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Il canto delle Aganis – Anteprima

Claudio Aita
IL CANTO DELLE AGANIS
(Lunghezza del testo completo: 46.393 parole, 280.163 caratteri)

 

Eliseo al sintive di colp dut il vueit e il malincûr de sô vite mancjade;
al sintive dentri la disperazion e la solitudin di agn e agn,
che a’ jerin cressudis dentri di lui come jarbis matis parsore une masèrie.
(Carlo Sgorlon, Prime di sere)

 

Un

 

L’uomo indugiò a osservare l’autobus che lo aveva scaricato ripartire per poi scomparire dietro una curva. Inspirò profondamente l’aria ancora impregnata di gasolio e si incamminò costeggiando l’asfalto della strada che si incuneava, serpeggiante, fra le colline ricoperte da grumi di case. Candide presenze che risaltavano sul verde intenso dei prati e dei boschi.

Forse era solo un senso di ritegno, la paura di arrecare fastidio. Banale timidezza. Oppure il bisogno di assaporare con gradualità, come fosse una medicina da cui cautelarsi, gli odori e la luce di terre delle quali aveva ormai smarrito la memoria. In ogni caso, nonostante glielo avessero proposto, aveva preferito non farsi venire a prendere e sobbarcarsi una scarpinata di diversi chilometri.

Come un tempo, su quelle strade il traffico era scarso. Tutt’altra cosa rispetto ai luoghi che si era lasciato alle spalle. Per sempre, si ripeté per l’ennesima volta. Come se quelle due parole avessero un senso. Si fermò a osservare il cartello bilingue. Camminare non gli dispiaceva, anche se doveva ammettere di essere stanco dopo tutte quelle ore di viaggio. Sentiva, però, l’esigenza di riprendere il contatto con quei luoghi, un po’ alla volta, senza forzature. E di cercare di mettere ordine nei suoi ricordi. Un passo dietro l’altro. Come dopo una lunga malattia.

Il cielo sopra di lui si era incupito, assumendo quell’aspetto truce che lo caratterizzava spesso da quelle parti. Anche il vento si era alzato, un vento umido, a tratti gelido, che cercava in tutti i modi di insinuarsi, frugando indiscreto fra i suoi abiti. E che portava con sé sapori antichi e i primi spasmi dell’agonia del giorno. L’uomo sperò vivamente che non si mettesse a piovere. Almeno fino a quando non avesse raggiunto la sua prima destinazione. Si strinse nelle vesti, si sistemò meglio lo zaino e accelerò il passo. Sentiva le minuscole goccioline d’acqua portate dalle folate che gli colpivano la pelle. Tutto sommato, era una sensazione piacevole. E mai come in quel momento aveva bisogno di sentirsi vivo, di essere tutt’uno con il respiro antico e discreto di quella terra. Aveva necessità di tempo e di starsene da solo. Anche per questo aveva preferito prenotare una stanza in un piccolo bed & breakfast rifiutando, con una scusa, di essere ospitato da quel cugino che gli aveva trovato l’alloggio in affitto. L’altro gli aveva detto che, come sistemazione provvisoria, poteva andare. Era più che dignitosa. Anche se non sarebbe stato difficile, con tutte le case vuote che c’erano in giro, trovare qualcosa di meglio. E lui lo aveva lasciato fare, senza rivelargli se  non lo stretto necessario. In realtà, quel rifugio, una specie di capanno, isolato e al limitare del bosco, era proprio quello che andava cercando. Ma ne avrebbe avuto la sicurezza solo l’indomani mattina, vedendolo finalmente dal vivo. Per intanto, quello che aveva portato nello zaino gli bastava. Il computer portatile, un quaderno, un paio di libri, degli abiti di ricambio, qualcosa da mettere sotto i denti. E poco più.

Alcune gocce più consistenti delle altre gli sferzarono il viso. L’uomo valutò se fosse il caso di tirare fuori l’impermeabile, ma decise di aspettare. Il vento scendeva lieve dalle alture accarezzando a ondate i prati che da lì a poco avrebbero lasciato il posto alle semine del mais. La natura, con discrezione, si stava riprendendo dal lungo sonno invernale. Indifferente, come sempre, agli affanni degli uomini. Alle ansie e alle tragedie che si risolvevano in poche decine d’anni. Per poi precipitare nell’oblio, nella tirannia del nulla. Nei punti più in ombra si intravedeva la presenza colorata dei crocus, dei bucaneve, delle primule. Si ricordava di quando, ancora ragazzino, girovagando per i boschi, si ritrovava a camminare su un tappeto coloratissimo dalle tinte azzurre e violacee. A quei tempi, gli sembrava quasi di ripercorrere le ambientazioni di certe fiabe. E, per gioco, gli piaceva immaginare che fosse davvero così e che le leggende narrate da suo nonno corrispondessero a realtà. I tronchi abbattuti div divenivano arcigni castelli e le rocce si trasformavano in montagne presidiate da entità maligne. Con il sospetto che dietro a ogni albero, potesse nascondersi uno spirito intento a spiarlo.

Per un attimo ebbe l’impressione che da allora, da quel bambino pieno di speranze e capace di sognare con tanta facilità, fossero trascorsi milioni di anni. Ere geologiche che, come un cataclisma inarrestabile, avevano spazzato via ogni cosa. Cos’era rimasto di quello che costituiva i suoi ricordi? In quel momento si sentiva assalire dall’inquietudine. Aveva il timore di rimanere disilluso da quello che avrebbe trovato. Di una realtà troppo diversa da quella che aveva preventivato. E sarebbe stato troppo tardi. Un inganno troppo duro da sopportare. Eppure lui aveva preso la sua decisione, sapendo che era irrevocabile. Lui, il caro vecchio Eliseo, si era ormai gettato tutto alle spalle. Come un inutile fardello. E non sarebbe stato più possibile tornare indietro. In un mondo, poi, dove non c’era nessuno che lo aspettava.

 

 

 

Doi

 

Il bed & breakfast era gestito da una donna di mezza età che, con grande sollievo di Eliseo, si dimostrò decisamente poco loquace. Lui, da parte sua, cercò di essere il più evasivo possibile, evitando di chiedere informazioni e replicando con monosillabi, o poco più, alle domande della proprietaria. Tanto – rifletté – lì doveva rimanerci al massimo per qualche giorno. E non era sicuramente dello spirito più adatto per socializzare.

Sapeva benissimo che in quel momento era fondamentale gestire le sue disastrate finanze con oculatezza e non spendere niente oltre lo stretto indispensabile. Nei mesi a venire ci sarebbe stato un affitto da pagare, per quanto contenuto. Non poteva certo scordarsi che i suoi introiti non erano molti e, per giunta, decisamente irregolari. Era stato risparmiando e tirando la cinghia, che era riuscito a mettere da parte una somma di una certa entità. Ma bisognava stare sempre vigili, senza mai abbassare la guardia. Nemmeno per un istante. Perché un cambio di residenza comporta sempre spese impreviste. Non doveva dimenticarselo. La fregatura era sempre dietro l’angolo.

Una volta congedata la proprietaria e preso possesso della sua camera, Eliseo si fece una doccia e si cambiò gli indumenti intimi ormai intrisi di sudore. Lavò quelli sporchi con quel che riuscì a trovare e li appese ad asciugare. Poi, con il cellulare inviò un messaggio per confermare l’appuntamento dell’indomani mattina con quello che sarebbe divenuto il suo nuovo padron di casa. Lo stesso giorno, o al massimo in quello successivo, il corriere gli avrebbe recapitato il bancale con tutte le sue cose, per gran parte libri.

Era teso, come una corda sul punto di spezzarsi. Ma avrebbe voltato finalmente pagina. Lo aveva desiderato per così tanto tempo da non sembrargli ancora possibile. Ma questo gli incuteva paura. Per il resto, la sua avrebbe continuato ad essere la solita esistenza estremamente frugale. Quella di un povero cristo costretto a tirare avanti con poche centinaia di euro al mese. Pregando Iddio di non ammalarsi e di non incappare in qualche imprevisto. Soldi che gli venivano da qualche collaborazione come editor, da un po’ di vendite su internet e dai diritti d’autore sui libri che aveva scritto. Tutti introiti maledettamente irregolari.

Ma almeno – rifletté – era riuscito a lasciarsi alle spalle, dopo anni che non parevano finire mai, i debiti e il fallimento di quella che era stata la sua vita. Quella piccola libreria nascosta nel ventre di Firenze. Ce l’aveva messa tutta, si era ostinato ad andare avanti, anno dopo anno, testardamente convinto che la qualità di quello che stava facendo, i tanti sacrifici, l’immensa fatica spesa lo avrebbero, prima o poi, trascinato fuori dal fango. E, perché no?, anche premiato. Lui ci credeva. Si era imposto di crederci. Ma così non era stato. E aveva dovuto ammettere che si era inutilmente illuso. Si era dovuto arrendere, alla fine, di fronte alla faccia impassibile dell’ufficiale giudiziario che lo sfrattava. Mentre tutti quelli che si erano sempre proclamati solidali, che si dicevano scandalizzati dal fatto che un presidio culturale come una libreria non poteva e non doveva chiudere, che lo avrebbero aiutato in qualche modo, che si sarebbero impegnati con chi di dovere ottenendo sicuramente l’intervento di qualche pezzo grosso, di un politico che  non poteva non rimanere scandalizzato, si erano eclissati.

Anche sua moglie, dopo un po’, lo aveva lasciato. Esasperata, così gli aveva detto. E “fallito e miserabile” erano state le sue ultime parole. Urlate ancora una volta mentre lui se ne usciva con un paio di valigie, senza sapere nemmeno dove andare. Suo figlio, poi, si era sempre dimostrato allineato alle posizioni della madre. Ed erano anni, ormai, che anche lui non gli parlava più. Da quando gli aveva rinfacciato, in malo modo, che tutti i problemi che la famiglia aveva dovuto subire, e il deteriorarsi dello stato di salute di sua madre erano stati esclusivamente colpa sua. Colpa del suo ostinarsi a percorrere una strada che, sapeva benissimo, lo avrebbe portato soltanto verso la catastrofe. Trascinando, per giunta, con sé quelli che gli stavano attorno. E che, se fosse stato un buon padre e un marito degno di questo nome, sarebbe andato a cercarsi un lavoro serio, invece di continuare a tenere in piedi una stupidissima libreria che nessuno frequentava se non qualche imbrattacarte sfigato che non avrebbe mai venduto una sola copia. Erano parole intrise di rabbia quelle di suo figlio. E pure lui gli aveva gridato in faccia che non lo voleva più vedere. Una promessa che negli ultimi anni aveva mantenuto con grande, consapevole coerenza. Almeno in questo, qualcosa da lui l’aveva preso. E lui, Eliseo, dopo molti tentativi infruttuosi, aveva rinunciato a cercare di parlargli, di riaprire un dialogo. Con il dubbio che avesse perfettamente ragione. Lui e quella stronza di sua madre.

Sentì un nodo formarsi in gola. Cosa ne sapevano loro di quello che aveva passato, in fin dei conti? Di tutto le umiliazioni, le violenze subite, i nervi sempre sul punto di saltare, la disperazione, di tutto ciò che non aveva mai avuto il coraggio di rivelar loro? Aprì lo zaino e tirò fuori il panino avvolto nella carta d’alluminio e il cartoccio di vino da due soldi che si era portato dietro per la cena. Si affacciò alla finestra che dava sulla strada e che, a quell’ora, era già deserta. I lampioni erano già accesi. Si ricordava come, ai piedi di queste montagne, il buio calasse presto e all’improvviso. Anche se era molto stanco, non aveva sonno. Sentiva, invece, il prepotente bisogno di uscire, di calpestare quelle strade che infiniti anni prima avevano ispirato le sue speranze in un futuro migliore. Facendo finta che in tutto questo tempo non fosse successo niente. Eppure, molto, di quel che vedeva, era cambiato da allora. E questo non gli piaceva. Sperava solo, quella notte, di poter dormire. Almeno un po’.

 

 

 

Trê

 

«No, vi prego!» implorò, quasi piangendo.

«Mi dispiace, signore, ma dobbiamo procedere. Si metta da parte e ci faccia entrare».

«Ma io stavo pagando, anche se con difficoltà… Ho fatto l’impossibile».

L’altro picchiettò con l’indice i fogli che reggeva con l’altra mano. «Signore, questo è un decreto del tribunale. Che io devo far rispettare. Non so altro. Faccio solo il mio dovere».

«Anche distruggere il lavoro di una vita è suo dovere?» replicò con un tono di voce che assomigliava a un lamento. «Quello di una persona che ha sempre lavorato onestamente?».

L’altro rimise i fogli nella cartella. «Ci faccia passare, le ho detto. Non mi costringa a denunciarla per resistenza a pubblico ufficiale».

«Io non oppongo certo resistenza. Ma quello che state facendo è un’ingiustizia. Non sono uno che non vuole pagare i suoi debiti. E ho cercato di dimostrarlo in tutti i modi».

«Bene, allora. Le voglio credere. Ce li ha trentacinquemila euro?».

«Ma dove cazzo pretende che vada a recuperare una somma del genere, così, su due piedi?» sbraitò lui. «E poi il debito era molto minore. Ci hanno caricato una quantità assurda di spese legali e di interessi».

«Ha almeno una parte di questa cifra? Che ne so… ventimila?» replicò l’altro imperturbabile.

Eliseo rimase in silenzio. Era una partita persa. Il suo conto era, come sapeva benissimo, in profondo rosso. E nessuna delle persone che conosceva avrebbe potuto procurargli una cifra del genere. Neanche uno strozzino si sarebbe fidato di lui.

«Mi faccia entrare, allora» fece l’ufficiale giudiziario, spingendolo malamente da una parte. Il tono di quelle parole non ammetteva repliche. Lui rimase in silenzio, inebetito, e si lasciò scivolare lungo la parete fino a ritrovarsi per terra, con le orecchie che cominciavano a ronzargli. Si sentiva male, malissimo incapace di muovere un solo dito. Dall’interno, frattanto, gli giungeva l’eco di persone che contavano qualcosa, che facevano delle somme. Altre confermavano di aver preso nota. Rumori che erano lo scricchiolio di un mondo che aveva creduto gli appartenesse. Almeno fino a quel momento. Il suono di cifre di poco conto, qualche migliaio di euro. Sapeva benissimo che avrebbero venduto quei libri, quelle pagine che erano state la sua vita e che lui aveva amato profondamente, che aveva raccolto con grande pazienza, trattandoli con disprezzo. Come carta da macero o poco più. Per raccattare cosa, in fin dei conti? Pochi spiccioli, utili solo a ingrassare qualche funzionario e giudice. Quel creditore avrebbe ottenuto molto di più se gli avesse dato il tempo di continuare i piccoli pagamenti che faceva quando poteva. Rinunciando talvolta anche a quel panino che costituiva il suo pranzo. Ma questo era la logica, la linfa maligna di questo mondo. Un mondo cattivo capace solo di lasciarsi dietro i cadaveri degli uomini e dei loro sogni. E un dolore infinito.

Nel frattempo la folla sulla strada era aumentata. E con loro, il pettegolezzo: «Te l’avevo detto, io…». «Ma come avrà fatto?». «Dovrebbe solo vergognarsi…».

Ma lui non aveva più le forze per replicare limitandosi a guardare la processione di scatole e di arredi che venivano caricati sul grande furgone grigio parcheggiato a poca distanza dall’ingresso. Mentre le persone aumentavano di numero e i loro commenti, come in un circolo perverso, divenivano sempre più sprezzanti. Un brusio che continuava a crescere, quello delle loro parole, sempre più insopportabile fino a divenire frastuono. E poi li vide, in mezzo alla folla, sua moglie e suo figlio che lo indicavano, sbavando di rabbia e urlandogli con tutto l’odio di cui erano capaci: «Sei un fallito! Hai rovinato la nostra famiglia. Ora verranno anche a prenderci la casa, a buttarci fuori. Maledetto! Maledetto per sempre!».

Eliseo si svegliò, madido di sudore e ansimante. Dovette passare un po’ prima che riuscisse a riprendere il pieno controllo di sé e del suo respiro. Forse aveva urlato. Possibile che questi incubi continuassero a torturarlo? Che non si decidessero una bona volta, a lasciarlo in pace? Era ancora notte fonda. Guardò l’ora sul cellulare. Il display segnava le tre e mezza. Spalancò la finestra e si lasciò investire dall’aria fresca. La gelida luminescenza della luna si rifletteva sulle superfici delle montagne che si ergevano silenziose contro l’orizzonte. Sarebbe davvero cambiato qualcosa? Ma il tempo che gli rimaneva davanti sarebbe stato sufficiente per tentare una strada diversa nel caso non avesse funzionato? Tentennò il capo. Lo sapeva benissimo che non gli sarebbe stata concessa un’altra possibilità. Se solo gli incubi, quei mostri provenienti da un passato cattivo, avessero smesso di inseguirlo…

 

 

 

Cuatri

 

Alle otto e mezza di mattina era già lì. E anche il proprietario che, da quel che aveva capito, doveva essere un suo parente alla lontana. Difficile non essere consanguineo di qualcuno in un posto come questo. Dopo i discorsi di circostanza, Eliseo cercò di sbrigare le formalità nel più breve tempo possibile. Aveva già pagato la caparra e l’affitto del mese corrente. Non c’era molto altro da discutere se non le normali consegne.

Quando l’uomo se ne fu andato, si guardò attorno, fregandosi le mani. Poteva ritenersi soddisfatto. Quelle mura erano esattamente quello che stava cercando. Un piccolo edificio a un unico piano, composto da una sola grande stanza e un minuscolo bagno. Sicuramente – pensò – una di quelle costruzioni abusive messe in piedi dai contadini e poi condonate alla prima occasione. Ma per lui andava più che bene. Anche perché aveva ottenuto dal proprietario di poter utilizzare il terreno tutt’attorno. Senza che gli venisse chiesto niente in più rispetto a un affitto che a Firenze sarebbe stato almeno il triplo. Anche questa considerazione aveva influito sulla sua scelta. Lavorare la terra, come faceva da ragazzo, gli avrebbe fatto senz’altro bene. E permesso per di più un notevole risparmio sulla spesa. Il bosco, poi, era lì vicino. Dove c’è un bosco, vi è tanta legna secca semplicemente da raccogliere per terra. E molto altro che lui sapeva trovare. Eliseo tirò fuori dalla busta che si era portato dietro i prodotti per la pulizia acquistati prima di venire lì. Non c’era tempo da perdere. Prima cominciava e prima avrebbe finito.

La piccola abitazione era già arredata. Pochi mobili di legno con la patina di un’antica dignità. E a lui la cosa non dispiaceva. Gli sembrava di rivivere l’atmosfera che si respirava nella casa dei suoi nonni quando andava a fargli visita. Un grosso tavolo occupava il centro dell’unico ambiente. Dietro di esso un vecchio divano lungo abbastanza da poter onorevolmente svolgere la mansione di letto, per quanto non comodissimo. E poi una credenza, alcuni armadi e diverse scaffalature, tutte accostate senza alcun criterio estetico ma che avrebbero ospitato una buona parte dei suoi libri. Avrebbe dovuto acquistarne delle altre o, meglio ancora, costruirsele. Ma questo, per lui, non era un problema. Sul lato opposto c’era una vecchia cucina con i suoi pensili, una lavatrice e un frigorifero. Ma la cosa che gli fece maggior piacere fu ritrovare un vecchio spolèrt, praticamente identico a quello che aveva avuto da ragazzo in casa sua, con lo smalto bianco e la superficie in ghisa ormai resa ruvida dal tempo. Prese il ferro che penzolava da una parte per alzare i cerchi di metallo e accertarsi delle sue condizioni. Estrasse il contenitore per l’acqua che non recava particolari segni di ossidazione. Provò a riempirlo dal rubinetto e, sì, non c’erano perdite. Fece un profondo respiro di sollievo. Come accadeva nelle vecchie case friulane, il spolèrt avrebbe rappresentato la sua indipendenza. Sicuramente qualche aguzzino in meno da pagare.

Già si vedeva a rigirare, con il lungo mestolo, la farina impalpabile di mais che sbuffava, che ribolliva nella cjalderie, il paiolo messo sul fuoco vivo. Chiuse gli occhi per rituffarsi con tutti i sensi in un lontano passato. Si ricordava il calore a tratti insopportabile dei çocs, i pezzi di legno che ardevano. Il profumo povero della polenta che doveva girare continuamente per evitare che si formassero grumi e per cuocerla bene. E lì accanto il frico che friggeva nella padella. E il sapore aspro del vino fatto in casa che scendeva nella gola.

Quel vecchio spolèrt sarebbe stato il suo compagno di vita. Un amico discreto che gli avrebbe riscaldato la casa e il cibo, asciugato i panni, fornito l’acqua calda. Permettendogli di mandare affanculo, o quasi, qualche bolletta.

Eliseo uscì fuori. Un timido sole si stava facendo faticosamente strada fra il manto uniforme delle nubi e gli accarezzava la pelle. Sì, sentiva che quella sarebbe stata una bella giornata. La prima dopo tanto tempo. Poteva dire di essere stato fortunato. Un piccolo capanno di legno con il tetto di lamiera si trovava a poca distanza dall’abitazione. Il proprietario gli aveva detto che poteva tranquillamente usarlo, visto che lui non sapeva che farsene, così come di tutto quell’appezzamento di terreno, da quando erano morti i suoi nonni che ci abitavano. Che qualcuno tenesse in ordine tutto quanto, non poteva che fargli piacere. Lavoro in meno per lui che di tempo non ce ne aveva.

A essere sinceri, il capanno avrebbe necessitato di qualche deciso intervento di manutenzione, ma nel complesso appariva solido. All’interno c’erano ancora una discreta quantità di legna già spaccata e un grosso tavolo da lavoro. Un posto ideale per fare qualche lavoretto manuale. Appoggiati alla parete sonnecchiavano una carriola arrugginita e attrezzi per lavorare l’orto. Una volta, la piccola costruzione doveva essere stata utilizzata anche come autorimessa. Lui, invece, un’automobile erano tanti anni che non ce l’aveva più. Per il semplice motivo che non se la poteva permettere. Ma poi si era abituato a farne a meno e ormai non ne sentiva più la necessità. Tuttavia, – gli venne improvviso il pensiero – di una bicicletta, almeno, ne aveva bisogno. Gli scappò una mezza bestemmia. Ecco una spesa che non aveva minimamente preventivato. Si strinse nelle spalle. Forse sarebbe costata meno di quel che pensava. Magari ne avrebbe trovata una usata in buone condizioni.

«Una cosa alla volta» disse, quasi a volersi convincere. «Una cosa alla volta» ripeté. Non c’era motivo di angosciarsi prima del tempo.

Si guardò attorno. Dopo tutto, aveva tutto quello gli poteva servire. O quasi. Per anni infiniti non aveva avuto nemmeno l’indispensabile per vivere pur ammazzandosi di fatica dalla mattina a notte fonda. Lì, in quel momento, invece, sentiva di aver ritrovato un pezzetto di mondo che poteva dire suo. E, chissà… un domani, forse, se lo sarebbe anche potuto comprare. Si sentiva un po’ come un esploratore che metteva piede su una terra sconosciuta e vergine. Tutto poteva succedere. Anche che qualche desiderio si potesse avverare. Prima, però, un messaggio del corriere lo aveva avvertito che in quella giornata avrebbe consegnato la sua roba. Era ora di rimboccarsi le maniche e di smettere di farneticare.

 

 

 

Cinc

 

«Stefano!».

Eliseo si voltò di scatto in direzione della porta che aveva lasciata aperta.

«Gesù… chiedo scusa» si affrettò ad aggiungere la donna, visibilmente imbarazzata, appena lo vide in volto. «Non immaginavo… Dio mio che stupida!».

Lui squadrò l’esile figura in controluce, un essere infilato in un paio di jeans e una felpa senza particolari pretese. Quanti anni avrà avuto? Quaranta? Quarantacinque? «Non si preoccupi. Stefano mi ha appena affittato questa casetta. Non potevate certo saperlo» aggiunse scavalcando con difficoltà un paio di scatole e avvicinandosi.

«Sì, avete ragione. Ma con tutto questo movimento, avrei dovuto avere il sospetto che… Il fatto è che lui fa il muratore».

«Lo so. Ha un’impresa edile».

«Gli volevo solo chiedere quando veniva da me per una riparazione che mi ha promesso. È da parecchio che lo aspetto e riuscire a trovarlo non è per niente semplice. Ho notato la porta aperta e ho pensato…».

Il pensiero di Eliseo andò immediatamente alla sua libreria perennemente vuota di clienti. «Muratori, falegnami, idraulici non hanno mai problemi di lavoro» sentenziò. Una frase fatta.

«Proprio così. E sono anche molto cari» replicò la donna. «Da queste parti hanno chiuso molte imprese nate per la ricostruzione dopo il terremoto. Ma ora, a distanza di qualche decina di anni, c’è bisogno di manutenzione. E di case ne sono state fatte tante. Decisamente troppe».

«Magari, se lo vedo, glielo ricordo io. Oppure, se preferisce, gli mando subito un messaggio sul cellulare. Se…».

«Siete molto gentile», tagliò corto lei, «ma non importa. Non è niente di così urgente, dopo tutto. Gli telefono io».

«Piuttosto, sono un gran maleducato» fece Eliseo tendendo la mano. «Non mi sono presentato. Mi chiamo Eliseo».

«Piacere, Eliseo» replicò la donna con un ampio sorriso. «Io sono Rita e abito in fondo a questa strada. Se ha bisogno di qualcosa, me lo faccia sapere. Senza fare complimenti».

Eliseo la squadrò con discrezione. I lunghi capelli castani chiari erano raccolti a fatica da una specie di fermaglio. Il viso, senza particolari segni di trucco, presentava già i primi segni dell’età. Anche se ancora appena percettibili. No, doveva avere attorno ai quarantacinque anni, meditò aggiustando il tiro. «Non importa, Rita. Siete molto gentile ma, come potete notare, si tratta solo di sistemare un po’ di roba sugli scaffali e di dare una pulita».

A giudicare dalla sua espressione, la donna non parve molto convinta. Ma non insistette. «Vedo che avete molti libri» si limitò a commentare dopo che ebbe fatto un paio di timidi passi verso l’interno guardandosi attorno. «Siete per caso un insegnante?».

«No. Ma mi occupo di editoria» tagliò corto Eliseo.

«Capisco» fece l’altra con un’aria vagamente delusa. «Ma vi sto facendo perdere tempo, con tutto quello che avete da fare. Mi fa piacere, comunque, sapere che Stefano abbia deciso di affittare la casetta dei suoi nonni».

«Piuttosto, li conoscevate? Che tipi erano?».

«Due vecchietti adorabili, credetemi. Una coppia talmente affiatata che sono morti a distanza di un paio di mesi l’uno dall’altra».

«E da…».

«Saranno quattro o cinque anni. Mi fermavo spesso a parlare con loro. Gli sbrigavo qualche commissione. E vedere da allora le imposte di questa casetta sempre serrate, mi riempiva di tristezza. Stefano ci è sempre venuto, intendiamoci, a dare un po’ d’aria e a farci qualche lavoretto. Ma non aveva sicuramente il tempo di coltivare il terreno anche se un paio di volte ci è passato con il trattore».

«Spero di far tornare a vivere questo posto, allora».

«Ne sono convinta. E mi farebbe molto piacere» replicò l’altra. «Ma ancora una volta la sto facendo solo perdere tempo. Buon lavoro allora e benvenuto».

«Vi ringrazio, Rita» replicò Eliseo mentre la donna stava già guadagnando la porta. «A riviodisi».

«A riviodisi» rispose l’altra girandosi con l’accenno di un sorriso. Prima di incamminarsi verso il portone spalancato in fondo al vialetto di ingresso.

Eliso indugiò a osservarla mentre imboccava la strada che costeggiava il muretto e che proseguiva diritta sulla sinistra. Con le braccia conserte nella felpa e lo sguardo che indugiava per terra. Fino a quando scomparve dalla sua vista ingoiata dal gruppo di case situato poco più in alto, qualche centinaio di metri più avanti. Poi si voltò a guardare la montagna di scatole ancora da sistemare. Aprì la bottiglia di vino che si era portata dietro. E ne bevve un paio di sorsate. Era già l’una. Il tempo di mangiarsi un panino ed era meglio se si rimboccava le maniche. Stavolta con maggiore convinzione. Aveva ancora le sue cose nel bed & breakfast da riprendere. Tanto ci doveva passare anche quella notte. Ma l’indomani era meglio che si trasferisse lì. Prima iniziava la sua nuova vita e meglio era. La quotidianità, la necessità di risolvere i problemi pratici, avrebbero inghiottito – così sperava – le sue ansie e i suoi timori. Se doveva essere sincero fino in fondo, aveva paura che le cose non sarebbero state per niente facili come aveva sperato. Ma aveva senso preoccuparsi di quello che sarebbe successo l’indomani? Sufficit diei malitia sua. Basta a ciascun giorno il suo affanno. E chi lo aveva detto, era uno che di queste cose la sapeva lunga. Anche se non gli è bastato a evitare di finire male.

 

 

 

Sîs

 

«Abbia pazienza, ma lei mi deve pagare!».

«Ma lo sto facendo, anche se con qualche ritardo. La situazione non è facile per tutti».

L’uomo tirò fuori un foglio dalla sua cartella. «Questo è l’estratto conto. E il ritardo ammonta ormai a più di tre mesi».

«Le ho fatto un bonifico due giorni fa! Può controllare».

«Che non copre nemmeno una fattura» fece l’altro lasciandogli il documento sul banco. «Ascolti, capisco le sue difficoltà. Sul serio. Ma così non si può andare avanti. Spero comprenderà».

«Cerco di farle un altro pagamento fra oggi e domani» farfugliò Eliseo, tanto per dire qualcosa.

L’uomo gli puntò gli occhi addosso: «Su un mese di ritardo sulle scadenze si può anche sorvolare. Tuttavia…».

«Ci conosciamo da parecchio tempo. Cercherò in tutti i modi di…».

«No, mi ascolti» lo interruppe l’altro. «Non posso fornirle più niente. Sono costretto a bloccarle il conto fino a quando non rientrerà a un solo mese».

«Ma è stato un periodo nero. Le garantisco che nei prossimi mesi sistemerò tutto».

«Ascolti, non metto in dubbio la sua buona volontà. Ma la mia azienda non mi dà alternative. Mi dispiace».

«Ma se non mi date i libri da vendere, come potete pretendere che io rientri del mio debito con il conto bloccato?».

«Non so cosa dirle. Io, ho fatto il possibile per aiutarla. Ma ora ho le mani legate. Glielo garantisco».

«Posso pagare in contanti gli ordini, rientrando di qualcosa ogni volta» disse, in un ultimo tentativo di essere convincente.

«Mi dispiace, ma non dipende più da me. Ci dia un segno di buona volontà e vedrà che tutto si risolverà. Arrivederci».

«Arrivederci» fece Eliseo seguendo la figura che se ne usciva senza voltarsi.

Quello che se n’era appena andato era, in pratica, l’ultimo grossista con il quale era riuscito a mantenere un rapporto. Con gli altri, doveva presentarsi con i soldi in mano e il capo cosparso di cenere, se poteva sperare di avere i libri che gli servivano. Almeno un po’. E recarsi dall’altra parte della città di persona con una grande perdita di tempo. Di soldi, ormai, non ne erano rimasti più. Una persona con un minimo di senno, a questo punto, avrebbe chiuso tutta la baracca. Ma lui, con i debiti in banca che si ritrovava, non poteva farlo. Gli sarebbero letteralmente saltati addosso. Non se lo poteva permettere

Eliseo si mise a camminare fra gli scaffali colmi di libri ormai invecchiati e per buona parte sistemati di piatto, con la copertina ben visibile, in modo da nascondere i vuoti sempre più evidenti. Anche quella mattinata se n’era ormai andata. Scivolata via senza che lui avesse visto nessun cliente. Aprì la cassa per gettare uno sguardo sconsolato al contenuto del cassetto. Anche quel giorno avrebbe dovuto rinviare il pagamento dell’ultima bolletta e dell’affitto. Ed erano diverse settimane, ormai. Ma provare a chiedere soldi a sua moglie, non era più il caso. La risposta la sapeva già, così come il tono della discussione che ne sarebbe seguita.

L’ora del pranzo era ormai prossima. Eppure lui non aveva fame. Nemmeno per quel panino che non si era guadagnato. Sentiva solo una fitta allo stomaco, sempre più forte. Sempre più lancinante. Fino a costringerlo a piegarsi per il dolore. Con quella macchia rossastra che si allargava sempre di più sul suo torace e cominciava a gocciolare sul pavimento. Per formare una pozza nella quale cadde in ginocchio. Mentre lui non riusciva a urlare per chiedere aiuto. E il respiro non voleva saperne di tornare. Stava morendo, ne era consapevole. Solo e disperato come un cane. Il più rognoso dei cani. Con un rantolo senza fine che gli dilatava le narici alla ricerca di quell’aria che lo aveva ormai abbandonato. E che i suoi polmoni, sul punto di scoppiare per lo sforzo, invocavano con tutta la disperazione di cui erano capaci. Era fottuto.

Eliseo si svegliò di soprassalto, ansimante e con le mani strette sul petto. Un altro brutto sogno. L’ennesimo. Reale e angosciante come tutti quelli che lo avevano preceduto. Accese la luce e si alzò per bere un bicchiere d’acqua. No, di tornarsene a dormire non se ne parlava. Non voleva che i suoi ricordi tornassero indietro per ghermirlo e trascinarlo ancora una volta in quel vortice infernale. Non poteva permettere che quel passato, ciò che voleva solo dimenticare, ritornasse a torturarlo. Quel filo si era spezzato. Definitivamente. Doveva essere così. E quelle persone cattive non avevano più alcun diritto di fargli del male.

 

 

 

Siet

 

Eliseo aveva rischiato più volte di cadere. Ma la sua caparbietà e un fisico che, nonostante gli anni non era ancora da buttare, lo avevano aiutato. Come sempre, d’altronde. E ora se ne se stava seduto abbarbicato su quell’ultimo tratto di mura rimasto in piedi dell’antico castello. La vista da lì era notevole, anche se il panorama risultava ovattato, reso evanescente dall’umidità che impregnava l’aria e che penetrava fin nelle ossa. Trascinata da una leggera brezza che smuoveva i rami scheletrici degli alberi e accarezzava la distesa d’erba sotto di lui. Una brezza che portava fin lassù i rumori appena percettibili di un mondo apparentemente lontano e ininfluente. Da ragazzo, a questo punto si sarebbe acceso una sigaretta assieme ai suoi amici. Ma lui, a differenza probabilmente di molti di loro, aveva smesso dopo non molto tempo. Una scelta, almeno per una volta, saggia e lungimirante. Soprattutto per il suo già esangue portafoglio, oltre, naturalmente, che per la salute.

A quell’ora di mattina non c’era nessuno. Non che si vedessero mai molte persone a passeggiare lungo quei sentieri fangosi che si attorcigliavano attorno alle scarse vestigia di quello che fu uno dei più potenti manieri dell’area. Addirittura uno dei capisaldi, oltre un millennio prima, del glorioso Patriarcato di Aquileia. Un castello così vasto da cingere con le sue mura le tre punte di questa massiccia collina. Talmente imponente, rispetto alle altre alture che la circondavano, da venire chiamata da tutti, semplicemente, “Monte”. Uno spazio immenso, quella fortificazione, della quale era rimasto ben poco, se si faceva eccezione per le case del minuscolo borgo e per l’antichissima pieve. Null’altro era sopravvissuto alla ferocia dei terremoti e alla stupidità devastatrice dell’esercito italiano. E anche lì, se si faceva eccezione per quel brandello di muro sul quale si trovava, dell’opera di tanti uomini non vi era quasi più traccia. Solo i cumuli di terreno all’ombra degli alberi secolari tradivano la presenza, un tempo immemore, di qualche edificio. Impossibile, davvero, farsi un’idea di quello che era stato, quel posto, fino a qualche secolo prima. Sembrava quasi che la furia divina si fosse accanita con particolare violenza ed efficacia su quelle costruzioni, su ogni traccia del passaggio dell’uomo, ben decisa a non lasciare pietra su pietra.

Eliseo scese con cautela da dove si trovava e si mise a passeggiare fra la macchia e le distese di pungitopo sotto i quali, fra qualche mese, avrebbe cercato gli asparagi selvatici. Eppure, lì sotto, all’ombra dei rami ancora sofferenti del duro inverno, in quel luogo che sapeva di morte, erano rifioriti i crocus, i fiori che preannunciavano il risveglio di un terra antichissima, di quelle entità che sotto i suoi piedi dormivano da sempre. Quella collina costituiva un luogo magico, carico di presenze arcane. Come avevano ben compreso quegli uomini che millenni innanzi avevano abbandonato le infinite steppe dell’Asia per venire a stabilirsi, dopo un lunghissimo esodo, da queste parti. E a costruirvi i loro tumuli e i cjastelîrs. Come quello ancora ben visibile poco sotto il borgo lì vicino. Questione di poche centinaia di passi.

Doveva ammetterlo. Gli era mancato quel colle a tre punte, quello scenario così carico di mistero e di storia. Il segno tangibile delle sue radici, nei cui meandri aveva vagabondato così tante volte, da ragazzo, alla ricerca di sicurezze e di ispirazione. Così come gli mancavano quelle serate trascorse seduti accanto allo spolèrt assieme a suo nonno, la sua inseparabile pipa in bocca, le mani callose da contadino e il tai, il bicchiere colmo di vino, appoggiato accanto a sé. Aveva nostalgia dei suoi racconti che rimandavano sempre a quel posto e alle sue leggende che si erano tramandate di generazione in generazione arricchendosi di dettagli che la fantasia o i ricordi approssimativi di un vecchio riuscivano a partorire.

Eppure, guardandosi attorno, gli veniva il sospetto che in tutte quelle narrazioni fantastiche, in quei miti senza tempo, ci fosse qualcosa di vero. Narrazioni che parlavano di intricati sotterranei e di tesori ben nascosti. Ma anche di fantasmi, di anime incatenate a quelle pietre e che non riuscivano a trovare pace. Di processioni di morti condannati per l’eternità a custodire gli innumerevoli segreti di questa altura. Come dovette constatare anche quel “mago Bide” del quale tante cose si raccontavano, di lui e del suo libròn, che venne costretto a restituire quel teschio che proprio qui aveva disseppellito per i suoi scopi inconfessabili. Un personaggio che esistette davvero, il “mago Bide”. Così come reali furono i processi dell’Inquisizione intentati contro gli abitanti del piccolo borgo lì accanto con l’accusa di pratiche blasfeme.

E che dire poi di tutte quelle altre creature che abitavano il folto bosco che avvolgeva tutta la collina, spiriti degli alberi o delle acque che lì e tutto attorno sgorgano generose e limpidissime. Come quelle aganIs, quella sorta di ninfe delle sorgenti e dei ruscelli, giovani e bellissime. Suo nonno gli raccontava che c’era chi giurava di averle viste, completamente nude, o vestite di bianco, nelle notti di plenilunio. Creature cui era impossibile resistere con le sole forze umane. Aveva sentito dire, ai suoi tempi, che qualcuno se n’era talmente innamorato da aver perso, da quel giorno, completamente la ragione. Ma bisognava stare attenti, perché talvolta si confondevano con femmine malvagie, anime di donne morte di parto e che, colme di gelosia, di notte si avvicinavano alle case alla ricerca di bambini da rapire dalla loro culla e divorare, dopo averli lacerati con le loro unghie affilate.

E poi… e poi… Storie di fuochi e di acque, di morte e di vita che si compenetravano, di porte aperte verso l’aldilà che si schiudevano solo in determinati periodi dell’anno, di gesti ripetuti immutati fin dalla notte dei tempi, magari ammantati da una patina di cristianità. Come faceva sua madre che, all’avvicinarsi della tempesta, bruciava sull’uscio di casa l’ulivo benedetto in chiesa la domenica delle Palme, domenie ulive. O che, certe notti dell’anno, lasciava sulla finestra dell’acqua affinché le anime dei morti potessero dissetarsi. Perché i defunti tornano sempre, irresistibilmente attratti da quello che hanno perso per l’eternità. Superando confini, diaframmi che non sono mai così definiti da non poter essere superati. Nulla è mai definitivamente morto. E nessun uomo, in tutta la sua esistenza, può dirsi completamente vivo.

Eliseo riprese la via per il bosco per ritornare a casa sua. Ormai poteva arrischiarsi a chiamarla così, sempre ammesso che fosse stato in grado di pagarne l’affitto. Si era ripromesso di finire di sistemare tutto e di pulire entro quella sera stessa. Doveva anche fare acquisti per riempire il frigorifero. E comprare il necessario per prepararsi quella polenta che sognava da anni e per iniziare a coltivare l’orto. Soprattutto, doveva essere pronto a ricominciare, il prima possibile, a lavorare al computer. E mettere in conto che, forse, sarebbe stato meglio cercare qualche piccola occupazione. Lui da anni, dopo tante privazioni, ormai riusciva a vivere praticamente di niente. Ma non si sapeva mai. Il destino, come aveva ampiamente dimostrato in tutti quegli anni, si compiace nel riservarti tante brutte sorprese. E il buon Dio è troppo lontano per poterti dare una mano. O per fregargliene qualcosa dei tuoi casini.

Le sue scarpe logore sprofondavano nel tappeto di foglie marcescenti, fra le quali spuntavano generosi i fili d’erba nuova e i colori sgargianti dei fiori. Mentre l’odore acre del legno e della terra umida risultava a tratti quasi fastidioso. In quel bosco, sui fianchi ripidi di quella collina non eri mai solo, in effetti. E a lui piaceva immaginare, come faceva da ragazzo, che qualcuno, qualche entità lo stesse osservando con curiosità e, magari, con un accenno di benevolenza.

Sì. Sentiva che quel tuffo nel suo passato, quel rovistare fra le sue radici, gli aveva fatto bene. Aveva bisogno di essere rassicurato, che qualcosa nei meandri del suo animo gli confermasse che la sua era stata la scelta giusta. Ma, assieme ai tanti ricordi, si era insinuato un che di amaro. Come quell’impalpabile retrogusto che riesce a guastare il sapore di un buon vino. L’immagine di un filo che si era definitivamente spezzato e che non era più possibile riannodare. Che fine avevano fatto tutte quelle leggende? Cosa ne sarebbe stato di un mondo arcano e antico che generazioni infinite avevano tramandato fino a oggi? Non era solo questione di folklore, di atteggiamenti esteriori e datati, ma dell’essenza stessa di quella gente cui lui sentiva più che mai di appartenere. Forse era soltanto il suo bisogno di sentirsi appartenente a una dimensione più ampia. Di non essere solo quel povero disperato che i decenni trascorsi a Firenze avevano fatto diventare. Quella saggezza, quella cultura, popolare e alta nello stesso tempo, lui l’aveva bevuta assieme al latte materno, l’aveva ricevuta da suo nonno in quelle serate accanto allo spolèrt e persino da suo padre, quando era sobrio.

Eppure si rendeva conto che, dopo il trascorrere dei millenni, lui rappresentava ormai l’ultimo anello di una catena destinata a finire con lui. In un mondo ormai omologato, dove tutti quanti si accalcavano alle porte dei centri commerciali per seppellirsi di oggetti e di abiti “fighi” e griffati. Dove tutto era diventato effimero, di breve durata, inconsistente. Un mondo nel quale tutto quello che a lui pareva importante non interessava più a nessuno e, al massimo, veniva etichettato come “vecchio”, un inutile residuo in un mondo tutto orientato a quel progresso materiale e immediato che avrebbe garantito la felicità di tutti. La lingua friulana, le tradizioni, costituivano solo una pietra d’inciampo nell’ambito di una carriera che non poteva che essere globale. E sempre più genitori si rivolgevano ai loro figli in italiano, l’unica parlata in grado di prepararli a una vita di successo. Magari trasformandoli in ballerine e cantanti, oltre che in calciatori, come profetizzavano i visi accattivanti e perennemente sorridenti dagli studi televisivi di Roma o di Milano. Se volevi davvero riuscire nella vita, dovevi partire e dimenticare questi luoghi. E lui, in fin dei conti, quando aveva abbandonato la casa dei suoi genitori sbattendo la porta, per andarsene a Firenze con la sua povera valigia imbottita di speranze, aveva forse fatto una scelta diversa?

Eliseo cercò di cacciare dalla mente questi pensieri tristi. Non era il momento per deprimersi o per alimentare i suoi sensi di colpa. In fin dei conti, era tornato. Solo questo contava davvero. E in quel momento aveva ben altro da fare. Cose concrete e che non poteva rimandare. Quasi con rabbia, accelerò il passo. Con la netta sensazione che cento occhi lo stessero osservando. Dopo averlo atteso a lungo.

 

[Continua….]


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