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Percepire il medioevo. Il tempo dell’uomo e il tempo di Dio

La percezione dell’universo e del tempo nel medioevo era assai diversa da quella cui oggi siamo abituati. Noi contemporanei, sempre assillati dalle lancette o dai display degli orologi, con gli appuntamenti da rispettare con puntualità, in un mondo dove il tempo è denaro e non può essere sprecato, non siamo in grado di comprendere una mentalità molto meno sensibile, addirittura indifferente allo scorrere del tempo. All’epoca, invece, l’uomo comune si alzava all’alba e andava a dormire al tramonto, considerato che le luci artificiali non erano sempre facilmente disponibili e a buon mercato. Il levare e il calare del sole erano gli unici punti di riferimento sicuri, visto che i pochi strumenti per misurare il tempo (meridiane, candele e così via) erano imprecisi e non semplici da gestire. Capitava così che le persone più umili, per avere un’idea dell’ora, si basassero esclusivamente sul suono delle campane delle chiese e dei monasteri che chiamavano i religiosi alla preghiera.

Per giunta, la durata del giorno variava notevolmente nel corso dell’anno e a seconda della latitudine. Essa veniva divisa in dodici ore, dall’alba al tramonto che, di conseguenza, erano più lunghe in estate e più brevi d’inverno. La notte, secondo l’uso ereditato dal mondo romano, era diviso in quattro vigiliae di tre ore ciascuna, anch’esse, di conseguenza, variabili a seconda delle stagioni.

Una tale approssimazione potrebbe far inorridire un qualsiasi uomo contemporaneo, abituato alla successione regolare delle ore di sessanta minuti, divise a loro volta in sessanta secondi e via di questo passo. Ma all’epoca, di una tale precisione, non se ne sentiva, semplicemente, il bisogno. Il tempo degli orologi meccanici, il tempo del mercante, del dio denaro e dell’usura, con i suoi tassi di interesse, doveva ancora venire.

Lo stesso accadeva per le distanze che si misuravano a miglia o addirittura a giornate. Anche in questo caso, non si percepiva la necessità di una mappatura dettagliata e precisa. Questo, al massimo poteva interessare ai marinai che consultavano i loro portolani che si limitavano a riportare con precisione le linee di costa. All’uomo comune che attraversava le lande d’Europa, spesso su sentieri dal tracciato approssimativo e mutevole, bastava molto meno.

La giornata di un monaco veniva scandita dalla preghiera che san Benedetto aveva voluto venisse recitata quotidianamente per sette volte, in accordo con quanto scrive il salmista (“Ti ho lodato sette volte durante il giorno”, Sal 118, 164), cui si aggiungeva il cosiddetto Notturno o Vigilia (“Nel cuore della notte mi alzavo a renderti lode”, Sal 118, 62).

D’altronde, Gesù stesso aveva dato l’esempio, vegliando in preghiera durante la notte, in ciò imitato dalle prime comunità cristiane.

In pratica, l‘ufficio divino dei monaci benedettini consisteva nei seguenti momenti che prendevano il nome dall’ora nel quale veniva recitato: Vigilia (poco dopo mezzanotte), Lodi mattutine (sul far del giorno), Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri (verso il tramonto del sole), Compieta (prima del riposo notturno). Dobbiamo comunque segnalare che nel sec. XIII si era ormai generalizzata l’usanza di spostare in avanti l’ufficio di Vigilia fino a stabilirlo poco prima dell’aurora, matuta, da cui il nome “Mattutino” con il quale venne denominato, in pratica unificandolo con le Lodi.

Il tempo della narrazione di questo libro, dicevamo, risente del ritmo dell’epoca. Ed era naturale, per un monaco, scandire lo scorrere della giornata secondo il succedersi di quelle che venivano chiamate “ore canoniche”. Pur con l’indeterminatezza derivante dalla difficoltà di misurazione.

Un religioso era tenuto, secondo quanto stabilito dallo stesso san Benedetto (Regola, XVIII) alla recita di tutti i salmi (che assommavano a centocinquanta) nell’arco di una settimana, oltre a un certo numero di cantici, inni, preghiere e letture tratte tratte dalla Sacra Scrittura. Per poter ottemperare a questo obbligo, avrebbe dovuto avere sempre a disposizione il libro dei salmi, il Salterio, oppure un Breviario, termine inventato dai Francescani nel sec. XIII, per definire un libro che conteneva (anche riportando solo gli inizi dei salmi) tutto l’ufficio divino prima diviso in più volumi e che poteva essere più agevolmente portato con sé in caso di viaggio.

In ogni caso, era molto probabile che un monaco come conoscesse a memoria tutto il Salterio (il libro che conteneva i salmi) e le preghiere e che, quindi, non avesse bisogno di molto altro. Per noi può sembrare incredibile (basta sfogliare il libro dei Salmi per rendersene conto) ma in un mondo dove i supporti fisici della memoria erano molto scarsi, mandare a mente testi, anche molto lunghi, era una pratica comune e per niente sorprendente. D’altro canto, non esistevano ancora i libri a stampa e la pergamena costava carissima.

Giova appena ricordare che il Salterio, testo che la tradizione voleva composto per buona parte da re David, dopo aver avuto un ampio impiego liturgico nei sacrifici del Tempio di Gerusalemme nel servizio divino delle Sinagoghe, venne subito adottato dalla Chiesa primitiva, la quale, non solo lo adottò come testo di preghiera ispirata da Dio, ma lo introdusse nella sua nuova liturgia partendo dal presupposto che in tutte le sue pagine si rifletteva il mistero di Cristo, come lui stesso aveva affermato. E Gesù stesso aveva dato l’esempio, nelle sue preghiere e predicazioni, attingendo largamente dal contenuto dei salmi. Non per nulla sant’Agostino poteva affermare che nelle parole dei salmisti, si sentiva la voce di Cristo. A motivo del loro contenuto cristologico, la Chiesa ha sempre pregato fin dalle sue origini con i salmi, espressione della preghiera del Salvatore. Per questo, un monaco medievale, nelle sue orazioni, in quello che viene chiamato “ufficio divino”, non poteva che utilizzare quelle stesse frasi che giungono da molto lontano nel tempo e nello spazio.


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