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IL CANTO DELLE AGANIS – Romanzo

Questo è un libro che parla di ritorni, di nostalgia, della caducità delle cose che ci circondano. Ma anche di amore, di disperazione e di speranza. Del percorso di sofferenza e solitudine di due persone che, convinte di non aver più niente da pretendere dalle loro vite, si incrociano per caso, se il caso esiste davvero.

Eliseo, il protagonista della storia, è un uomo di cinquantotto anni che ritorna nel suo luogo di origine dopo che il fallimento della libreria che aveva gestito a Firenze lo ha mandato sul lastrico e ha travolto tutti i suoi affetti, famiglia compresa. Un uomo infinitamente solo, seppur di grande cultura e scrittore, che vive alla giornata e che cerca proprio nel suo luogo di origine, il Friuli, un’ultima opportunità. Qualcosa cui aggrapparsi per ripartire.

Rita, invece, è una donna di quarantacinque anni, rimasta vedova da tempo di un marito che ha fatto in tempo a rovinarle l’esistenza. Additata ingiustamente dal paese come una poco di buono, è rimasta sola dopo che il suo unico figlio, partorito all’età di diciotto anni, se n’è andato a lavorare in Australia. Per rimanerci. Una donna depressa e ripiegata su sé stessa. Una donna che si trascura, vivendo alla giornata senza più alcun interesse nelle cose o nelle persone. Incapace di concepire un qualsiasi futuro.

È un ritorno impossibile, quello di Eliseo. Che ben presto si accorge che quel mondo che pensava di ritrovare non esiste forse più, ammesso che un mondo migliore possa mai essere trovato da qualche parte. E, in ogni caso, è sempre troppo tardi per una redenzione, per riparare ai propri errori. O per ricominciare daccapo.

Questo è un libro che parla anche di un amore sofferto e di una speranza che si costruisce giorno dopo giorno. Mentre i due protagonisti, due perdenti, scoprono che anche un tramonto, un sole agonizzante può regalare ancora sprazzi di luce meravigliosa. Anche in un mondo cattivo come il nostro nel quale conta solo il denaro e l’immediato. E parla di destino, di quei fili misteriosi e sotterranei che attraversano le nostre esistenze per allacciarsi nei modi più insoliti. Come accade a Eliseo e Rita. Fili che però possono risultare fragili e rischiare di spezzarsi.

Sullo sfondo, c’è un Friuli evocato, una terra antichissima e magica, con i suoi misteri, i miti e le tante presenze nascoste, custodi di una natura rigogliosa, che da sempre assistono, o partecipano, alle misere vicissitudini, al dolore dei comuni mortali. Come quelle Aganis, quegli spiriti delle acque e dei boschi comuni ad altre culture, anche dell’Est europeo. Esseri femminili che diventano delle specie di sirene, simili a quelle ben più famose di Ulisse, e che sono capaci di influenzare il destino degli uomini con il loro canto fatale. Bellissime, ammaliatrici tanto da far perdere il senno a chi se ne innamora, ma capaci anche di uccidere. Con quella crudeltà che solo queste creature fatate riescono a dimostrare. Anche se noi, ormai, forse non siamo più capaci di ascoltare quel canto e le parole trasportate dal vento che, incurante di noi e dei nostri insignificanti drammi, continua a scendere da quelle colline. E anche le Aganis, forse, e tutte le altre creature senza tempo che popolano da sempre questi luoghi, stanno lentamente scomparendo assieme a un mondo millenario. Morendo di indifferenza. O, forse, c’è ancora un filo di speranza cui aggrapparsi? E questi esseri hanno ancora qualcosa da raccontare?

Il testo vuole essere anche un omaggio a un grande scrittore di questa terra, Carlo Sgorlon, e, soprattutto a quel libro, Prime di sere (tradotto in italiano con il titolo Il vento nel vigneto), che è stato la lettura che, per prima, ha influenzato la mia scrittura di ragazzo. L’anno di quel terremoto che ha portato via con sé la mia casa e le mie certezze. Ma che è stato determinante per il mio futuro. E per la mia carriera di scrittore. Fili, destini che si incrociano… Non per nulla il nome dei personaggi principali è quello utilizzato da Sgorlon per il suo libro.

Nel testo ci sono alcuni termini espressi in lingua friulana. Sono di facile comprensione, anche dal contesto. Anche la numerazione dei capitoli è in friulano, mentre tanti riferimenti topografici e storici sono presi dalla realtà. Questo anche per una maggiore immedesimazione del lettore nell’atmosfera della vicenda.

Il testo è anche tradotto in lingua friulana, con il titolo Il cjant des Aganis, per un’eventuale altra o doppia edizione.

CLICCA QUI O SULLA FIGURA PER LEGGERE IL TESTO IN ANTEPRIMA


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Gianluigi Zecchin
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