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Sindone, media e preconcetti: ci risiamo?

Sindone e media: ci risamo? Claudio Aita BlogCome molti di voi sapranno, sono molto affascinato dall’argomento Sindone, tanto che ne ho fatto un elemento centrale nella trama del mio libro “Le colline oscure”. Intendiamoci, sono un non credente (“mio malgrado”, direbbe Geremia Solaris) e che non si fa molte illusioni su una realtà che trascenda la nostra ben misera esistenza. Ma sono uno storico di formazione, un ricercatore quindi senza pregiudizi ma con i piedi ben piantati per terra.

Ho studiato a fondo la Sindone, senza pregiudizi di sorta. Un oggetto, diciamolo così, che rappresenta ancora un mistero. Forse si tratta davvero della reliquia più misteriosa che sia data trovare sul nostro pianeta e che resiste a ogni interpretazione pur corroborata dai più moderni ritrovati scientifici. I quali, però, vanno correttamente integrati dal tanto materiale storico, documentale, iconografico, e così via disponibile. Ogni tanto, con una certa regolarità, spunta fuori qualcuno che, sull’ispirazione del momento, azzarda una sua ipotesi superficiale che gli dà la visibilità per qualche giorno sui giornali. Posso presumere che lo scopo sia soltanto questo. Altrimenti come spiegare quei “giornalisti” americani che hanno dichiarato di avere le prove che la Sindone, in realtà, è stata dipinta da Leonardo (e che, anzi, da burlone qual era, vi si è anche ritratto). Peccato che a questi sedicenti giornalisti sia sfuggito il piccolo dettaglio che il sacro lenzuolo è documentato almeno alcuni secoli prima della nascita del genio toscano. Ma forse, il buon Leonardo avrà inventato una macchina del tempo. Da lui, questo e altro!

Insomma tanta superficialità e, qualche volta, il sospetto di un pizzico di malafede o di secondi fini. Come nel caso della famosa analisi del tessuto con il carbonio 14, ormai una ventina di anni fa in alcuni laboratori americani, se ricordo bene. Peccato che, in quell’occasione, i prelievi del materiale da analizzare sia avvenuto senza minimamente rispettare il protocollo che era stato definito. E non è una cosa di poco conto perché, ad esempio, al contrario di quanto stabilito, i campioni non erano completamente anonimi. E c’è il fondato sospetto che anche il loro peso, un elemento fondamentale per la corretta datazione, non fosse esatto. E via di questo passo. C’è da aggiungere che il prelievo venne effettuato (senza rispettare il disciplinare) in aree del tessuto particolarmente problematiche. E sì, perché quello della Sindone è un tessuto fortemente contaminato. Non dimentichiamo che ha subito incendi, colate di metallo fuso e che la tela ha subito fin dal medioevo interventi di integrazione e manutenzione, fino ad essere ricucito da delle monache su un tessuto di Fiandra. Tacciamo poi dei tanti inquinanti, ecc. Per farla breve, in casi analoghi, l’analisi del carbonio 14 può non essere attendibili. Soprattutto nel caso di tessuti che hanno subito dei traumi. Ci sono casi eclatanti di mummie nelle quali le bende che avvolgono il cadavere hanno rivelato datazioni clamorosamente diverse dai corpi al loro interno. Insomma, la datazione del C14 è importante, ma non è un atto di fede. Inoltre il manufatto è stato conservato sicuramente in condizioni non ottimale, forse è stato nascosto. Ci sono tracce su un lato che fanno presumere fosse stato custodito in una giara o qualcosa di simile, con infiltrazioni di umidità. In ogni caso, secondo le ipotesi più accreditate, la Sindone è stata tenuta piegata in modo tale da far vedere solo il volto ed è stata esposta in situazioni spesso deleterie.

Eppure si continua a parlare della Sindone come di un manufatto medievale, addirittura di un dipinto. Dimenticandoci che è stato dimostrato che non si tratta di un dipinto (non ha direzionalità, ad esempio, ecc) e che un’infinità di prove e di indizi convergono verso una datazione molto precedente. Sarebbe troppo lungo parlarne, ma penso all’iconologia, alla numismatica, alle fonti documentarie, all’analisi del tessuto (a torsione invertita e di qualità che era prerogativa della casta sacerdotale ebraica). Per non parlare poi dell’analisi dei pollini che confermerebbero un’origine palestinese del manufatto. E via di questo passo fino a giungere all’ipotizzata presenza di monete romane sugli occhi del cadavere (anche se vaga) e alle tante scritte che si trovano sul telo sindonico e che sono state analizzate da Barbara Frale (con delle forzature, mi spiace ammetterlo).
Comunque, senza andare troppo lontano, per sfatare il mito della datazione medievale basta sfogliare un codice molto più antico della datazione con il C14, il Codice Pray conservato nella Biblioteca Nazionale di Budapest. E non si tratta di un codice qualsiasi, ma di un testo studiatissimo perché è la prima testimonianza della nascente lingua ungherese. Che io sappia nessuno ha mai messo in dubbio la sua datazione. Su questo codice, sono riportate delle miniature nelle quali, senza ombra di dubbio (sono ritratte anche le famose bruciature a forma di “L” che quindi dovevano essere precedenti e la tipica tessitura a lisca di pesce) è ritratto il lenzuolo sindonico. Chi l’ha ritratto, doveva averlo visto di persona, quasi sicuramente a Bisanzio. E questo solo elemento basterebbe a far crollare le nostre certezze su certe analisi.
In ogni caso, il problema non si pone perché gli stessi autori di quelle analisi (e il sospetto è che fossero, in qualche maniera “pilotate”) hanno ammesso, una decina d’anni dopo, che i loro risultati potevano essere sbagliati. Ma, ovviamente, questa notizia non ha avuto lo stesso risalto di quello del loro primo, clamoroso annuncio.

Nonostante questo, chi continua a sfornare analisi scientifiche sulla Sindone continua a parlare tranquillamente di “manufatto medievale” e a quell’analisi, scorretta dal punto di vista metodologico, di vent’anni fa. E, in questo caso, il sospetto di un pregiudizio diventa quasi un’evidenza.
Proprio oggi, sui giornali viene riportata con grande enfasi la notizia che due studiosi italiani (uno membro del Cicap) hanno utilizzato tecniche forensi per dimostrare che diverse macchie di sangue presenti sul telo non sono congruenti. E, quindi, secondo loro, “false”.
Ovviamente non ho elementi per approfondire i loro risultati (che leggo sono stati pubblicati su una rivista di scienza forense in inglese) e, ahimè, non sono un tecnico di scienze forensi. Tuttavia, non posso non ripensare a quanto analizzato, con grande precisione, da un importante patologo, nonché docente universitario quale Baima Bollone cui dobbiamo, assieme ad altri, importanti ricognizioni sul sangue presente sulla Sindone.
Oltre al fatto che chi avrebbe (secondo i signori che oggi hanno conquistato le pagine dei giornali) realizzato questo manufatto medievale (sic!) doveva avere una conoscenza notevole dei sistemi di tortura utilizzati ai tempi dei romani e un’infinità di cognizioni fisiologiche e mediche, compresa la diversa composizione del sangue in un un cadavere e in un corpo vivo, del diverso comportamento del corpo e del sistema sanguigno rispetto ai diversi traumi, ecc. Impossibile, sicuramente per un uomo medievale. Anche perché, come ha fatto notare Baima Bollone, questo anonimo uomo medievale dovrebbe essere stato in possesso di cognizioni mediche e fisiologiche che sono state acquisite solo in epoca molto più recente, secoli e secoli dopo. E non mi pare che si parli di un falso di fine Settecento.
Al di là di qualsiasi valutazione, quello dell’uomo sindonico è il corpo di un uomo che è rimasto appesa su una croce per un certo numero di ore (esattamente come raccontato dai vangeli). Ci sono segni evidenti dei traumi da chiodi (come la posizione del pollice oppure quella del piede, tanto che nel primo medioevo venne fuori la diceria che Gesù fosse zoppo…. chissà dove avevano osservato la cosa, visto che la Sindone all’epoca non doveva esistere?). Se ne potrebbe parlare a lungo. E che poi è stato avvolto nel telo della Sindone per un periodo di tempo determinato ma tale da non consentire la decomposizione del corpo (della quale non vi sono, infatti, tracce). Anche qui, esattamente come raccontato dai Vangeli

Che vi siano segni del sangue non completamente congrui, può essere. Nelle poche righe apparse sui giornali si fa riferimento, ad esempio alla cosiddetta “cintura di sangue”, ovvero al liquido sieroso fuoriuscito quando il corpo era disteso e che ne cinge la vita. Anche in questo caso, però, il “falsificatore” ha avuto l’accortezza di utilizzare un sangue della giusta composizione chimica e nel quale il liquido sieroso si è ormai separato dalle altre componenti.
Potrei continuare a lungo, parlando, ad esempio della famosa “epsilon” sulla fronte e che nell’iconografia di Cristo è stato scambiato per un ciuffo di capelli, come si vede spesso (ah, già, ma anche in questo caso la Sindone non poteva esistere…) e così via.
La realtà che non sappiamo esattamente come fu sistemato il corpo di Cristo in croce, di come fu torturato (a proposito, i segni sulle spalle come avesse trasportato qualcosa, il naso rotto ecc). E, soprattutto, da come fosse sistemato nel sepolcro. Ad esempio, si ipotizzache sotto la testa fosse stato appoggiato qualcosa e infatti, il mento è piegato in avanti). Potremmo parlarne per giorni.

I due personaggi, invece, sono partiti sapendo tutto. E con la certezza di avere di fronte un “manufatto medievale”. Nessuno nega che ci possano essere delle gocce di sangue anomale, ma le spiegazioni possono essere molteplici.
I due sono Matteo Borrini, che viene presentato come “antropologo forense”, docente universitario a Liverpool e come colui che ha “scoperto” la cosiddetta “vampira di  Venezia”.  Al di là della sua attività di esperto forense, devo confessare che ho sentito pareri abbastanza discordanti su di lui. Ma mi fermo qui. L’altro, Luigi Garlaschelli, è un chimico, membro del Cicap e che ha sempre dichiarato di credere fermamente alla veridicità della datazione fatta con il C14. Entrambi, aggiungiamo, sono personaggi che amano frequentare i salotti televisivi… Ora li chiameranno sicuramente.

Polemiche a parte, bisogna però rilevare che se si parte con il preconcetto di voler dimostrare una verità già acquisita, i risultati tendono a procedere con “naturalità” verso una determinata direzione. Ho già cercato di spiegare perché l’ostinazione nei confronti dell’ipotesi medievale è molto difficile da sostenere di fronte agli innumerevoli elementi univoci che vanno in tutt’altra direzione. Che poi tutto questo avvenga in un contesto mediatico già predisposto per fare sensazione, getta un’ombra di sospetto sul metodo e sulle finalità dell’operazione. Baima Bollone, tanto per citare un nome, è uno studioso molto serio e autorevole. Possiamo condividerne le conclusioni o meno. Ma i due signori del Cicap, anche in questo caso, hanno dimostrato di non averlo letto per niente.

Lascio a voi le conclusioni. Vi invito, comunque, a visitare una recente analisi condotta scientificamente ed effettuata da un team internazionale di ricercatori che hanno visto coinvolto il CNR e il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Padova, i cui risultati sono stati pubblicati su una prestigiosa rivista internazionale di spettroscopia. L’analisi, effettuata sulle tracce di sangue presenti sulla Sindone conferma che conferma che “l’Uomo avvolto nella Sindone è stato sottoposto a pesanti torture prima di una morte crudele”. Esattamente quello che è stato affermato da Baima Bollone e da molti altri vent’anni fa almeno.

Potete leggere il comunicato stampa alla pagina:

http://www.unipd.it/sites/unipd.it/files/20170921.pdf

Inutile dire che questi risultati non hanno avuto la stessa eco dei nostri amici del Cicap. E, quasi sicuramente, nessuno chiamerà questi studiosi in televisione. Lascio a voi ogni conclusione.

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