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Negli ultimi tempi abbiamo visto tante persone accalcarsi sui balconi con le loro bandierine e le loro marcette militari che, con la voce rotta dall’emozione giurare a sé stessi e al mondo che niente più sarebbe stato lo stesso, che questa prova avrebbe portato a un futuro migliore e in pace con il creato. Che stava succedendo qualcosa di terribile e che bisognava osservare scrupolosamente le nuove regole sociali e le regole di isolamento. Poi, i balconi si sono svuotate e le radioline sono rimaste spente mentre da ogni dove spuntavano voci che dicevano che il coronavirus era tutto una farsa, un complotto, e che non c’era bisogno di osservare regole imposte da chi aveva solo il suo interesse a farlo. Che il covid era solo una specie di influenza un po’ più rognosa. E via di questo passo. In un’apoteosi che ha coinvolto tutti, dai governanti al semplice uomo della strada. Con una parte della società a interrogarsi come mai, in un mondo così pervaso dalla cultura scientifica, esistano ancora tante persone che neghino l’evidenza della malattia e la sua pericolosità. Salvo poi fare rapidamente marcia indietro quando vengono contagiati.

Al contrario, siamo sempre convinti che in passato, in un mondo decisamente più abituato del nostro alle continue epidemie, o pandemie che dir si voglia, le persone fossero più rassegnate alla fatalità di eventi che allora non erano in grado né di prevedere né di gestire. Né tanto meno di riconoscere. E per fronteggiare i quali, non erano attrezzate. Insomma, noi partiamo dalla presunzione che i “negazionisti” di oggi, in quei tempi non avrebbero avuto vita facile. La peste c’era (qualunque cosa volesse significare all’epoca), così come pure le altre pandemie (come si direbbe oggi). E con grande regolarità colpivano e falcidiavano comunità che si difendevano come potevano (il “lockdown” dei giovani del Decamerone ne è un esempio) e che riempivano, disperate, le chiese e le processioni per invocare la pietà divina. Mentre le autorità e la medicina si limitavano a gestire i loro lazzaretti, a far portare via i cadaveri, a impartire disposizioni sanitarie che oggi troviamo ridicole. Insomma, la peste e le epidemie erano una realtà costante che accompagnava l’esistenza dei nostri antenati. E che non potevi far altro che accettare, semmai, come un castigo divino. Punto e basta. Ma era davvero così?

Andiamo un po’ a vedere le cronache di qualche tempo fa e non ci sorprenderà vedere atteggiamenti che paiono cronaca dei nostri giorni o dalla bocca dei soliti politicanti. Nel 1599, ad esempio, i medici di Burgos e Valladolid, in Spagna, con la peste che già infierisce fanno dichiarazioni tranquillizzanti (che qui sintetizziamo): “Per parlare con esattezza, non è la peste”; “Si tratta di una malattia comune”; “Si tratta di febbri persistenti, dolori al fianco, catarri e cose simili… Alcuni hanno avuto dei bubboni, è vero, ma guariscono facilmente”.

E come non ricordare la citazione del Manzoni, nel cap. XXI dei Promessi sposi, parlando di Milano durante l’epidemia del 1630: “All’arrivo di quelle nuove… chi non vi crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie id quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La penuria dell’anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo, parvero più che bastanti a rendere ragione della mortalità; sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per così dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato.”

Heinrich Heine racconta dell’epidemia di colera del 1832 a Parigi: “[…] i Parigini passeggiavano con maggiore allegria nei viali dove furono viste anche delle maschere, che, imitando il colorito malaticcio e l’aria esausta, schernivano sia la paura del colera sia la malattia stessa. La sera dello stesso giorno, i balli pubblici furono più affollati che mai.” Nella vicina Lilla la popolazione, in un primo tempo, credette che l’epidemia fosse tutta un’invenzione della polizia.

Dappertutto, a leggere le cronache dell’epoca, raccontano di autorità che per prima cosa negano o minimizzano il pericolo. E poi, quando il pericolo si annuncia, sono negligenti, esitanti, nel prendere provvedimenti. Nel 1348, quando la terribile Peste nera comincia a infierire a partire dai porti (Pisa, Genova, Venezia), Firenze è l’unica città dell’interno che si muove cercando, purtroppo inutilmente, di proteggersi. Lo stesso processo di rimozione e di inerzia da parte del potere pubblico pare essere una regola. Oltre che alle già citate realtà spagnole del 1599 e lombarde del 1630, un po’ dappertutto ci si rifiuta, nonostante le raccomandazioni, di chiudere le scuole e di interrompere le prediche alle folle. Con tutto quello che ciò avrebbe comportato a livello di diffusione del morbo.

C’era sicuramente una componente psicologica, il rifiuto di evocare il morbo anche solo nominandolo. Ma anche la preoccupazione per l’ordine pubblico e l’attività economica. La quarantena, per una città, significava problemi di vettovagliamento, fallimento di attività economiche e commerciali, probabili disordini, disoccupazione. E talvolta si poteva sperare che la pandemia stessa, se fosse passata più velocemente, avrebbe causato un numero limitato di vittime. Da qui le rassicurazioni nei confronti della popolazione. E, forse, i medici e le autorità, in questo modo rassicuravano anche sé stessi. In ogni caso, nella storia vale spesso il biblico adagio: “niente di nuovo sotto il sole”.

 

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