Ubertino da Casale

Ubertino da Casale Arbor vitae crucifixae JesuUbertino da Casale viene citato nel romanzo Il monastero dei delitti di Claudio Aita (Newton Compton), oltre che nel Nome della rosa di Umberto Eco e da Dante nel Paradiso (XII, 124-126)

Nato a Casale Monferrato verso il 1259, entrò nell’ordine francescano nel 1273 e studiò teologia a Parigi. Rientrato in Italia, insegnò a Firenze, a S. Croce, dove subì l’influenza di Pietro di Giovanni Olivi. Conobbe poi la beata Angela da Foligno e il beato Giovanni da Parma. Fu così che aderì alle idee degli Spirituali, ovvero del gruppo dei frati francescani perseguitati dalla gerarchia ecclesiastica perché professavano un ritorno al messaggio originario di Francesco e l’osservanza integrale della prima Regola. Molti di loro aderirono alle idee di Gioacchino da Fiore, identificando nel povero fraticello d’Assisi l’Alter Christus la cui comparsa avrebbe segnato l’inizio di una nuova epoca dominata dallo Spirito Santo.

Per i suoi riferimenti alle dottrine gioachimite, fu convocato da papa Benedetto XI (1303-1304) che gli vietò di predicare e lo confinò nel convento di La Verna. Nonostante l’isolamento, nel 1305, Ubertino compose la sua opera principale, l’Arbor vitae crucifixae Jesu Christi nella quale, ispirandosi alle profezie di Gioacchino da Fiore e alla spiritualità di Pietro di Giovanni Olivi, presentava una lettura apocalittica della storia, nell’attesa di una nuova era nella quale la Chiesa sarebbe stata guidata da un “papa angelico” che le avrebbe ridato l’autorevolezza che essa, per l’indegnità dei pontefici, aveva ormai perso. In quell’opera, egli difendeva anche gli ideali di povertà degli Spirituali. Inutile dire che l’opera non venne accolta molto bene e Ubertino si ritrovò scomunicato.

Nel 1307  Ubertino da Casale rivestì anche la veste di inquisitore. Sotto questa veste condannò per eresia frate Bentivenga da Gubbio, rappresentante di spicco della setta dei Seguaci del Libero Spirito. Cappellano del cardinale Napoleone Orsini, legato apostolico in Toscana, su proposta del medico-teologo Arnaldo da Villanova, Ubertino venne convocato ad Avignone da papa Clemente V negli anni 1310-1312 per difendere gli Spirituali. In quell’occasione, ribadì con forza il dovere di assoluta povertà dei francescani, attirandosi le ire del papa.

Nel 1317, papa Giovanni XXII gli impose di abbandonare l’abito francescano e di trasferirsi nel monastero benedettino di Gembloux, in Belgio. Ciò nonostante, lo vediamo nel 1321 nuovamente alla corte di Avignone a dare il suo pare nel contesto della disputa circa la povertà di Cristo e degli apostoli che divideva Domenicani e Francescani. Ubertino affermò che Gesù e gli apostoli erano sì poveri in termini di proprietà personali, ma facevano libero uso di ciò che necessitava loro. Questo tentativo di compromesso non fu gradito dal capitolo generale dei francescani convocato da Michele da Cesena che, abbandonando le precedenti posizioni moderate dichiarò l’assoluta povertà di Cristo e degli apostoli e scatenando la dura reazione del pontefice Giovanni XXII.

Nel 1325 Ubertino da Casale fu nuovamente scomunicato per aver difeso Pietro di Giovanni Olivi e dovette fuggire da Avignone. Nel 1328 lo vediamo aggregato alla corte dell’imperatore Ludovico il Bavaro nel suo viaggio a Roma, assieme a Giovanni di Jandun, Michele da Cesena, Guglielmo di Ockham e Marsilio da Padova. Secondo alcune versioni, morì assassinato nel 1330.

 

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