Blog

Il rito molk. Quel fiume di sangue innocente che ci lega al mondo semitico. Ecco perché niente sarà più lo stesso.

Cartagine. Tofet

Se devo essere sincero, i quattro gatti che hanno acquistato e letto il mio ultimo romanzo pubblicato con Newton Compton, La casa del manoscritto maledetto, non sembrano essersi accorti, al di là del genere e di tante, forse troppe cose che vi accadono e che vengono citate, di quello che è il filo che unisce il tutto. Mi riferisco al rito molk, ovvero al sacrificio dei bambini che veniva celebrato in area fenicia, ma non solo. Ho l’impressione, ripeto che sia sfuggita la carica sconvolgente di quello che ho cercato di spiegare nel racconto, ovvero quel filo di sangue che parte dalla più remota antichità e che attraversa le regioni semitiche, la religione d’Israele per giungere fino alle sponde dell’Africa, a Cartagine. E da lì sbarcare anche in Italia e coinvolgere incredibilmente l’essenza stesso del nascente Cristianesimo. Con il fondato sospetto, per di più, che continui a essere celebrato, trasformato, ben nascosto, fino ai nostri giorni nelle nostre stesse comunità. E non sto parlando, in questo caso, dell’invenzione di uno scrittore, ma di elementi storici attestati.

Quello che ho voluto esprimere nel mio ultimo libro è il frutto degli ultimi decenni di scavi archeologici, di esegesi biblica e di linguistica semitica comparata. Frutti che hanno rimesso in discussione fatti che sembravano consolidati da sempre. Purtroppo, per parlarne, ci vorrebbe moltissimo spazio e tempo. Ma i risultati, ottenuti da studiosi e archeologi accreditati e ormai universalmente accettati, anche se con qualche ovvia resistenza, dal mondo accademico sono evidenti. Quando ho letto per la prima volta i testi di Giovanni Garbini, notevole studioso di lingue semitiche nonché membro dell’Accademia dei Lincei, recentemente scomparso, sono rimasto sconvolto. È bastato il cambiamento di prospettiva negli studi, considerare il mondo biblico e il popolo d’Israele come un tassello del più vasto contesto semitico, quale in effetti è, e, togliendosi da ogni preconcetto, applicare scientificamente alla Bibbia i metodi della linguistica comparata e della storiografia, per accedere a una realtà che fino ad allora gli studiosi non avevano voluto vedere. Gli scavi archeologici, primo fra tutti quelli di Kuntillet ʽAjrud hanno fatto il resto.

L’argomento è molto vasto e non semplice da affrontare, ma vediamo di fare chiarezza almeno su alcuni punti, rimandando a futuri approfondimenti. Per prima cosa, tutti abbiamo sentito parlare del Molok e dei sacrifici sanguinari che gli venivano tributati. E in questo, c’è assoluta concordanza con la terminologia della Bibbia che parla, per l’appunto di Molok (mlk, visto che il testo biblico, che è meno antico di quanto si possa credere, comprende tranne qualche eccezione solo le consonanti). Eppure io (qui e nel mio libro) uso il termine sacrificio molk” piuttosto che “sacrificio a Molok”. Il motivo è semplice. Molok, contrariamente a quanto afferma la Bibbia, non è mai esistito come divinità. Mi spiego meglio. “Molok” è un nome verbale fenicio che deriva dalla radice “ylk” che vuol dire “mandare”; significa, in definitiva, “ciò che è mandato”, ma viene usato anche con il significato di “olocausto”. La Bibbia utilizza spesso questo termine quando tratta dei sacrifici di bambini offerti “lmlk”, ovvero “in olocausto”. Per una serie di motivi, non ultimo l’aspetto licenzioso del rito, i compilatori dell’attuale Bibbia ebraica, ovvero i Masoreti (dal V-X secolo della nostra era) hanno inserito nel testo le vocali “o” ed “e”, con un probabile riferimento alla parola ebraica “bošet”, “vergogna”. Ma già prima, le versioni greche del testo biblico avevano interpretato l’espressione come riferita a una divinità.

Il tofet di Tharros (Oristano) al momento degli scavi. Le urne contenevano i resti dei bambini sacrificati

L’impressione è che si tratti di una confusione voluta.  Lo stesso metodo usato altrove dai Masoreti per far sì che il lettore non riesca, alla fine, a capire esattamente ciò di cui si parla. Una confusione probabilmente voluta. In definitiva, verrebbe da dire che il libro sacro rivela, in definitiva, ben poco dell’antica religione di Israele, un popolo che sappiamo, invece, essere stato a lungo politeista e dedito ai sacrifici umani del rito molk. Ciò perchè i testi biblici, pur attingendo a materiale più antico, sono stati redatti in periodi relativamente recenti. Sicuramente da scribi legati alla casta sacerdotale di Gerusalemme e, quindi, dopo l’esilio babilonese se non addirittura in epoca ellenistica. Duemilacinquecento anni circa, al massimo. Un periodo molto breve, rispetto ai fatti che pretendono di raccontare.

Anche per questo motivo, la Bibbia non ci dice praticamente niente circa i culti effettivamente celebrati nei tempi più antichi. Anzi, essa nasconde o mistifica sistematicamente qualsiasi notizia che possa risultare scomoda e in contrasto con l’ideale di un popolo unito attorno al Dio unico e devoto al Tempio e ai suoi sacerdoti.

Soltanto la ricerca degli ultimi decenni e le più recenti scoperte archeologiche hanno fatto sì che si sia cominciato a dubitare della ricostruzione proposta dal testo biblico a cui, fino a poco tempo fa, si guardava come a qualcosa di assolutamente affidabile. Oggi non è più così e si comincia a capire che il testo biblico, come noi lo conosciamo, accoglie molte omissioni e distorsioni

Purtroppo, l’intervento successivo dei compilatori ha fatto sì che spesso non sia più possibile risalire alla nucleo originario. Talvolta, però, lo sforzo multidisciplinare degli studiosi, oltre che l’analisi linguistica e archeologica delle altre religioni semitiche, ha gettato qualche sprazzo di luce su di una realtà inconfessabile. Mi riferisco, in particolare al rito molk che è la dimostrazione evidente che Israele avesse abbracciato più di quanto si voglia ammettere la religione e la cultura fenicia. Se inseriamo, insomma, l’ambito israelitico e il racconto biblico nel più generale contesto semitico, tutto diventa più chiaro.

Stiamo parlando di sacrifici. Omicidi rituali di bambini avevano luogo all’ombra del Tempio di Gerusalemme. Quando nel Levitico si afferma che “chiunque tra gli israeliti o tra i forestieri residenti in Israele dia un suo figlio a Moloch, sia messo a morte” oppure “Non permettere che nessuno della tua discendenza adori Moloch”, a parte l’errore (voluto, come le ho già detto, del nome del destinatario dell’olocausto), si afferma implicitamente che tali sacrifici avevano effettivamente luogo. E noi sappiamo benissimo cosa volesse dire “dare un figlio a Moloch”. Il fatto che il divieto di adorazione a tale divinità venisse inserito nell’ambito dei comportamenti sessuali, ci conferma che nel rito molk, oltre all’uccisione dei bambini, avessero luogo, per così dire, pratiche particolarmente licenziose. Insomma, rapporti sessuali veri e propri, probabilmente collegati alla prostituzione sacra che aveva luogo nel Tempio di Gerusalemme. Anche in questo, dimostrandosi la religione israelitica una replica fedele di quella fenicia come noi la conosciamo. Circostanza, ovviamente, sempre negata dalla Bibbia e dai suoi difensori.

A partire dagli anni Settanta, grazie anche all’affinamento dei metodi di indagine e a recenti scoperte archeologiche, l’autorità della Bibbia è stata messo in discussione. Alcuni studiosi si sono accorti che molte affermazioni date per attestate non si conciliavano con quanto si cominciava a scoprire in altri ambiti. Eppure, la diffusione di queste scoperte è stata ed è ancora ostacolata. Come è successo, ad esempio, nel caso delle iscrizioni di Kuntillet ʽAjrud la cui pubblicazione è stata possibile solo dopo molti decenni. Evidentemente, non siamo ancora pronti ad ammettere che Yahweh avesse una compagna, Asherah, e che essa era presente anche nel Santo dei Santi. Che la Bibbia ci nasconde qualcosa di sconvolgente e che, in definitiva, noi stiamo continuando ad adorare, travestendolo da padre amorevole, niente di meno che il crudele dio Baal. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina, visto che, tanto per fare un esempio ci sono dei salmi, ad esempio il numero ventinove, che in realtà sono dei testi fenici nei quali il nome Yhweh è stato sostituito a quello originario di Baal lasciando inalterato il resto. Senza contare a tutti quei riferimenti al Libano nel sensuale Cantico dei Cantici.

Tofet di Cartagine. Stele con il simbolo di Tanit

Tornando al rito molk, gli studiosi del testo biblico e la stragrande maggioranza degli storici hanno sempre negato, o quantomeno minimizzato, la realtà dei sacrifici umani in area semitica e, in particolare, palestinese. A cominciare da Ugarit, nell’attuale Siria. Da un po’ di tempo sappiamo, invece, che in questa città tale genere di riti sanguinari non solo avvenivano con regolarità, ma erano molto più frequenti di quanto ritenuto finora. I testi rinvenuti in questa città lasciano pochi dubbi. Vi si parla di “primizie” ovvero di primogeniti che venivano sacrificati sul braciere assieme ad agnelli, esattamente come avviene nel rito molk che viene però documentato solo nel I millennio a.C. Qui ci troviamo, invece, nel II millennio a.C ma quell’accenno all’ḫmn, identificato tradizionalmente come una parte del tempio dove il re e i suoi figli si recano in processione, assomiglia troppo all’ḥammon fenicio, il “braciere” del sacrificio che avrebbe sinistramente caratterizzato il culto a Baal Hammon nei secoli a venire. A Ugarit i sacrifici dei bambini erano fortemente legati all’istituto monarchico. Le piccole vittime appartenevano alla famiglia reale e venivano uccisi per mano del re, ovvero dal loro stesso padre.

Sacrifici umani venivano praticati anche nella vicina Emar, il che testimonia che già all’epoca essi erano largamente diffusi. Sacrifici con innumerevoli vittime umane collegate alla morte e sepoltura del monarca sono emersi dagli scavi archeologici a Ur e in Egitto e sono databili alle prime dinastie di queste due civiltà, così come altrove. Si tratta, quindi, di una consuetudine molto diffusa e sicuramente molo più antica. Da quel che sappiamo, pressoché tutte le culture hanno praticato sacrifici umani per i motivi più diversi: Per la salute del regno e del re, per difendersi dalle calamità naturali e da quelle causate dall’uomo, nei riti di fondazione, e via di questo passo. Ma il sacrificio molk si distingue nettamente da tutti gli altri. Uccidere un bambino, magari il proprio figlio, non è sicuramente lo stesso che ammazzare un prigioniero, uno schiavo o un passante scelto a caso. Com’era possibile arrivare a tanto?

È molto probabile che i fenici conoscessero fin dalla più remota antichità questo rito. Di sicuro il sacrificio molk ebbe una notevole diffusione a Tiro, città governata da un re potente che proprio da esso traeva un grande prestigio. Non abbiamo al momento testimonianze della sua presenza nelle altre città fenicie. Di sicuro, invece, esso ebbe una grande fortuna nelle terre più meridionali, ovvero presso i Filistei e gli Israeliti. I sacrifici di bambini dovevano essere qui talmente diffusi che la stessa Bibbia non può nasconderne l’esistenza. La mistificazione del testo sacro viene attuata in modo tale da trasformare la realtà facendo credere che gli israeliti, sordi a qualsiasi appello dei profeti ispirati dal vero Dio, si ostinassero a immolare i loro figli allo straniero Molok. Peccato, però, che una divinità con tale nome non sia mai esistita, ma questo i ricercatori lo hanno scoperto solo di recente. Anche perché il testo biblico è spesso volutamente corrotto quando si trova a narrare avvenimenti mai accaduti o che si sono svolti in modo ben diverso. Per scopi che possiamo solo ipotizzare. Ma se anche il capostipite del popolo israelitico, Abramo, arriva a uccidere un figlio, Isacco, con modalità che sicuramente conosceva bene e con la presenza di un ovino, agnello o montone che fosse, come avviene nel rito molk, cosa possiamo dedurne? Nel racconto biblico, ovviamente, Yahweh, che non desiderava questo omicidio, si affretta a bloccare la mano di Abramo. Ma il sospetto è che questa non doveva essere la sua abitudine.

Tornando al culto molk che aveva luogo a Gerusalemme, esso si svolgeva in un luogo, il monte di Sion, che fin da tempi precedenti all’arrivo degli israeliti era dedicato al culto di una divinità degli inferi, come avveniva in tutte le culture semitiche alle quali, in fin dei conti, anche gli israeliti appartenevano. Non si dimentichi che sotto la Roccia esiste tuttora un ambiente sotterraneo che era ritenuto uno degli ingressi nel regno dei morti. Vi si accede scendendo una quindicina di scalini e questa grotta misura circa sette metri per lato. La Bibbia tace anche su questo così come su tutta l’eredità dei filistei che dettero la loro impronta a quello che viene definito il Santo dei Santi, il cuore più sacro del Tempio. Quello che il popolo di Dio trovò già edificato. Ma il testo masoretico non ci rivela praticamente niente di ciò che davvero avveniva lì dentro. Non è un caso che il carattere sacro di questa roccia è perdurato fino ai nostri giorni, coinvolgendo cristiani e mondo islamico.

Insomma, qualcosa di molto imbarazzante avveniva sul monte di Sion. Qualcosa di talmente radicato che anche l’intervento dei profeti non valse a fermarlo. La Bibbia allude a più riprese all’esistenza del rito del sacrificio dei bambini e del tofet, ovvero dell’area sacra nella quale venivano deposte le urne di terracotta con le ceneri delle piccole vittime. Vi si riferisce chiaramente Ezechiele. Ma è Geremia, soprattutto, che cita a più riprese il tofet di Gerusalemme che era situato nella valle di geʾben-Hinnom. Il fatto che il paesaggio di quel luogo fosse caratterizzato dalla presenza di cocci e di cenere non lascia molti dubbi sulla sua destinazione originaria. È esattamente il luogo cui farà più tardi riferimento la predicazione di Gesù: la geenna, l’inferno di fuoco. Strana coincidenza, vero? Ovviamente, i riferimenti nel testo sacro cercano di far credere che si trattasse soltanto di deviazioni dal culto dovuto al vero dio. Ma la realtà, mi creda, è ben diversa. Tanto che in Geremia (ovvero il testo che ne porta il nome ma scritto, in realtà, diversi secoli dopo) Yahweh stesso è obbligato a intervenire: “Hanno costruito le alture di Tofet nella valle di ben-Hinnom, per bruciare nel fuoco i loro figlie e le loro figlie, cosa che non ho mai ordinato e non mi è mai venuta in mente”. Insomma, Dio costretto a giustificarsi. Davvero singolare, bisogna ammetterlo.

Se il dio Molok è un’invenzione degli autori del testo sacro, allora a chi sacrificavano gli antichi israeliti i loro figlie le loro figlie? “Passandoli per il fuoco” diceva la Bibbia, ovvero immolandoli a Baal Hammon, il “Signore del braciere”. Così doveva accadere anche a Gerusalemme e altrove. E Yahweh che ruolo aveva in tutta questa follia? Possibile che se ne stesse a guardare limitandosi a inviare ogni tanto un profeta con il compito di minacciare il suo popolo deviato? La realtà doveva essere ben diversa, da quel che sappiamo e che ci è sempre stato raccontato. Lo stesso Yahweh, invece che dal cielo, veniva da molto più vicino. Il dio di Israele, dei Cristiani e degli Islamici era il signore dell’inferno, un luogo dove si accedeva direttamente da un luogo che accomuna tutte queste religioni: dalla Roccia di Gerusalemme.

Cagliari. Stele con il simbolo di Tanit
Museo archeologico di Cagliari. Stele con il simbolo di Tanit

Il rito molk, ormai abbandonato dagli israeliti dopo il ritorno dall’esilio babilonese (per volontà del re persiano, va rilevato) ritrova nuova linfa a Cartagine dove il sacrificio dei bambini, assieme al recupero delle più antiche divinità libanesi, ha una funzione politica volta a ribadire la continuità e la supremazia rispetto alle originarie città della Fenicia. In questo contesto, i bambini vengono sacrificati, assieme agli agnelli, al dio del braciere, Baal Hammon, che viene associato a una divinità femminile, Tanit. Ed è proprio il  “segno di Tanit”, la caratterizzare le molte iscrizioni puniche rinvenute nei cosiddetti “tofet”. Con questo termine vengono definite, con un termine che indica il luogo di sepoltura a Gerusalemme, le aree dove venivano tumulati i bambini sacrificati e bruciati nel corso del “rito molk”. Vedi la stessa Bibbia, in particolare al secondo libro dei Re 23, 10 e a Geremia 7, 31.

Tornando a Tanit, il suo nome è attestato relativamente tardi nel mondo fenicio, tanto più che fino a poco tempo fa si pensava che si trattasse di una divinità originaria di Cartagine. Recenti scoperte archeologiche hanno, invece, smentito questa ipotesi. A oggi la più antica citazione di Tanit che si conosca si trova in un’iscrizione della fine del VII secolo a.C. o dei primi anni del VI secolo a.C. rinvenuta nei resti di un tempio di Sarepta, in Libano. Il fatto curioso è che questa iscrizione si riferisce alla dedica di una statua “a Tanit Astarte” confermandoci che, almeno in area fenicia, Tanit e Astarte venivano considerate la stessa persona. Che, curiosamente, si può tranquillamente identificare con quella Asherah che nelle iscrizioni di Kuntillet ʽAjrud è il nome attribuito alla moglie di Yahweh.

Non si conosce l’etimologia del nome Tanit, ma il suo simbolo deriva chiaramente dal geroglifico egiziano “ankh” che significa “vita”. Anche se non si spiegano gli strani e tortuosi percorsi che hanno portato ad adottarlo in un rito così sanguinario. Il nome e il simbolo della dea sono stati rinvenuti a Cartagine e in tutta l’area di influenza della metropoli africana, ovvero nelle attuali Libia, Tunisia e Algeria, oltre che in Sicilia (Mozia) e Sardegna (Tharros, Sant’Antioco e Monte Serai). La cosa più sconcertante è che a Cartagine il rito molk si trasforma. Da rito celebrato per il prestigio del re, diventa un rito di fertilità (non per nulla, Tanit viene talvolta rappresentata con il seno nudo). In definitiva, per quanto ciò possa apparire incredibile, si uccide un bambino per averne altri.

L’origine lunare di Tanit è confermata dalla raffigurazione della mezzaluna, che la identifica con Astarte e ne mette in risalto il ruolo di “volto di Baal”, ovvero di rappresentante del dio degli inferi sulla terra. Molto spesso, infatti, la figura stilizzata della dea è sormontata, dalla falce lunare con le punte rivolte verso il basso. Si tratta chiaramente di un simbolo di morte.

In ogni caso, è solo dopo la fine del V secolo a.C. che Tanit comincia ad essere presente a Cartagine, prima con il suo simbolo, poi con il suo nome, in migliaia e migliaia di iscrizioni votive nel tofet. La dea viene sempre citata assieme a Baal Hammon. Bisogna rilevare che a Cartagine, quello di Tanit precede normalmente il nome del suo compagno, mentre nelle altre città della sua area di influenza, l’ordine risulta invertito. Nella metropoli africana il suo nome era così importante che la dea veniva considerata la protettrice della città, anche se nel culto il primato spettava a Baal Hammon.

Con l’arrivo dei romani, le iscrizioni votive del tofet si riducono di numero e Baal Hammon, il “dio del braciere”, come indica l’etimologia del suo nome, si trasforma in Saturno. Tanit continuerà a venire venerata come “Caelestis” e sarà definita di volta in volta “Vergine” e “Augusta”.

Il simbolo di Tanit va scomparendo con la romanizzazione di Cartagine e delle sue colonie. Incredibilmente, invece, il sacrificio molk, entra a far parte, per certi versi della stessa liturgia cristiana. Già, dopo la morte di Gesù, nella sua drammaticità e inspiegabilità, ai suoi seguaci, che erano tutti pii ebrei, non erano sfuggite certe coincidenze. Anzitutto quelle con il “servo sofferente” di Isaia e Zaccaria che si prende carico di tutti i peccati, per la redenzione del suo popolo. Esattamente come accadeva con le antiche divinità fenicie. Mentre le parole di Yahweh appaiono un evidente riferimento al rito molk che è legato alla figura del re e al sacrificio del suo primogenito: “[…] guarderanno colui che essi hanno trafitto e faranno su di lui un lamento funebre come un lamento per l’unigenito, e piangeranno per lui come piangeranno per il primogenito”. Insomma, Gesù diventa vittima immolata, figlio di re (come nell’originario rito molk), visto che viene fatto provenire dalla stirpe di David. E come tale entra nella liturgia cristiana romana, nella Messa che diventa un rito chiaramente sacrificale. Ma non subito, però. Bisognerà aspettare la fine del II secolo per trovare chiare invocazioni allo Spirito Santo perché discenda “su questo sacrificio”. Non sappiamo se il sacrificio cristiano deriva da quello ebraico. Ma questa evoluzione nell’ambito della Messa cattolica romana, avviene esattamente nel momento di maggiore influenza della Chiesa africana, quella dell’area un tempo cartaginese, sulla nuova religione. Sono gli anni in cui, nonostante la sorprendente diffusione del cristianesimo, sulle coste meridionali del Mediterraneo il culto molk continua a essere largamente praticato, anche se a venire sacrificato è ormai (ma non sempre) un agnello. A parte la non casuale identificazione di Gesù con questo animale, i punti di contatto sono tanti. Al bambino ucciso per ottenere numerosi altri figli, si è ormai sostituito il sacrificio ripetuto di Cristo, sacerdote, re e Dio al contempo. Un’altra annotazione. Le parole con le quali termina la messa cristiana (“Ite, missa est”) sono praticamente la traduzione latina della parola “molk”, “quod missum est”; in pratica, “il sacrificio è finito”. Il che è sorprendente, bisogna ammetterlo. E qui il cerchio, si chiude.

Ti è piaciuto questo articolo? Allora condividilo!
E ricordati che ne parlo diffusamente, assieme a molto altro nel mio thriller “La casa del manoscritto maledetto” (Newton Compton)
Clicca qui per leggere l’estratto delle prime pagine

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *