di legno scuro, in quel momento, risultavano vuoti. Le superfici dei muri erano completamente spoglie, se si faceva eccezione per il pesante Crocifisso appena rischiarato dalla scarsa luce che proveniva dalle due finestre posizionate accanto alla porta d’ingresso. All’infuori dei candelabri e del pesante leggio sul quale stava una copia aperta della Regola, non c’era nient’altro. L’ultima volta che aveva visitato un luogo del genere era rimasto infastidito nel trovare, appena accanto al seggio abbaziale, la frusta, il simbolo ormai datato dell’autorità del pastore della comunità.

Colpisci con la verga tuo figlio e libererai la sua anima dalla morte

Si era sempre chiesto se fosse davvero necessario procedere con le punizioni corporali durante il capitolo delle colpe di ogni giorno. Era indispensabile costringere il singolo monaco a spogliarsi di ogni dignità dinnanzi a tutta la comunità? Un tempo questa era la norma. Eppure san Benedetto, nella Regola, si era espresso chiaramente su come dovesse agire un abate:

Preferisca sempre la misericordia alla giustizia. Usi prudenza nel correggere, perché il troppo guasta, e mentre vuol levare la ruggine non rompa il vaso. Consideri sempre che anch’egli è fragile, e ricordi che “la canna incrinata non si deve rompere”.

Ma la pazienza, da quel che aveva avuto modo di constatare, non doveva costituire un tratto distintivo di tanti, troppi capi di comunità di religiosi. Evidentemente qui, al contrario, non si sentiva il bisogno di alcuno strumento del genere. La speranza era che la disciplina dei monaci sgorgasse spontaneamente dall’animo di ciascuno dei confratelli. In spirito di carità e senza bisogno di alcuna frusta. Una speranza, però, che sempre più difficilmente veniva soddisfatta. O, forse, era lui che, dopo così tante vicissitudini, non nutriva più una grande fiducia nei suoi confratelli?

L’abate, un uomo sui quarant’anni, forse qualcuno di più, di corporatura robusta e dalla barba sin troppo curata, gli venne incontro e gli diede il bacio della pace. «Siate il benvenuto, fratello Anselmo».

Era un tono di voce che aveva un che di mieloso, di artificioso. Ciò nonostante, il visitatore sfoderò il suo migliore sorriso e accennò un inchino: «Reverendo padre abate, è per me un onore visitare per la prima volta il vostro illustre monastero che di recente ha espresso il desiderio di far parte della nostra famiglia monastica. Una notizia che, devo confessarvi, abbiamo accolto con grande gioia».

Anselmo non poté non notare l’espressione strana, stralunata stampata sul volto del suo interlocutore. Appariva provato, i suoi lineamenti apparivano contratti, tesi. Ma quello che lo colpì fu il rossore dei suoi occhi. Sembrava che avesse appena pianto. Forse era davvero successo qualcosa che gli aveva impedito di incontrarlo subito, come sarebbe stato naturale. Qualcosa di grave. Non poteva che essere così.

«Ve ne sono grato» replicò l’altro. Spero con tutto il cuore che la vostra l’abbazia possa giovarsi del nostro umile contributo». Poi, dopo una pausa, riprese: «E che quello che riferirete riguardo la nostra comunità e la fede che la anima possa essere possa risultare gradito ai vostri superiori».

Anselmo non rispose. Di quel che avrebbe comunicato se ne sarebbe parlato al momento opportuno. Se sarebbe stato il caso di parlarne, ovviamente. Ma questo l’avrebbe deciso lui. Preferì cambiare argomento: «Mala tempora currunt. Viviamo tempi tristi, purtroppo. La concorrenza degli ordini mendicanti che propongono una vita religiosa che non comporta un’autentica fuga dalla vita di ogni giorno, ha fatto sì che negli ultimi decenni sia venuta meno l’attrazione nei confronti della genuina vita monastica, quella che ti spinge ad abbandonare il mondo per dedicarti esclusivamente alla preghiera».

L’abate accarezzò la ruvida superficie in pergamena della Regola. «Caro Anselmo, avete colpito nel segno, purtroppo. Non sono più i tempi di quando ambivamo a rinchiudere tutto il mondo nel chiostro. Almeno questa era la speranza dei nostri maestri di fronte a un mondo sempre più dominato da Satana e pronto ormai, ne erano convinti, ad accogliere l’Anticristo. Al giorno d’oggi, tutti i religiosi sono ormai talmente affaccendati nelle cose del secolo, nei traffici di ogni giorno, nelle esigenze della predicazione pubblica e dell’insegnamento che risulta sempre più arduo trovare il tempo per pregare Dio».

«Già» fece l’altro gettando uno sguardo al silenzioso crocifisso. «Occupati come sono a inseguire le sirene della vita quotidiana, troppi ormai hanno dimenticato che l’unica possibilità per elevarsi nella perfezione è quella di uscire dalla follia del mondo e dalle sue tentazioni. Come Cristo stesso ci ha chiesto, non scordiamolo».

«Verità che, se mi permettete, Anselmo, francescani e domenicani non hanno assolutamente compreso».

«Evidentemente hanno altre priorità, che da monaco benedettino quale sono non riesco né a comprendere né ad accettare».

L’abate girò alcune pagine del codice aperto sul leggio, degnandolo appena di uno sguardo. «Il problema è che il facile messaggio dei frati predicatori continua ad affascinare i giovani, tanto che il numero dei postulanti che bussano alle porte del nostro convento è drammaticamente calato. Esattamente come succede un po’ dappertutto nella grande famiglia benedettina. Intendiamoci, siamo tutti figli di una Madre comune e il nostro scopo è il medesimo. Ma, come accade in ogni famiglia, gli ultimi arrivati dovrebbero dimostrare maggior rispetto nei confronti dei propri fratelli maggiori e giovarsi della loro esperienza. Questo è… dovrebbe essere nell’ordine naturale delle cose».

«Per questo, reverendo padre abate, è più che mai necessario che noi uniamo le nostre forze. Per continuare a far sì che la Regola continui ad essere quel baluardo della fede voluto dai santi Padri, lo strumento fondamentale per riconquistare il mondo con la forza dell’esempio e della preghiera».

L’abate si voltò verso il visitatore. «Avete detto bene, Anselmo. Questo è esattamente il motivo per cui abbiamo stabilito di entrare nella grande famiglia di monasteri che voi rappresentate. Mai come in questo momento è necessario collaborare come un’unica entità per ricondurre il mondo a Dio. Il quale, un giorno, ci renderà conto del nostro operato».

«Non posso che concordare con voi, reverendo padre abate» commentò il visitatore, non molto convinto. «Ma, ditemi, quando l’avete deciso?».

«Se devo essere sincero, è stato un mio desiderio sin da quando sono divenuto, per quanto indegno, il pastore di questo antico luogo di preghiera».

«Questo vi fa onore» commentò Anselmo notando l’altro contenere a malapena un sorriso compiaciuto. C’era qualcosa che non lo convinceva. L’atteggiamento del padre della comunità non gli sembrava del tutto sincero. Aveva l’impressione che quell’uomo avvolto nel cupo abito benedettino che in quel momento gli stava davanti gli stesse nascondendo qualcosa. Qualcosa di essenziale, per giunta. Per quale motivo un personaggio così pieno di sé, tale gli era apparso, accettava di sottomettersi umilmente a un’autorità molto distante da lì? Cosa sperava di ottenere, in fin dei conti? Una migliore osservanza della vita monastica? Non gli sembrava il genere di persona che avesse questo come obiettivo fondamentale della sua esistenza. Forse erano solo preconcetti, e ne avrebbe dovuto chiedere perdono a Dio, ma non riusciva davvero a credere all’assoluta buona fede dell’uomo che aveva davanti. C’era qualcosa nel suo tono di voce che non lo convinceva. Qualcosa che suonava falso.

«L’occasione» continuò l’abate «si è presentata solo ora quando, in seguito alla morte del nostro vescovo, la sede episcopale risulta ormai vacante da quasi due anni. E al momento attuale non ci sono ancora giunte notizie riguardo la nomina di un nuovo presule. I rami della famiglia nobiliare, i conti *** che da sempre dicono la loro sull’elezione, sono in lotta fra di loro dopo la morte del loro capostipite. E la situazione di vuoto di autorità, fra violenze di ogni genere, pare destinata a durare a lungo senza poter giungere a un accordo fra i contendenti. Per fortuna, il nostro monastero non è stato finora toccato da tutte queste vicende».

Anselmo cominciò a capire dove potesse celarsi il vero interesse del caro abate. Più che preoccupazioni di ordine religioso, ciò che gli stava a cuore era il mantenimento del proprio potere. La sua nomina, evidentemente, non doveva essere stata gradita ad almeno una parte dei nobili signori di quella terra. Anche se, molto probabilmente, lui stesso proveniva da quel mondo. Il che, considerato il patrimonio che era stato chiamato ad amministrare, non era affatto da escludere. Sarebbe stato interessante approfondire le circostanze e le modalità del suo ingresso in monastero e della sua nomina ad abate. Ma la prassi era cosa ben diversa dalle intenzioni originarie di san Benedetto. In ogni caso, visto che nessuno si era ancora fatto avanti per scalzarlo dal seggio abbaziale poteva indicare che qualche appoggio, tutto sommato, ce lo doveva ben avere. Ma non si poteva mai sapere… E poi, fatte le dovute valutazioni, era pur sempre meglio un potere da priore, con un abate che risiedeva lontano, che trovarsi improvvisamente destituito o peggio. Per lui, dal punto di vista materiale, non sarebbe cambiato poi molto. E poi, da che mondo e mondo, ci si può sempre accordare. «Ovviamente», riprese il visitatore, «avete preso in considerazione che l’adesione al nostro ordine, vi avrebbe tolto da qualsiasi vincolo di obbedienza che non fosse quello dovuto al pontefice. Il quale, in questo periodo, oltre a essere lontano, ha i propri problemi».

«Certamente» rispose l’altro. «Ma a noi interessa anzitutto togliere il monastero dalle grinfie dei potentati locali. Abbiamo già avuto in passato qualche brutta esperienza in questo senso. Lo sapete benissimo come funzionano queste cose. E vogliamo muoverci fino a quando ne abbiamo la possibilità. Come le ripeto, Anselmo, il momento è favorevole e chi può attentare all’osservanza delle Regola di san Benedetto si troverà quanto meno di fronte a una situazione di fatto molto diversa e, per lui, molto più complicata da affrontare».

Anselmo continuava a non essere molto convinto della sincerità di quelle parole. Non poteva togliersi dalla mente che quei potentati cui l’abate faceva riferimento, altri non erano, in definitiva, che quelli in competizione con il suo casato e i suoi alleati. Indubbiamente era prevenuto, e di questo avrebbe dovuto chiedere perdono a Dio, ma era convinto più che mai della fondatezza delle sue intuizioni. «Questo può essere vero», si limitò a commentare, «ma solo fino a un certo punto. Lo sapete che, una volta eletto, il nuovo vescovo cercherà in tutti i modi di riprendere possesso dei beni della vostra comunità, attraverso il diritto di nomina dell’abate. E magari anche a ragione, vantando pur sempre dei diritti consolidati, delle consuetudini o altro».

«Me ne rendo perfettamente conto, ma so anche di poter contare sull’aiuto vostro e di quell’ordine  che rappresentate. Ordine che, anche di recente, ha saputo far valere le sue prerogative in casi non molto dissimili da questo».

Finalmente tutte le carte, o quasi, erano sul tavolo – commentò Anselmo fra di sé. «Avete ragione», replicò. «In certe cose ci dimostriamo più che mai dei milites Christi, dei soldati di Cristo. E siamo tenaci come solo i benedettini sanno essere. Ma non è sempre facile spuntarla. E ottenere un diritto di esenzione. Sia come sia, avete fatto una scelta coraggiosa che vi fa onore, devo dire. Ma ditemi, ci sono state delle resistenze fra i monaci riguardo la vostra scelta? Parlatene liberamente, reverendo padre abate. La cosa rimarrà fra me e voi».

«Assolutamente no. La decisione è stata presa dopo aver ascoltato la comunità riunita in capitolo, come esige la Regola. I miei confratelli erano stanchi delle ingerenze e dell’avidità dei parenti dell’ultimo vescovo nella vita del monastero».

«Una situazione che capita spesso, purtroppo. Soprattutto quando il monastero è ricco. Ora, però, potete farmi un quadro della comunità della quale avete la responsabilità?».

L’altro allargò le braccia. «Cosa posso dirvi? Il peso che mi grava sulle spalle, credetemi, è davvero duro da sopportare. Molte volte mi chiedo perché Iddio ha voluto caricarmi di un tale fardello. So che un giorno, per di più, dovrò renderne ragione. E che di tutti i confratelli che ho sotto la mia cura, di altrettante anime, oltre ben inteso la mia, dovrò risponderne al Signore. E questo, credetemi, mi spaventa».

«Vi comprendo perfettamente» commentò l’altro, non molto convinto da quella che suonava come una frase di circostanza.

«Non è semplice, Anselmo. Molte volte mi sento inadeguato, indegno del ruolo che ricopro. Eppure, pur con un pastore così immeritevole, la comunità di questo luogo negli ultimi tempi non ha mai dimostrato alcun tentennamento, nessun venir meno rispetto allo spirito e all’osservanza integrale della Regola. Ve lo posso garantire con tutto me stesso».

L’abate sembrava perfettamente persuaso di quello che sosteneva. Forse, – pensò Anselmo – aveva sbagliato nel giudicarlo e quell’uomo era solo un illuso, un monaco di buona famiglia che preferiva credere che il suo orticello fosse il più ordinato e florido del mondo. Di un mondo del quale non aveva avuto occasione di conoscere tutta la malvagità. E che amava il potere. Magari era sinceramente convinto che i suoi interessi combaciassero con il bene della sua comunità. Ma lui, dopo anni ed anni di esperienza, sapeva benissimo come andavano le cose. Gli uomini, anche se infilati dentro un abito benedettino, non cessavano per questo di rimanere tali, con tutte le loro miserie e i loro drammi. E avrebbe scommesso che anche lì, come in qualsiasi altro luogo, le cose non erano poi così rosee come il suo interlocutore stava dipingendo. «Vi credo, reverendo padre abate» rispose, trattenendosi dal fare qualsiasi commento. «Ditemi, però, una cosa. Nonostante il vostro zelo, ci sono stati dei problemi, delle situazioni che volete segnalarmi? Tutti gli uomini, compresi i monaci, hanno le loro debolezze, i loro momenti di difficoltà nella via verso la perfezione, che si possono superare con lo spirito di carità dei confratelli e con la preghiera. Prima, mentre ero seduto nel coro, ho potuto apprezzare il senso di unità della comunità. Qualcosa però c’è sempre…».

Anselmo aveva scandito con calcolata lentezza le ultime parole, puntando gli occhi addosso al suo interlocutore. E aveva lasciato la frase in sospeso, come a pretendere una risposta. Non poté non notare l’evidente imbarazzo dell’abate. Un silenzio pesante, un attimo solo prima di replicare ma che rappresentava un segnale inequivocabile: «No, niente di rilevante da segnalare riguardo la normale vita monastica. Nulla che non sia stato possibile gestire, assieme a tutta la comunità, nel capitolo delle colpe».

Ci aveva visto giusto. Era certo che quella persona che gli stava davanti gli stesse nascondendo qualcosa. Qualcosa di importante e che, forse, non poteva rivelargli.

«Ne siete certo?» incalzò.

L’abate si irrigidì: «Assolutamente, ve l’ho già detto. Ma ne riparleremo meglio dopo che avrete potuto parlare con i monaci e verificare di persona».

L’altro si strinse nelle spalle. Era inutile insistere. Sarebbe tornato alla carica in un secondo momento. «Reverendo padre, ho quindi il vostro permesso di interrogare i vostri confratelli?».

«Fratello Anselmo, potete parlare con chi volete ed andare dove meglio vi aggrada, senza alcuna limitazione. Io stesso chiederò a tutti i monaci la loro massima collaborazione nei vostri confronti in modo che abbiate un quadro il più preciso possibile della nostra comunità. Per Dio! Non sia mai detto che il nostro monastero non si apra completamente a quella che auspica stia per diventare la casa madre del proprio ordine».

«Vi ringrazio per la vostra disponibilità» rispose il visitatore. «Il vostro atteggiamento vi fa onore e non mancherò di farlo presente ai miei superiori».

Erano parole di circostanza. E anche l’altro doveva averlo recepite come tali. Il suo sorriso appariva artificioso, sforzato. Ebbe, tuttavia, l’impressione che l’abate avesse evitato di guardarlo negli occhi. Non poteva che essere così. Gli stava davvero nascondendo qualcosa.

«Con la vostra benedizione, reverendo padre, per prima cosa vorrei incontrare il mio giovane confratello che qualche mese fa il nostro monastero ha inviato come copista presso di voi per replicare un codice che mancava nella nostra biblioteca e che il vostro, invece, possiede».

«Ah già, Gregorio. Lo troverete nello scriptorium, come sempre. Nonostante la giovane età, si è già distinto per la capacità di scrittura. Un copista appassionato e che, nonostante il suo notevole impegno, non è mai arrivato in ritardo in coro. Siete davvero fortunato ad avere confratelli del genere».

«Lo so» rispose Anselmo. Poi fece un profondo inchino e se ne uscì senza aggiungere altro.

 

[Continua….]


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