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Tricolore e tricolori. Appunti per una festa da rivedere

Oggi è la festa del tricolore che, mi dicono, festeggia ben 222 anni.
Aderisco ben volentieri con la mia bandiera nazionale, quella friulana, che di anni ne vanta qualcuno di più. Se qualcuno si prende la briga di verificare, nel duomo di Udine ce n’è una che che risale. al più tardi, al 1350. E, diciamocelo, non è stata copiata secondo le mode del momento né è stata utilizzata da stati occupanti e imperialisti; ma ha caratterizzato un’entità etnica e territoriale che vanta uno dei primi parlamenti al mondo.

Di questo, naturalmente, i libri di scuola italici che ancora olezzano di fascismo e di ignoranza, non ce n’è traccia. E continuano a inculcare, coscientemente e in mala fede,l’identificazione stato-nazione che è quanto di più falso ci possa essere (basta vedere le definizioni su un buon vocabolario). A chi festeggia il tricolore faccio presente che esistono anche tante bandiere minoritarie e di pari dignità. E, assieme a quella del Friûl, ricordiamo quelle della Catalogna, dei Paesi Baschi, della Bretagna, dei Sardi e così via.

Intendiamoci, con questo non intendo assolutamente contestare il diritto degli italiani di festeggiare la loro bandiera. Ci mancherebbe. Amo l’Italia nella quale, fra l’altro vivo e lavoro. Quello che mi dà fastidio, semmai, è la retorica, da qualsiasi parte venga. Chi ha avuto la bontà di leggermi, sa benissimo che sono assolutamente refrattario a tutto questo. Io scrivo dei poveri cristi e di tutti quelli che a una storia non hanno mai avuto diritto. Gente che, anzi, la storia l’ha sempre subita. Così come è successo nei secoli ai friulani e a tanti come loro che di bandiere ne hanno viste sin troppe. E dietro le bandiere hanno visto arrivare soldati, nobili, sfruttamento e capitale. E i Savoia e i generali che hanno strappato dalle loro povere case di contadini per mandarli a combattere per gli interessi degli Agnelli, degli Ansaldo e via di questo passo. Bandiere che, alla fine, vengono anche convinti a onorare come se fossero sempre state le loro. Mentre nei libri di storia pare quasi che tutti i friulani, i tedeschi, i sardi, gli sloveni e così via non aspettassero altro che gli italiani per essere liberi.

Se proprio non se ne può fare a meno, che almeno si festeggi senza ipocrisie, cosa assolutamente impossibile. Quel tricolore, che uno stato borghese ottocentesco si è imposto sul modello francese (altro imperialismo, il che è tutto dire) è stato ed è il simbolo di un grande popolo, ovviamente. Ma è stato anche il vessillo di una dinastia sciagurata e criminale come quella sabauda e degli stermini degni del peggior nazismo perpetrati dagli italiani nelle colonie. E della povertà e arretratezza imposta a gran parte della penisola dal capitalismo al potere in seguito a quella operazione massonico-finanziaria chiamata “unità”.

Il tricolore, in definitiva, non è un semplice gadget colorato, ma è un contenitore di storia con luci e ombre. Una festa che fa passare solo messaggi positivi, dimenticandosi tutto il resto. Questo, mi dispiace, non lo posso accettare. Rispetto il diritto di un popolo a festeggiare i suoi simboli. Ma la storia, quella vera, è una cosa diversa che nessuno vuole raccontare.

 

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