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Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra
e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre.
Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra
e se ne addolorò in cuor suo.
(Genesi 6, 5-6)

L’asfalto del vialetto era sepolto sotto un velo di cartacce e foglie morte. Un uomo dalla pelle scura se ne stava appoggiato alla staccionata, gettando sassolini nelle acque melmose dell’Arno. Ai suoi piedi la solita paccottiglia di oggetti da due soldi. Poco più in là una donna sculettava con indosso una tuta da jogging e un piumino griffato. In mano reggeva un guinzaglio all’altro lato del quale un grumo di pelo a forma di cane si era fermato a depositare i suoi bisogni sul manto erboso. Geremia non aveva mai capito cosa inducesse così tanta gente a buttare via soldi, e non pochi, per portarsi a casa una creatura incapace di qualsiasi attività che non fosse quella di ingozzarsi di cibo e sparpagliare merda e acido urico in giro. Considerava i cani degli esseri talmente privi di dignità da ridursi ad accettare passivamente di esser trattati come giocattoli o accessori di moda. Come accadeva spesso, anche la distinta signora se ne andò con il mento all’insù e gli occhi semichiusi, da diva navigata, lasciando in bella vista il ricordo della sua bestiolina.

la casa del manoscritto maledettoGeremia si stiracchiò e le articolazioni gli rimandarono un inquietante scricchiolio. Non faceva freddo ma l’aria era impregnata di umidità. Grosse gocce precipitavano con ritmica regolarità dai rami che lo sovrastavano, infrangendosi sul suo logoro soprabito. Ma lui non aveva minimamente voglia di muoversi. Alzò al cielo la bottiglia di Chianti dal profilo ormai quasi completamente verde e ci guardò attraverso. Così filtrate, le figure apparivano sempre più deformate, esasperandosi man mano lo sguardo procedeva verso i bordi. Muovendo il vetro davanti agli occhi, la realtà si modificava, si dilatava e si restringeva, con mille sfumature, sempre diverse. Anche la sagoma dell’ozioso lanciatore di sassi entrava, suo malgrado, in quel gioco. Lo osservò girarsi per gettargli un’occhiata infastidita. Molto probabilmente lo aveva preso per uno squilibrato, un uomo del quale stava valutando la pericolosità. Oppure – pensò con una punta di perfidia – quello sguardo rivelava solo il desiderio di inebriarsi di quel nettare profumato e imbonitore, ma il suo istinto era frenato dalla sua educazione. Anche se, a giudicare dalla quantità industriale di birra che gli spacciatori maghrebini si scolavano nelle piazze del circondario, non doveva trattarsi di una regola valida per tutti i suoi conterranei. Al contrario, la sua cultura di origine, quella cristiana, aveva superato ogni limite dell’immaginazione arrivando a trasformare Dio in un calice di vino. E invitando, per giunta, a berlo per ricordare il suo sacrificio. Nelle cantine scavate nel ventre delle colline che circondavano Firenze si stava combattendo, insomma, una guerra di religione. E lui, l’umile Geremia, non faceva altro che dare il suo modesto e rispettoso contributo alla causa del Signore. Senza risparmiarsi.

la casa del manoscritto maledettoCon un sorriso provocatorio, si avvicinò il collo della bottiglia alle labbra, con calcolata lentezza, e bevve una lunga sorsata del contenuto. Percepì quasi subito la contrazione delle pareti dello stomaco e un violento senso di nausea. La realtà delle cose cominciava a oscillare. Cristo! Non doveva continuare a bere a digiuno. Mangiare qualcosa assieme al vino era pur sempre una regola di buon senso che persino suo padre aveva rispettato. Qualche volta, almeno. Una donna gli passò davanti, spingendo una carrozzina, non senza degnarlo di uno sguardo di commiserazione. Un tempo, il caro Geremia Solaris si sarebbe ubriacato con maggiore discrezione fra le pareti dell’appartamento dove abitava. Ma ormai non gliene fregava più niente dei commenti degli altri. E di amici cui rendere conto dei suoi comportamenti non ne aveva praticamente più nessuno. Quelle pareti, poi, trasudavano di troppi ricordi di lei e della vita precedente. Ricordi che facevano male.
Un sorso di vino. Un altro ancora per ricacciare in gola una bestemmia. Non gliene importava più niente del suo stato di salute, del suo aspetto fisico, della città di merda che si srotolava attorno a quel fiume che scorreva a soli pochi passi da lui.
Si passò il palmo della mano sulle guance. Da quanto tempo non si radeva? Ad occhio e croce, da una settimana almeno, forse due. Non se lo ricordava più. Doveva avere un aspetto terribile, da barbone consumato. E il suo abbigliamento trasandato non testimoniava certo il contrario. Appoggiò la bottiglia per terra e si accese una sigaretta.

«Posso sedermi?».
Geremia squadrò la figura in giacca e cravatta davanti a lui. «Se non può farne a meno…» rispose acido. Poi corresse il tiro: «Prego, in fin dei conti questa panchina è pubblica».
Dopo aver asciugato il suo posto con il fazzoletto, l’uomo si mise a sedere, la mano appoggiata sul manico dell’ombrello come si fosse trattato di un bastone da passeggio. I due rimasero in silenzio, osservando gli esemplari di umanità che sfilavano davanti ai loro occhi. Dopo un po’, il nuovo venuto girò il capo verso di lui, con un sorriso che Geremia trovò irritante: «Non è un po’ presto per ubriacarsi?».
la casa del manoscritto maledetto«Sono affari miei, se mi consente!» replicò lui, risentito. «E poi, come si permette?».
«Ha ragione. La prego di perdonarmi» rispose l’altro. Poi, senza scomporsi, aggiunse: «Le cose non vanno proprio così bene, vero dottor Solaris?».
Sentendosi chiamare, trasalì: «Come fa a conoscere il mio nome? Chi è lei e che cosa diavolo vuole?».
«So che negli ultimi tempi», continuò l’altro, «lei non ha quasi più ricevuto proposte di lavoro nel settore dell’editoria nonostante, se lo lasci dire, le sue indubbie competenze in materia».
Geremia rimase a bocca aperta, incapace di ribattere. Effetto anche dell’alcol, indubbiamente, che gli rallentava i riflessi.
«Sono qui per farle una proposta», proseguì l’uomo vestito elegantemente. «Una di quelle che potrebbero, mi creda, cambiare la sua vita».
«Mi perdoni, ma non capisco», balbettò Geremia, sforzandosi inutilmente di apparire lucido.

«C’è qualcuno che ha una grande stima nelle sue capacità, nonostante tutto, in considerazione di quello che lei ha dimostrato in passato. E che è in grado di ricompensarla profumatamente».
«Ma per fare cosa? E poi, chi…?».
«Ascolti, dottor Solaris», lo interruppe l’altro gettando uno sguardo severo alla bottiglia, «se vuole saperne di più venga nel mio studio domani mattina, quando avrà la mente, diciamo, più libera dalle preoccupazioni».
Ciò detto gli porse un biglietto da visita. «Ovviamente, non è obbligato a farlo, ma fossi in lei, ci verrei. Arrivederci. Le auguro una buona giornata».
Detto questo, si alzò e, senza aggiungere altro, se ne andò da dove era venuto, lasciando Geremia completamente inebetito. Osservò il rettangolo di carta. I caratteri oscillavano ma riuscì ugualmente a leggerlo:
Giovanni Enrico Ponti. Avvocato
Via Domenico da Malmantile, 13
50122 Firenze

la casa del manoscritto maledettoSi accese un’altra sigaretta. Domani mattina. Cosa poteva volere da lui un legale che, com’era evidente, agiva per mandato di qualcuno? E che, a giudicare dall’abbigliamento e i modi, non doveva nemmeno essere a buon mercato. Sapeva per esperienza che gli avvocati non portavano altro che guai, come tutti quelli che girano in completo e cravatta. Ma doveva ammettere di essere curioso. Ci sarebbe andato solo per questo, per sapere di cosa diavolo si trattasse. Al massimo, avrebbe rifiutato. Eppure il nostro egregio azzeccagarbugli si era addirittura scomodato di persona per cercarlo. Come diavolo aveva fatto a sapere dove si trovava in quel momento? Lo avevano seguito? Inutile porsi domande alle quali non avrebbe saputo fornire una risposta. Al diavolo! Afferrò nuovamente la bottiglia e ne scolò il contenuto d’un fiato. Quasi con rabbia. Stavolta la nausea lo assalì con ancora più prepotenza mentre la testa cominciava a girargli sempre più vorticosamente. Un turbinio che man mano trascinava con sé le aiuole di quel giardino, il verde degli alberi, le acque torbide dell’Arno, perfino quell’africano che non aveva altro di meglio da fare che starsene appoggiato alla ringhiera, le merde di cane, il brusio dei passanti, il rumore del traffico dei lungarni… Ebbe appena il tempo di raggiungere, reggendosi sulle gambe malferme, il retro della siepe dove, con discrezione, vomitò una sostanza dal colore indefinibile. Geremia rimase in ginocchio a lungo, respirando a fatica e cercando di attenuare il bruciore acido che si era impossessato delle sue narici. E chiedendosi se la tonalità della chiazza che aveva davanti tendesse di più al verdastro o al color porpora.

Tutto tornava alla terra, prima o poi. Anche il Chianti non poteva che sottostare a questa legge divina e immutabile. Requiescat in pace. Amen.
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