Capitolo VII
PASTORALE GIOVANILE E ASSOCIAZIONI CATTOLICHE

 

 

    1. La pastorale giovanile ed il problema della purezza
    2.  

      Come abbiamo già accennato in precedenza, il problema della pastorale giovanile viene sostanzialmente ridotto a quello dell’educazione alla "purezza", ovvero alla preparazione al matrimonio (o, eventualmente, alla vita religiosa) in un clima di assoluta continenza sessuale e in un’atmosfera che si vorrebbe intrisa di soprannaturalità. Tale argomento viene riproposto ripetitivamente e con una certa monotonia nel corso di tutto il periodo da noi studiato, con un’accentuazione quantitativa, tuttavia, nel biennio 1937-1938, periodo che viene d’altronde dedicato alle tematiche morali.

      Sarà lo stesso Gemelli, già agli albori della rivista, ad introdurre questo tema, utilizzando le sue cognizioni in campo psicologico. In effetti la sua intenzione, afferma, sarebbe stata quella di fare in modo che i sacerdoti possano avere i mezzi per agire in questo campo "in modo conforme ai dettami della scienza moderna". Il Gemelli afferma, in definitiva, che quello dell’istinto sessuale è un fenomeno psichico, più che fisico, e che, di conseguenza, un trattamento adeguato per educare l’uomo alla purezza dev’essere sostanzialmente limitato a quest’ambito. In particolare egli sostiene che l’istinto sessuale può essere controllato semplicemente sostituendo delle tendenze artificialmente acquisite a quelle istintive della vita fisica, mediante il processo che in psicologia viene definito di sublimazione. Dobbiamo comunque notare che il Gemelli attribuisce la paternità di questa intuizione già agli "antichi maestri di spirito" i quali avrebbero affermato che "alle cose di carattere sessuale bisogna pensarci il meno possibile, nemmanco sotto scusa di affinare l’esame della coscienza, e che in questo campo è necessario non combattere, ma fuggire".

      Dal punto di vista pratico, il metodo proposto dal Gemelli si risolverebbe non nel comprimere assolutamente l’istinto sessuale del giovane mediante la punizione (alla quale viene comunque riconosciuta una certa validità), ma di seguirlo nel suo sviluppo, in maniera tale da sviluppare delle abitudini che siano in grado di frenarlo. Da questo punto di vista si consiglia in particolar modo l’esercizio fisico oppure il coinvolgimento in compiti di responsabilità quali, ad esempio, l’apostolato, nella convinzione che "se la nostra attenzione è rivolta solo sopra un oggetto di grande interesse, a poco a poco gli stimoli sessuali si appiattiranno e svaniranno […], ma sorgeranno anche delle energie insolitamente vivaci, le quali renderanno più facile e feconda ogni nostra attività".

      A tutto questo bisognerebbe comunque aggiungere un’attività volta a preservare il giovane da qualsiasi contatto con atti e situazioni che possano fare insorgere in lui "desideri impuri".

      E’ chiaro che il metodo proposto dal Gemelli, e portato avanti dalla Rivista del Clero Italiano, anche per quanto riguarda le associazioni giovanili cattoliche, si basa anche sulla convinzione che l’argomento sessuale è meglio non vada affrontato direttamente. Si arriva in tal modo alla condanna di qualsiasi forma di "educazione sessuale" visto che, si afferma, si dimentica che "nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto dell’ignoranza intellettuale quanto principalmente dell’inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia".

      Il sacerdote può comunque svolgere un ruolo positivo con l’esempio del suo celibato, trasmettendo, quindi, l’entusiasmo per la castità che dovrebbe aver contraddistinto i suoi anni giovanili.

      Un esempio che viene additato ai giovani per quanto riguarda la purezza, è quello di Luigi Gonzaga (1568-1591), che dimostrerebbe la possibilità di conciliare anche la più difficile e pericolosa posizione di vita con l’adempimento irreprensibile delle leggi morali ed al quale viene dedicato anche un numero speciale in occasione del centenario della sua beatificazione avvenuta ad opera di Benedetto XIII nel 1726. Egli viene definito come "trionfo delle forze dello spirito sulle forze del corpo" oltre che come modello di "forza nella vita interiore"; è per questo motivo che si raccomanda espressamente al clero di diffonderne la conoscenza, in considerazione poiché egli sarebbe un "reale ed efficace esempio della gioventù".

      Un esempio di educatore giovanile che viene invece proposto ai sacerdoti è quello di Giovanni Bosco (1815-1888), il cui sistema preventivo, definito "il migliore" per quanto riguarda la continenza sessuale, sarebbe consistito principalmente nell’offrire ai giovani un ambiente fondamentalmente "sano e lontano dai pericoli".

      Dobbiamo inoltre constatare che in questo periodo diversi sono anche i riferimenti, soprattutto da parte di medici, nei quali si tende ad enfatizzare i danni fisici derivanti dall’incontinenza sessuale, e che pongono l’accento sul fatto che la funzione sessuale non sarebbe assolutamente obbligatoria e che l’astinenza assoluta non causerebbe problemi di sorta. Tali inviti espliciti alla castità si accompagnano comunque, spesso ad attacchi nei confronti della letteratura medica non cattolica, che viene accusata di "pornografia", poiché con il suo permissivismo inviterebbe "alla colpa sessuale".

      Notiamo inoltre che il problema della purezza giovanile, con tutti i problemi correlati inerenti della moda e del ballo, riguardano in particolar modo l’attività dell’Assistente ecclesiastico all’interno dei circoli giovanili di Azione cattolica, soprattutto della Gioventù Femminile, che dispone di uno spazio predominante all’interno della Rivista del Clero Italiano. In questo ambito di attività pastorale, il sacerdote è chiamato a porre un’attenzione particolare nei confronti dell’istruzione morale delle socie, soprattutto per quanto riguarda il problema sessuale, che d’altronde non dovrebbe mai essere oggetto di specifiche discussioni.

      Connesso al problema della purezza, è quello dell’educazione sacramentale, soprattutto per quanto riguarda l’eucarestia, che viene considerata come "il mezzo più efficace di educazione" in considerazione del fatto che mediante essa il giovane perfezionerebbe la propria "incorporazione a Cristo". Una vita eucaristica intensa sarebbe inoltre particolarmente adatta al giovane perché egli sarebbe "per sua natura, inclinato a dare tutto sé stesso […] portato com’è dall’impulso interiore".

      In tal senso la vita eucaristica, pretendendo dal giovane, si afferma, una "totalità di sacrificio", garantirebbe un successo maggiore di un’educazione che si limiti soltanto a piccole e frequente rinunce.

      E’ quindi nel contesto del "programma massimo di sacrificio", che viene proposto ai ragazzi per contrastare le tentazioni mondane e per impetrare l’intervento della grazia divina, che si consigliano con particola insistenza la comunione frequente, possibilmente quotidiana, l’adorazione notturna e l’accompagnamento al Viatico.

      Merita osservare inoltre che gli esempi di laici proposti ai giovani (e di cui spesso il gruppo gemelliano si impegna attivamente per la canonizzazione) sono personaggi che avrebbero, accanto ad una notevole attività apostolica, accomunato una gelosa custodia della purezza personale ed un’intensa vita eucaristica.

      Tale è il caso, ad esempio, di Contardo Ferrini del quale si afferma che "vedeva le cose della vita, le lotte per la vita illuminato dalla luce che emana dalla Eucaristia: e da quella luce era guidato in ogni sua azione, era rischiarato in ogni suo scritto religioso, in ogni sua veduta della quistione sociale".

      Un altro è costituito da Mario Chiri, morto nel 1915 a trentadue anni, del quale si riportano affermazioni celebranti il potere dell’eucarestia nel tenere uniti a Cristo "nel pensare, nel volere, nell’operare", oltre che rappresentare un esempio da imitare per quanto riguarda la penetrazione al matrimonio, periodo che egli avrebbe speso, si sottolinea, "in un’alta, nobile, cristiana opera di formazione della fidanzata".

      In genere di tutte le grandi personalità storiche dell’Azione cattolica si sottolinea la profonda pietà eucaristica. Tale è anche il caso di Guido Negri, morto in guerra nel 1916, del quale si afferma che "trovò in Gesù Eucaristico la soluzione di tutti i suoi problemi giovanili, specialmente del problema della purezza e dell’apostolato" e di cui si evidenza in particolare il fatto che il suo apostolato fosse un’implicazione diretta della sua vita eucaristica fatta con frequenza quotidiana, anche a costo di notevoli sacrifici.

      Un ulteriore ausilio sacramentale sarebbe inoltre costituito dalle confessioni, delle quali, purché inserite organicamente sotto il controllo di un sacerdote che conosce il ragazzo, si afferma che rappresenterebbero un "poderoso apparato di fuoco" contro gli attacchi alla purezza del giovane.

      Il problema della pastorale giovanile, pur con le modalità ed i limiti del periodo precedente, viene ripreso e svolto con una maggiore organicità nel biennio 1937-1938. Anche in questo periodo il tema di gran lunga dominante nell’educazione giovanile è quello della purezza, al quale viene anche dedicato un numero speciale nel dicembre 1937. Tale scelta centrale viene motivata dal fatto che

      "Dalla purezza dei giovani nostri dipende la loro formazione religiosa e morale nella verde età; - dipendono le famiglie del domani, che ci daranno generazioni sane, spiritualmente e fisicamente, se i giovani, prima del matrimonio, non avranno sciupato nei vizi la bellezza delle loro anime e la salute dei loro corpi, ma, nel dominio delle passioni, si saranno preparati alla vita considerata come ad una missione e nel sogno di un affetto gentile avranno fortificato il loro cuore ad attendere una corona copia di figli da crescere e da educare; - dipendono le stesse vocazioni sacerdotali, in quanto è tra aiuole di gigli che l’Agnello scende, per prenderne qualcuno e per portarlo accanto ai suoi Altari".

      In questo periodo, comunque, l’attenzione viene posta in particolar modo sull’aspetto della corretta preparazione al matrimonio da parte del giovane, con la convinzione che una preparazione basata sulla purezza sia l’unica strada che possa condurre ad un matrimonio che possa reputarsi veramente cristiano.

      Un elemento, comunque, di novità che contraddistingue gli ultimi anni Trenta è, come già ribadito, una maggiore attenzione nei confronti del mondo del lavoro. In questo contesto si comincia a parlare anche di "gioventù operaia", e l’attenzione si rivolge anche agli stabilimenti industriali che sono ormai diventati "ordinariamente promiscui", con tutti i problemi di carattere morale che questo comporterebbe.

      Nell’ambito della preparazione alla famiglia, un’attenzione particolare viene riservata alla ragazza, in un contesto, tuttavia, che vede l’affiorare del mai completamente sopito misoginismo della rivista, visto che la donna in quanto tale viene considerata come più bisognosa di tutela, rispetto al maschio, per una sua presunta maggiore fragilità di fronte al mondo esterno:

      "[…] la donna, in confronto dell’uomo, è superiore in sentimento e fantasia, ma è inferiore in intelligenza. Questa inferiorità, che nella vita pratica viene corretta in parte, o almeno supplita dall’esperienza, rimane intera nella giovane, in cui l’esperienza della vita è poca o manca affatto".

      Si ribadisce di conseguenza una maggiore attenzione da parte dell’educatore nei confronti delle ragazze perché esse, per la loro debolezza di costituzione psichica, sarebbero portate con estrema facilità alle illusioni ed alla volubilità. Da questo concetto sostanzialmente negativo, deriva come logico corollario, il seguente criterio operativo che dovrebbe informare l’attività pastorale nei confronti delle ragazze:

      "Nel guidare le giovani, non pretendere da esse se non quello che ragionevolmente possono dare, badando bene a non ripromettersi troppo dalla loro buona volontà; soprattutto non tirare soverchiamente il filo in materia di sacrificio, con pericolo di spezzarlo".

      Di conseguenza, il sacerdote può avocare a sé anche un ruolo, per così dire, di supervisione sulla scelta del fidanzato, anche se fra mille cautele. Allo scopo si raccomanda al clero anche l’organizzazione di ritiri spirituali specificamente dedicati alle fidanzate.

      La parallela preparazione al matrimonio dell’elemento maschile viene invece connessa al problema dell’eventuale vocazione alla vita ecclesiastica. Nel caso di diversa scelta, comunque, la preparazione (di cui l’educazione alla purezza costituisce sempre l’asse portante) dovrebbe vertere sui doveri e sui sacrifici che implica il vincolo matrimoniale, mettendo l’accento sul fatto che l’unione coniugale cristiana non si baserebbe sul semplice rapporto fisico. Anche per questo si raccomanda all’educatore di fare in modo che il giovane acquisisca un particolare rispetto nei confronti della dignità della figura femminile.

       

       

    3. L’Azione cattolica

 

 

Abbiamo già avuto occasione di accennare all’importanza particolare svolta dall’Azione cattolica nell’ambito della Rivista del Clero Italiano. Ciò si spiega in primo luogo con il fatto che diversi dei collaboratori principali della rivista, come Francesco Olgiati, Armida Barelli, Piero Panighi, Giuseppe Nogara (vedi pag. *), rivestano un ruolo di tutto rilievo nell’ambito dell’associazionismo cattolico, se non ne sono addirittura dei fondatori, come nel caso della Barelli con la Gioventù Femminile Cattolica Italiana, per la quale si avvalse anche della collaborazione dell’Olgiati.

A questo bisogna aggiungere anche la particolare attenzione che il gruppo orbitante attorno all’Università Cattolica del Sacro Cuore dimostra nei confronti dell’Azione cattolica, vista come una forma di apostolato laico il cui ruolo viene considerato molto rilevante nell’ambito del generale piano di ricristianizzazione della società. Tale interesse è d’altronde in piena sintonia con quello caldamente dimostrato dallo stesso Pio XI fin dall’enciclica Ubi arcano Dei del 23 dicembre 1922. Ricordiamo che il tema fondamentale del pontificato del Ratti è l’instaurazione del regno di Cristo e in quest’ottica, di conseguenza, il laicato cattolico, debitamente inquadrato e diretto, viene considerato come fondamentale per l’opera di riconquista della società civile. Dobbiamo anche rilevare che alla valorizzazione dell’Azione cattolica da parte della gerarchia fa riscontro la messa in liquidazione del Partito Popolare, sicuramente meno irreggimentato e controllabile da parte della Santa Sede.

Dobbiamo inoltre constatare che gli albori dell’Azione cattolica, come istituzione autonoma, coincide con gli anni che vedono il sorgere dell’Università Cattolica e l’inizio delle pubblicazioni della Rivista del Clero Italiano. Già nel 1918, infatti, Armida Barelli, con la collaborazione dell’allora pontefice Benedetto XV e del Cardinal Ferrari, aveva dato vita alla Gioventù Femminile Cattolica Italiana. Nel 1919 l’Azione cattolica veniva ufficialmente separata dall’organizzazione politica, ma indipendente dal Vaticano, rappresentata dal PPI. Con l’approvazione dei nuovi statuti nel 1923, essa veniva ad essere costituita da quattro diverse organizzazioni: la Federazione Italiana Uomini Cattolici (FIUC), la Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), la Società della Gioventù Cattolica Italiana e l’Unione Femminile Cattolica Italiana, a sua volta costituita dalla Unione Donne Cattoliche Italiane, dalla Gioventù Femminile Cattolica Italiana, e dalle Universitarie Cattoliche Italiane che venivano separate dalla FUCI. Dopo lo scontro con il regime del 1931 sul problema dell’associazionismo (vedi pag. *), l’Azione cattolica accentuava comunque il suo carattere diocesano e apolitico dell’istituzione, pur se in un quadro di sostanziale appoggio al fascismo, soprattutto riguardo la politica morale e demografica.

La Rivista del Clero Italiano si trova quindi ad agire in un ambito abbastanza dinamico per quanto riguarda l’associazionismo cattolico, e immediatamente all’indomani delle prese di posizione del Gemelli e dell’Olgiati contrarie all’aconfessionalità del PPI di Luigi Sturzo. Niente di più naturale quindi che essa dedichi ampio spazio all’Azione cattolica, diventando anzi, per un certo periodo addirittura una specie di organo ufficiale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana, anche con lo scopo di propagandare l’associazione:

"E faremo così conoscere l’U.F.C.I. Sacerdoti prima ignari del nostro movimento provvidenziale, vedendo la parte importante che vi assegna la loro Rivista, leggendo quanto si scriverà per illustrarlo, lo conosceranno, lo ameranno, se ne faranno apostoli".

Oltre a questo, la rivista darà ampio spazio anche alla Federazione Italiana Uomini Cattolici, all’organizzazione Fanciulli Cattolici Italiani sorta nel 1926 e all’Azione cattolica nel suo complesso. Tuttavia lo spazio di gran lunga dominante darà quello occupato dalla GFCI della Barelli; riguardo quest’ultima associazione, dobbiamo notare che uno spazio di un certo rilievo dal punto di vista quantitativo verrà dedicato dalla rivista alla formazione degli assistenti ecclesiastici mediante una rubrica mensile.

Notiamo comunque, e questo fatto è di notevole rilevanza, che l’Azione cattolica, nelle sue varie accezioni scomparirà dalle pagine della Rivista del Clero Italiano pressoché completamente dopo il 1931, ovvero in seguito allo scontro con il regime ed alla già ricordata riduzione su basa diocesana dell’associazione.

Riferendoci alla recente istituzione delle associazioni di Azione cattolica femminile, rivestono un particolare interesse una serie di articoli aventi lo scopo di convincere i sacerdoti lettori della rivista circa la necessità dell’apostolato femminile (pur con gli evidenti limiti che vengono posti a qualsiasi forma di azione extrafamiliare da parte delle donne, come già affermato a pag. *). Non è inoltre casuale che la rivista pubblichi a più riprese degli elenchi veri e propri di prese di posizioni pontificie a favore della partecipazione femminile all’associazionismo femminile.

Sembra comunque emergere una sorta di resistenza fra larghi strati del clero nei confronti dell’Azione cattolica femminile, le cui critiche in sostanza si riducono all’opportunità di orientarsi verso l’elemento maschile, più bisognoso di assistenza spirituale, oppure di destinare gli sforzi verso opere parrocchiali più utili; alla sconvenienza da parte del sacerdote di seguire l’elemento femminile; al fatto che le donne, soprattutto se dirigenti o propagandiste tenderebbero a diventare delle "spostate"; alla inconciliabilità del ruolo di madre e moglie con l’apostolato; e così via.

In generale si ribatte a queste critiche con la constatazione che sarebbe lo stesso pontefice a volere il movimento femminile. Vi sarebbero inoltre dei settori dell’associazionismo cattolico che meglio si adatterebbero alle caratteristiche femminili oltre al fatto che i problemi affrontanti dall’Azione cattolica riguarderebbero anche le donne. Come ulteriore riprova della bontà del contributo femminile all’apostolato si fa presente che lo stesso Gesù non si era fatto scrupolo accettare donne al suo seguito, pur se in subordine rispetto all’elemento maschile ed inoltre un ruolo attivo delle donne nell’ambito della comunità sarebbe stato una caratteristica saliente del cristianesimo delle origini.

Dobbiamo comunque notare che un clima di sospetto, se non addirittura di ostilità, caratterizzerebbe, da quanto emerge dal contesto, non soltanto l’atteggiamento di una parte del clero italiano nei confronti dell’apostolato femminile, ma quello circa l’azione cattolica nel suo complesso.

Nei primi anni Venti diverse sono infatti le lamentele circa la scarsa collaborazione dei sacerdoti nei confronti di questa nuova forma di associazionismo, il quale non avrebbe una diffusione adeguata proprio per l’inerzia dei parroci, che vengono accusati direttamente:

"Il primo responsabile è il clero. Spesso non si cura dell’azione cattolica, non la capisce, non ne intuisce la necessità, è pago di vedere la chiesa affollata, è beato nel constatare che il paese o la popolazione è buona e religiosa e si culla in questa dolce persuasione, nella quale persiste anche quando in parrocchia sorgono circoli socialisti ed opere avversarie…."

Si parla inoltre apertamente di impreparazione del clero di fronte ai nuovi compiti; motivo per cui si chiede espressamente che il clero venga formato all’azione cattolica già nel periodo seminariale.

E’ di notevole interesse, comunque, rilevare che per tutto il primo decennio di pubblicazione della rivista compare una quantità di articoli di una certa rilevanza aventi lo scopo di ribadire la necessità dell’organizzazione cattolica per il clero e la sua non conflittualità, bensì la complementarietà, con le istituzioni parrocchiali.

Essa costituirebbe infatti un preciso dovere, sia per il sacerdote, sia per i fedeli, in conformità a quanto affermato dallo stesso Pio XI nell’enciclica Ubi arcano, nella quale egli affermava espressamente che le iniziative di azione cattolica "appartengono ormai innegabilmente all’ufficio pastorale e alla vita cristiana".

Tuttavia vi dovette essere un certo disorientamento da parte del clero parrocchiale nei confronti soprattutto dell’opera di riorganizzazione e di rilancio dell’azione cattolica, soprattutto di quelle effettuate da papa Ratti, visto che una parte consistente degli scritti per quanto riguarda l’azione cattolica in generale puntano ad affermare la "parrocchialità" dell’organizzazione.

L’azione cattolica non sarebbe infatti altro che un nuovo ausilio fornito al parroco da Dio e dalla Chiesa ed il parroco dovrebbe quindi usare, senza remore di "questo dono di Dio". Ancora nel 1928 si sentirà il bisogno di precisare che "[…] l’Azione cattolica è un complesso organico di opere e di associazioni parrocchiali; o, in altre parole, è un vasto organismo sociale, le cui cellule vivono nella parrocchia e per la parrocchia".

Diversi inoltre gli articoli volti a dimostrare che gli stessi Consigli parrocchiali, previsti dal nuovo statuto dell’azione cattolica, non rappresentano un pericolo per il parroco (che d’altronde ne nomina i membri e, dal 1927, anche il presidente), ma avrebbe soltanto il compito "di coordinare e sostenere le diverse forme di associazioni, istituzioni, ed opere cattoliche in parrocchia, suscitandone le attività e curandone la concordia di lavoro" (art. 31 dello statuto). Si ribadisce, in sostanza, il fatto che anche questa istituzione non sarebbe in pratica altro che un ulteriore ausilio nelle mani del sacerdote, di estrema utilità per la sua opera di apostolato.

Una particolare attenzione viene posta nel fugare le preoccupazioni diffuse fra il clero circa la concorrenzialità dell’azione cattolica con le altre "pie associazioni" eventualmente presenti in parrocchia. Si afferma che le nuove organizzazioni cattoliche non vogliono assolutamente distruggerle, ma soltanto "incoraggiarle e favorirle". Si pone invece l’accento sul fatto che vi può essere invece un reciproco vantaggio, se le due forme di organizzazione cattolica collaborano assieme e coordinano le loro iniziative senza sovrapposizioni.

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