Il Tribunale dell’Inquisizione a Firenze nel Trecento

tribunale dell'inquisizione - accursio bonfantini
Il simbolo del Tribunale della Santa Inquisizione

All’epoca dei fatti narrati nel libro Il monastero dei delitti (Newton Compton), l’Inquisizione di Firenze, detta anche Inquisizione di Toscana per la sua preminenza sulle altre sedi, era in mano ai Francescani ai quali era passata nel 1254 dopo essere stata dei Domenicani. I membri dell’Ordine di san Francesco (con buona pace della mitezza del Poverello d’Assisi) la tennero per più di cinquecento anni, ovvero fino alla sua soppressione ad opera di Pietro Leopoldo d’Asburgo nel 1782.

La sede del Tribunale era situata nel complesso della basilica di Santa Croce (allora ancora in costruzione) e che era, fin dalla sua fondazione, la sede dell’Ordine dei frati Minori. Più precisamente, in un’ala del fabbricato a destra dell’ingresso principale e confinava con il cortile e il refettorio. Nel cortile campeggiava un affresco che raffigurava una croce fra due mitrie ereticali, di quelle che venivano imposte ai condannati a morte. Una scritta recitava che in quel luogo si vegliava sulla purezza della fede e si punivano i traviati.

A capo dell’Inquisizione venivano chiamati dei frati fiorentini, ma si dava la preferenza a quelli provenienti da altre città toscane. La durata della carica non era determinata ma dipendeva dal fervore mostrato nell’estirpare la “eretica nequizia”. L’inquisitore aveva di solito un compagno, che aveva forse anche il compito di sorvegliarlo, ed entrambi non portavano il normale abito francescano, ma una tonaca grigia con un mantello dello stesso colore. Ai loro interrogatori assisteva un notaio che aveva la funzione di redigere i verbali e di protocollarli. Papa Alessandro IV aveva autorizzato l’Inquisizione fiorentina ad affidare l’incarico di notai anche a frati che non fossero dell’ordine dei Minori, ma che fossero stati notai nella loro precedente vita secolare; in caso di mancanza di loro mancanza si potevano chiamare notai chierici o laici. Inutile dire che l’Inquisizione rappresentava un ottimo cliente per i notai laici che, assieme a quelli del Tribunale, si vedevano affidare l’autenticazione di numerosi atti legali dell’Ordine francescano. Ben nota, ad esempio è l’attività di ser Obizzo da Pontremoli che lavorò per l’Inquisizione fiorentina dal 1296 al 1311.

A tutti gli appartenenti al Tribunale dell’Inquisizione, il Comune di Firenze, permetteva il porto d’armi. Gli inquisitori avevano diritto a un terzo dai beni che venivano sequestrati agli eretici e incamerati e che, in teoria dovevano servire al mantenimento suo e dei suoi ufficiali. Un altro terzo del ricavato spettava al Comune che, secondo una disposizione di Gregorio IX (1231) sarebbe dovuto essere impiegato per il mantenimento delle mura cittadine. Più tardi, si preferì destinare la quota comunale per il completamento e la decorazione della basilica di Santa Croce e per la costruzione di Santa Maria Novella. Un altro terzo era destinato alla Camera apostolica.

Gli inquisitori fiorentini riuscirono a lucrare anche sul privilegio, molto ambito, di poter circolare in città con la corazza e con la spada al fianco e che era concesso in via eccezionale al seguito armato degli inquisitori. Inutile dire che questo fece nascere un florido commercio di permessi di porto d’armi sui quali veniva scritto che i loro possessori potevano girare armati a difesa della vera fede. Si è calcolato che con duecentocinquanta di questi permessi, un inquisitore poteva realizzare un reddito che all’epoca era davvero considerevole. Ovviamente, il fenomeno non era solo fiorentino, e ci furono dei tentativi per frenare questi abusi, ma senza particolare successo.

Le prigioni inquisitoriali ospitate nei sotterranei di Santa Croce erano abbastanza dure. Non esistevano letti e, al massimo, un po’ di paglia serviva a creare un giaciglio sul pavimento.
Le condanne al carcere, quando non erano a vita, venivano di solito inflitte “ad arbitrio dell’Inquisitore”. La sorveglianza sui prigionieri era abbastanza stretta ma ciò non impedì delle evasioni come quella che nell’agosto 1323 vide la fuga di alcuni fraticelli e del prete Bernardo. Vennero effettuate ricerche in Toscana e in Romagna e, alla fine, l’unico fuggitivo a venire catturato, a Prato sua città natale, fu Bernardo che dovette passare molti altri anni nelle prigioni di Santa Croce.

Un aspetto tipico delle prigioni dell’epoca (e quelle dell’Inquisizione non facevano spesso eccezione) era che le persone rinchiuse, soprattutto se laiche, dovevano venire mantenute dai propri parenti. E ciò causava abusi e speculazioni notevoli. Come nel caso del cavaliere Altafronte, proveniente da nobile a antica famiglia ghibellina e che nel 1325 fu incarcerato dal Tribunale. Il suo vero problema fu la rovina economica della sua famiglia tanto che, dopo un po’ di tempo, sul libro delle spese dell’inquisizione si dovette segnalare, assai a malincuore, che il cavaliere non aveva nulla per mantenersi e che gli si doveva passare il vitto. Tre mesi dopo, nella piazza davanti alla chiesa di Santa Croce, da un pulpito, l’inquisitore lesse la sentenza che consegnava il nobile Altafronte al braccio secolare, affinché morisse fra le fiamme. Stessa sorte, così almeno pare, dovettero subire i suoi due fratelli, parimenti imprigionati. La pazienza dell’inquisitore fu comunque premiata. Più tardi fu possibile trovare una porzione di una torre in via Por Santa Maria ancora in possesso della nobile famiglia, cosicché il Tribunale, con la sua vendita, poté rifarsi delle spese sostenute per mandare al rogo i tre fratelli eretici.

Gli inquisitori, e la cosa era risaputa, riuscivano a ricavare denaro minacciando di accusare di eresia le persone agiate e più malleabili. E a volte era sufficiente un’affermazione innocente o un gesto per fornire il pretesto per aprire una procedura inquisitoriale.
Frate Accursio Bonfantini, ad esempio, utilizzò questo strumento per impossessarsi dei beni di donne agiate. Oltre che nel caso della vedova Lapina (vicenda che viene citata nel libro) e che, accusata di possedere un testo della begina Margherita Porete reputato non ortodosso, se la cavò con il sequestro della sua casa nel popolo di San Lorenzo e con una serie di penitenze, il Bonfantini prese di mira i possedimenti che Bertaccia de’ Pilestri era riuscita a salvare dal crollo economico della propria famiglia di mercanti. Accusata di eresia, l’inquisitore ne sequestrò tutti i beni salvo poi, con un gesto di misericordia dovuto al pentimento della donna, restituirle un quarto scarso del patrimonio.