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Ecco perché morirai – Anteprima

 

Claudio Aita
ECCO PERCHÉ MORIRAI
(Lunghezza del testo completo: 77.295 parole, 477.952 caratteri)

 

 

Mia sarà la vendetta e il castigo
quando vacillerà il loro piede!
Sì, vicino è il giorno della loro rovina
e il loro destino si affretta a venire
(Deuteronomio 32, 35)

 

 

 

Primo giorno. Dopo l’ora nona

 

Intendete tutto questo, o voi dimentichi di Dio,
perché non vi sbrani senza che ci sia chi possa salvarvi
(Salmi 49, 22)

 

«Per l’amor del cielo, togliti di lì!».

«Cosa?».

«Scappa, presto!».

Il giovane monaco non fece in tempo a rendersi conto cosa stesse succedendo che, con il fragore di mille tuoni, una nuvola biancastra lo investì assieme alla massa gigantesca dell’albero con il suo carico di secoli.

«Gregorio! Gregorio!» urlò Anselmo saltando giù dalla sua cavalcatura e precipitandosi alla volta del suo compagno di viaggio. «Stai bene?».

Nessuna replica. «Gregorio, rispondimi, per amor di Dio!».

Si percepì un mugolio: «Maestro…».

«Aspettami! Arrivo!» fece l’altro cercando di farsi strada nel groviglio di rami contorti.

«Sono rimasto con le gambe incastrate sotto il mio asino. Accidenti! Non riesco a muovermi!».

Anselmo riuscì a raggiungere il suo compagno a fatica, graffiandosi e strappandosi l’abito. «Come ti senti?».

«Non lo so. Penso di non avere niente di rotto. Riesco a muovere le dita dei piedi e, quindi, non si dovrebbe trattare di niente di serio».

«Bene, è già qualcosa» commentò l’altro. Poi, cercò di afferrare il suo compagno sotto le ascelle: «Cerca di fare forza, mentre io provo a tirare».

«Va bene, maestro».

«Spingi con tutte le tue forze, adesso!» urlò l’altro.

«Lo sto già facendo, per Dio!».

Dopo diversi tentativi infruttuosi, Anselmo si arrese. «No, Gregorio. Così non ce la faremo mai. E non si decide a smettere di nevicare. Bisogna che trovi qualcosa con cui fare leva per alzare il tronco. Torno subito. Non ti muovere!».

«Dove volete che vada, così conciato?».

Anselmo esplorò i dintorni. Per fortuna, il peso della neve aveva spezzato molti rami che ora giacevano per terra. Non dovette faticare molto per trovarne uno che gli parve sufficientemente robusto e che cercò di ripulire dalle fronde.

«Eccomi!» esclamò ritornando. «Ora proverò ad alzare il tronco che è cascato sopra il tuo asino. Cerca di spingere con tutte le tue forze. D’accordo?».

«D’accordo».

Il monaco infilò il ramo sotto l’albero e avvicinò una grossa pietra che si trovava lì vicino in modo da far leva. «Bene, proviamo. E preghiamo Iddio che funzioni».

Anselmo fece appello a tutte le sue energie, ma era uno sforzo quasi sovrumano. «Gregorio, per l’amor di Dio!».

«Maestro, sto già facendo il possibile!».

«Non basta, maledizione! Insisti!».

Tutta la fatica, la tensione dei muscoli, il cuore che sembrava scoppiare, quel maledetto tronco non ne voleva sapere di alzarsi. Il povero animale, evidentemente in preda al dolore, si era messo a ragliare disperato.

«Maestro, riesco a muovermi!».

«Dài, che non ce la faccio più!».

«Non è semplice».

«Questo è un dettaglio. Aspetta, Gregorio. Devo fermarmi un attimo a riprendere fiato».

Ci vollero diversi tentativi e innumerevoli imprecazioni, ma alla fine il giovane monaco riuscì a liberarsi dalla stretta.

«Dio sia lodato!» esclamò, mentre Anselmo si metteva a sedere accanto a lui, esausto.

«Fammi vedere» chiese tastandogli le gambe. «No, non mi pare ci sia niente di rotto, a parte qualche contusione e qualche graffio. Ringrazia il tuo asino. Ti ha salvato la vita».

Il giovane monaco provò ad alzarsi e, seppur a fatica per il dolore, riuscì a muovere qualche passo.

«Poteva andare peggio» esclamò l’altro. «Hai visto quant’era grosso il tronco di questo stramaledetto albero?».

«Certo. Qualche santo ci deve aver protetto».

«Può darsi. Ma ai ringraziamenti penseremo più tardi. Ora andiamo a dare un’occhiata alla tua povera cavalcatura».

Anselmo si avvicinò al povero animale che giaceva per terra schiacciato dal peso della pianta. Respirava a fatica, immettendo nell’aria gelida nuvole di vapore affannoso. Lo osservò con attenzione, ma i suoi peggiori timori parevano trovare conferma. Un ramo caduto perpendicolarmente gli si era conficcato in un fianco penetrando in profondità nelle carni. Troppo, per riuscire a estrarlo. Quando il monaco lo toccò, l’asino si mise a lamentarsi rumorosamente. «Stai zitto, stupido animale! Vuoi che ci sentano?».

«Maestro, cosa c’è?» fece Gregorio, avvicinandosi.

L’altro tentennò il capo: «Per lui la strada finisce qui. Ha una gamba spezzata e qualcos’altro di molto più grave, temo».

«Un bel guaio!» replicò il giovane monaco, accarezzando il viso dell’animale.

«Già. Non rimane che una cosa da fare, in questi casi. Allontanati, Gregorio. È meglio».

«Non vorrete…?».

Anselmo non rispose. Andò a cercare la sua sacca sul cavallo e ne trasse il coltello. Poi, dopo aver  fatto arretrare il suo compagno di qualche altro passo, ritornò all’asino. Mentre si tirava su le maniche, non poté evitare di incrociare il suo sguardo implorante. Sembrava consapevole di quello che sarebbe successo. «Perdonami!» gli sussurrò, mentre affondava la lama a un lato della gola cercando di tagliarla tutta in un unico movimento. È il sistema migliore per far morire più velocemente un animale, così gli aveva insegnato un macellaio ebreo, il modo per farlo soffrire il meno possibile, in ossequio alla sua religione. Ma lui non vi era abituato e la lama, indubbiamente non abbastanza ben affilata, gli si incastrò. Riconobbe in tutto il suo dramma il grido di un animale sgozzato, quel suono che esce da ogni anfratto del corpo mentre la vita ti abbandona. Quello stesso, moltiplicato per migliaia che risuona nei campi di battaglia. Il sangue schizzò fuori con forza inondando le mani di Anselmo che imprecò. L’animale, alla fine, dopo un lasso di tempo che sembrava non avesse mai fine, smise di urlare. Il suo corpo sussultò alcune volte. Poi, finalmente si rilassò, mentre il liquido caldo e fumante che fuoriusciva dalla gola lacerata con sempre minore forza scioglieva la neve e la tingeva di scuro. Il monaco cercò di pulirsi in qualche modo.

«Ora siamo in un bel guaio» esclamò rivolto a Gregorio. «In due su un solo cavallo. E con questo tempo che non accenna a migliorare».

Poi, fissandolo negli occhi: «Te la senti di montare su?».

«Certamente maestro, stringerò i denti».

«Bene. Allora, muoviamoci. Non perdiamo altro tempo».

Sistemati alla meno peggio sul dorso della loro cavalcatura, i due ripresero il viaggio. Anselmo lanciò uno sguardo  dietro di sé, nel luogo dove il grosso albero spezzato ingombrava buona parte della strada. Per un istante gli sembrò che due occhi rossi lo fissassero da dietro gli arbusti. Occhi ferini. Si stava lasciando suggestionare, era evidente. Il che non era da lui. Anche se era facile intuire che l’odore della morte doveva essere già stato percepito da creature i cui sensi erano stati resi più acuti dalla fame.

I due avanzarono per parecchio tempo senza dire niente. La tormenta era ripresa ancora più violenta di prima.

«Questa bufera di neve non ci voleva, per Dio. Non ci voleva proprio!» urlò Anselmo al suo giovane compagno. «E nemmeno quell’albero del diavolo!».

«Signore Iddio! Non si vede a un palmo dal naso» gli fece eco l’altro, tenendo il capo chino per difendersi dal vento.  «Per giunta, sta per calare il buio».

Non ci fu risposta. I rami degli alberi di quella foresta infinita e minacciosa si agitavano nel disperato tentativo di resistere alla violenza della tempesta. Come braccia di fantasmi inquieti. Il sibilo del vento copriva ogni voce e fiocchi sempre più gelidi e consistenti sferzavano la faccia, portando con sé suoni irreali strappati chissà dove. A nulla serviva stringersi nel ruvido abito benedettino di lana grezza. Il rumore degli zoccoli era quasi impercettibile, divorato dal candido tappeto che copriva ogni cosa, simile a un manto funebre.

«Maestro,» riprese il giovane monaco, «come fate ad orientarvi con un tempo del genere? In queste condizioni è impossibile trovare qualsiasi traccia di sentiero. Non sarebbe forse il caso di cercare un rifugio prima che cali il buio? E riprendere il cammino domani mattina quando, forse, avrà smesso di nevicare? Anche il cavallo dev’essere allo stremo e rischia di scivolare e di rompersi una zampa. Se trovassimo riparo in un anfratto fra le rocce, magari potremmo accendere un fuoco per scaldarci…».

«Mio caro Gregorio», rispose Anselmo con un tono irritato, «dove pensi si possa trovare un rifugio in mezzo a questi alberi? E con cosa diavolo pensi di riuscire ad accendere un fuoco? Se non lo avessi notato, qui attorno tutto è completamente fradicio».

«E se ci attaccassero i lupi, maestro, come faremo a difenderci? Da quel che so, queste montagne ne sono infestate».

«Non li nominare, maledizione!» ribatté l’altro, irritato.

«Ma, maestro…».

«Il nostro vero problema, piuttosto, è che rischiamo di morire congelati. E lo saremo sicuramente se ci fermiamo qui, nel bel mezzo della foresta. Con questo tempo, anche gli animali feroci hanno difficoltà ad uscire dalle loro tane. Pensa piuttosto a pregare il Signore affinché ci assista».

«Lo farò, maestro, e cercherò di resistere al freddo. Ma siete davvero sicuro che questa sia la strada giusta?».

Anselmo stette un po’ in silenzio, immerso nei suoi pensieri. Poi replicò: «La mia colpa è di averti portato con me. Anche se nessuno avrebbe potuto prevedere una simile tormenta. A memoria d’uomo non si è mai visto nevicare su queste montagne così in anticipo e con tale violenza».

«Maestro, non intendevo…».

«Zitto!» lo interruppe l’altro e si mise guardarsi attorno riparandosi gli occhi con la mano. «Mmmhh».

Gregorio lo guardò sconcertato: «Maestro, cosa succede?».

L’altro rimaneva in silenzio. La sua attenzione era completamente occupata in altre direzioni.

«Abbiamo perso la strada?» chiese l’altro, con tono preoccupato.

Anselmo indicò una grezza croce di pietra, semisepolta dalla neve.

«Che cosa indica?» domandò l’altro.

«Gregorio, siamo ormai arrivati al passo, se ricordo bene. Un’ora o poco più e dovremmo raggiungere il primo villaggio. Se non troviamo altri impedimenti, ovviamente. E se non fa troppo buio».

«Se non troviamo impedimenti» ripeté il giovane benedettino, senza mettere particolare convinzione nel tono di voce.

«E non nominare i lupi! Pensiamo piuttosto a far correre questo cavallo che è una delle migliori bestie del nostro monastero. E che il nostro padre abate, Dio gliene renda merito, ha preteso che prendessi. Non abbiamo molto tempo a disposizione con il buio che sta calando. Anche se con il peso di due persone, non possiamo pretendere troppo da questo povero animale».

Il giovane monaco si strinse ancor di più nel suo mantello, ma il tremito si era ormai impossessato del suo corpo. Un turbinio di ghiaccio si insinuava in ogni piega degli abiti e sembrava voler farsi strada fin nelle ossa. Ogni tanto si batteva per eliminare lo strato di neve che si era appiccicato ai vestiti, ma le mani che tenevano le redini erano ormai divenute insensibili. «Maestro, perdonatemi, ma non riesco più a sopportare tutto questo freddo!».

Si sentì lo schianto di rami che si spezzavano per il troppo peso. Anselmo prese una fiasca dalla bisaccia e la porse al suo compagno: «Bevi!».

«Che cos’è?».

«Non ti preoccupare. Bevine un sorso senza fare domande».

Gregorio obbedì. Sentì la gola bruciargli e una vampata di calore che saliva e si diffondeva nelle sue vene.

«Ora non esagerare!» gli disse Anselmo, riprendendosi il contenitore e bevendone a sua volta. «Ti farà bene. È uno dei vanti dei farmacisti del nostro monastero».

«Buono. Mi sento meglio».

«Che non diventi un’abitudine però. Intesi?».

«Certamente, maestro. Voglio onorare l’abito che porto».

Anselmo, a sua volta, ne bevve una lunga sorsata. Si trattenne dal ribattere. Cosa intendeva dire questo giovane? Forse che lui, in qualità di monaco, non doveva portarsi appresso quella borraccia? Ma rimase in silenzio. Un daino attraversò il loro cammino. Quando si avvide della presenza di loro due, si affrettò a sparire, ingoiato dalla macchia.

«Perdonatemi, maestro, come si chiama il monastero al quale siamo diretti? Me l’avete detto ma non me lo ricordo».

«San Benedetto a Mels. Un monastero antichissimo, fondato molti secoli fa da un nobile longobardo che volle abbandonare il mondo per dedicarsi completamente a Dio e alla preghiera».

«E cosa ci andiamo a fare?».

«Sei diventato tutto ad un tratto così curioso, mio caro Gregorio?» chiese Anselmo ridacchiando.

«Perdonatemi maestro, non volevo apparire indiscreto».

«Non ti preoccupare. Non c’è nessuno segreto. Il mio ordine ha deciso di inviarmi presso l’abate di quel monastero per cercare di risolvere alcuni problemi di giurisdizione. Una missione della quale avrei fatto, credimi, volentieri a meno. Ma quale dev’essere la principale virtù di un benedettino secondo la Regola del nostro santo fondatore?».

«L’obbedienza, ovviamente».

«Bravissimo! E io, per spirito di obbedienza, sto cercando di raggiungere quello stramaledetto monastero per discutere di questioni che non mi interessano per niente».

«Maestro…».

«Perdonami, caro Gregorio. Queste parole non avrei dovuto pronunciarle, lo so. Soprattutto in ossequio a quello spirito di obbedienza che ho appena nominato. Ma qual’era l’intendimento originario della Regola, secondo te? Forse che san Benedetto si è interessato di giurisdizioni, confini, competenze? O, piuttosto, ha cercato di far sì che i suoi monaci staccassero le loro radici da un mondo fatto di egoismo, violenza e avidità? Cos’è veramente importante? Gli unici documenti, le uniche carte che dovrebbero interessare un monaco dovrebbero essere quelle dei salteri e degli altri libri dell’ufficio divino. Siamo diventati religiosi per salvare le nostre anime, non per salvaguardare il diritto di possesso su qualche appezzamento di terreno».

«Da questo punto di vista, non posso che darvi ragione, maestro».

«Lasciamo stare. Queste non sono cose che fanno onore all’abito che porto. Ma i miei voti prevederebbero l’obbedienza senza indugio, obedientia sine mora, come recita la Regola. E io non ti sto impartendo certo un bell’insegnamento. Quindi, smettiamola di perdere tempo con le chiacchiere. La bufera di neve sta calando di intensità, grazie a Dio, e ormai è praticamente notte. Se non sproniamo la nostra povera cavalcatura, non solo non arriveremo mai al monastero di San Benedetto a Mels, ma non raggiungeremo nemmeno il prossimo borgo. In due su un cavallo, non possiamo nemmeno pretendere miracoli da questa povera bestia».

«Avete detto che mancava un’ora?».

«Non riesco a orientarmi, ma non dovremmo essere molto distanti. Sicuramente meno di un’ora, ormai. Sono passati tanti anni dall’ultima volta che sono passato da queste parti».

«Dio lo voglia!».

«Perché non dovrebbe? Preghiamolo e non ci abbandonerà».

Si sentì un ululato lontano. «Maestro…».

«Lascia stare i lupi! Pensiamo piuttosto a muoverci che dovrebbe mancare poco. E prega! È già l’ora dei vespri, in fin dei conti. Per un monaco l’ufficio divino viene prima di tutto».

O Dio, volgiti in mio aiuto; Signore, affrettati a soccorrermi…

 

 

Non so chi tu sia, ma i miei cento occhi ti hanno osservato mentre procedevi verso il luogo che ho maledetto per l’eternità. In compagnia di un giovane. Perché ti confondi con gli assassini che ho marchiato come fece l’Angelo sterminatore? Cento bocche fameliche ti hanno seguito, ti hanno sfiorato senza essere viste, nascoste nelle tenebre che avanzavano inesorabili. Sarebbe bastato un mio cenno, uno solo. Ma sarebbe stato facile. Troppo facile per poter saziare la mia sete di sangue. Una sofferenza eccessivamente breve per espiare l’immensità del male commesso. Il mio odio non si può accontentare di attimi ed è inestinguibile. E la misura sarà settanta volte sette il dolore versato.

 

 

 

Primo giorno. Dopo i vespri

 

In mezzo a leoni devo riposare
che cercano di divorare i figli degli uomini,
i cui denti sono lancia e dardi,
la cui lingua è spada affilata
(Salmi 56, 5)

 

I due monaci avevano percorso l’ultimo tratto di strada consumandosi gli occhi per riuscire a vedere qualcosa nella tormenta. Per fortuna, o per intervento divino, in quel momento stava nevicando con minore intensità e, forse, di lì a poco avrebbe smesso. Erano stremati. Il candore del paesaggio diffondeva ormai la debole luminescenza originata dalla luna piena celata oltre il sottile diaframma delle nubi. Anche il vento, quel vento che li aveva duramente provati fino a poco prima, quasi mosso finalmente a pietà, era caduto. Il cielo stesso sembrava essersi alzato per lasciare spazio a un’aria più limpida.

Gregorio non riuscì a trattenere un urlo di gioia quando intravide il profilo scuro delle case di un borgo.

«Pare proprio che, tutto sommato, la strada fosse quella giusta» esclamò Anselmo con un sorriso ironico che non sfuggì al suo compagno.

«Avete ragione» replicò l’altro, con tono sommesso. «Non avrei mai dovuto dubitarlo».

«Va bene, mio caro e irriverente compagno. Accetto il tuo pentimento, per quanto tardivo. Ma ora muoviamoci. Finalmente potremo starcene un po’ al calduccio. E domani, Dio permettendo, verificheremo se la strada che ci dovrebbe condurre alla nostra destinazione è ancora percorribile».

I due proseguirono in silenzio fino a quando raggiunsero il gruppo di case in pietra circondato dalle rovine di un’antica cerchia muraria che un tempo, a giudicare dai resti, doveva essere stata imponente. Proseguirono lentamente fino al grande spiazzo centrale dove spiccava una grande vera di pozzo. Anselmo si guardò in giro sconcertato. C’era qualcosa che non tornava.

«Dove sono finiti tutti quanti?» chiese Gregorio. «Il sole è appena tramontato e già non c’è più anima viva. Non è che questo paese è stato colpito da una pestilenza e ora ci troviamo in pericolo di contagio?».

Anselmo non rispondeva, limitandosi a osservare quel deserto lattiginoso. In effetti, all’apparenza, non vi era alcun segno di attività umana. Tutte le abitazioni erano buie, ma, ciò nonostante, aveva la netta sensazione che dalle finestre qualcuno li stesse osservando.

«Buon Dio!» esclamò alla fine. «Ci sarà pure una taverna in questo posto dimenticato dal Signore!».

«E se davvero non ci fosse più nessuno?».

«Gregorio, non dire stupidaggini. Se, invece di guardarti in giro, facessi più attenzione a quello che c’è sotto di te, ti accorgeresti della grande quantità di orme di uomini e di animali domestici impresse nella neve. Non è facile distinguerle con questo buio, ma sono impronte talmente recenti da non essere state ricoperte dagli ultimi fiochi. No, caro compagno, questo villaggio pullula di vita».

«Ma allora perché non si vede nessuno? Per quale motivo si nascondono? Perché non proviamo a bussare a una porta?».

Anselmo non replicò e si limitò a procedere guardando attorno a sé. Poi, indicando qualcosa con la mano: «Guarda lì. Quella è l’insegna di una taverna. E, all’interno, mi pare di intravedere un lume».

«Dio lo volesse!» esclamò Gregorio. «Non ce la faccio più!».

I due compagni scesero da cavallo. La porta era, tuttavia, sbarrata con grande disappunto di Anselmo. Che Gregorio, con quella storia della pestilenza, ci avesse visto giusto? Bussò con forza. Una volta, due, tre.

«Chi è?» rispose finalmente una voce cavernosa dall’interno. Dopo un tempo che sembrava rasentare l’eternità, si percepì il rumore di qualcosa di pesante che veniva smosso e che scorreva sulla superficie del legno. Una testa tonda con appiccicata una folta barba rossastra che avrebbe dovuto compensare un cranio deserto, fece capolino da dietro l’uscio.

«Cosa volete?» chiese bruscamente la testa, squadrandoli con fare sospettoso.

«Siamo due monaci che sono stati sorpresi dalla bufera di neve. Avremmo bisogno di un riparo per la notte e di qualcosa da mettere sotto i denti. Siamo digiuni dall’alba. E avremmo necessità anche di un alloggio per il nostro cavallo che è stremato».

L’uomo li osservò senza dire niente.

«Potete farci entrare?» incalzò Anselmo, sentendo che i nervi gli stavano per saltare a causa della stanchezza accumulata. «Questa è una taverna, o no?» fece, indicando l’insegna.

«Entrate!» disse l’uomo spalancando finalmente la porta. «Al vostro cavallo ci penso io fra un momento. Ho una piccola stalla qui dietro. Legatelo, per intanto, a uno di quei ferri alla parete».

«Siamo disposti a dividere la stanza con gli altri ospiti, se ce ne fosse bisogno».

«Non ci sono altri ospiti» replicò seccamente il taverniere.

«E come mai?».

L’altro si strinse nelle spalle: «Io mi faccio i fatti miei».

«Senz’altro godrete di una lunga vita» commentò beffardamente Anselmo, scambiando un’occhiata con il suo compagno.

Il taverniere fece finta di non averlo sentito. «Sedetevi a quel tavolo. Dirò a mia moglie di portarvi un po’ di zuppa calda, se ce n’è avanzata».

«Ve ne saremmo grati. Ma, scusatemi se ve lo chiedo, dove sono tutti gli abitanti del borgo? Entrando, non abbiamo trovato anima mia. C’è qualche epidemia in corso, per caso?».

«No, tranquillizzatevi, reverendo padre, niente di tutto questo. Il fatto è che da queste parti la gente preferisce non uscire di casa dopo una certa ora».

«Perché? Di cosa hanno paura?».

Il taverniere si avvicinò abbassando il volume della sua voce. «Volete un consiglio? Domani mattina, appena si fa giorno, andatevene via. Abbandonate questo luogo senza perdere tempo».

«Perdonatemi, Ma cos’è che dobbiamo temere?».

«Nulla, se ve ne andate subito. Ma ho già parlato troppo. Come vi ho detto…».

«Ho capito. Voi vi fate i fatti vostri».

«Proprio così» grugnì l’oste. Dopo di che si allontanò per sparire dietro una porta che portava probabilmente alla cucina. Anselmo e Gregorio si guardarono negli occhi, stupefatti. Erano le uniche presenze in quella taverna che normalmente doveva risuonare delle voci degli ubriachi e dei giocatori d’azzardo. In quel momento, invece, vi regnava un silenzio innaturale.

«Un campione di simpatia il nostro taverniere, vero?».

«Potete ben dirlo, maestro» rispose Gregorio. Ma posso farvi una domanda?».

«Dimmi».

«Perdonatemi, ma non ci capisco niente. Voi che idea vi siete fatto di questa situazione?».

«Beh, indubbiamente c’è qualcosa in grado di terrorizzare gli abitanti di questo ridente borgo. E non ne parlano volentieri con gli estranei».

«Cosa può essere?».

«Ah, caro mio compagno, ora mi stai chiedendo troppo. Non sono certo un indovino».

«E noi, cosa facciamo?».

«Semplice. Accogliamo il consiglio del nostro amabile ospite. Domani mattina ce ne andremo alla volta del monastero di San Benedetto a Mels dove siamo attesi. Ci premureremo di informarli di quello che succede qui, se a qualcuno interessa, ovviamente, e se è una questione di loro competenza. Magari, possono avvertire chi di dovere. In fin dei conti, chissà cosa può partorire la mentalità superstiziosa di questi montanari. Fossi io al posto di chi ha la giurisdizione su questo felice luogo, una verifica la farei».

«Se lo dite voi, maestro… Ma non sarei così sicuro circa la nostra partenza».

«Perché dici questo?».

Gregorio indicò la finestra. «Osservate. Ha ricominciato a nevicare fittamente. E quei fiocchi così grossi…».

Anselmo si limitò a sospirare, trattenendo a stento un’imprecazione. Poi si volse verso il suo compagno: «La tua gamba, piuttosto, come va? Vuoi che ti faccia vedere da qualcuno?».

«No, maestro, non ce n’è bisogno. È vero, mi fa male ancora e ho diversi lividi. Ma tranquillizzatevi. Posso camminare senza particolari problemi. Anche se zoppico un po’».

L’anziano monaco gli dette una pacca sulla spalla. La zuppa si dimostrò migliore del previsto. E anche il vino, a discapito dell’ubicazione certamente non ottimale del villaggio, era buono e non particolarmente annacquato. Con grande sorpresa di Gregorio, Anselmo svuotò l’intera caraffa in breve tempo.

«Cosa c’è, Gregorio?» fece l’altro, guardandolo di traverso. «Non hai mai visto un monaco sorseggiare un po’ di vino?».

«Certo, ovviamente, ma non intendevo…».

«Che vita è quella di chi è privato del vino? Esso fu creato dall’inizio per rallegrare. È gioia del cuore e allegrezza dell’animo il vino bevuto a tempo giusto… Ti dice niente questo brano?».

«Veramente, maestro, no».

«Siracide, mio giovane amico. Parole che non potrai contestare visto che sono ispirate da Dio».

«Non mi permetterei mai».

«Il vino, per gli uomini, equivale a vita, ma solo se lo bevi in giusta misura. Sempre Siracide».

«E quale sarebbe la giusta misura, maestro?».

«Sto cercando ancora di scoprirlo, caro Gregorio» fece l’altro pulendosi la bocca con il dorso della mano. «Ma confido che, un giorno o l’altro il mio impegno verrà premiato» fece, ridacchiando.

Quando l’oste si avvicinò, Anselmo gli chiese: «Sapete dove possiamo trovare qualcuno che ci possa vendere un asino?».

«In paese molti ne hanno uno, ma temo sia poco probabile che se ne vogliano separare. Potete però provare con il prete, giù alla pieve. Essendo anche voi un religioso, magari…».

«Farò senz’altro così. Vi ringrazio del consiglio».

Dopo aver mangiato, il taverniere accompagnò i due nella loro stanza al piano superiore. Un ambiente non ampio ma che, in tempi normali, avrebbe sicuramente accolto diverse persone, con quella promiscuità tipica delle locande situate lungo le strade. Ora, invece, c’erano solo loro due. Non vi era alcuna fonte di calore e il freddo era pungente pur al riparo di quelle mura. Dopo aver recitato l’ufficio di Compieta, i due monaci si gettarono sui loro giacigli e si strinsero nelle coperte. Gregorio, sfinito, si addormentò di colpo, mettendosi in poco tempo a russare. Anselmo lo osservò con invidia. Lui, al contrario, non riusciva a prendere sonno, nonostante fosse fisicamente a pezzi e ogni osso del suo corpo gli rammentasse le infinite ore passata a dorso di cavallo. La flebile luminescenza che filtrava dalle imposte di legno disegnava arabeschi sulle superfici spoglie delle pareti. Da qualche parte si sentiva raschiare, il rumore che poteva essere quello prodotto da qualche topo. E pregava il Signore che nel pagliericcio non ci fossero parassiti.

Aveva imparato a fidarsi delle sue sensazioni, di quei demoni che s’infiltravano nelle pieghe del suo cervello e che, come tarli, scavavano senza sosta. No, c’era qualcosa che non andava in quel posto. Un’impressione, soltanto. Ma che non riusciva a scacciare dalla sua mente. Verificò che il suo coltello fosse a portata di mano. Aveva sentito raccontare di tanti episodi di tavernieri che si divertivano a sgozzare i loro ospiti durante il sonno per rapinarli. Due monaci non erano certo delle prede ambite per la loro ricchezza. Ma non si poteva mai dire. In fin dei conti erano arrivati con un magnifico cavallo. Non gli era certo sfuggito lo sguardo di ammirazione che il gestore della locanda aveva lanciato alla volta dell’animale. Ma lui, Anselmo, a suo tempo ben avvezzo alle armi, avrebbe difeso la sua pelle e quella del suo giovane compagno di viaggio. Qualsiasi malintenzionato avrebbe ricevuto pane per i suoi denti.

Dopo un po’, si alzò e, cercando di non far rumore, scostò le imposte quel tanto che bastava a non far entrare il vento gelido della notte. Le nuvole si stavano diradando un’altra volta e la luna faceva capolino illuminando un mondo irreale e uniformemente bianco. Il monaco tirò un sospiro di sollievo. Meno male. Avrebbe smesso di nevicare. Da quello spiraglio riusciva a intravedere una distesa infinita di neve che, da sotto l’edificio dove si trovava, saliva lentamente a lambire una foresta che pareva non avere fine e che si inerpicava ancora più su, fino a un crinale posto a una distanza incommensurabile. Ce l’avrebbero fatta a raggiungere il passo il giorno successivo? La loro meta era situata dall’altra parte della montagna, a un paio di giorni di cammino, ma lo spessore della neve doveva essere davvero molto consistente a giudicare dalla porzione del tronco sommerso degli alberi più vicini. Di certo non sarebbe stato facile muoversi. Anselmo avvertì il rumore di qualcosa che si muoveva. Forse un cinghiale o qualche altro animale alla ricerca del cibo gettato via dagli abitanti del villaggio. Del quale, gli venne in mente, non sapeva nemmeno il nome. Lontano, si udì un ululato. E, sotto di lui, lo scalpiccio appena percepibile di passi che fuggivano, divorati da quell’inferno di neve e ghiaccio. Pochi attimi soltanto, per cedere poi il passo a un silenzio sepolcrale. E allo svolgersi dei suoi pensieri, più cupi che mai.

 

 

 

Secondo giorno. Ora prima

 

Poiché ecco: i malvagi stanno per tendere l’arco;
hanno messo la loro freccia sulla corda
per colpire nel buio i retti di cuore.
(Salmi 10, 2)

 

Alla luce del mattino, visto dal basso il piccolo borgo dava l’impressione di una certa imponenza. Le costruzioni in legno, nonostante il luogo fosse circondato da fitte foreste, non erano poi molte. Nelle superfici delle abitazioni dominava invece la pietra, probabilmente ricavata da quella, immediatamente disponibile, delle mura cittadine che un tempo dovevano risultare un baluardo formidabile, contornate da una possente torre a ognuno dei due ingressi. Ora, invece, solo cumuli di detriti si susseguivano a costituire una specie di terrapieno continuo che si poteva superare senza particolare difficoltà tramite alcuni varchi. Sicuramente il risultato – meditò Anselmo – di una delle tante demolizioni seguite alle lotte fratricide che avevano contrassegnato e ancora contraddistinguevano la vita tormentata di queste terre. Mura, comunque, solide e ben costruite ed edifici, spesso a due o tre piani, destinati a superare indenni la violenza delle intemperie e la crudezza degli inverni. Frutto senz’altro della perizia degli abitanti di queste valli che spesso, per guadagnarsi il pane, si impiegavano come muratori in luoghi anche molto distanti dal loro paese di origine. Il campanile a vela di una piccola chiesa si stagliava nettamente sul candore dello sfondo. Non ricordava, però, di aver sentito alcun suono di campane. Il che era strano. Probabilmente, l’edificio sacro veniva usata di rado a tutto vantaggio della pieve che era ubicata fuori dell’abitato. A meno di non ipotizzare che qualche vescovo avesse lanciato il suo interdetto su questo borgo. Ma di quali orribili colpe potevano essersi macchiati i suoi abitanti? Avrebbe verificato appena possibile. Ma la cosa, doveva ammetterlo, lo incuriosiva. Certo che da queste mura trasudava un’aria sinistra, un’atmosfera “sbagliata” avrebbe detto, anche se non riusciva a capire perché quell’espressione gli venisse così spontanea.

La neve era caduta abbondante e, se ne rendeva benissimo conto, sarebbe risultato molto difficile riprendere il cammino in quelle condizioni. Come aveva suggerito il taverniere, quella mattina aprendo le braccia, sarebbe stato necessario aspettare ancora un po’ per vedere se il vento, come faceva sempre in questo periodo, si fosse tramutato in scirocco innalzando la temperatura. In tal caso, ci sarebbe stato il problema della pioggia, ma la strada, nonostante il fango, si sarebbe probabilmente potuta transitare. Anche se solo per un po’ di tempo e con non poca difficoltà.

Seppure a fatica, i due monaci stavano cercando di raggiungere la pieve posta a un miglio circa dal borgo, in una posizione elevata, al di là di un avvallamento. La città di Dio contrapposta alla città degli uomini, si sarebbe detto. La neve era ancoraimmacolata se si faceva eccezione per le tracce lasciate dal passaggio di alcuni animali, e i due procedevano sprofondando ogni tanto fino al ginocchio, all’improvviso. «Ce la fai a camminare, Gregorio? Ti avevo detto di rimanere in paese, ma tu hai insistito ad accompagnarmi, nonostante le tue condizioni».

«Non preoccupatevi per me, maestro. Vengo dalla scuola benedettina e sono abituato a superare le difficoltà del corpo. E poi…».

«E poi?».

«Non potevo certo lasciarvi andare da solo, maestro!».

Anselmo si fece una bella risata e dette una pacca sulla spalla al suo giovane compagno. In lui osservava, come in un specchio, quella caparbietà che un tempo gli era appartenuta. Molto tempo fa, prima che la sua esistenza fosse scossa fin dalle fondamenta.

Cercò di cacciarsi dalla mente i brutti pensieri con il loro fardello di tristezza. Faceva freddo. Un freddo pungente che si era impossessato del suo corpo e che pareva non volesse andarsene più via. Il fumo del loro respiro saliva quasi a voler raggiungere un cielo lattiginoso che incombeva minaccioso con il suo carico di gelo. Avrebbe ricominciato a nevicare?

Ci volle molto più del previsto per coprire il tratto di cammino che separava il borgo dalla pieve, una chiesa sicuramente carica secoli, edificata con una pietra grigia che appariva ben diversa da quella giallastra e meno levigata che componeva gli edifici del villaggio. Mura che sapevano di antico, che risuonavano ancora delle voci dei primi missionari giunti in queste lande desolate. Un pesante campanile incombeva sull’edificio sacro dalle linee, tutto sommato, essenziali, se si faceva eccezione per due colonne istoriate che decoravano il portale. Rilievi con raffigurazioni tozze, la mano sicuramente di qualche scalpellino locale che non si era mai formato in qualche bottega di città. Anselmo si avvicinò per osservare meglio. Le colonne erano sorrette da due figure accovacciate che, a causa dall’opera degli elementi atmosferici, risultavano ormai illeggibili. Potevano benissimo essere dei leoni, come capitava di vedere all’ingresso di tante altre chiese. Ma non poteva escludere che si trattasse di qualche altro animale. Un cane o un grifone, ad esempio. Chi poteva affermarlo con certezza? Ma un leone posto lì sarebbe stato più logico. Il guardiano della soglia, il simbolo della forza. Oltre che della resurrezione di Nostro Signore. Non era vero, come dicevano Plutarco, sant’Ilario e sant’Agostino, che quest’animale dormiva con gli occhi aperti? E che i suoi cuccioli nascevano morti, come annotava Isidoro di Siviglia, e il padre infondeva loro la vita soffiandogli nella gola?

Le due colonne terminavano con dei semplici fogliami. Su una di esse si notava la rappresentazione stilizzata di una sirena con due code, il simbolo della lussuria. Strano, pensò Anselmo, che questa creatura marina si trovasse spesso rappresentata in chiese di montagna, scolpita da maestranze che il mare, probabilmente, non lo avevano mai potuto vedere in vita loro. Sull’altra la figura consunta ed essenziale di un serpente. Figure tentatrici entrambe, ma cosa ci facevano all’ingresso della casa di Dio? Non se ne afferrava il senso. Il monaco si avvicinò per studiare il portale che, invece, era riccamente decorato. Sull’architrave stava la figura di Cristo in procinto di giudicare i vivi e i morti, con il libro nella mano e i suoi piedi appoggiati sul quadrato che simboleggiava il mondo. Una raffigurazione, tutto sommato abbastanza approssimativa ma in linea con le altre rappresentazioni di questo tipo. Con le anime degli esseri umani ormai indissolubilmente unite con i relativi corpi, che venivano contese fra gli angeli e i demoni. Ma la cosa più sconcertante era che questi ultimi erano molto più numerosi dei primi. E le loro prede ben più numericamente consistenti. Sembrava quasi che il Regno dei Cieli rivestisse, tutto sommato, una parte molto più marginale nella narrazione rispetto alla descrizione dell’inferno. Si aveva, anzi, la percezione che fosse proprio questo il vero fulcro del racconto scolpito in quell’antica pietra. Forse che la salvezza era riservata a pochi? Che i fedeli che superavano questa soglia capissero di aver ben poche possibilità di non essere condannati per l’eternità? Eppure i demoni erano decisamente più realistici, pur nelle loro mostruose fattezze, come se l’anonimo scultore avesse avuto la possibilità di vederli da vicino. O si trovasse più a suo agio nel ritrarre le creature degli abissi rispetto agli angeli e alla figura stessa di Nostro Signore.

Anselmo se n’era rimasto in silenzio, emettendo solo qualche mugugno di tanto in tanto. Poi fece un cenno a Gregorio e i due entrarono nella penombra della pieve. L’interno appariva spoglio, essenziale, ridotto a pura superficie. Un tozzo fonte battesimale di pietra, con qualche decorazione appena accennata, se ne stava lì silenzioso, accanto all’ingresso, unica presenza assieme a un’icona sul fondo e ad alcuni affreschi con raffigurazioni di santi: Giovanni Battista ricoperto di una semplice pelle, gli evangelisti, un altro personaggio con la palma del martirio ma che non riusciva ad identificare. Un’iconostasi di pietra grigia, decorata con degli intrecci e dei tralci di vite, divideva in due il non vasto ambiente nel quale, in quel momento, non c’era nessuno oltre a loro due. Si misero a passeggiare lungo le navate divise da colonne scure fino a salire i pochi gradini che portavano al presbiterio e all’abside che incombeva su di un altare dalle linee essenziali. Faceva freddo e le poche candele accese, con la loro fiamma tremolante, facevano fatica a rischiarare l’ambiente. Se Dio è luce, come afferma l’Apocalisse, – pensò il monaco – dove si trovava in quel momento? Ma si pentì subito di un’affermazione che poteva suonare blasfema se non, addirittura, rasentare l’eresia.

Dopo un po’, i due benedettini uscirono e aggirarono un gruppo di edifici che era addossato al lato meridionale della chiesa. Qui trovarono un ragazzo che era intento ad accatastare della legna tagliata. Appena li vide, il giovane si affrettò a stringere a sé il cane che gli stava accanto, accarezzandolo come per proteggerlo e rassicurarlo. O, piuttosto, per trattenerlo, non si capiva bene. L’animale digrignava i denti in direzione dei nuovi venuti, piegando le orecchie all’indietro.

Anselmo si fermò a una certa distanza, studiando attentamente il giovane. Sarebbe potuto essere un bel giovane, i lunghi capelli chiari, un fisico ben proporzionato, né esile né eccessivamente robusto. Un bel ragazzo, se la sua postura e l’espressione del viso non avessero avuto un che di animalesco. La peluria del viso, ancora non uniformemente diffusa, tradiva una pubertà già inoltrata ma ancora acerba. Il monaco fu colpito soprattutto dal suo sguardo, intenso e che non avrebbe saputo esattamente come definire. Uno sguardo frammisto di paura e di aggressività che le sopracciglia, tese nel loro piegarsi, non riuscivano ad attenuare.

«Non avere paura» sussurrò Anselmo, avvicinandosi con cautela. «Non vogliamo farti del male». Ciò nonostante, il cane ringhiò ancor di più, mettendosi ad abbaiare contro di loro.

«Non può parlare» fece una voce alle loro spalle. I due monaci si voltarono di scatto verso la figura di un prete, ferma pochi passi dietro a loro.

«Non so cosa gli sia successo,» continuò il sacerdote, «ma quando l’ho trovato una sera, vicino alla chiesa, era lacero e affamato. E molto spaventato. Ho provato a lungo a rintracciare i suoi genitori o qualche suo parente, ma senza riuscirci. Temo che non abbia più nessuno al mondo. L’ho battezzato Giovanni in onore del santo protettore della nostra pieve. Il Battista».

Detto questo, il prete si avviò verso il giovane e gli passò una mano fra i capelli. I suoi lineamenti parvero distendersi. «Non devi aver paura Giovanni. Sono dei monaci, degli uomini di Chiesa come me. Capito? Non sono venuti qui per farci del male».

«L’avete trovato qui, alla pieve, avete detto?» domandò Anselmo.

Il prete sorrise: «Proprio così. Ma è più esatto dire che è stato lui a trovare me. Non è vero, Giovanni? E da allora è rimasto in questa casa di Dio. Mi aiuta nelle occupazioni di ogni giorno e in chiesa. C’è sempre molto da lavorare, qui. Soprattutto da quando è morto il mio sacrestano, qualche anno fa».

«Ma lasciamolo proseguire il suo lavoro» continuò. «A cosa devo la vostra visita?».

Anselmo gli spiegò chi erano e perché si trovavano lì.

«In effetti, vi hanno informato bene. Vi posso fornire un asino, una bella bestia, credetemi. Potrete venire a prenderlo quando partirete. Temo però che sicuramente non potrete farlo né oggi né domani».

«Perché?».

«Avete mai percorso quella strada, Anselmo?» fece il prete indicando la montagna.

«Una volta sola. Molto tempo fa, assieme a un gruppo di altri monaci».

«Vi ricordate quanto sale la strada prima di raggiungere il passo?».

«Molto vagamente. Mi ricordo che c’è un bel tratto in salita».

«Ebbene, la quantità di neve che vedete qui attorno non è niente rispetto a quella che è sicuramente caduta lassù. Impensabile percorrerlo in questo momento, anche a cavallo. Troppo rischioso. Tuttavia, dato che è ancora abbastanza presto per l’inverno, nelle prossime settimane dovrebbe sciogliersi».

«Questo me l’hanno già detto in paese».

«È successa la medesima cosa l’anno scorso e abbiamo avuto il passo libero per un altro mese e mezzo».

«Speriamo che avvenga lo stesso anche questa volta».

«Abbiate fede. Sarà sicuramente così. Volete entrare in casa mia, piuttosto, a riscaldarvi un po’? Con questo freddo sarete congelati».

«Non chiediamo altro. Vero, Gregorio?».

I due monaci si accomodarono su una panca accanto al camino. Il fuoco ardeva allegro, divorando due grossi ciocchi di legno. Gregorio si avvicinò per godere di quel tepore, fregandosi ripetutamente le mani.

«Toglietemi una curiosità» iniziò Anselmo dopo un po’, quando anche il prete si fu sistemato su uno sgabello di fronte a loro. «Non ho potuto fare a meno di notare la cinta muraria in rovina del borgo. Come mai non è stata ricostruita? Si tratta di un luogo così tranquillo, questo, da non temere niente da parte di nessuno? O c’è dell’altro?».

«Ah, le mura…» fece il prete.  «Roba vecchia, ormai. Una vicenda risale a molti decenni fa. Non mi ricordo nemmeno quanti. Lo sapete come vanno queste cose, qui come altrove. Le comunità che approfittano dei periodi di guerra e di torbidi, della debolezza del feudatario impegnato altrove, per ottenere di fatto maggiore autonomia. Molte volte il gioco riesce e l’antico padrone ha difficoltà a ristabilire pienamente i suoi diritti. Spesso, si arriva a un compromesso».

«Ma qui, evidentemente, qualcosa non deve essere andato per il verso giusto».

«Avete ragione, almeno per questo piccolo borgo, come potete constatare di persona. Dopo un periodo di relativa libertà, come vi ho detto, il signore di queste terre è tornato deciso a far valere con la forza le sue prerogative. Gli abitanti, dopo un drammatico assedio, hanno dovuto capitolare. E si è stabilito che in eterno le mura, simbolo di autonomia e di ribellione contro il suo dominio voluto da Dio, non potessero essere più ricostruite. Altrove, per lo stesso motivo, sono state cancellate per sempre intere città. Possiamo dire che a questa gente è andata, tutto sommato, abbastanza bene. Anche se molti ci hanno rimesso la pelle, sciaguratamente».

«“In eterno” è un bell’impegno…».

«Beh, diciamo che il suo potere, del signor conte intendo, in tutti questi anni non è stato più messo in discussione. Bisogna prendere atto che è stato lungimirante, e ha fatto sì che i doveri nei suoi confronti venissero ridotti rispetto al passato. In pratica, i contadini e gli abitanti del borgo sono diventati quasi degli affittuari. E il signore attuale si è dimostrato molto meno esoso rispetto ai suoi predecessori. Anche perché è perfettamente consapevole che sono le città, ormai, la vera minaccia nei suoi confronti. E poi le miniere, che per secoli avevano rappresentato la vera ricchezza di questo posto, sono esaurite da tempo. Subito dopo la distruzione della mura, per intenderci. Un segno evidente della collera divina, se posso permettermi. Questo, mio caro Anselmo, è un luogo isolato. La sussistenza viene garantita da quel poco che la natura impervia del luogo è in grado di fornire. Un po’ di grano che anche a questa quota si riesce a coltivare. Qualche altro cereale grossolano. Oltre a castagne, noci, insomma i frutti del bosco e della montagna. E, soprattutto, l’allevamento dei maiali che vengono fatti pascolare nei boschi assieme a qualche pecora. Le ghiande da queste parti, come potete notare, non mancano di certo».

«Immagino…».

Il prete seguitò: «Il conte si accontenta, ormai, di ricevere una certa quantità di legname ogni anno, oltre che di maiali, pecore, miele, candele di cera e altri prodotti della terra. Gli abitanti, inoltre, sono obbligati a mantenere in buone condizioni la strada che conduce fino al passo. Per il resto ha rinunciato da tempo anche alla tassa sul macinato e al diritto di pascolo in cambio di quel tanto che basta per il mantenimento di una piccola guarnigione di uomini armati».

Anselmo annuì, allungando le mani verso il fuoco. Dopo il freddo patito negli ultimi giorni, si sentiva rinascere.

«Il borgo», continuò il pievano, «è anche luogo di sosta obbligato per chi si trova a transitare per quella stessa strada che voi stavate percorrendo. Anche se il traffico dei viaggiatori, ormai, prende altre vie da quando il fondovalle ha smesso di essere un’unica grande palude».

«Non è molto, a essere sinceri, per vivere dignitosamente».

«Già. I poveri abitanti rimasti sono ormai costretti a emigrare per lunghi periodi per fare i muratori e impiegano le loro figlie come serve presso le ricche famiglie della città».

«Capisco. Mi sembrava, infatti, di non aver visto molte donne in giro» rispose Anselmo, lisciandosi la barba. «Insomma, c’è un signore che vanta ancora diritti feudali su questo luogo. Quindi…» e lasciò la frase in sospeso.

«So quello che state per insinuare, Anselmo» replicò prontamente il prete.

«Credetemi, non intendevo…».

«Non preoccupatevi. La risposta è affermativa. Su questa pieve esiste un diritto di patronato che viene tuttora esercitato. Ed è stato lo stesso signor conte a nominarmi pievano, come è sua prerogativa. State certo, però, che non ho sborsato alcuna somma di denaro per questo. Vi posso garantire che questo posto selvaggio non è quella che si può definire una sistemazione ambita e la sua rendita non è sufficiente per mantenere adeguatamente un sacerdote».

«Posso capirlo perfettamente».

«Caro Anselmo, io sono un semplice figlio di contadini che, praticamente da sempre, hanno lavorato fedelmente per il loro signore. Mio padre, quando era in vita, pace all’anima sua, ha fortemente desiderato un figlio sacerdote e una figlia monaca. E in questo è stato pienamente accontentato. Quando sono venuto a conoscenza del fatto che questo posto si era reso disponibile per la morte del mio predecessore, mi sono proposto».

«Era vostro diritto, tutto sommato».

«Che ci crediate o no, il conte si è sempre preoccupato affinché la cura d’anime fosse affidata a mani capaci e non, come capita sovente, a qualche religioso che percepisce le decime e si limita a delegare gli uffici divini per un tozzo di pane a un cappellano ignorante, capace a malapena di farfugliare un Pater Noster stentato o poco più».

«Questo gli fa sicuramente onore».

«Il conte mi conosceva bene. È stato lui a farmi istruire adeguatamente a sue spese quando gli ho espresso il desiderio di farmi prete. Un uomo timorato di Dio, credetemi. E che, a differenza di tanti altri nobili che se ne lavano le mani, dimostra invece grande attenzione per la cura d’anime degli abitanti delle sue terre».

«E avete deciso di farvi mandare qui? Sembrerebbe quasi che abbiate voluto abbandonare il luogo dove sono vissuti i vostri padri».

Il pievano esitò: «Diciamo così, se vi aggrada. Però, se me lo concedete, preferirei non parlarne. C’è stato un motivo preciso, comunque, il frutto di un percorso spiritale e personale che è stato molto sofferto. Sono ricordi dolorosi, vi prego di scusarmi».

«Nessun problema. Potete però soddisfare la mia curiosità riguardo un altro argomento».

«Ditemi pure, Anselmo».

«Cosa sta succedendo nel villaggio? Mi è parso che gli abitanti abbiano tutti paura di qualcosa e non vogliano farlo sapere in giro».

Il prete si fece scuro in volto. Si alzò e si mise a camminare per la stanza. Schiuse leggermente la porta per dare un’occhiata al ragazzo che aveva ripreso il suo lavoro.

«Perdonatemi, ma, come avete potuto notare, Giovanni è una creatura così fragile».

«Lo abbiamo capito, vero Gregorio?» disse il monaco, rivolgendosi al suo compagno.

«Ed è così impressionabile. Avete visto con i vostri occhi come ha reagito, nel solo vedervi. Non vorrei che, ascoltandoli, interpretasse male i nostri discorsi».

«Fate bene a proteggerlo. Fossi in voi, agirei nello stesso modo. Non avete bisogno di scusarvi».

«Sapevo che avreste capito, Anselmo, e ve ne ringrazio. Tornando a noi, come saprete, la gente di queste parti è di animo semplice e, di conseguenza, per sua stessa natura tende alla superstizione. Sono luoghi, questi, posti fuori dal mondo. La parola di Dio è giunta quassù da ormai molti secoli, ma gli antichi dei pagani, le antiche credenze hanno faticato molto a scomparire per lasciare il posto alla verità rivelata. E, detto fra noi, non mi meraviglierebbe se qualcuno ancora, nel segreto, rendesse loro omaggio. Le antiche usanze sono sopravvissute, in qualche maniera, anche se coperte sotto un velo di cristianità. Sotto sotto gli abitanti sono ancora convinti della presenza tangibile degli spiriti degli alberi e delle fonti, oltre che di altre creature misteriose che abiterebbero nel folto della foresta e nelle profondità delle miniere. Divinità che è meglio tenersi amiche. Non si sa mai, non so se rendo l’idea».

«Perfettamente. Questo non succede solo qui, purtroppo».

«Già. Figuratevi che accade che essi si rivolgano a me, solo per fare un esempio, affinché faccia qualcosa contro le tempeste o la siccità».

«E voi vi prestate a questo?».

Il prete allargò le braccia. «Che devo fare? Meglio bruciare un po’ di olivo benedetto invocando la benedizione di qualche santo o della Vergine, piuttosto che farli andare da qualche fattucchiera, o peggio. Così, almeno, una preghiera al vero Dio la recitano in ogni caso. Spero comprenderete».

«Probabilmente, avete ragione. D’altronde il vostro ragionamento è in sintonia con il pensiero della Chiesa. Un po’ di prudenza non guasta mai. Meglio fingere di assecondarli, continuando a tenerli in qualche maniera legati alla chiesa che perderli per sempre. Ci sono cose peggiori di alcuni riti esteriori. Ma, perdonatemi, non mi avete ancora risposto. Di cosa ha paura questa gente? Di qualche brigante che si è installato in questi posti, oppure della presenza di un fantasma? O che altro?».

«Non è facile spiegare…».

«Provateci».

«D’accordo» fece il prete avvicinandosi. «Diciamo che ci sono stati dei ritrovamenti di cadaveri».

Anselmo spalancò gli occhi. «Cadaveri? Di chi, se mi è lecito chiederlo? Mi incuriosite».

«Di abitanti del luogo».

«E quando è successo?».

«Si tratta di due casi, a essere sinceri. Il primo è avvenuto circa un mese fa. Un contadino, tale Gerberto che viveva in una piccola abitazione in legno sopra il borgo, è stato rinvenuto orrendamente sbranato».

«Come sarebbe a dire sbranato? Da chi? Dai lupi?».

«Pare proprio di sì».

«È stato trovato nel bosco, quindi, presumo. Sono fatti tragici ma che, purtroppo, accadono un po’ dovunque dove si trovano delle fiere selvagge».

«No, e qui sta il punto. Il cadavere si trovava letteralmente sparpagliato all’interno della sua abitazione. Ho avuto modo di vedere la terribile scena quando mi hanno chiamato. Vi posso giurare che ancora oggi, ogni volta che ci penso, mi viene voglia di vomitare. Vi devo confessare che in vita mia non ho mai avuto occasione di assistere a niente del genere».

«Sparpagliato?» esclamò Gregorio, rimanendo a bocca aperta.

«Proprio così» continuò il prete. «Letteralmente ridotto a brandelli. Davvero un gran brutto spettacolo. La cosa incredibile, però, è che gli animali che si trovavano all’esterno dell’abitazione, ad eccezione del cane, non sono stati minimamente toccati».

Anselmo si lisciò la barba, pensieroso. «Avete ragione. Questo è un fatto davvero inspiegabile. Avete rinvenuto delle tracce per caso?».

«Ovviamente sono state trovate orme di lupi in gran quantità ed è stata organizzata immediatamente una battuta. Ma è risultato come cercare un ago in un pagliaio. Potete immaginare quanto sia vasta e impervia la foresta che si stende attorno al borgo. E poi, nessuno degli uomini si sarebbe mai fatto trovare al calar del buio nel folto del bosco. Ve lo ripeto. Si tratta di gente ignorante e superstiziosa. E certe credenze sono assai dure a morire».

«Che genere di credenze?» domandò l’altro, sempre più curioso.

Il prete sospirò prima di rispondere. «Gli abitanti di queste zone, fin dall’inizio dei tempi, hanno adorato una divinità pagana che viene raffigurata ricoperta dalla pelle di un lupo. Secondo le leggende, avrebbe protetto le miniere di ferro e permesso il loro sfruttamento. Anzi, avrebbe addirittura abitato nelle caverne più profonde della montagna».

«Con l’aiuto dei lupi, immagino».

«Proprio così. Oltre che di altri esseri demoniaci che abiterebbero le profondità della terra. Da quel che so, pare, anche se valuterei la cosa con prudenza, che prima dell’avvento della parola di Cristo, si usasse addirittura compiere dei sacrifici umani a questo dio. Si narra che, a questo scopo, venissero catturati dei viandanti e si usasse gettarli nel profondo dei pozzi assieme a degli agnelli. Oppure che venissero legati e abbandonati nel bosco alla mercé delle fauci dei lupi. Oppure ancora che venissero bruciati all’interno di cesti di vimini antropomorfi. I minatori di allora erano convinti che, per la loro incolumità, fosse necessario ingraziarsi quello che reputavano essere il proprietario del luogo e le entità che condividevano il suo regno sotterraneo».

«E voi ci credete?».

«Che questi sacrifici avessero effettivamente luogo? In tutta sincerità, non saprei cosa rispondere. Si tratta senz’altro di esagerazioni, ma nella mente di questi montanari, qualcosa sicuramente è rimasto di certe antiche storie. E ogni volta che si parla di queste arcaiche divinità e dei segreti delle miniere, si chiudono sempre in un silenzio impenetrabile. Come se anche il solo nominarle fosse da evitare».

«Insomma, secondo voi qualche forma di culto pagano potrebbe essere sopravvissuta fino ai nostri giorni».

«È un dato di fatto. Anche se si tratta solo di pratiche ormai svuotate di ogni significato. Ma non saprei dire dove finisca la superstizione e dove inizi qualcos’altro».

«In effetti, ci troviamo di fronte a un confine molto labile, bisogna ammetterlo. Mi avete parlato, però, di un secondo cadavere».

«Proprio così. È successo solo una settimana fa. La vittima era un uomo di nome Sebastiano che di giorno faceva pascolare i suoi maiali nel bosco e di notte li chiudeva in un recinto all’interno dei resti della cerchia muraria. È stata la moglie a trovarlo, non vedendolo tornare dopo che era andato a dare un’occhiata alle bestie che quel giorno sembravano inquiete».

«E cosa ha visto?».

«Anche qui la stessa circostanza inspiegabile. Il suo cadavere sbranato, mentre i suoi porci se ne stavano indisturbati a cibarsene a loro volta, approfittando dell’insperato pasto. Questi animali non vanno molto per il sottile e non disdegnano, come sapete, un piatto di buona carne».

Il monaco abbozzò un’espressione disgustata. «Anche qui avete trovato delle tracce?».

«Certamente. Di lupi e non poche. Ma, anche in questo caso, è stato possibile seguirle solo fino a un certo punto. Fra l’altro, aveva piovuto in abbondanza e i cani non sono stati granché d’aiuto».

Anselmo si passò una mano sulla barba, scuro in volto.

«Capite ora perché la gente non esce più di casa la sera?» riprese il pievano fissando il monaco negli occhi.

«Certo, ora è tutto chiaro. Ma erano mai successi fatti del genere in passato? Intendo dire, i lupi che abitano queste foreste si sono mai dimostrati così aggressivi?».

«Al massimo avevano ucciso qualche pecora. O qualche cane. No, non riesco a darmi una spiegazione. Che io sappia, non si ha notizia di fatti analoghi nemmeno nelle vicinanze. Mi sono informato e vi posso garantire che è così. Questi animali, di solito, evitano il contatto con l’uomo. Lo temono, in fin dei conti. Ne conoscono la crudeltà. Ma ora che hanno cominciato ad apprezzare la carne dei cristiani, chi li potrà fermare?».

«Avete avvertito le autorità della cosa?».

«Senz’altro, già nel primo caso. Prima di tutto il signor conte, come è sua prerogativa e mio dovere. Ma nelle settimane scorse era impossibilitato a intervenire direttamente perché occupato altrove con le sue milizie. Mi ha fatto sapere che se ne sarebbe interessato appena fosse rientrato. Ma, ad oggi, non ho avuto notizie e il suo rappresentante che normalmente risiede nel borgo, il signor vicario, da diverso tempo è assente, impegnato assieme al suo signore in una campagna militare».

Anselmo si avvicinò al fuoco e si fregò a lungo le mani. «E voi, non avete paura? In fin dei conti, vivete isolato».

«Io ho la fede che mi sostiene e mi protegge. E poi queste mura sono molto solide, come potete constatare».

«Proprio quello che volevo sentirvi dire. E se posso chiedervi…».

In quel momento, la porta si spalancò e, assieme a una ventata gelida, apparve il ragazzo con il suo inseparabile cane.

«Perdonatemi, Anselmo, ma è meglio interrompere qui la nostra discussione» si affrettò a sussurare il pievano.

«Non c’è problema» replicò l’altro alzandosi in piedi, seguito dal suo compagno.

«Dove alloggiate in questo momento? Vi ospiterei volentieri anche io, ma…».

«Non preoccupatevi. Siamo sistemati nella taverna del paese. Per qualche giorno rappresenta una soluzione più che confortevole. E poi, nella stanza siamo soli, il che ci evita qualsiasi imbarazzo».

Si vedeva benissimo che il prete non vedeva l’ora che se ne andassero. Il giovanotto si era avvicinato e ora lo stava abbracciando. Anselmo si dilungò a osservare i dettagli dell’ambiente nel quale si trovavano. «Possedete davvero dei pregevoli dipinti per vivere in questo luogo impervio. Ve li ha lasciati il vostro predecessore?».

«No. Tranne qualche eccezione, sono tutti doni personali del signor conte. Ve l’ho detto che si tratta di una persona pia e che mi ha sempre onorato della sua personale amicizia».

«E dimostra anche un buon gusto. Questa icona con la Vergine e il Battista è davvero di ottima fattura. Non è un tratto comune per uomini avvezzi alle armi, devo dire».

«No di certo. Ma se lo conosceste, vi fareste un’impressione ben diversa. Anche da questi dettagli si comprende la grandezza del suo animo. E la sincerità della sua fede».

«Anche questo libro di orazioni è un dono del conte?» disse Anselmo aprendo un codice di dimensioni abbastanza contenute ma finemente decorato che stava appoggiato sopra un tavolo. Un’opera sicuramente di un certo valore.

«Certamente» rispose l’altro. «Si tratta di un breviario, come potete notare. Un’edizione molto preziosa che era stata donata a suo nonno o al padre di lui, non ricordo bene».

Il monaco lo aprì per ammirare meglio le miniature. Una piccola croce sottile gli scivolò dai fogli cadendo per terra. «Che sbadato!» esclamò Anselmo, chinandosi per raccattarla. «Perdonatemi, non immaginavo…».

«Non preoccupatevi. Non potevate certo sospettarne l’esistenza. E io non vi ho avvertito».

«Un strano oggetto da usare come segnalibro» commentò, osservandolo da vicino. «Un sottile crocifisso d’argento, di buona fattura, ma in parte rovinato, come se fosse stato esposto a una forte fonte di calore».

«È quello che sospetto anch’io, anche se non ne so niente di più. Vi devo dire che quel piccolo oggetto, però, ha una storia particolare. Almeno per me».

«Davvero?»

«Che ci crediate o no, l’ho rinvenuto per terra lungo la strada che mi stava portando qui mentre mi accingevo a prendere possesso di questo luogo. Non sono mai riuscito a scoprire chi fosse il proprietario, ma, da allora, lo considero come un segno inviatomi dal Signore. Non a caso lo tengo sempre davanti agli occhi mentre recito l’ufficio divino. A ricordarmi che Lui è sempre con me, nel mio cammino, anche nei momenti di difficoltà. Ecco perché lo custodisco all’interno di quel libro di preghiera».

Il monaco si mise a passeggiare per la stanza. «Vedo che avete anche molti recipienti per le piante medicinali» fece Anselmo, mettendosi ad osservare il contenuto di un armadio addossato a una parete, dove contenitori di ceramica dalle fogge più diverse, vasi da pomata con il tipico coperchio a cono si mischiavano a scatole di legno sulle quali qualcuno aveva indicato, con una scritta, il contenuto. Provò a leggerne qualcuno, pronunciandone a filo di labbra il nome: cardo mariano, camomilla, anice, verbena, salvia, valeriana, melissa…

«Come vi ho detto, preparo delle pozioni perché i miei fedeli me le chiedono» commentò il pievano, dopo un po’. «Non dimenticatevi che mia madre era una contadina e mi ha trasmesso quelle cognizione pratiche della medicazione che tutti i contadini conoscono».

«E questo?» chiese Anselmo, prendendo in mano un vaso senza alcuna scritta e alzandolo in direzione del prete. «Mi sembra si tratti di assenzio. Dico bene?».

«Avete perfettamente ragione» rispose l’altro. «Vedo che anche voi ve ne intendete».

«Frequento spesso la farmacia del nostro monastero. Tutto qui» continuò il monaco fissando il contenitore che aveva in mano. «Efficace per combattere il dolore al capo, le vertigini e la febbre. Oltre che i disturbi dello stomaco e del ventre. L’assenzio è una pianta medicinale le cui virtù sono state celebrate dai più grandi autori: Plinio, Dioscoride, Isidoro di Siviglia, Hildegarda di Bingen, Strabone e via di questo passo. Ma che, per il suo gusto amaro, viene servito misto a vino e miele». Poi avvicinandosi al prete, glielo fece annusare: «Sentite il suo odore caratteristico? Non ci si può sbagliare».

«Proprio così» annuì il prete.

«Ora, però, è meglio che facciamo ritorno al borgo. Vero, Gregorio?» fece il monaco rimettendo il vaso al suo posto.

Anselmo fece come per uscire. Poi si arrestò, rigirandosi: «A proposito, reverendo padre. Avete della pomata per le contusioni?».

«Certamente. Per chi sarebbe?».

«Gregorio, puoi far vedere al vicario la tua gamba?». Poi, rivolto al prete: «Il mio giovane confratello, venendo qui, ha avuto un brutto incidente. Fortunatamente, non è niente di grave ma, come potete notare, gli è rimasto un brutto livido».

«Fammi vedere, ragazzo» fece il vicario, avvicinandosi e osservando. «Hai preso una gran brutta botta davvero. Ti fa male?» chiese pigiando con un dito.

«Sì, reverendo padre».

«Non ti preoccupare, ho tutto quello che ci serve».

Il prete prese un barattolo pieno di un denso liquido che cominciò a frizionare sulla parte dolorante Prese poi delle pezze di lino sulle quali spalmò l’unguento e che, con una garza legò alla gamba.

«Cos’è?» Chiese Anselmo avvicinandosi.

«Olio di verbena. Un ottimo rimedio in caso di distorsioni e stiramenti».

Il monaco annusò a lungo il contenuto del vaso. Aveva un odore forte, pregnante.

«Bene, possiamo andare, ora» disse Anselmo. «Vi ringrazio per la vostra generosità, reverendo padre».

«Non c’è niente del quale dobbiate ringraziarmi Se avete bisogno di qualcosa fatemelo sapere. E, quando volete, potete venire a prendere l’asino. È vostro, ricordatevelo».

«Ah, giusto, quasi dimenticavo. Quanto vi devo?».

«Lasciate stare, Anselmo. Siamo entrambi uomini di Chiesa e se non ci aiutiamo fra di noi… Ne riparleremo alla vostra partenza».

 

[Continua….]


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