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Teodora. La figlia del Circo, di Mariangela Galatea Vaglio. La recensione

Teodora. La figlia del Circo - Mariangela Galatea Vaglio - Sonzogno Devo confessare di non essere un grande amante dei romanzi storici propriamente detti, prediligendo, semmai, i thriller ambientati nel passato. Essendo uno storico, come formazione, quando desidero informarmi su di un determinato personaggio o sul suo contesto, preferisco affidarmi ai manuali o ai saggi di qualche studioso accreditato. C’è sempre una sorta di sospetto, di ritrosia. E, se vogliamo dirla tutta, quando mi trovo davanti a un testo che si definisce “romanzo storico” mi aspetto anche una certa dose di noia.

Ebbene, la lettura del libro Teodora. La figlia del Circo di Mariangela Galatea Vaglio ha scosso le mie certezze, obbligando a ricredermi. La capacità tecnica ed evocativa dell’autrice è indiscutibile. Man mano si procede nella narrazione, senza riuscire a smettere di andare avanti, si ha la sensazione di vivere gli avvenimenti dall’interno. Pare quasi di trovarsi partecipi di fatti che stanno avvenendo qui e ora, che si svolgono proprio davanti ai nostri occhi. Scorrendo le pagine, ci troviamo catapultati nel mezzo della folla colorata di Costantinopoli, percepiamo chiaramente il rumore, gli odori, le fragranze di un mondo che sappiamo lontano ma che la Vaglio ci pone dinnanzi in tutta la sua naturalità. Un mondo fatto di contadini e gente comune, popolato da eunuchi, monaci, barbari, prostitute, pederasti, mendicanti, mercanti e così via. Un campionario di umanità variopinto ma infido che si nutre anche di discussioni, per noi incomprensibili, sulla natura di Cristo e della passione per i giochi del circo. E che è sempre pronto alla rivolta. Ma così si viveva in quell’incredibile e composita città che era Costantinopoli a cavallo fra il V e il VI secolo dopo Cristo. Nell’ombelico del mondo.

Dimenticatevi, quindi, le descrizioni noiose di certi romanzi storici che ci hanno tediato sui banchi di scuola e che molti scrittori d’oggi continuano a riproporci. Questo romanzo, al contrario, ti prende sin dall’inizio e ti trascina senza concederti un solo attimo di respiro fino all’ultima pagina con una narrazione agile (un plauso alla scelta di scrivere capitoli brevi) che non risulta mai superficiale e sbrigativa.

Ho trovato, anzi, un grande rigore nella scrittura e nella ricerca storica che deve avere impegnato molto l’autrice. La quale, molto correttamente, in appendice cita le fonti utilizzate e i punti nei quali, mancando la documentazione, ha dovuto supplire con l’immaginazione i tasselli vuoti di un grande mosaico storico. Mi sono accinto alla lettura del libro attirato da quel misterioso personaggio che ha profondamente influenzato il suo tempo come Giustiniano. Tutti noi, abbiamo ben impresse in mente quelle due figure raffigurate nei mosaici di San Vitale a Ravenna, altere come divinità orientali immerse nello sfavillio dell’oro. Da una parte l’imperatore e, dall’altra, la sua compagna, Teodora, con la sua corte. Lui, Giustiniano osò quello che nemmeno i suoi predecessori avevano avuto il coraggio di concepire: la riconquista dell’impero sotto le insegne di Costantinopoli, la nuova Roma, il braccio armato di Dio. Noi oggi sappiamo che quel progetto fu un tragico errore. Le campagne dei generali di Giustiniano, quelle che sono passate alla storia col nome di guerre gotico bizantine (535-553) distrussero e spopolarono l’Italia a dei livelli tali che molti, compreso colui che diventerà pontefice con il nome di Gregorio, si convinsero che era davvero arrivata la fine del mondo profetizzata dalle Scritture. E come dargli torto? Le città erano ormai distrutte, le foreste e le paludi avanzavano occupando terreni che nessuno si prendeva più la briga di coltivare. La peste era arrivata a più riprese, con un’intensità che nessun uomo aveva mai visto prima di allora, a decimare una popolazione sempre più debilitata e affamata. I lupi spadroneggiavano su gran parte del territorio e uomini come Benedetto perseguivano l’unica via di uscita da un mondo ormai sul baratro, la fuga verso la solitudine dell’eremo. Giustiniano poteva festeggiare il suo trionfo in Italia, così come nel Nord Africa dove le armate imperiali avevano spazzato via il regno violento ed eretico dei Vandali. Ma, come ho già detto, si trattò di un errore la cui evidenza risulterà evidente solo nel periodo successivo. L’Occidente, in queste condizioni non poteva più difendersi. Pochi anni dopo, era il 568, i Longobardi di Alboino avrebbero invaso la penisola senza trovare, praticamente, resistenza. E l’impero si ritroverà in possesso solo di buona parte del Meridione, di Roma e della linea fortificata che dalla città dei papi portava fino alla capitale, Ravenna, difesa dal baluardo naturale delle paludi. L’Africa, invece, venne conquistata dagli Arabi, assieme a gran parte di quello che oggi conosciamo come Medio Oriente. Forse, se le scelte fossero state diverse, se Giustiniano si fosse curato maggiormente delle sue province e dei confini orientali, all’epoca minacciati dai Persiani, e di quelli meridionali le cose sarebbero andate diversamente.

Ma con i “se” e con i “ma” non si fa la storia. In ogni caso noi sappiamo che Teodora, questo misterioso e affascinante personaggio femminile, è stata determinante nelle scelte dell’imperatore, giuste o sbagliate che fossero. Una ballerina, per giunta. Termine che, all’epoca, era praticamente sinonimo di prostituta. Confesso che di lei, non sapevo molto di più.

Devo dire che il libro di Mariangela Galatea Vaglio ne traccia un profilo umano e biografico molto dettagliato. Si nota subito il grande lavoro di ricerca che sta dietro alla stesura del romanzo. Senza minimamente appesantirlo, va rilevato. Ne emerge la figura di una donna determinata che per raggiungere i suoi scopi non esita e utilizzare gli strumenti che la natura le ha fornito. La bellezza, anzitutto. Ma anche una grande intelligenza e capacità di analisi delle situazioni che, alla lunga, farà la differenza. D’altro canto, nel mondo spietato e corrotto nel quale è costretta a vivere, non ha molta scelta. Teodora è una donna determinata e conscia del suo ascendente sugli uomini. Eppure, si dimostra molto meno ipocrita del suo ambiente e delle persone che deve frequentare. E, anche in momenti in cui agisce con una certa dose di cinismo pur di raggiungere i suoi scopi, è capace di gesti di generosità assolutamente gratuiti. Come quando ad Alessandria, di fronte al patriarca Timoteo, si impegna personalmente per coronare il sogno d’amore di una ragazza, Marcellina, sua occasionale compagna di viaggio, cui la madre aveva ormai imposto il velo monastico. Quella giovane donna non deve passare quello che lei, invece, ha sofferto. Quella di Teodora è una forma di ribellione verso un mondo dominato dall’ipocrisia degli uomini e che alle donne non concede alcuna possibilità di scegliere il proprio destino. O sei una moglie devota, se puoi ambire a una dote, oppure ti ritrovi, che tu lo voglia o meno, rinchiusa nella cella di un monastero. A quelle come Teodora, la figlia del circo e di un mondo violento e senza possibilità di riscatto, non rimane altra possibilità che fare mercato del proprio corpo e a ostentarlo negli spettacoli. Eppure, sfruttando la sua bellezza e quell’intelligenza che gli uomini non riconoscono nelle donne, Teodora riuscirà a raggiungere ciò che ha tenacemente voluto. L’impossibile. Sporcandosi molto meno di quegli uomini che l’hanno sempre disprezzata, squadrandola dall’alto in basso. Si tratta, in definitiva, di una figura positiva, di una luce di speranza per tutte quelle donne che, a differenza di lei, non ce l’hanno fatta.

Nel racconto della Vaglio i maschi, invece, non sempre fanno una gran bella figura. Qui, forse, si nota la mano femminile della scrittrice. L’imperatore Giustino, il salvatore della patria in tante vicende belliche, quando si tratta non di combattere, ma di governare, si dimostra un incapace e assolutamente cieco davanti agli intrighi della politica e alla doppiezza degli uomini che lo circondano. E gli esempi potrebbero continuare. Lo stesso giovane Giustiniano, per decidere, ha bisogno di una donna, Teodora, che sembra conoscere meglio di lui l’animo umano e la realtà delle province più lontane dalla capitale. Un Giustiniano che, se proprio vogliamo trovare un difetto nel romanzo, ci appare talvolta un po’ troppo rigido, con un atteggiamento quasi passivo nei confronti degli avvenimenti. Ma forse solo perché ancora non è diventato quel gigante della storia che conosciamo. Anche se può già sfruttare l’abilità e l’intelligenza di una consigliera come Teodora che, al contrario di lui, si è formata combattendo contro un mondo ostile e malvagio. Uscendone vittoriosa, pur dopo le tante vicissitudini che il libro di Galatea Vaglia ci fa vivere attraverso una narrazione che ho trovato davvero appassionante. Riuscendo, nonostante il ritmo veloce del racconto anche a descrivere fin nei minimi dettagli l’ambiente e la psicologia dei personaggi. Un’operazione che risulta difficile a qualsiasi scrittore, per quanto navigato.

Teodora. La figlia del Circo, per concludere, è un romanzo storico che si legge d’un fiato, come un giallo ben riuscito. Per questo ne consiglio la lettura a un pubblico ben più ampio degli amanti del filone storico. In queste pagine si respira una tensione, un succedersi di colpi di scena degno dei migliori thriller. Una vicenda che il lettore vive immedesimandosi sempre di più con la protagonista, diventandone complice. Alla fine, dopo aver girato per le vie di Costantinopoli, aver errato per buona parte dell’Impero e aver assistito a intrighi di palazzo e fatti di ogni genere, dispiace davvero lasciare Teodora a un punto, per quanto fondamentale, della sua vicenda umana. E, richiudendo il volume, ci accorgiamo che già ci manca. Vorremmo saperne di più, siamo curiosi di leggere il seguito. Che, speriamo davvero, non tardi ad arrivare.

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