Capitolo VI
PASTORALE, PREDICAZIONE, CATECHESI, ISTRUZIONE MORALE
Nella trattazione delle tematiche strettamente pastorali da parte della Rivista del Clero Italiano, notiamo lesistenza di una linea di discontinuità abbastanza evidente situabile allincirca verso la metà degli anni Trenta. In quel periodo, infatti, si comincia a prendere atto dellesistenza di un abisso che si è ormai creato fra clero e comunità, e a valutare concretamente linsufficienza dei metodi pastorali tradizionali. La seconda metà del decennio vede allora laprirsi di un dibattito sulla necessità di recuperare gli spazi perduti, scoprendo, ad esempio, campi di intervento pastorale che fino ad allora risultavano praticamente sconosciuti: ci riferiamo in particolare allambito del lavoro. La strategia di questultimo periodo si rivolge allora nettamente e con una coerenza e decisione sconosciute in passato soprattutto verso due obiettivi che vengono considerati primari: listruzione liturgica dei fedeli (scopo perseguito in prima linea dall"Opera della Regalità di Cristo" dal 1933) e listruzione catechistica capillare e rivolta anche alle varie categorie di lavoratori. Dobbiamo inoltre constatare che il genere di formazione religiosa proposto ai fedeli è generalmente circoscritto allambito strettamente morale. In considerazione della notevole specializzazione dellazione pastorale di questo periodo, mirante generalmente allistruzione catechistica di categorie omogenee di persone (anche dal punto di vista strettamente professionale), tratteremo di essa nel corso di questo capitolo, ma nei paragrafi espressamente dedicati ai singoli argomenti (istruzione liturgica, istruzione catechistica, istruzione morale, etc). Un discorso a parte merita poi la pastorale giovanile, che tratteremo a parte nel prossimo capitolo.
In questa sede ci limiteremo dunque ad analizzare largomento, quale lo ritroviamo nelle pagine della Rivista del Clero Italiano, fino ai primi anni Trenta.
In questo periodo il materiale sulla pastorale in generale è improntato ad una certa eterogeneità.
Fra i modelli di riferimento proposti al clero, troviamo in particolar modo don Bosco, S. Francesco di Sales e soprattutto il Curato dArs.
E di questultimo infatti, proclamato daltronde santo nel 1925 da Pio XI, che si celebrano in particolare le virtù nel campo apostolico:
"Quanti preziosi insegnamenti balzano dalla vita apparentemente monotona di questo sacerdote secondo il cuore di Dio! [ ] il curato dArs è leroe straordinario dellordinario quotidiano, quale si presenta a migliaia di sacerdoti a diretto contatto colle anime, leroe dellumile pulpito di campagna, del confessionale parrocchiale, della modesta canonica, dei rustici casolari, di quellambiente, insomma, in cui nulla è fatto per la piccola vanità, tutto per i semplici doveri del pastore quando questi capisce appieno la nobiltà della sua missione presso quei prediletti di Cristo che si chiamano i poveri, gli umili, i derelitti, i peccatori".
Egli, dominato dall"ossessione della salvezza delle anime", avrebbe sentito in maniera molto profonda la sua responsabilità di fronte a Dio.
"In lui cera listinto della conquista, che lo portava a non lasciare in pace i suoi parrocchiani fin che non li avesse indirizzati sulla via di salvazione".
Rispetto allignoranza religiosa gli strumenti messi in campo dal Curato dArs comprendevano principalmente listruzione religiosa della gioventù e la predicazione. Tuttavia viene dato un particolare risalto alla sua attività in campo morale, ovvero alla lotta da lui intrapresa senza compromessi contro il ballo, la bestemmia, la profanazione della festa, lalcolismo, che vengono considerati come mali pericolosissimi per la vita morale della comunità. Giova appena ricordare che questi fenomeni, come ad esempio luso di alcolici, vengono visti come mali da combattere per se stessi, senza essere per questo assolutamente valutati come conseguenza di una qualche forma di malessere sociale.
E per questo, ad esempio che si narra di come il Curato dArs, per vivificare la vita religiosa della comunità, si prefigga anzitutto di chiudere le osterie:
"Per riempire la Chiesa occorreva svuotare le osterie. Ad Ars ce nerano quattro, due delle quali vicino alla parrocchia. [ ] Un oste si lamentò con lui perché lo mandava in rovina. Egli gli somministrò del denaro e lo persuase a chiudere losteria, avviandolo così alla pratica esemplare della vita cristiana. Laltro oste, vicino alla Chiesa, resistette parecchio; ma poi dovette cedere alle pressioni del Santo Curato. In seguito anche le altre due osterie chiusero i battenti. I risultati ebbero una portata insperata. Sinnalzò il livello morale della parrocchia, si frequentò sempre più la Chiesa, diminuì il pauperismo".
Simili considerazioni si potrebbero ripetere anche per lattività svolta dal Curato dArs per estirpare le piaghe del ballo e della moda.
Un altro esempio rilevante, anche se più lontano nel tempo, che viene fornito al clero italiano è quello di S. Francesco di Sales (1567-1622) che viene considerato come "uno dei più insigni maestri" nel governo delle anime. Il suo metodo pastorale, decisamente più cauto di quello del Curato dArs, viene definito "positivo", in considerazione del fatto che esso si riduceva sostanzialmente a questo: "seminare il bene, e cercare di far germinare e crescere questo, lasciando poi allo stesso bene quasi di eliminare e di escludere il male, soffocando le male erbe".
E quella che viene definita come "apologetica conquistatrice" o "apologetica dellamore". La prassi pastorale del Salesio viene così sintetizzata:
"Le vie per le quali il nostro santo raggiungeva lo scopo erano due, che però si completano, luna riguardando piuttosto il modo e laltra più propriamente il metodo. Egli cercava dapprima di rendere accetta la dottrina, collevitare ogni asprezza di forma nellinsegnarla, e col fascino che emanava dalla sua persona, dal suo tratto come dalla sua bontà. Ed inoltre curava di far agire, di attivare direbbesi con un neologismo, i germi buoni e le inclinazioni favorevoli che si trovano nel fondo di ogni cuore umano".
Per quanto riguarda la formazione pastorale del clero, nei primi anni Venti si lamenta il fatto che i piani di studio dei seminari non comprendono in genere un insegnamento di teologia pastorale, e gli effetti si farebbero già sentire visto che la maggior parte del clero rurale mancherebbe di adeguato spirito pastorale. Il tentativo di riconquista delle masse al cattolicesimo abbisognerebbe quindi di strumenti culturalmente maggiormente incisivi:
"Di qui chiaramente si deduce che la scuola di pastorale non si limita, né può limitarsi a delineare le norme pratiche circa lamministrazione dei Sacramenti, la predicazione, il catechismo, lassistenza degli infermi, cioè non può restringersi propriamente a ciò che è accennato nel Codice di Diritto Canonico; ma ben più esteso e ben altro è il compito di un Pastore e quindi della scuola di pastorale, del maestro di tal disciplina.
[ ] questa scuola dovrebbe prima preparare i giovani ed illuminarli su ciò che riflette la cura sociale della Parrocchia, deve dirigerli ed avviarli a quelle opere che hanno un interesse sociale, ossia che riguardano il bene di tutta la Parrocchia, considerata nel suo insieme, nella sua collettività, come sarebbe la cura e la custodia della Chiesa, del culto, della vita liturgica, arte sacra, festa popolari, canto, omiletica; dovrebbe poi passare gradatamente a trattare di tutte le opere parrocchiali dazione e movimento sociale, istituzioni sociali, emigrazione, stampa, biblioteche circolanti, scuola, patronati, unioni professionali, cooperative, associazioni generali e particolari etc. etc. facendo ben distinguere il necessario dallaccessorio, il germe vitale di tutte le opere cattoliche dalle formalità".
In definitiva, si afferma la necessità che il sacerdote possa uscire dal seminario già formato sul piano pastorale, almeno nelle linee essenziali, formazione che dovrebbe comprendere anche una conoscenza adeguata della gestione dei mezzi economico-finanziari della parrocchia ed un bagaglio di cognizioni giuridiche atto a tutelarne gli interessi.
Alcuni anni dopo, la Rivista del Clero Italiano, per mano dello stesso Gemelli, auspica invece listituzione di corsi postseminariali per la formazione pastorale del clero, in considerazione dellinsufficienza della preparazione dei sacerdoti italiani per quanto riguarda lassistenza in particolare alle associazioni di Azione cattolica, soprattutto di quelle giovanili. Tali corsi, denominati anche "Ritiri pastorali" o "settimane di Pastori" dovrebbero avere lo scopo di rinnovare la spinta allapostolato dei sacerdoti:
"Lo scopo, i fini, gli ideali di queste speciali settimane di Pastori sono molteplici. Primo fra tutti è lallenamento dello zelo che è lelemento primario ed essenziale di ogni cura danime, per ogni curatore danime. I Pastori riuniti in queste settimane devono ritornare al loro gregge con gli entusiastici fervori dei loro primi giorni dapostolato, allorquando vivevano di ideali e di fede; giorni di sacrifizi generosi, di speranze infinite, che il contatto della società ci fece in gran parte svanire e ci disperse".
Rispetto allinsegnamento seminariale della pastorale, che viene accusato di eccessivo astrattismo, ed ai testi vigenti, giudicati "stucchevolmente prolissi", si sente la necessità di un apprendimento maggiormente aderente alla realtà concreta:
"Le scuole riduciamole ai minimi termini indispensabili: perché linsegnamento di questo ramo della teologia ha da svolgersi fuori dellaula. In che modo? Si proponga in primis ai rettori di eliminare dalla lettura a tavola certe biografie scritte con un metodo parruccone [...]. Bisogna sostituirvi le vite agili, snelle, dei santi e degli educatori cristiani dei tempi nostri [ ]. Poi il professore dovrebbe perlustrare attorno le parrocchie meglio coltivate; le meglio coltivate, bada bene, non le più fertili: sono utili campi sperimentali tanto i terreni grassi quanto i terreni magri. Fatta la scelta dei punti strategici da visitare, nel pomeriggio delle feste e nei dì di vacanza la comitiva dei chierici prossimi al sacerdozio savvia: a piedi, in camion, magari in bicicletta col professore in serrafile. [ ] Così, uno dopo laltro, si passano il ricreatorio di A, il catechismo di B, larchivio di C, il circolo di D, lospedale di E, lorfanotrofio di F, le scuole festive di G, la biblioteca popolare di H, e giù fino allultima lettera dellalfabeto. Ecco: con brevi assaggi si colgono e si fissano le più complesse attività spirituali".
Che questesigenza fosse sentita in un ambito più vasto, ci viene fra laltro testimoniato dallo stesso Codice canonico, promulgato pochi anni prima (nel 1917) il quale, nel canone 1365, stabilisce espressamente che il docente di teologia pastorale deve ricorrere a "esercitazioni pratiche" sulle metodologie di insegnamento del catechismo, di assistenza spirituale agli infermi, etc.
Il resto degli articoli di pastorale hanno spesso per oggetto applicazioni pratiche, quali lapostolato agli infermi, ai carcerati, oppure si tratta di consigli di carattere psicologico, ad esempio, da utilizzare per avvicinare i parrocchiani più lontani dal loro pastore oppure per aumentare la frequenza o lefficacia della partecipazione ai sacramenti. Di tali risvolti pratici della pastorale parleremo volta volta nei rispettivi ambiti tematici, ai quali quindi rinviamo.
Un particolare risalto viene dato allazione pastorale del sacerdote nei confronti dei movimenti turistici che potrebbero interessare la propria parrocchia. Notiamo che i villeggianti vengono visti principalmente come elementi perturbatori della comunità e apportatori di pericoli dal punto di vista morale.
Il parroco deve, si afferma, interessarsi di tutto colore che si trovano a vivere, anche temporaneamente nellambito della sua comunità. Egli dovrebbe avvicinare i turisti, ma "con quel senso della misura, della correttezza e delle circostanze che è frutto di equilibrio spirituale". Latteggiamento consigliato è in primo luogo quello di difesa, visto che i villeggianti (anche nel caso di semplice vacanza in campagna) vengono visti come un potenziale pericolo. Il prete dovrebbe così agire danticipo informandosi, ad esempio, sui nuovi ospiti, soprattutto quando "si subdorano pasticci o coniugazioni irregolari". Ma la strategia difensiva dovrebbe coinvolgere tutta la comunità parrocchiale:
"Una profilassi dolorosamente necessaria simpone nei centri dove la clientela abituale fosse bacata o anche solo sospetta di costume. Io credo che il miglior preventivo sia il rinforzare lorganismo parrocchiale alla vigilia del periodo critico o mentre esso dura. Una predicazione straordinaria fissata nel bel mezzo della stagione estiva, una maggiore attività impressa alle istituzioni [ ] del ministero circoli della gioventù, associazioni cattoliche rende immuni dalle inoculazioni di mondanità o per lo meno le neutralizza. Siccome poi il contatto tra il villeggiante e il popolo è inevitabile, bisogna aprire in antecedenza gli occhi perché non sia trasmissione di contagio".
Tuttavia il parroco ha il dovere canonico, compreso in quello più generale della carità, di assistere tutte le anime indistintamente. Quindi il sacerdote deve cercare di rendere gli orari delle sacre funzioni adeguati ai bisogni dei villeggianti (e possiamo riscontrare al riguardo laffiorare di una certa vena polemica contro i borghesi che dalla città si recano in campagna):
"I cittadini vogliono un certo confort anche religioso e vivono a battuta di tempo. [ ] Bisogna [ ] acconciarsi alle altrui comodità nel servizio dei sacramenti. Chi esige che le signore, abituate a comunicarsi in città alle nove, si trovino in campagna alle sei e mezza del mattino colle operaie che entrano nello stabilimento alle otto, pretende limpossibile. Lunica conclusione è il trovarsi ancora alle nove".
La predicazione inoltre non dovrebbe discostarsi dal tono abituale che viene utilizzato durante tutto lanno, evitando, comunque, di colpire la sensibilità delluditorio:
"Se i villeggianti avvertono una punta di iracondia, peggio di banalità, sulla bocca del curato di campagna, costui è spacciato ai loro occhi. La taccia di maleducato, di impulsivo manda a picco qualsiasi pastorazione".
Bisognerebbe inoltre che il parroco si rendesse disponibile perché le "coscienze timorate" potrebbero cercherebbero in campagna un confessore o un direttore spirituale.
Si stabilisce comunque, ai fini della tattica pastorale, una distinzione fra villeggianti fissi e nomadi, essendo i primi quelli che ritornano tutti gli anni nella stessa località di vacanza, differentemente dai secondi che invece tenderebbero a variarla di continuo. Più difficile concretizzare una linea pastorale efficace per questi ultimi:
"Purtroppo costoro [i villeggianti "nomadi"] costituiscono la maggioranza dei villeggianti; sono gli irrequieti della società moderna, il medio ceto che cambia sempre anche in città, tanto da non sapere spesso di quale parrocchia sia. E sono i più bisognosi. [ ] Il ricordo della bella chiesetta alpestre, della squillante campana, di una predichina sentita forse per caso, di quattro chiacchiere fatte col parroco, può avere sul loro nomadismo irrequieto uninfluenza benefica. Ho constatato parecchi casi di guarigione. [ ] Questi nomadi sono di frequente i più esigenti in materia religiosa e pretendono orari e funzioni ognuno a proprio gusto. Il parroco si trova in evidente difficoltà con essi. Tuttavia a volte un sacrificio fatto per essi, un contentino dato a questi incontentabili, viene di solito copiosamente compensato, se non subito subito".
Le possibilità di azione pastorale nei riguardi degli ospiti più stabili viene valutata più positivamente, soprattutto in considerazione delle possibilità di un certo ritorno anche dal punto di visto economico:
"[ ] quanto bene si può fare coi villeggianti stabili! [ ] Sia nellordine materiale, sia, e più, nello spirituale, quando i villeggianti stabili sono affezionati alla parrocchia di villeggiatura, si può avere una vera e propria collezione di opere buone e belle. Chiese rifatte, riordinate, opere darte, chiesette e cappelle nuove, opere di bene per i poveri, aiuti ai seminari, alle missioni, vocazioni aiutate, famiglie sistemate, ecc".
In generale tuttavia, e ciò vale soprattutto per le località di villeggiatura balneare, il turismo viene visto come un pericolo per lintegrità morale, soprattutto delle ragazze.
In questo campo lattività del sacerdote dovrebbe puntare da una parte al richiamo allautorità pubblica perché applichi severamente le norme sulla tutela delle minorenni, sugli orari, etc, e dallaltra allistruzione delle giovani sui pericoli derivanti, in particolare, dalle spiagge.
Citiamo a titolo esemplificativo un brano di conferenza espressamente dedicata alle ragazze, e che è paradigmatico per quanto concerne il tono e i temi di questo genere di predicazione:
"Non è in un rapido incontro al mare che saccende la fiamma di un amore che dovrà essere solennemente benedetto e duraturo. Al mare solitamente non si tratta che di burraschette damore: burraschette passeggere che lasciano tanta amarezza nel cuore inesperto delle fanciulle. Se pure la virtù non vi fa naufragio.
Giovinette: anche al mare siate custodi gelose del vostro cuore, come e più dun oggetto prezioso che è follia affidare al primo passante.
[ ] Cè costume e costume da bagno: si scelga non quello che è compagno della procacità e dellinverecondia, ma quello più decente. E sia veramente il costume "da bagno": confinato quindi alla spiaggia. Si vedono invece signorine e signore gironzolare spudoratamente per le vie delle città balneari in semplice costume da bagno. Ributtante indecenza!
Rammento daverne veduta una in tale costume perfino sul treno, da Nizza a Montecarlo. Ed era il bersaglio dei motteggi e delle risatacce dei viaggiatori, nonché delle acerbe critiche delle viaggiatrici. E ben a ragione: faceva proprio schifo quella svergognata femmina!"
Di esempi di predicazione di questo genere ne abbiamo riscontrati diversi; essi concordano nel ribadire la estrema pericolosità delle spiagge per la virtù soprattutto giovanile.
Un ulteriore annotazione riguarda il comportamento da tenersi da parte dei sacerdoti nei confronti dellabbigliamento dei fedeli, fenomeno che ha una certa rilevanza per i luoghi di villeggiatura (di questo aspetto, che ha una rilevanza particolare per le parrocchie di villeggiatura, parleremo più ampiamente affrontando in generale latteggiamento nei confronti della moda).
Un caso particolare è quello della partecipazione degli sciatori alle sacre funzioni; si riporta al riguardo un documento di Ildefonso Schuster del giugno 1933:
"Nelle diocesi di Milano, Bergamo, Brescia e Como i rispettivi Vescovi hanno già disposto, che i R. R. Parroci e Rettori non permettano lingresso in chiesa a quelle sciatrici che si presentassero in tenuta maschile, senza che neppure abbiano lavvertenza di indossare un conveniente soprabito prima di entrare nella Casa del Signore. Così pure hanno disposto, che non si portino degli strumenti di Scio in chiesa, come non si porterebbero nella sede di alcuna autorità, ma che questi i Parroci nei luoghi di maggior concorso di sciatori se richiesti e qualora gli interessati non provvedano diversamente, indichino un luogo di sicuro deposito".
Il problema pastorale nei riguardi dei malati si presenta con un certo ritardo nella rivista del clero. Infatti, a parte qualche riferimento sporadico inserito generalmente nel contesto predicativo, largomento viene affrontato con un certo impegno soltanto a partire dal 1934, sulla scia del rinnovato interesse per la sofferenza e lespiazione che si afferma, come abbiamo potuto già constatare, in seguito soprattutto allenciclica Miserentissimus Redemptor del 1928.
E la Rivista del Clero Italiano dedica appunto nel gennaio 1934 un numero speciale al rapporto fra sacerdoti e ammalati
Il compito del prete nellassistenza agli infermi viene definito come estremamente delicato e di "gravissima responsabilità", in considerazione soprattutto del fatto che esso si svolge particolarmente nel momento finale della vita del fedele.
Ma in particolare il ruolo sacerdotale viene visto in funzione educativa nei confronti del sofferente per quanto riguarda latteggiamento corretto da tenersi nei confronti del dolore. Egli può svolgere questo ruolo, in quanto avrebbe in prima persona imparato a patire imitando la figura di Cristo:
"[ ] il Sacerdote non deve solo, per amore del suo Crocifisso Signore portare la sua croce, cioè "saper soffrire"; ma deve essere, anche in questo, maestro ai fedeli e insegnare loro il modo con cui essi debbono portare, con pace e con frutto, la croce, ossia come debbono a loro volta "saper soffrire".
[ ] Va da sé, che, come in tutto il resto, non ne saremo mai maestri, se prima non abbiamo imparata noi per i primi questarte, e abbiamo nobilitata la nostra vita con laccettazione piena e gioiosa delle croci, che piacque alla Divina Bontà inviarci perché le utilizzassimo per la salvezza delle anime.
Siamo dunque gli angeli consolatori di questi infermi, che languiscono nelle corsie di un ospedale, che soffrono talvolta pene atroci, che si vedono sempre vicina la morte, senza che mai carpisca la sua preda, che sono lasciati nella solitudine e nellabbandono, anche dai più intimi!"
Dobbiamo comunque notare che lo stesso Matheo Crawley aveva dimostrato un notevole interesse per "anime sofferenti", soprattutto dei malati inguaribili, tanto da proporre di utilizzarle a favore dellAzione cattolica.
Lattività del sacerdote dovrebbe mirare in primo luogo alla "rassegnazione piena e totale" nella volontà divina, ossia a convincere il malato ad accettare la sua situazione di sofferenza. Ma tale stato non dovrebbe costituire che un primo gradino:
"Il fiat voluntas tua può divenire un atto di glorificazione al Padre che è nei cieli e di salvezza ai fratelli che pericolano sulla terra, proprio come nel caso di P. Cristoforo. Nulla vale meno a rischiarare di pace serena la fronte pensosa del malato, che allargare i suoi orizzonti, e, anche se peccatore, fargli intravvedere larga messe di bene, con cui non solo espierà il suo peccato, ma per i meriti del Crocifisso, aiuterà il ritorno dei prodighi figli erranti al tetto paterno".
La strategia pastorale proposta, comunque, si limita in genere alla riproposizione al malato di immagini, come quella della Passione di Cristo, atte a ricordare la possibilità di santificare la malattia o di testi che trattino i medesimi argomenti. Le visite del sacerdote agli infermi, necessariamente brevi, dovrebbero essere integrate dallattività di suoi collaboratori, debitamente istruiti e che possono essere gli iscritti alle Conferenze di S. Vincenzo, membri dellAzione cattolica, lo stesso personale infermieristico, i quali dovrebbero preoccuparsi anche della parte spirituale dellassistenza.
Un modello che viene particolarmente indicato al clero è quello di Giuseppe Cafasso, del quale viene messa in risalto la metodologia di assistenza agli infermi:
"Lo scopo a cui mirava fin dallinizio delle sue visite, quando si trattava di malati gravi, era di disporre il paziente ad un totale fiducioso abbandono alla volontà di Dio. [ ] Con questa tattica di non nascondere allinfermo il pericolo che gli sovrasta con artifizi che difficilmente raggiungono in pieno il loro scopo, ma di disporre piuttosto lo spirito a guardarlo in faccia senza turbamento, egli riusciva ad infondere nei pazienti una rassegnazione così calma e così soave da edificare e commuovere quanti li circondavano. [ ] Il B. Giuseppe Cafasso, nel ministero dellassistenza deglinfermi possedeva a perfezione larte dilluminare loro la tetra prospettiva della tomba di una luce così cara e così attraente, che si vedevano i morenti da lui assistiti andarle incontro senza timore e, talvolta, come ad una festa. Egli era convinto che tal ministero era tra i più fecondi che potesse svolgere il sacerdote e riteneva tra le più preziose e meritorie le ore che vi dedicava".
Un compito analogo a quanto espresso sopra ha listruzione catechistica nelle strutture ospedaliere, il cui compito, infatti, sarebbe semplicemente quello "di fare sentire la bontà del Signore agli ammalati, di fare conoscere le sofferenze di Gesù Cristo, di fare comprendere quanto Gesù Cristo sia vicino a chi soffre rassegnato alla Sua volontà".
Un accenno a parte merita latteggiamento del sacerdote nei confronti dei "deficienti", intendendosi con tale termine "tutte le forme di arresto dello sviluppo psichico". Si tratterebbe quindi di tutte le varie forme di handicap mentale, pur nella varietà di situazioni cliniche, escludendo comunque le malattie psichiche vere e proprie.
Il parroco, si afferma, non può disinteressarsi certamente di questi casi riguardanti lambito della sua comunità; tuttavia il suo compito dovrebbe consistere semplicemente nellaccertarsi del loro ricovero in istituto:
"Colle incognite che presentano, un pastore non può non lavarsene le mani. In città, dove i sussidi di beneficenza non iscarseggiano, è facile il collocarli o in un ricovero, se sono idioti, o altrimenti presso gli istituti di pedagogia emendatrice. Ma nei centri piccoli è un altro paio di maniche. [ ] Se poi hanno un filo discernibile dintelligenza, le famiglie li mandano a scuola: è un modo come un altro per iscariscarsene. Immaginatevi come possa la scuola tirare avanti con quel peso lordo. [ ] Su quello che poi avviene nei catechismi è meglio non discorrere. Domando io: perché non darsi attorno a raggranellare il necessario per inviare questi disgraziati agli istituti aperti per loro? [ ] Un deficiente è sempre un pericolo virtuale [sic!] nello svolto tempestoso della pubertà: il funzionamento imperfetto o anche nullo di freni inibitorii, la mancanza di idee correttive può portarlo a eccessi spaventosi; non parliamo poi delle reazioni colleriche e degli istinti di appropriarsi la roba altrui. Ce nè più che tanto perché un parroco studii il piano di farli ricoverare. Ma non sempre si riesce, soprattutto di fronte a forme miti che non destano immediata preoccupazione".
Dal tono di questo discorso possiamo anche misurare lo spazio che separa la nostra concezione dellhandicap e quella del periodo in cui questo brano è stato scritto (siamo nel 1924). Dobbiamo purtroppo constatare che tale atteggiamento sostanzialmente negativo informa anche un tipo di intervento preventivo che viene caldamente consigliato ai sacerdoti, consistente nel vietare qualsiasi forma di sessualità ai portatori di handicap:
"A noi parroci si offre anche alluopo la possibilità di dissuadere destramente il matrimonio di qualche fatuello provvisto di beni (già, se è in canna, nessuna lo vuole). Tanti infelici di meno in questa valle di lagrime".
Per il resto, lattività del parroco nei loro confronti si dovrebbe limitare ad accertare che la famiglia li tratti bene, li vesta adeguatamente e li nutra e che i ragazzi non gli diano fastidi. Per quanto riguarda l'aspetto strettamente spirituale, non si reputa adeguato a loro il catechismo tradizionale "atteso lo scarso potere di concentrazione"; allo scopo basterebbero al limite lezioni brevi di pochi minuti ciascuna. Molte inoltre le cautele consigliate per ammetterli alla vita sacramentale.
Di assistenza materiale ai poveri abbiamo già parlato diffusamente affrontando largomento delle iniziative, quali la "Crociata della carità" conseguenti alla grave crisi economica mondiale. Se in quella sede abbiamo constato come, tranne sporadici accenni inseriti generalmente in altri contesti, si parli di povertà soltanto a partire dagli anni Trenta inoltrati, dobbiamo ora notare che non riscontriamo accenni di un certo rilievo sullassistenza religiosa agli indigenti prima del 1940.
In tale contesto inoltre linteresse è generalmente limitato allillustrazione di esperienze per listruzione catechistica espressamente mirate ai poveri, esperienze daltronde circoscritte allambito romano.
Il metodo esposto, in sostanza si limita allutilizzo dei momenti delle distribuzione degli aiuti ai bisognosi per impartirgli, in maniera più o meno forzosa, linsegnamento della dottrina cristiana.
Una categoria di persone che vivono ai limiti della società e che sfugge sostanzialmente al controllo del sacerdote è quella dei cosiddetti "girovaghi", ovvero di tutto quellinsieme di persone che si trovano a transitare per periodi abbastanza brevi nel territorio di una parrocchia. Essi sarebbero canonicamente sottoposti al parroco del territorio di transito, il quale avrebbe altresì il preciso dovere di interessarsi alla loro vita spirituale. Tale categoria non comprende comunque soltanto gli zingari, ma abbraccia un universo di persone abbastanza composito, anche se marginale:
"Facciamo una rivista così a passo di galoppo: i circhi equestri, i suonatori ambulanti, i cantastorie, le compagnie teatrali di quarto ordine, i guitti, i numeri di varietà dei baracconi e delle fiere [ ] e poi tutta la gente vagabonda che dorme regolarmente sui fienili. Gira e rigira, non nego che qualche volta si possa anche precisare per qualcuna di queste categorie un pied à terre cogli estremi di un domicilio o di un quasi-domicilio canonici: ma nella grande massa vi sfugge. E se vi sfugge, reverendi parroci che mi fate lonore di leggermi, tutta questa massa è potenzialmente vostra parrocchiana, così che se vi capita tra i piedi le siete giuridicamente [ ] obbligati, né più né meno di quello che siate coi vostri parrocchiani stanziali. E no? Siete il loro proprius parochus: perbacco lo dice il canone 94 § 2. Né la fugacità di un soggiorno precario toglie un ette della gravità del vostro dovere. Lintensità di un rapporto giuridico non dipende dalla durata di tempo".
Ma non si danno comunque consigli concreti per quanto riguarda lazione pastorale nei confronti dei girovaghi, limitandosi a generici appelli ad interessarsi a loro. Resta comunque un giudizio di fondo su queste categorie di persone basato su di un preconcetto sostanzialmente negativo sulla loro moralità, tanto che, ad esempio, si assume come pacifica la mancanza di "regolarità nel loro albero genealogico".
Unaltra categoria di persone ai margini della società è costituita dai carcerati. Per quanto riguarda la loro assistenza religiosa, il sacerdote non dovrebbe considerarli come colpevoli che stanno scontando una pena, ma come "sofferenti in attesa di redenzione". Egli dovrebbe mirare alla loro conversione, ma per far ciò dovrebbe impartire loro unadeguata istruzione catechistica, anche allinterno della predicazione poiché si parte dal presupposto che essi, in considerazione della loro situazione, non abbiano generalmente ricevuto alcuna forma di istruzione precedente la loro prigionia (vi è in questo fatto lemergere della considerazione che un adeguato catechismo sia di per sé sufficiente per evitare una vita immorale). Si considerano inoltre come molto efficaci le predicazioni doccasione, soprattutto quelle in occasione della Pasqua.
Un"opera di misericordia eccellente" viene considerata lintroduzione in prigione di libri adatti alledificazione morale dei detenuti. Assolutamente sconsigliato invece luso di materiale cinematografico:
"Prescindendo da ogni questione pregiudiziale se il cinema sia uno strumento di molta efficacia educativa [ ] mi sembra che in ogni caso meno che mai se ne debba parlare in carcere. Si dirà che distrae, diverte, rompe la grigia monotonia. Io non lo nego. Ma, di grazia, quella tumultuosità che palpita sulla pellicola vertiginosa è però un richiamo lancinante alla vita libera per gente che è appunto priva della libertà personale".
Inoltre, e di questo ne riparleremo in questo stesso capitolo quando affronteremo largomento, il carattere licenzioso e amorale della produzione cinematografica corrente avrebbe un impatto ancora maggiore su degli spettatori, fra laltro, non abituati a vedere donne.
Sempre parlando di questioni inerenti allassistenza ai reclusi, un campo di attività coinvolgerebbe propriamente, oltre che il cappellano del carcere, anche lo stesso parroco. Egli infatti ha il dovere di interessarsi alle famiglie coinvolte in fatti giudiziari (e questo potrebbe essere il momento giusto anche per avvicinare una famiglia che in altre circostanze sfuggirebbe i contatti con il prete) e agli ex detenuti, una volta liberati, per favorirne in qualche maniera i contatti con le istituzioni atte a favorirne la riabilitazione
Lanalisi dettagliata dei testi concernenti il lavoro in senso stretto, con particolare riferimento alle proposte sul piano pastorale formulate dalla Rivista del Clero Italiano nel periodo 1920-1940, pur nella loro non eccessiva rilevanza quantitativa, ci permette comunque di estrapolare delle linee di tendenza che si possono delineare con una certa evidenza.
Come abbiamo già potuto riscontrare, parlando del modo come la rivista affronti il problema della questione sociale, la preoccupazione degli articolisti si incentra principalmente sugli aspetti morali del lavoro. Al di là di generici riferimenti alla politica sociale della chiesa, che si limitano spesso soltanto a richiami di circostanza allenciclica Rerum Novarum di Leone XIII, la maggiore rivendicazione che viene concretamente sollevata nei riguardi del padronato è quella del dovere della santificazione della festa, ovvero della necessità di togliere di mezzo quegli ostacoli derivanti dagli orari di lavoro che non permetterebbero ai lavoratori di ottemperare dovutamente al precetto festivo.
Più in generale emerge nettamente la preoccupazione di perdere il controllo sugli aspetti morali della vita dei lavoratori, soprattutto nelle fabbriche, dove la presenza sacerdotale si troverebbe ormai emarginata. Per questo motivo si cercano nuovi spazi di intervento pastorale allinterno dei luoghi di produzione, plaudendo anche alla politica lavorativa del regime che permetterebbe nuovi spazi di intervento al clero, come nel caso del dopolavoro. Tuttavia listruzione religiosa fornita ai lavoratori rimane sempre circoscritta alla riproposizione delle tematiche tradizionali, mirando principalmente allaccettazione acritica della condizione allinterno dellambito produttivo, e proponendo al riguardo dei modelli di comportamento estranei a qualsiasi conflittualità sociale, come è il caso di S. Giuseppe, la cui figura, non a caso, viene posta in questo periodo in particolare evidenza.
Dobbiamo inoltre constatare che, tranne qualche precedente ed isolato riferimento, a partire dal 1935 circa, le preoccupazioni di carattere generale, lasciano lo spazio al dibattito sullattività pastorale mirata alle singole figure professionali, pur con unaccentuazione dellaspetto meramente morale, atteggiamento daltronde in tendenza con lorientamento generale della rivista in quegli anni.
Passando allanalisi in dettaglio, in diverse occasioni la Rivista del Clero Italiano critica il sistema di produzione moderno che non permetterebbe più agli operai, fra laltro, la fruizione delle cerimonie religiose:
"[ ] Ci sono le otto ore di lavoro, lo so: ma le otto ore non concludono un fico secco se me le fissate o nel tempo delle funzioni, ovvero a sera tarda e a notte alta collintontimento che induce un sonno pesante fino a mezzodì dellindomani. Che tristo mondo ci ha mai fabbricato la civiltà contemporanea! Vi sono falangi intere di lavoratori che in via ordinaria non possono mai sentire la Messa. [ ] Io tiro la somma per concludere che tutta questa gente sfugge di fatto ad ogni influenza di vita cristiana. E ci meravigliamo se il nostro infrollito mondo occidentale ridiventa pagano! [ ] La ferrea saracinesca della vita economica contemporanea che si abbassa a isolare fatalmente dalla Messa centinaia di migliaia di persone, le degrada qualche linea disotto del livello della Papuasia e del Betchuanaland, perché colà qualche missionario a tiro si riesce ad averlo. Levando la Messa, si leva la parola di Dio, la preghiera, si rompono i ponti di comunicazione con Cristo".
Più in generale si richiede un intervento più deciso da parte del clero e delle associazioni cattoliche a favore del riposo festivo. I primi riferimenti al riguardo datano al 1922, ma è nel 1927 che viene lanciata una vera e propria "Crociata pro riposo festivo" mirante da una parte allapplicazione della legge del 7 luglio 1907 sullorario di lavoro, ancora tuttavia misconosciuta e, dallaltra, alla sensibilizzazione dei cattolici riguardo il dovere di santificazione delle feste, dovere sancito daltronde dal terzo comandamento. In questo contesto si richiede espressamente la collaborazione attiva del clero:
"Formare [ ] completa e sensibile al grave dovere della santificazione delle feste, la coscienza dei cattolici è compito del clero. E per lefficacia della nostra "crociata", non basterà listruzione religiosa che si dà, in ogni Domenica, in chiesa a tutto il popolo. Conviene venire a maggiori dettagli, a più pratiche discussioni, a più efficaci segnalazioni. Ciò può ben compiersi nelle sale delle nostre associazioni, durante le assemblee, i convegni, le giornate sociali, i santi ritiri delle nostra varie organizzazioni. [ ]
Lopera di vigilanza poi, affinché la legge vigente sia osservata, non sarà compito esclusivamente del clero; ma sarà in gran parte anche sua. Esso, più che gli altri, deve conoscere la legge in tutti i suoi dettagli. [ ]
E se non sempre sarà conveniente che il sacerdote stesso denunzi a chi di dovere le infrazioni alla legge che venissero rilevate, e gli abusi inveterati che si segnalassero, egli però farà in maniera di far agire efficacemente appositi segretariati locali, affinché le denunzie vengano fatte e la vigilanza non si affievolisca.
[ ] La propaganda del sacerdote in tutto ciò avrà unefficacia particolare. I frequenti contatti che egli deve avere non solo con la massa del popolo, ma con le stesse autorità civili in frequenti circostanze, gli porgeranno il destro di agitare l'idea, e di far apprezzare i vantaggi morali e materiali che ne avrà il popolo nostro da un maggior rispetto dei giorni festivi".
Possiamo riscontrare una maggiore sensibilità da parte della Rivista del Clero Italiano nei confronti del mondo del lavoro a partire allincirca dal 1935 quando notiamo una maggiore vivacità del dibattito al riguardo. Emerge in questi anni, che sono fortemente contrassegnati dalla crisi economica mondiale, la preoccupazione nei confronti dellallontanamento degli operai nei confronti della religione; daltro canto si intravedono nuovi spazi di intervento pastorale, grazie alla collaborazione del regime fascista:
"Ieri andavamo con le associazioni operaie, casse rurali, mutue [di] soccorso, cooperative, ecc.: oggi, che, fortunatamente, lo Stato non è più agnostico nella questione operaia, ma con maggiore efficacia sorregge liniziativa privata, andremo agli operai provvedendo ai loro speciali ed esclusivi bisogni morali e spirituali, con quelle iniziative religiose che rispondono alle loro necessità, e che sole garantiscono gli sforzi e le iniziative sociali a loro vantaggio".
E il giudizio sostanzialemente positivo arriva a comprendere la totalità della politica del lavoro del fascismo:
"Quando Mussolini da Milano rivolgeva il suo discorso agli operai dItalia preconizzando che al secolo del capitale doveva succedere il secolo del lavoro, le sue parole avrebbero avuto assai minore forza convincente se fossero state una semplice previsione del futuro, sia pure formulata da un uomo politico e Capo di Governo di provata antiveggenza. Ciò che ne accrebbe, anzi ne completò lefficacia persuasiva fu levidenza dei fatti i quali stanno a dimostrare che in Italia verso la civiltà del lavoro siamo decisamente già arrivati in virtù del nuovo costume politico impresso al Paese dal Governo Nazionale e delle leggi da esso promosse a tutela dei lavoratori. Queste leggi compongono un quadro armonico che tutela e regola tutta la vita dei lavoratori".
Non possiamo non notare comunque che la presunta positività della situazione italiana viene immediatamente contrapposta alla situazione delle "nazioni vicine" dove si assisterebbe al contrario all"allontanamento dalla fede delle classi operaie".
Fra le varie istituzioni che derivano dallattività legislativa del regime, una particolare attenzione viene posta al dopolavoro, di cui viene evidenziato "lalto ed evidente valore morale". In effetti esso rappresenterebbe un nuovo ambito di azione pastorale per il clero. Il compito del sacerdote verrebbe facilitato dal fatto che "un buon dopolavorista è un lavoratore educato a disertare losteria, le consuetudini viziose, il ritrovo equivoco, le compagnie sospette e a preferire gli svaghi onesti, sani, affinatori dello spirito".
Si afferma chiaramente che questa istituzione è "di origine schiettamente civile e genuinamente fascista" e conseguentemente fortemente caratterizzata politicamente. Tuttavia, pur con le dovute cautele ed evitando rapporti, per così dire, "ufficiali", una certa collaborazione viene caldamente consigliata:
"Non sapremmo quindi non confortare i sacerdoti a guardare senza diffidenza ai dopolavoro e a non trascurare la cordialità dei rapporti coi loro dirigenti. E questo non per intromettersi nella gestione di istituti estranei al loro ministero parrocchiale ma per contribuire ad armonizzare le finalità di questo ministero con quelle della istituzione dopolavoristica. Lo spirito della Conciliazione tra Stato e Chiesa deve trovare anche qui i suoi riflessi pratici, per piuttosto riuscire a prevenire che per dover reprimere possibili contrasti".
Per quanto riguarda inoltre il contenuto concreto delle norme di comportamento richieste ai lavoratori, rimandiamo a quanto già affermato nel paragrafo 2.3; si tratta in definitiva dellinvito a sopportare cristianamente la loro situazione, senza pretese di rivolgimento dellordine sociale, a vivere una vita frugale e ad osservare formalmente il precetto festivo.
Una particolare attenzione viene posta nei confronti di tutte quelle attività lavorative che vedono limpiego principalmente di manodopera femminile. Il fatto che spesso molte donne si trovino costrette a lavorare al di fuori dellambito famigliare (soprattutto se giovani), viene considerato in sé molto pericoloso per lintegrità morale delle lavoratrici.
E il caso, ad esempio, delle mondine, ovvero delle lavoratrici stagionali che per alcuni mesi allanno lasciavano le loro famiglie per essere impiegate nelle risaie piemontesi e lombarde. In questo caso si lamenta il fatto che, oltre ai pericoli del viaggio in condizioni disagiate e senza alcun tipo di assistenza, esse vengano alloggiate in dormitori comuni, senza alcuna distinzione fra uomini e donne, con tutta limmoralità conseguente. Fatto questo ancor più grave in considerazione della generale giovane età delle lavoratrici. Unaccusa in particolare viene mossa ai rettori delle parrocchie di origine delle lavoratrici, ovvero quella di non essersi particolarmente interessato alle iniziative in merito da parte dellAzione cattolica (cui aveva dato il suo personale contributo lo stesso Matéo Crawley) che aveva istituito degli appositi Segretariati delle risaiole per lassistenza religiosa e morale delle lavoratrici:
"[ ] nonostante le insistenze, non si è ancora potuto ottenere il dovuto interessamento da parte dei signori Parroci ed Associazioni Cattoliche dei luoghi di emigrazione. [ ] Ciò è troppo doloroso. Perché per lefficacia della nostra assistenza alle immigrate è importante assai avere rapporti coi luoghi di emigrazione. Alla grave lacuna speriamo voglia supplire nel prossimo anno lo zelo del Venerando Clero. Il quale zelo potrà essere utile assai per porre un argine alla immoralità che veramente nelle risaie dilaga".
Analoghi preoccupazioni ispirano latteggiamento nei riguardi delle figure delle donne occupate nei servizi domestici. Quello delle domestiche viene definito un problema "di una importanza e di una gravità grande" anche per il loro considerevole numero che nei primi anni Trenta veniva valutato in circa mezzo milione (di cui circa 300 mila con età compresa dai sei ai trentanni), di cui oltre il 90% costituito da non coniugate.
Il giudizio su questa categoria di lavoratrici, che sovente abbandonano lambiente rurale di origine per la città, non è particolarmente positiva:
"Spesso non il reale bisogno sospinge a lasciare il focolare paterno; ma alla grande città attrae lansia duna vita nuova, più brillante, più comoda: il richiamo delle compaesane tronca ogni esitazione e la giovane savvia sola ed indifesa verso le tormentate strade delle metropoli congestionate, e vi troverà pericoli gravi minaccianti la vita spirituale e morale ed anche talvolta la vita fisica.
[ ] Il tremendo contributo dato da questa categoria di lavoratrici allimmoralità più sfacciata (l80 per cento delle donne che spregiando ogni dignità conducono vita scandalosamente immonda è costituito dalle domestiche), alla natalità illegittima, rivelano il grave stato di abbandono morale cui questa numerosa categoria soggiace ed impone limperioso dovere di studiare e di attuare i mezzi opportuni per una tutela efficace".
La tattica pastorale nei riguardi delle lavoratrici domestiche dovrebbe operare in due ambiti distinti. Nella parrocchia di origine il sacerdote avrebbe principalmente il compito di far presente alla ragazza ed alla sua famiglia i pericoli che le potrebbero derivare dal nuovo ambiente, e possibilmente scoraggiarli. Nel caso di assunzione egli dovrebbe comunque informarsi dovutamente sul luogo e la famiglia di destinazione e sulle condizioni di impiego. Successivamente sarebbe auspicabile che cercasse di mantenere i contatti con la parrocchia e la famiglia di origine.
Nelle parrocchie di origine lattività pastorale dovrebbe invece mirare da una parte ad agire sui datori di lavoro, affinché trattino con giustizia le lavoranti e permettano loro lobbedienza ai precetti religiosi (e il parroco dovrebbe anche esigere che la ragazza non abbia mai permessi di uscita serali e che nella libera uscita domenicale venga debitamente indirizzata "ad onesti ritrovi presso Istituti Religiosi"); dallaltra a raccogliere le domestiche mediante funzioni religiose a loro espressamente dedicate nelle quali sviluppare un tipo di predicazione incentrato su argomenti morale. Tale tipo di assistenza viene considerato molto importante ai fini della salvezza della lavoratrice, perché in caso contrario:
"La giovane [ ] abbandonata a se stessa o nelle mani di gente mercenaria, appena lontana dal paese, svincolata dal controllo della famiglia e da ogni legame santo, a contatto con tante miserie, trascinata, travolta da pessime compagnie, caduta in famiglie senza morale e senza Dio, andrà ad aumentare il numero delle sbandata, delle irrequiete e forse delle perdute. E tutto ciò, tante volte, per mancanza di appoggio, dassistenza allinizio della sua emigrazione. [ ] Si ricordi che delle giovani assistite nella partenza, collocate presso famiglie, non abbandonate nella loro lontananza dal paese, il 70-80% si salvano. Per contrario il 60-70% si perdono se lasciate a se stesse ed abbandonate".
Lo stesso atteggiamento, fondamentalmente misogino, informa le prese di posizione della Rivista del Clero Italiano nei confronti di molti altri attività lavorative femminili. Capita così, ad esempio, di percepire un parere chiaramente negativo nei riguardi del gran numero di donne che rivestono ruoli impiegatizi nonostante, si afferma, "le disposizioni governative che limitano limpiego della donna e tendono giustamente a portarne la nobile attività nei settori della vita sociale che sono più consoni alle sue attitudini [sic!]. Partendo da queste premesse, non sorprende apprendere che quando lo stipendio dellimpiegata non viene utilizzato totalmente al mantenimento della famiglia, "serve quasi esclusivamente alla sua vanità, poiché limpiegata ha notevoli esigenze nel vestire e nella cura della propria persona".
Lambiente di lavoro viene considerato in questo caso particolarmente pericoloso dal punto di vista morale, e delle stesse impiegate, si dà una valutazione molto negativa del livello religioso e della conoscenza dei principi della fede. Per questo motivo viene vista come fondamentale unistruzione catechistica di base:
"Ognuno ha già capito che in questo campo di lavoro non si tratta per il sacerdote di fare una catechesi strettamente professionale come per altre categorie di persone per le quali è necessario che listruzione religiosa abbia la massima aderenza alla loro professione particolare. Qui invece si tratta più semplicemente di fare la dottrina esponendo in modo chiaro, confidenziale e organico tutto il dogma cattolico, la morale, i sacramenti e il culto. [ ] Naturalmente nellesposizione sobria e conversativa della dottrina va dato il maggior rilievo alla morale cristiana, perché è questa che interessa maggiormente la loro vita, il loro ambiente e la loro professione".
Una particolare attenzione viene riservata ad alcuni ruoli, tradizionalmente occupati da personale femminile, dei quali si evidenziano la delicatezza e limportanza sociale; si tratta in particolare del personale infermieristico e delle ostetriche, nei confronti del quale si evidenzia la necessità di una certa istruzione catechistica. Ciò vale in particolar modo per quanto riguarda le ostetriche, il cui ruolo professionale, si ribadisce, è decisamente sottovalutato, anche in rapporto alla campagna demografica del regime. Non casualmente, quasi a sfatare i luoghi comuni circa la "materialità" della loro attività, si afferma la dignità del ruolo delle ostetriche, le quali vengono definite addirittura "missionarie della vita" e il cui ruolo sarebbe "una specie di sacerdozio naturale"; daltro canto la Vergine stessa viene definita come "prima levatrice cristiana", avendo volutamente assistere la cugina Elisabetta fino al giorno del parto. Il motivo di questa particolare attenzione deriva senzaltro dalla consapevolezza del ruolo fondamentale rivestito da questa figura professionale nel consigliare le future madri e talvolta nel procurare aborti:
"[ ] questa categoria va assistita con particolare zelo e particolarissima preparazione. Unostetrica cristiana nel senso integrale della parola (e quindi anche nellesercizio della professione) è una provvidenza per una parrocchia: una "senza scrupoli", vale a dire senza coscienza morale, è una peste, un terribile centro di infezione, peggiore di un medico irreligioso".
Di conseguenza listruzione catechistica di questa categoria deve essere particolarmente mirata:
"E [ ] necessario che la levatrice sia sempre e interamente consapevole della sua dignità sociale e cristiana. E necessario che essa sappia tutto il valore di unesistenza che sboccia alla famiglia, alla Chiesa e alla Patria. [ ] Deve conoscere esattamente la latitudine del quinto Comandamento di Dio: non uccidere. Deve pure conoscere perfettamente labisso che vè tra una creatura non ancora battezzata e una creatura incorporata in Cristo per mezzo del battesimo e quindi linestimabile pregio della vita soprannaturale".
Riprendendo quando abbiamo affermato poco sopra, non possiamo non ribadire che, negli ultimissimi anni Trenta (e in particolare dopo il 1938) assistiamo ad un rinnovato interesse della Rivista del Clero Italiano nei confronti del mondo lavorativo. E in questo periodo che, più concretamente, nelle pagine della rivista cominciamo a fare apparizioni meno fugaci il mondo delle fabbriche e delle campagne. In questo contesto, si comincia a scoprire lesistenza di un campo di pastorale che non era stato prima dovutamente battuto dal clero italiano:
""Reverendo, è venuto appositamente per noi?"
Così qualche settimana addietro un operaio salutava un nostro sacerdote, inviato a visitare e ad assistere i centri di operai. Sembrava impossibile a quel buon uomo, che un sacerdote pensasse anche a questi poveri operai, dislocati un po dappertutto, spesso lontani dai paesi, in mezzo ai boschi o nei monti, nei lavori stradali o nelle gallerie tetre delle nuove centrali elettriche.
Questa domanda delloperaio meravigliato suona per noi come un esame di coscienza, per non dire come un rimprovero, perché troppo spesso trascuriamo questa classe sociale, gli operai [ ]".
E significativo inoltre notare che il primo accenno di catechismo espressamente dedicato ai contadini dati soltanto al 1940.
La pastorale nei confronti degli uomini assume una rilevanza particolare. Non è poco indicativo il fatto che si discuta, negli anni Venti, sulla convenienza di occuparsi più dellelemento maschile che di quello femminile. A prescindere dal fatto che gli autori della Rivista del Clero Italiano dimostrino spesso una scarsa stima nei confronti delle donne, la scelta preferenziale a favore di una pastorale orientata verso gli uomini, deriva dal fatto che essi vengono considerati più influenti nellambito sociale e che si constata universalmente che essi sono più bisognosi di un intervento da parte del clero di quanto possano esserlo le donne, più tradizionalmente attaccate allambito religioso tradizionale:
"Limportanza che ha luomo nella società, a nessuno può sfuggire; egli capo della famiglia; trattato come tale da Dio stesso nellAntico e nel Nuovo Testamento. Anche il nostro zelo deve andar diritto a lui. [ ] Quali vantaggi presenta al sacerdote lo zelo esercitato sugli uomini: luso santo del tempo, che oggi specialmente, è prezioso per i galantuomini [ ]; la consolazione di un bene prodotto più sodo, radicale, vasto; la diminuzione di tanti pericoli che la virtù e la riputazione trovano nelle relazioni continue colle persone di diverso sesso; il maggior vigore del carattere; laiuto che si può avere dagli uomini per le altre imprese sante. [ ] E domando pure a miei confratelli: potete dire con verità, che le vostre fatiche, le industrie adoperate per gli uomini sieno meno proficue che quelle spese per le donne? O non è forse certissimo il contrario?"
Ma è solo nel 1935 che la Rivista del Clero Italiano affronta con una certa consapevolezza il problema lanciando un appello per una campagna "per il ritorno degli uomini a Dio".
Vi è in quella sede la constatazione dellassenza, ormai marcata, degli uomini dalle pratiche religiose, anche quelle reputate essenziali per la vita cristiana, quali il precetto pasquale, la messa festiva e così via. La maggior causa di questa situazione viene ravvisata nellignoranza religiosa conseguente alleducazione improntata a liberalismo e socialismo che avrebbe contraddistinto i decenni precedenti. Si afferma tuttavia che il nuovo clima seguito allavvento del fascismo ed ai Patti Lateranensi del 1929, lascerebbe intravedere alcun segnali positivi, dato che ormai, a differenza di quanto avveniva in passato, persone che rivestono cariche influenti non si vergognano più di adempiere alle pratiche religiose.
Il problema della mancata frequentazione da parte degli uomini nei confronti delle cerimonie religiose viene visto con una certa preoccupazione per diversi motivi:
"Non fare Pasqua, non accostarsi ai SS. Sacramenti della Confessione e della Comunione vuol dire, ordinariamente, rinunciare a mettersi in grazia di Dio; e quindi passare la vita non solo lontani da Dio, ma in stato di inimicizia. Ministri di quel Pastore Divino che ha lasciato le novantanove pecorelle per andare in cerca della centesima smarrita, noi sacerdoti possiamo più degli altri tentare di penetrare lamarezza profonda del cuore amorosissimo del Redentore, come possiamo valutare lo stato miserando a cui si condannano quei poveri infelici, e labisso spaventoso su cui stanno sospesi: lessere questa angosciosa situazione tanto diffusa, tanto frequente e tanto difficilmente superabile, non vale certo a diminuire la nostra impressione penosissima, anzi laggrava e laumenta.
Una seconda considerazione: si tratta in generale di padri di famiglia: sono dunque innumerevoli famiglie le quali vengono rappresentate e dirette e guidate da chi non pratica nemmeno il "minimum" di vita cristiana".
Ma dallanalisi del problema, emerge una certa presa di coscienza del distacco che si va ingrandendo fra pastori e comunità, soprattutto per quanto riguarda gli uomini. Si tratta di un elemento che va inserito nel contesto più generale che dal 1935 coinvolge il dibattito sulla pastorale che, nei suoi tratti tradizionali, non viene considerata più adeguata per i tempi moderni. Cominciano a comparire anche alcuni spunti di autocritica da parte del clero, visto che si comincia a parlare apertamente di una corresponsabilità dei sacerdoti nella situazione:
"Che cosa facciamo noi per convertire questa massa? In particolare per convertire gli uomini? Vedo partire schiere di missionari per convertire gli infedeli, e so che cosa fanno a tal fine. E noi che restiamo, in tanti, restiamo forse a difendere le posizioni conquistate dai nostri vecchi? No, perché da cinquantanni siamo in quotidiana perdita. Abbiamo conservati, sì e no, i fanciulli; abbiamo educato alla pietà eucaristica gruppetti di fedeli, i fortunati membri delle associazioni pie e cattoliche; ci accontentiamo di farne degli asceti e dei mistici: ma qual è il nostro e il loro apostolato per le novantanove pecorelle che son fuori dellovile? Per gli uomini specialmente?"
Si constata che vi è ormai una disparità evidente nella partecipazione alla vita liturgica fra uomini e donne (in rapporto di uno a tre, si afferma), cui è corrisposto negli anni precedenti uno sbilanciamento di attività pastorale a favore delle donne:
"Ed è il problema capitale, centrale, cruciale del ministero odierno. Dato che questi benedetti uomini sono ancor restii ad entrare in chiesa, bisogna deciderci anzitutto a cercarli; poi a trainarli. Se non si ristabilisce un equilibrio tra i due sessi, la religiosità italiana premerà soltanto sul lato muliebre, e si ridurrà a far la figura di un carro con una ruota laterale unica e che gira su se stessa".
"E una calunnia, le cento volte smentita, la discussione attribuita ad un concilio medioevale sul quesito se le donne abbiano lanima. Ma di taluni si direbbe che neghino lanima agli uomini. Per costoro il genere maschile esiste in quanto è una massa dannata, riprovata con tutti gli scongiuri del caso. Gli uomini? Sono bevitori, incorreggibili, falsi, e via cogli aggettivi più squalificativi, che fa tanta pena udire dalla bocca di un pastore danime, tanto più se il vilipendio colpisce in pieno una metà del gregge. Con una attività così sproporzionata tra i due sessi è facile immaginare come possa essere guidata una parrocchia".
Per recuperare gli uomini alla vita sacramentale vengono proposte, oltre alla predicazione doccasione, iniziative come "ritiri minimi" espressamente indirizzati agli uomini, e si richiede la collaborazione delle associazioni cattoliche ed in particolare dei membri maschili dellAzione cattolica affinché si impegnino attivamente, attraverso la loro personale opera di persuasione, per riportare lelemento maschile alla vita sacramentale parrocchiale, soprattutto in occasione delle festività pasquali. Per il resto comunque ci si limita ai tradizionali inviti alla preghiera e alla penitenza personale.
Gli anni Trenta vedono la Rivista del Clero Italiano impegnarsi, dedicandovi un notevole spazio, allelaborazione di alcune grandi campagne volte al conseguimento di particolari scopi specifici, il cui ottenimento viene reputato di primaria importanza. Non parliamo in questa sede dellimpegno a favore dellistruzione liturgica e catechistica, o dellimpegno contro moda e ballo, argomenti che verranno ampiamente trattate in altra sede. Intendiamo in questo paragrafo, invece, focalizzare la nostra attenzione su tre iniziative che coinvolgono notevolmente uomini e mezzi della rivista, tanto da essere qualificate con il termine di "crociate" e che caratterizzano il periodo che va dal 1931 al 1936: si tratta della "Crociata per la penitenza" (1931), della "Crociata della pietà" (1933) e della "Crociata della grazia" (1936).
Nellagosto 1931, la Rivista del Clero Italiano pubblica con notevole risalto un articolo dal titolo Penitenza!, a firma di "Un Sacerdote" (pseudonimo sotto il quale si nasconderebbe un prete "che gira per le varie diocesi dItalia a predicare Missioni al popolo"; a nostro avviso non si tratterebbe di Matéo Crawley, visto che il religioso peruviano, secondo i biografi, aveva lasciato lItalia definitivamente lanno precedente). In esso lautore invita i sacerdoti italiani a lanciare una campagna di penitenza per contrastare quello che viene definito un "paganesimo rinascente":
"Viene a noi, specialmente dalle Americhe, dove fino a ieri dominava una morbosa agiatezza, unaria mefitica di ricerca del solo benessere materiale che soffoca ogni ragione di spirito. Il senso del dovere si trova in grande ribasso. La vita si foggia da tanti non in omaggio alle esigenze superiori dello spirito, ma in adattamento al pagano concetto di "minimo di incomodità e massimo di godimento". Nessuna meraviglia quindi se in poco tempo si è arrivati ad una specie di idolatria della carne quale è sciaguratamente palese nella moda procace, nella vita del piacere e nella preoccupazione vergognosa di coltivare ad ogni costo quello che spudoratamente si chiama il fascino della carne".
Lunico mezzo per contrastare questo stato di cose consisterebbe, secondo lautore, nella mortificazione della carne, in conformità con quanto considerato come discriminante i veri cristiani secondo S. Paolo:
"Non sarebbe questa lora di scatenare una provvida, generale e bene organizzata controffensiva contro la idolatria della carne sulla base della mortificazione dei sensi e della cristiana dignità, senza gesti incomposti, ma anche senza vili timidezze? [ ] Non comporterebbe un movimento di tal genere un provvidenziale richiamo delle supreme finalità della vita e delle essenziali verità della fede? Non troverebbe forse una tale azione [ ] una rispondenza in tutte quelle anime, e non sono poche, che osservano con sgomento la decadenza dei costumi? Non è giunta lora di salvare audacemente dal naufragio i nostri valori di purezza, di verginità, di conservare ad ogni costo il tipo del vero cristiano, e di invitare nettamente a scegliere tra la vita animale e la vita spirituale? Non si è sempre detto che la pietra di paragone della santità è la mortificazione e che lamore del benessere è la rovina della santità? Come dubitare dellaiuto di Dio in una tale impresa quando Gesù stesso ci avverte che il demonio dellimpudicizia non si vince che nellorazione e nel digiuno?
[ ] Scendiamo dunque fra le masse, mettiamoci a contatto di ogni classe, organizziamo, pratichiamo e predichiamo la rivolta contro legoismo della carne, evangelizziamo con fede illimitata il regno dellamore. Il Cuore di Gesù deve regnare e regnerà. Lora sua, lora della grazia, non deve essere lontana".
Il 1931 vede apparire sulla Rivista del Clero Italiano molteplici contributi, anche di semplici lettori, talvolta con lesposizione di iniziative pratiche; emerge da tutto questo una certa adesione effettiva da parte di settori del clero italiano alliniziativa.
Dobbiamo notare comunque che la penitenza, intesa anche come rifiuto del superfluo, viene indicata anche come possibile soluzione dei problemi sociali conseguenti alla crisi economica, similmente, si afferma, alle prime comunità cristiane, nelle quali lindigenza era sconosciuta, perché tutti al contempo "distaccati dai beni terreni" e "pieni di carità":
"E allora avremo anche copiosi frutti della penitenza che saranno poi diffusi regalmente dalla carità che li ha fatti maturare. Quanti risparmi, quante economie saranno fatte sotto limpero della carità, e perciò quanti mezzi che oggi servono al vizio, domani saranno usati a sollievo delle miserie e delle famiglie. Allora la penitenza apparirà non solo nellaustera bellezza del dovere, ma altresì nella soave attrattiva di un rimedio salutare ai mali che ci affliggono. Il popolo, in parte sollevato dalle sue ristrettezze per effetto della carità diffusiva, accetterà come residuo immancabile nella vita i restanti sacrifici, dopo che avrà conosciuto che molti fratelli hanno compiuto alla loro volta sacrifici per rendergli men dure le privazioni.
[ ] Diffondiamo dunque lidea della penitenza rivestita del manto regale della carità. [ ] Noi sacerdoti dobbiamo permeare di questa duplice idea tutto il nostro ministero, nella predicazione, nel confessionale, nella direzione delle anime pie, nelle Associazioni Cattoliche, ma anche nelle conversazioni tra gli alieni dal culto, tra i gaudenti della vita. Certamente dobbiamo precedere con lesempio".
Agli inizi del 1933 lattenzione della rivista si concentra, invece, su di una campagna a favore della pietà, che dovrebbe essere "innestata sul dogma ed ispiratrice della vita tutta; si tratterebbe anche in questo caso, così almeno è lintento programmatico della rivista, di un auspicato ritorno alla spiritualità che avrebbe contraddistinto le prime comunità cristiane e che il mondo moderno, a partire dal Rinascimento, avrebbe misconosciuto separando la preghiera dalla vita.
In questo contesto appelli per una "pietà soda e fervente" vengono rivolti anche al clero ed al laicato cattolico.
Uno spazio notevolmente maggiore occupa la "Crociata della grazia" (secondo la definizione forgiata da Luigi Andrianopoli) che viene lanciata dalla rivista con un numero speciale nel luglio 1936.
Lo spunto viene dato da un testo pubblicato anonimo in quello stesso anno, nel quale si sviluppa la tesi secondo la quale la maggior parte degli uomini e dei giovani "vivono ordinariamente in peccato mortale abituale". Il motivo di questa situazione, e questo tema viene ripreso dalla Rivista del Clero Italiano, consisterebbe nel fatto che le condizioni sociali moderne non permetterebbero ai laici di vivere in stato di grazia. In particolare i pregiudizi correnti non permetterebbero ai giovani una vita casta. Da questo discenderebbe quindi la necessità di una decisa presa di posizione:
"Le conseguenze, che derivano da tale stato di fatto, sono disastrose. Se è vero, come purtroppo lo è, che una grande parte di uomini e di giovani vive abitualmente in peccato mortale, ne segue: 1. Che essi sono in continuo e gravissimo pericolo di dannazione eterna, poiché è verità di fede, espressamente definita da Benedetto XII che animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt ubi poenis infernalibus cruciantur; 2. Che inoltre, in tali cristiani, avviene un progressivo ed inevitabile peggioramento della vita mortale".
La soluzione viene additata principalmente nella preghiera, la quale sola, si afferma, costituirebbe un mezzo adeguato per garantire lefficacia della grazia santificante e nella maggiore frequentazione dei sacramenti. Buona parte del 1936 costituisce di conseguenza un continuo appello al clero affinché si adoperi per la diffusione delle pratiche di pietà in unottica che, dobbiamo rilevare, privilegia notevolmente i riti con carattere pubblico e formale.
In tale contesto si parla quindi diffusamente, ad esempio, di ritiri spirituali per gli uomini (preferibilmente secondo il metodo ignaziano), meglio se organizzati su base parrocchiale con il contributo dellAzione cattolica, alla quale viene riconosciuto in questambito un ruolo di apostolato, oppure di riti sacramentali collettivi e solenni, come la comunione mensile per gli uomini.
Si pone comunque laccento sul fatto che, oltre a tutto questo impegno esteriore, bisogno che i sacerdoti si rendessero maggiormente conto della necessità che gli uomini vivessero "abitualmente in grazia". Per ottenere questo risultato bisognerebbe comunque che il clero intensificasse i suoi sforzi per istruire uomini e giovani circa il problema della grazia (e, di conseguenza, esercitasse maggiormente un controllo di tipo strettamente morale su di essi). Ci si affretta comunque a precisare che la constatazione del fatto che una larga fetta dei fedeli viva in condizioni di peccato mortale costante, non vuole per questo costituire una critica nei confronti della classe sacerdotale.
Dobbiamo notare, infine, che liniziativa per la Campagna della grazia ottiene un certo consenso in ambito nazionale, tanto da essere rilanciato da diverse pubblicazioni del mondo cattolico e dallo stesso "Osservatore Romano".
Abbiamo già accennato allimportanza rivestita dalla predicazione nel contesto della Rivista del Clero Italiano, tanto da diventare uno dei fattori determinanti del suo successo fra i lettori, costituiti in maggior parte, dai sacerdoti di rango meno elevato e bisognoso, visto la scarsità del tempo a sua disposizione, di poter disporre di schemi di predicazione "pronti alluso". E significativo a questo riguardo osservare che, anche quando la direzione della rivista sarà costretta a sopprimere interi fascicoli, per poter contenere i costi di gestione diventati insostenibili, ciò nonostante non mancherà di inviare agli abbonati gli schemi dei vangeli domenicali.
La quantità del materiale relativo specificatamente alla predicazione nei suoi vari ambiti meriterebbe comunque a nostro avviso, per il suo interesse, una trattazione sistematica a parte. Purtroppo, in questa sede non ci possiamo che limitare a brevi cenni.
Dobbiamo notare in primo luogo che, programmaticamente, la Rivista del Clero Italiano afferma di voler fornire, con gli schemi per predicazione e conferenze, semplicemente un ausilio al clero dal punto di vista "pratico", quindi utilizzando "[ ] non disquisizioni profonde, che si possono trovare sopra i trattati; ma considerazioni facili, che servano alla propaganda in mezzo al popolo nostro". Gli stessi schemi di conferenza, mirati soprattutto alla predicazione nei circoli cattolici, dovrebbero avere questo carattere eminentemente pragmatico, dovendo risultare "facili e popolari".
Dobbiamo comunque notare che, al di là delluniformità quantitativa del materiale, distribuito equamente in tutto il ventennio da noi analizzato, una particolare attenzione alle problematiche e alle metodologie inerenti alla predicazione si ha soltanto negli anni Trenta, con una particolare concentrazione negli ultimi anni del decennio. Questo fatto si inserisce comunque coerentemente nel contesto di tale periodo, come daltronde da noi già precedentemente rilevato nel corso di questo capitolo; si tratta in definitiva dellemergere di una consapevolezza della necessità di un maggiore e più qualificato sforzo pastorale.
Si comincia in questi anni a parlare sempre più diffusamente e apertamente di difetti insiti nella predicazione sacerdotale. Si pone in particolare laccento sullopportunità di eliminare i residui di "astrattismo" a favore di una maggiore concretezza. Capita così anche di vedere ironizzato lapproccio scolastico tradizionale, che si limiterebbe spesso "ad un riassunto arido di un trattato di teologia": la predicazione non sarebbe più, in tal modo, "la sintesi sublime e seducente del messaggio evangelico".
Si inizia inoltre a criticare la tendenza, anchessa radicata, di svolgere la predicazione in chiave controversistica, ovvero limitandosi spesso alla semplice confutazione degli errori degli avversari. Essa dovrebbe essere invece mirata principalmente allesposizione positiva della verità religiosa.
Il metodo usato dai sacerdoti, invece sarebbe, si afferma con una certa tranquillità, ormai inadeguato al mutare dei tempi, soprattutto quando luditorio è composto da giovani:
"La prima impressione che il giovane riceve dalla predica è quella di una parola superata, morta, faticosa, sfasata. [ ] Neppure le fibre che hanno varcato i settanta si commuovono più davanti a certi episodi di guerra. Ricordo e rivedo lazzimato predicatore che descriveva, come teste oculare, un campo di battaglia [ ] sul quale ebbe da un soldato morente lincarico di baciargli la fidanzata. [ ]
Tutto questo mondo lacrimogeno orizzontale, fa sorridere di compassione sprezzante luna generazione che ha spinto il gusto della semplicità fino alla ricerca del crudo, dellorribile, del brutale. Sempre in ritardo sul moto della vita, rimorchiati dal pensiero, dagli avvenimenti, dalla moda, troppi predicatori sono testardi nel ritenere un linguaggio che non è più capito [ ]".
Abbiamo comunque potuto già notare in precedenza (vedi par. 3.2.2) molti dei difetti che vengono attribuiti al prete in ambito predicativo. Ci preme in questa sede porre laccento sul fatto che, nel contesto del clima che caratterizza gli ultimi anni Trenta, lobiettivo delle critiche tende a spostarsi dagli aspetti formali ai contenuti della predicazione, che vengono reputati ormai insufficientemente adeguati al mutare dei tempi. Lo stesso Giovanni Cavigioli che aveva profuso un notevole sforzo nello svolgere una critica serrata nei confronti dei difetti esteriori suoi confratelli quando si trovavano sul pulpito, pur non rinunciando ai toni ironici sui "grandi conferenzieri", non può fare a meno di chiedersi: "Amici miei, quanta dose di Vangelo mettiamo tra gli ingredienti delle nostre omelie?"
In questo contesto non desta meraviglia il fatto che la Rivista del Clero Italiano si impegni proprio in questi anni, con un rinnovato impegno nellambito della predicazione, dedicando addirittura lintera annata del 1939 allargomento. Né è meno significativo il fatto che il 1940 sia dedicato allistruzione catechistica.
Fra i modelli di predicatori che vengono proposti al clero, il Curato dArs viene spesso citato per le sue qualità di oratore. Anche il suo metodo di predicazione e di preparazione viene proposto come esemplare, anche per le sue qualità intrinseche che contrastano nettamente con i difetti che vengono invece attribuiti ai preti contemporanei:
"Spendeva lunghe ore nello studio. Ricorreva alle fonti: il Catechismo romano, il Rodriguez, il Dict. De Théologie del Bergier ed altri pochi libri sugosi. Preparata la materia, singinocchiava ai gradini dellAltare, meditando e richiamandosi i bisogni delle sue pecorelle. Poi scriveva. Lavoro improbo, ma da lui ritenuto necessario. Talvolta stava a tavolino fino a sette ore continue, fino a tarda notte!
[ ] Che cosa predicava? Soprattutto i doveri cristiani. Con chiarezza e senza falsità. Gli argomenti che più ricorrevano nei suoi sermoni erano il contegno in Chiesa, che ad Ars lasciava molto a desiderare, e la mancanza di spirito di fede nel linguaggio e nella vita pratica. Sradicava e piantava. Voleva portare i fedeli allAltare. La cognizione e lamore di Cristo Eucaristico stavano alla base di tutto il suo lavoro. La sua Chiesa, normalmente semivuota nei primi anni del suo apostolato, si riempiva in certe festività popolari. Egli coglieva queste occasioni per fustigare i vizi più gravi e per richiamare le più importanti verità cristiane".
E le stesse constatazioni si possono fare con gli altri esempi di predicatori che vengono volta volta proposti, come, ad esempio Bernardino da Feltre (1439-1494), la cui predicazione "è efficace perché rifugge dalle elucubrazioni". Tale è anche il caso di uno che viene definito come uno dei maggiori oratori contemporanei, il vescovo ungherese Toth, il cui successo sarebbe dovuto al metodo impiegato che si baserebbe sulla "naturalezza":
"Luomo moderno non sopporta più il genere solenne e compassato dei nostri predecessori: non ama più sentire il prete "fare delleloquenza in pulpito. Lo ascolterà invece volentieri se il sacerdote conversa con lui, con lo stesso tono, con le stesse espressioni, con gli setti gesti di due vecchi amici che passeggiano insieme parlando allegramente".
Il catechismo svolge nellambito della Rivista del Clero Italiano un ruolo numericamente molto importante, ad opera soprattutto di Luigi Vigna, direttore della rivista fino alla sua morte avvenuta nel 1940. Egli si è impegnato fortemente per lapostolato catechistico e per la diffusione del metodo "intuitivo" nellistruzione religiosa, metodo di cui avremo occasione di parlare.
Il notevole spazio dedicato al catechismo viene motivato, fra laltro, dal fatto che i decreti Minerva del 1 ottobre 1923 introdussero lo studio della religione nelle scuole elementari (esteso in seguito, anche se in maniera facoltativa nelle scuole medie con R.D. 30 aprile 1924, n. 965), con tutte le problematiche inerenti alla formazione degli insegnanti, laici e sacerdoti. Tali provvedimenti legislativi vengono accolti dalla rivista con toni di vero e proprio entusiasmo:
"La religione rientra nella scuola si può dire trionfalmente. Non si tratta di concedere delle briciole di orario, quando i fanciulli sono stanchi di tutto, e verrebbero forzati a rimanere nella scuola per sentir parlare di religione. Dalle norme e dagli orari si comprende già lo spirito informatore. La religione non è la povera cenerentola, messa in un angolo e tollerata: ma allinsegnamento religioso è riconosciuto il posto donore, entro i limiti dellorario scolastico, a base di tutta la funzione educativa. Infatti negli stessi chiarimenti relativi allorario non si esita infatti a proclamare la religione come base di tutto lordinamento elementare".
Dobbiamo inoltre riscontrare uno sforzo effettivo, da parte della rivista, per fornire ai sacerdoti mezzi adeguati per listruzione catechistica dei fedeli, formazione che si constata essere molto deficitaria anche sotto il punto di vista strettamente liturgico. Lobiettivo prefissato è, in definitiva, quello di riconquistare il terreno perduto a causa della "marea anticlericale", usufruendo dei nuovi spazi di apostolato che si aprono con lavvento al potere del regime fascista, come nel caso del dopolavoro, e con il diffondersi dellassociazionismo cattolico.
Lo stesso Pio XI nel Motu proprio del 29 giugno 1923, aveva affermato che il regno di Cristo non si poteva stabilire sulla terra se non attraverso leducazione degli uomini, soprattutto mediante "la dottrina cristiana ai fanciulli ed agli adulti secondo le sue leggi e le sue sapienti istituzioni".
E diverse sono le lamentele, soprattutto nei primi anni Venti, circa lignoranza popolare nei riguardi dellistruzione religiosa o catechistica, istruzione che viene considerata ormai come irrinunciabile per giungere ad un miglioramento della vita morale. Ad esempio, trattando di istruzione liturgica:
"Se i fedeli fossero ben istruiti in proposito e celebrassero le feste con lo spirito voluto dalla Chiesa nellistituirle, si otterrebbe una rinnovazione ed un accrescimento notevole di fede, di pietà e distruzione religiosa e, per conseguenza, lintera vita del cristiano ne uscirebbe rinvigorita e migliorata [ ] Le grandi feste ci giungono addosso quasi inaspettate, senza che ne sentiamo più, neanche alla lontana, il significato. LAvvento, la Quaresima, il Tempo pasquale son poco più che parole per noi "
E gli esempi del genere si potrebbero, senza difficoltà, moltiplicare.
Una responsabilità fondamentale di questa situazione, oltre che nella campagna anticlericale, viene intravisto nello stesso atteggiamento del clero. Le stesse disposizioni canoniche che parlano di gravissimum officium da parte dei parroci di curare il catechismo, e che dispongono in materia di catechismo ai fanciulli ed agli adulti, sarebbero in molte parti dItalia largamente disattese con risultati oltremodo deleteri:
"[ ] il popolo non accorre al catechismo perché non si fa; il catechismo non si fa perché il popolo non vi accorre. Il popolo non riprende delle abitudini dimenticate se non è preso come in una rete da una tattica avvolgente".
Dobbiamo comunque notare che lamentele in tal senso, a conferma di un costume duro a morire, si ritrovano ancora nel 1940. Nello stesso anno ci si interroga anche circa il persistere dellignoranza in materia catechistica, nonostante gli sforzi effettuati e le possibilità offerte dallinsegnamento scolastico:
"[ ] lignoranza regna sovrana, e la cosa è più stupefacente quando si pensi che i ragazzi passarono tutti per le scuole parrocchiali ed ormai da parecchi hanno la religione nelle scuole. Testimoni di tale ignoranza sono i parroci che sentono gli errori più madornali nei famosi esami agli sposi, sono giovani ancora, giovanissimi, molti, eppure hanno dimenticato tutto, anche le cose più elementari: il segno della S. Croce, i misteri principali, per non parlare del Credo che è assolutamente sepolto. Non riporto qui le risposte esilarantissime perché ogni parroco ne potrebbe ripetere a iosa. Notate che tra questi sapientoni vi sono di quelli che ebbero pieni voti e premi alle gare".
Più in generale, ai catechisti, specie se sacerdoti, vengono addebitati diversi difetti di metodo, quali ad esempio, leccesso di retorica e il persistente utilizzo della tecnica mnemonica considerata ormai obsoleta nonchè controproducente.
E anche per ovviare a questi inconvenienti che la Rivista del Clero Italiano, ad opera soprattutto di Luigi Vigna dedica uno spazio considerevole, fin dal 1922, allillustrazione di quello che viene definito "metodo intuitivo" nellinsegnamento catechistico.
Ne diamo una descrizione con le parole stesse di Vigna:
"[ ] intuitivo si dice quel metodo che segue le leggi di conoscenza, di apprendimento del fanciullo, conducendolo dal mondo sensibile, che più lo colpisce, al mondo intellettuale e morale. [ ] Il metodo intuitivo è lopposto del metodo cosiddetto dottrinale che si rivolge innanzi tutto e soprattutto allintelletto, enunciando prima la verità in generale, poi esaminandola sotto tutti gli aspetti con spiegazioni, concatenamenti, applicazioni, con precisione e rigore di logica.
Il metodo intuitivo si dice anche oggettivo, perché tutte le volte che è possibile si deve partire dagli oggetti presenti, o dalla loro illustrazione, od anche da esperienze già avute. Di qui vengono le cosiddette lezioni di cose e lezioni oggettive, tanto opportune ed efficaci anche nellinsegnamento infantile e prescolastico, come si può vedere negli asili dinfanzia e nella case dei bambini. E la prima e la più semplice applicazione del metodo intuitivo".
Si tratterebbe, si afferma, della riscoperta del metodo didattico utilizzato da Gesù, e fatto proprio dalla tradizione artistica della Chiesa. Si riconosce che non tutte le verità religiose possono venire presentate mediante il metodo intuitivo, "ma i mezzi intuitivi, nelle diverse forme, possono servire di preparazione per lesposizione di qualsiasi verità".
Per lillustrazione del metodo, e per fornire soprattutto degli esempi pratici ad uso dei catechisti, il Vigna scrive per la Rivista del Clero Italiano, degli Schemi di lezioni occasionali per le sei classi e degli Schemi di lezioni occasionali liturgiche (nel 1920), degli Schemi di lezioni liturgiche sulla Santa Messa (1921), degli Schemi di dottrina cristiana con sussidi intuitivi (nel 1922), dei Sussidi intuitivi per il catechismo agli adulti (1935-36), oltre ad una moltitudine di altri articoli con lo stesso scopo, scritti per la formazione degli insegnanti di religione e schemi di predicazione utilizzando il metodo intuitivo. Bisogna inoltre ricordare che il Vigna è autore di numerose altre pubblicazioni sullargomento.
A parte i richiami costanti al clero, soprattutto parrocchiale, affinché, si adoperi per un efficace apostolato catechistico, soprattutto nei riguardi degli adulti, vi è, soprattutto negli anni Trenta, la consapevolezza di trovarsi in un periodo molto più favorevole alla propaganda religiosa fra le masse, grazie ai nuovi spazi aperti dal regime fascista. Brani come il seguente sono tuttaltri che rari nelle pagine della Rivista del Clero Italiano:
"La vita politica, per tanto tempo inquinata di radicalismo massonico e di liberalismo anticlericale, si chiarì durante la guerra e tutta si rinnovò col regime fascista. Noi non rinfacciamo a nessuno e tanto meno al Clero, il crocifisso e la religione tornati nelle scuole, come si usa da qualche gazzettiere provinciale; noi siamo convinti anche che, come la storia insegna, possano in determinati periodi allargarsi in massa le sette dei farisei, rispettosi della forma e inquinati nella sostanza, ma nessuno potrà negare che la massoneria, oggi, in Italia, è costretta a dormire; che non cè soffio di persecuzione anticlericale; che il rispetto umano, dantico stampo, non ha più ragione di temere; che il Concordato con la Chiesa è lealmente applicato, con tutti i benefici chesso porta seco: maggiore libertà religiosa, difesa e rispetto delle funzioni e dei ministri del culto, insegnamento catechistico imposto nelle scuole e favorito nelle associazioni giovanili, ecc.
Ora tutto questo costituisce un terreno singolarmente propizio per lazione evangelizzatrice della Chiesa, che il Clero deve saper sfruttare il più largamente e intensamente che sia possibile, per adempiere niente più che la sua missione e il suo dovere".
Negli ultimi anni Trenta, come già accennato, comincia a delinearsi una nuova attenzione, anche dal punto di vista catechistico, nei confronti del mondo del lavoro (vedi par. 6.1.5), che si inizia a valutare con maggiore concretezza; negli stessi anni emerge con sempre maggiore consistenza la coscienza di un vuoto pastorale che si è venuto formando fra il clero e la massa dei fedeli, e per colmare il quale i mezzi di apostolato e di catechesi tradizionali appaiono inadeguati:
"Ora noi ci siamo fatti dei pulpiti troppo alti nelle nostre chiese e abbiamo eretto cattedre troppo ricche e preziose. Ma oggi la vita si svolge in schemi così nuovi impensati e i luoghi di attrazione si sono così moltiplicati che bisogna prendere i nostri pulpiti solenni e renderli smontabili e trasportabili ovunque. Come bisogna smontare leloquenza togata e solenne dun tempo per sostituirvi, su pulpiti di fortuna, la catechesi nella sua forma evangelica.
Con questo non voglio dire che si debbano abbandonare le venerande forme tradizionali, specialmente là dove esse rendono ancora; si tratta solamente di affiancarle con questa catechesi vagante che, del resto non è una novità. E quella del divino Salvatore; è quella della prima propaganda apostolica; è quella tipicamente missionaria; è quella attualissima della Chiesa volante in Germania.
Unosteria, un ritrovo, la sede di un Dopolavoro, un negozio da parrucchiere, una sartoria, il corridoio di un carcere, la corsia di un ospedale, la panchina di un giardino pubblico, la sala di uno stabilimento, un ufficio statale, un laboratorio farmaceutico, lanticamera di un medico o dun avvocato, il cortile di una caserma, lala di un cascinale, un refettorio aziendale, una stazione termale, una spiaggia marina, una stazione montana, un autobus Quanti pulpiti per catechizzare!"
Sulle pagine della Rivista del Clero Italiano si comincia di conseguenza a teorizzare un catechismo mirato espressamente a singole figure professionali e di allargare lambito della pastorale anche ad ambiti prima esclusi. Si parla così, oltre che di catechismo per operai, impiegate, infermiere, ostetriche, etc, anche di altri ambiti che esulano dalle tradizionali lezioni catechistiche svolte nel chiuso delle chiese o dei locali parrocchiali.
Cominciamo così a leggere di preti che si recano personalmente nei "cascinali", o che vanno a catechizzare direttamente a domicilio le persone non frequentanti la parrocchia; oppure di proposte circa lutilizzo "di laici ben formati, agili, intelligenti e senza pose" per tentativi di catechesi volante; oppure ancora di seminaristi, e anche questa esperienza rappresenterebbe una novità, che vengono mandati in giro per la città come catechisti. Ed è in questo contesto che si comincia di "metodo attivo" nellinsegnamento catechistico, ovvero di una maggiore valorizzazione dellattività dellallievo.
In questo paragrafo non tratteremo della parte relativa alla pastorale giovanile sullargomento, perché di essa, per la sua rilevanza, parleremo più diffusamente quando affronteremo specificatamente largomento della purezza e della preparazione al matrimonio (vedi par. 7.1).
Nel primo decennio di pubblicazione della Rivista del Clero Italiano, il contenuto degli articoli riguarda generalmente il fatto che lattività procreativa non può avvenire che nellambito famigliare e che, anzi, lo scopo fondamentale della famiglia sarebbe riposto proprio nella procreazione (temi, questi, che verranno daltronde ripresi dallenciclica Casti Connubi di Pio XI).
Si afferma inoltre la necessità di una formazione adeguata fin dalla tenera età, perché "il cristiano ignorante nelle cose della fede, sarà sempre un superficiale anche nella purezza".
Una certa consistenza ha anche la parte polemica nei confronti di quegli ambienti scientifici le cui affermazioni contrastano con la morale della chiesa, o che negano addirittura lesistenza di qualsiasi etica. Tale è il caso anche di Freud, che viene accusato di "allontanarsi dal vero" quando afferma che tutta la vita delluomo si può ricondurre a soddisfazioni sessuali dirette o indirette.
Una notevole eco nellambito della Rivista del Clero Italiano ha la pubblicazione dellenciclica Casti Connubi il 31 dicembre 1930; la rivista vi dedica un notevole spazio, fornendo anche degli schemi di predicazione per aiutare il clero alla sua divulgazione. In effetti il documento fa appello in diversi punti direttamente alla collaborazione dei sacerdoti per tradurre in pratica quanto ivi auspicato. Ad esempio lenciclica afferma, rivolgendosi ai vescovi:
"[...] non dovete lasciare alcun mezzo intentato, o per voi stessi, o per mezzo dei sacerdoti a voi soggetti, [ ] per modo da contrapporre la verità allerrore, alla turpitudine del vizio lo splendore della castità, alla servitù delle passioni la libertà dei figli di Dio [ ], alla iniqua facilità dei divorzi la perenne stabilità del vero amore coniugale e dellinviolabilità fino alla morte del prestato giuramento di fedeltà".
E per questo, nonché per limportanza che viene riconosciuta alla tematica famigliare, che lo stesso Gemelli lancia un appello alla collaborazione da parte del clero:
"Ogni sacerdote sperduto su le montagne o vivente in una grossa e rumorosa città, deve prendere questa Enciclica e deve riguardarla come un programma di lavoro. Il pulpito, il confessionale, le sale delle associazioni cattoliche debbono costituire tre campi di svolgimento duna stessa attività, ispirata dal nobilissimo e santo proposito di portare il proprio contributo alla realizzazione di questa Lettera.
Il Papa, che ai piedi di Cristo Re ha chiamato popoli ed individui, si volge a ciascuno dei Sacerdoti sparsi nel mondo ed in modo speciale ai Sacerdoti di quellItalia che Egli ha potuto additare a tutte le nazioni come esempio "illustre", e ci invita a faticare per il trionfo della Regalità di Cristo nelle famiglie. Ognuno di noi deve rispondere con fresca energia, con volontà operosa e pronta, con cristiana e sacerdotale fierezza".
Appelli del genere si ritroveranno, comunque, anche tre anni più tardi, con toni ancora più marcati:
"Lopera del Clero in una simile santa crociata è necessaria, indispensabile, preziosissima. Il pulpito, il confessionale, lapostolato nelle sue varie forme possono e debbono servire a dare agli spiriti vacillanti e tentati luce ed energie soprannaturali, per superare gli allettamenti delle passioni e per vivere la sacra poesia del dovere. In questa battaglia chi non è un apostolo è un traditore".
Lenciclica, con i suoi riferimenti alla dignità del matrimonio, la difesa della sua indissolubilità, la condanna netta della contraccezione e dellaborto, lappello alla restaurazione cristiana del sacramento matrimoniale, caratterizzerà le prese di posizione della Rivista del Clero Italiano in materia negli anni Trenta. Lo stesso Gemelli riassumerà limmagine del matrimonio, quale emerge dalla Casti connubii, nella formula "fecondità e continenza", formula che caratterizzerà daltronde anche lattenzione della rivista che si focalizzerà di conseguenza su due punti ben precisi: da una parte una condanna netta alle tecniche contraccettive e alla limitazione delle nascite, con un invito esplicito alla procreazione; dallaltra un invito costante alla castità ed alleducazione alla purezza, che caratterizzerà fortemente in particolare le metodologie di formazione giovanile.
In questo contesto rientra logicamente il pieno sostegno della rivista alla politica demografica del regime:
"A differenza di quanto avveniva in torbidi decenni passati, la lotta santa è oggi vigorosamente appoggiata e favorita dal Governo Nazionale, il quale saluta nelle famiglie numerose lavvenire della patria. Iniziative pratiche, come la recente Giornata della Madre e del Fanciullo, vanno moltiplicandosi. E le sozze pretese di un egoismo nefando, che sfacciatamente e villanamente proclamavano il diritto di profanare il santuario famigliare, tacciono dinnanzi ad una nuova ondata rigeneratrice di moralità cristiana".
Si giunge ad evidenziare esplicitamente la connessione fra aspetto morale della questione ed ossequio al regime:
"Il trinomio DIO-PATRIA-FAMIGLIA cioè luomo figlio di Dio e cittadino di una Patria terrena, diventa il capolavoro a cui deve tendere la paternità spirituale del Sacerdote-Pastore. E quindi evidente come il problema demografico, essendo problema essenzialmente religioso, morale e civile, deve essere oggetto delle principali cure pastorali del sacerdote in cura di anime".
Già nel 1931 la rivista prende decisamente posizione a favore delle famiglie numerose, dedicandovi anche, significativamente, degli schemi di predicazione. In particolare si polemizza fortemente con coloro i quali sostengono che, in una situazione di crisi economica, non è più possibile sfamare una famiglia con molti figli. In questo vengono utilizzati le solite argomentazioni di tipo polemico che abbiamo già potuto incontrare trattando delle condizioni economiche (vedi pag. *). Ci riferiamo alla tesi secondo la quale la situazione economica delle famiglie potrebbe senzaltro migliorare semplicemente moderando le proprie pretese individuali circa il tenore di vita:
"Il costo della vita postbellica è alto: più alto dei numeri indici in cui non entrano le spese voluttuarie. Siamo daccordo. Ma se per rimediare alla crisi economica incominciassimo a liberare lazienda famigliare dalle bardature di puro lusso? La massa lavoratrice, tanto nei centri industriali quanto negli agricoli, durante lepoca dellinflazione dei salari e dei prezzi assai rimunerativi delle derrate si è abituata a un tenore di vita spendereccio e non se nè spogliata colla sopravvenuta contrazione dei salari e dei prezzi. Non si direbbe che ci sia crisi coi cinematografi sempre pieni, coi teatri di varietà frequentatissimi, colle spese scervellate nei corredi, colle raffinatezze dei gusti culinari. [ ] Cè poi lobbiezione che oggi il cercare un appartamento è un mal di capo. Ma la scarsità degli alloggi è in rapporto colla congestione dei centri urbani, e quindi ha un raggio limitato; se mai, è acuita anchessa da quellinflazione morbosa di esigenze che ha caratterizzato il breve periodo degli alti salari e perdura tuttora. E proprio necessario che i quartierini operai abbiano il salotto da pranzo e quello di ricevimento?"
Si plaude comunque alle iniziative del governo per il sostegno economico alle famiglie, anche attraverso forme di integrazione salariale.
Una particolare attenzione viene posta alle pratiche per la limitazione della nascite, che vengono riassunte sotto il termine neomalthusianesimo. La stessa Casti connubii aveva condannato senza mezzi termini la contraccezione affermando che "qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per lumana malizia latto sia destituito dalla sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e che quanti osano commettere tali azioni si rendono rei di colpa grave"; lunica parziale concessione veniva espressa invece a favore della "continenza periodica"; infatti si affermava poco più oltre: "né si può dire che operino contro lordine di natura quei coniugi che usano del loro diritto nel modo debito e naturale, anche se per cause naturali, sia di tempo, sia di altre difettose circostanze, non ne possa nascere una nuova vita"; ma immediatamente dopo, si affermava che ai coniugi non era proibito volere "la quiete della concupiscenza" a patto tuttavia che "sia sempre rispettata la natura intrinseca dellatto, e per conseguenza la sua subordinazione al fine principale".
La Rivista del Clero Italiano esprime spesso preoccupazione riguarda la crisi di natalità che contraddistinguerebbe tutti i paesi europei e che sarebbe conseguenza dellormai cinquantennale "campagna antifecondativa". Sullargomento merita rilevare la polemica contro il protestantesimo accusato di essere la causa prima di questa situazione:
"[ ] la civiltà moderna deve ai protestanti la piaga del divorzio; e [ ] il protestantesimo recente ha fatto un passo avanti col legittimare il neomalthusianesimo. Alla conferenza di Lambeth i signori del Vangelo puro hanno prodigata larga ospitalità e sorrisi alla scienza e alla farmacologia dei preservativi e degli antifecondativi. Il nuovo codice penale italiano, art. 553, infligge reclusione e multe alla pubblicità dei rimedi autorizzati dallala destra del protestantesimo. E se ciò succede tra i protestanti conservatori, che cosa diamine avverrà nellala sinistra? Del resto nei paesi di mista religione lindice demografico attesta costantemente la prevalenza prolifica della popolazione cattolica, che batte di parecchie lunghezze la protestante. Illuminiamola lopinione pubblica".
Si afferma che la situazione di denatalità potrebbe, alla lunga, mettere in pericolo lo stesso ordine europeo, e il quadro viene dipinto a tinte fosche:
"[ ] le conseguenze si possono riassumere in poche parole. La difesa nazionale compromessa; braccia che mancheranno, o già mancano (Francia), al lavoro della terra; ricerca, per la difesa nazionale, o spontaneo afflusso per lavoro, di popoli e razze di maggior fecondità, che sono quelle che noi riteniamo meno civili di noi: perciò la razza europea minacciata da crescente potenza (che potrà divenire prepotenza) di neri e di gialli, cioè di coloro verso cui oggi mandiamo a seconda dei punti di vista baionette o missionari, per recar loro la nostra civiltà!"
Né si manca di rilevare le analogie con la fine dellimpero romano che sarebbe stata fortemente caratterizzata dalla progressiva diminuzione della popolazione causata dal rifiuto della procreazione.
La condanna dei metodi anticoncezionali è nettissima, tanto da situarli addirittura allo stesso livello dellaborto e dellinfanticidio e da definirli come "assassinio preventivo di una creatura che non è ancora concepita, ma che avrebbe dovuto esserlo".
"Nel neomalthusianesimo si offende un diritto di Dio, il quale attendeva la unione di due esseri per far discendere unanima nel frutto di questa unione, e, perché tal frutto non nasce. [ ] prendere lo strumento di un bene così grande e usarlo perché a quel ben non conduca: rinunziare a un merito che ci propiziava il Cielo per godere soltanto la breve e volgare gioia di un istante di piacere, è qualcosa che sta fra il pazzesco e il demoniaco. [ ] Ed è doveroso per noi cattolici non usare le mezze misure e le mezze parole, e dare alle pratiche neomalthusiane il loro vero nome: PECCATO!"
In conformità a quanto affermato dalla Casti connubii, si ammette la liceità della continenza periodica, arrivando anche ad ipotizzare la castità completa nellambito del rapporto coniugale:
"Il mezzo fondamentale, assoluto, infallibile per non aver figli è la continenza, cioè la completa astensione dallatto coniugale; la quale, anche se perpetua, è accettabile nel matrimonio dove la unione sessuale non è imposta: ed è quindi sempre lecita, quando sia di comune accordo fra i coniugi".
Notiamo che lo stesso tipo di argomentazioni dovrebbe essere utilizzato anche dal confessore nei riguardi del penitente: "Sarebbe troppo comodo prendersi i piaceri della vita coniugale e lasciarne i pesi e poi salvarsi egualmente! Dite che proprio non potete fare il vostro dovere? E allora lasciate anche il piacere. Dopo tutto non è cosa necessaria come il pane da mangiare, come laria da respirare. Con un pochino di buona volontà e di mortificazione potete, col consenso della moglie, osservare lonesta continenza".
La Rivista prende posizione anche nei confronti delle metodo frutto delle ricerche del medico giapponese Ogino (e che è conosciuto, appunto con il nome di Ogino-Knaus), che veniva diffuso proprio in quegli anni. Nei confronti tale metodo si afferma che
"[ ] non può e non deve intendersi come un metodo anticoncezionale contrario alla natura. Esso rappresenterebbe, ove ne fosse dimostrata completamente dal punto di vista scientifico la validità, solamente una migliore conoscenza delle leggi naturali, per cui sarebbe dato di usare di questa migliore conoscenza, almeno in certi casi. Perché non in tutti i casi? Per una ragione molto semplice: perché una simile applicazione universale e amorale del metodo rappresenterebbe una sua utilizzazione in modo certamente dannoso e allindividuo e alla società. Allindividuo, il quale verrebbe, senza motivo sufficiente, in tal modo a mettere da parte il fine principale del matrimonio, pure non adoperando mezzi intrinsecamente cattivi, ma tendendo però ad un fine non moralmente lecito; alla società, che verrebbe danneggiata negativamente, venendo ad essa tolta la possibilità di nuove vite mediante una vera "limitazione delle nascite", sia pure non ottenuta con mezzi non contrari alla natura".
Una condanna netta viene espressa nei confronti della cosiddetta "eugenetica", ovvero quella disciplina "che studia gli agenti che nel campo sociale possono adottarsi per migliorare le qualità psichiche e fisiche di razza nelle future generazioni" dellinsieme di opinioni scientifiche atte a cercare il miglioramento della razza attraverso forme di controllo sulle nascite che potrebbero portare alla generazione di esseri umani considerati non sani dal punto di vista psichico o fisico.
Già abbiamo potuto osservare che al sacerdote viene consigliato di adoperarsi per evitare i matrimoni fra portatori di handicap (v. pag. *), e riteniamo che sotto questa luce possa essere interpretata la seguente affermazione:
"[ ] è da dichiarare che il cercare il miglioramento della razza umana è cosa lecita, anzi cristiana, e che può darsi ed è anzi verosimile che esso conduca a qualche forma relativa benintesa e parziale di limitazione delle nascite".
Tuttavia si condanna nettamente l"Eugenetica esagerata" che sarebbe mirata a far sparire le "razze inferiori".
"Si aggiunga che è errore il condannare in sé, o deprezzare e, peggio disprezzare, gli uomini di qualità "inferiore", quelli che sono stimati di minore intelligenza o che sono ammalati; giacché se non potranno rendere molto nel campo degli studi o della fatica materiale, potranno giovare a sé e agli altri nel campo [ ] della virtù, che nessuno negherà avere anche un compito sociale. [ ]E anche il piccolo e ignorato essere malaticcio che passerà anni interi in un letto senza guadagnare un soldo né dare una soddisfazione a nessuno, è venuto al mondo, come tutti, colla sua missione da compiere, anche se noi non la vediamo o non la indoviniamo; forse egli espierà per un colpevole, o pregherà per la famiglia allontanando da lei sventure, o darà lesempio di virtù [ ]".
La condanna delleugenetica è comunque abbastanza chiara, in considerazione anche del fatto che essa prevederebbe luso sistematico di pratiche anticoncezionali, alla cui perfezione concorrerebbe, ma non è tuttavia totale:
"Ha i suoi innegabili meriti la Eugenetica, e noi cattolici possiamo tenerla docchio per profittarne ed anche per evitare che arrivi ad offendere le leggi cristiane; ma sta il fatto che essa è tenuta docchio anche dagli egoisti e dai gaudenti, i quali attendono ansiosi il suo verbo per potersi, deformandolo quando e quanto occorre, arrogare in suo nome il diritto di applicare per conto proprio la limitazione della prole, cara a loro, per ragioni che in realtà sono personali e profondamente egoistiche".
Lo stesso Gemelli nel 1924 aveva, partecipando al primo congresso italiano di Eugenetica Sociale, auspicato una collaborazione da parte della Chiesa nei confronti degli scienziati, affermando anche che era interesse degli stessi scienziati ricercare laiuto del cattolicesimo, il quale sarebbe anche una dottrina eugenetica, visto che mira al raggiungimento dei fini più alti dal punti di vista spirituale, nonché la salute dei corpi.
Abbastanza marginali, nellambito della rivista, sono le tematiche riguardanti il divorzio, eccezion fatta per il 1920, in occasione della polemica per il progetto legislativo Lazzari-Marangoni in materia. Gli argomenti polemici sono quelli tradizionali, circa i disastri a cui lItalia e listituto familiare andrebbe incontro se venisse introdotta listituto del divorzio, tanto che "noi avremo lo sfacelo della famiglia e della società". I temi predicativi tendono a mettere in evidenza in particolar modo i disastri morali derivanti dalla possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale, voluto da Cristo; anche se permesso in casi limitati, esso rappresenterebbe comunque una breccia destinata ad allargarsi "per lasciar passare trionfalmente il libero amore". La situazione della donna verrebbe a peggiorare sensibilmente poiché essa, a differenza delluomo, non avrebbe le stesse possibilità di passare a seconde nozze, aggravata anche dal peso dei figli. Lesistenza stessa dei figli verrebbe messa a soqquadro. Ad avvalorare queste affermazioni, vengono riportati con enfasi dati statistici o scritti di studiosi atti ad avvalorare la decadenza morale e sociale dei paesi in cui il divorzio è stato introdotto (prima di tutto Stati Uniti e Francia):
"[ ] Niuno nega a) che un numero di divorziati eccessivamente maggiore dei coniugati e celibi, fino al decuplo e al centuplo, non termini la vita col suicidio; b) che un numero poco minore di divorziati non finisca con limpazzire, si intende esclusione fatta di coloro che erano pazzi prima del divorzio; c) che il tributo pagato dalla categoria dei divorziati al delitto non sia maggiore in ambo i sessi di quello pagato dalle altre categorie di persone; d) che fra le donne in istato di divorzio non si conti un numero veramente straordinario di prostitute".
Abbiamo già avuto occasione di sottolineare lesistenza di un atteggiamento di fondo, da parte della rivista, che abbiamo precedentemente definito come sostanzialmente misogino. Alla donna è concesso avere un ruolo positivo negli ambiti che tradizionalmente le vengono riconosciuti: essa potrà essere così una buona madre ed educatrice cristiana della sua prole, una correttrice degli eccessi del marito che potrà addirittura far avvicinare ai sacramenti, un esempio nellesercizio della carità. Un suo ruolo autonomo rispetto allambito famigliare viene visto invece con notevole disappunto, tanto da considerare come inopportuna ogni sua attività professionale che non rientri in quelle strettamente tradizionali (ad esempio quella di infermiera e di ostetrica), come abbiamo potuto constatare nel caso delle impiegate, che vivrebbero anzi in un ambiente pericoloso dal punto di vista morale; lo stesso predominio numerico dellelemento femminile nel corpo docente elementare non viene valutato positivamente, visto che la professione di maestro viene consigliata ai giovani sacerdoti, oltre che per motivi economici, anche per un migliore equilibrio dellinsegnamento.
Anche limpegno femminile nelle associazioni di Azione cattolica, che viene definito come "sociale", dovrebbe avere come fulcro listituzione famigliare. Questo è il caso delle socie più giovani:
"In tempi in cui la giovane e la donna era spinta per necessità fuori della famiglia, la G.F.C.I. non ne ha favorito lesodo, se non per santificarlo, indirizzarlo allapostolato, consacrare ogni luogo, portare ovunque lo spirito di famiglia. Ha cercato, anche quando lesigenza di un doveroso apostolato costringeva le giovani ad uscire di casa, di infondere in loro viva e squisita la nostalgia della famiglia. Esse dovevano contribuire alla salvezza sociale e lavorare nel campo che è loro esclusivo, con questo precisato scopo di facilitare il ritorno della donna al tetto famigliare, alle sue vere mansioni di sorella, di sposa e di madre, di regina del focolare domestico, di educatrice delle crescenti generazioni, di ispiratrice alluomo di tutto quanto è nobile ed elevato".
Gli stessi temi riguardano la formazione delle socie adulte, la cui attività di apostolato dovrebbe anzitutto rivolgersi a marito e figli (prima che nei confronti della società). Da qui la necessità, si afferma, di una formazione specifica sul binomio matrimonio-maternità.
"Moglie, marito e figli costituiscono gli elementi essenziali della famiglia, a cui si associano gli altri parenti, ascendenti, discendenti e collaterali, che insieme convivono. Anche qui la donna può far molto, potendo in certo modo essere regina di questo regno domestico. Ora molto farà la donna, se a ciò sarà indirizzata e preparata. E sposa? Pensi che la bontà e la salvezza di suo marito può molte volte, il più delle volte, dipendere da lei [ ]. E sorella? Sorella maggiore? Sia langelo tutelare dei fratelli, soprattutto dei più piccoli: la sua condotta, la sua pietà, la sua dolcezza,la sua umiltà ed abnegazione, la facciano degna di stima, direi di venerazione da parte di questi [ ]".
E la donna può, si afferma, svolgere un ruolo sociale fondamentale se le sue aspirazioni rimangono circoscritte nellambito domestico:
"Non dimenticate, o Donne, che alla vostra onestà, alle vostre umili virtù casalinghe è affidata la civiltà. Civiltà è progresso morale. Se gli uomini fanno le leggi e le macchine, voi fate i costumi e la casa: ponete la base di ogni progresso".
In considerazione di questo contesto, non desta quindi stupore il fatto che la presenza femminile al di fuori dellambito domestico venga vista con un certo sospetto, tanto che le stesse forme istituzionalizzate di partecipazione delle donne allapostolato cattolico, vengono circondate di mille cautele, riguardo agli orari, ai rapporti gerarchici, etc. Capita così talvolta di veder valutare un certo livello di invidia e di litigiosità, come fisiologico nellambito dei circoli di Azione cattolica femminile, oppure di leggere delle cautele di cui lassistente ecclesiastico del circolo si deve circondare per colloquiare con le socie (orari fissi, con porta aperta, e alla presenza contigua di altre socie, etc).
Viste queste premesse, è abbastanza naturale constatare come un giudizio fortemente negativo contraddistingua tutti quegli atteggiamenti tipicamente femminili che sembrerebbero andare in una direzione opposta allimmagine muliebre dellonesta e pacata madre di famiglia, tutta presa dai suoi compiti di educatrice e che per uscire dallambito domestico lo fa in momenti istituzionali ben determinati, quali la messa domenicale o la riunione periodica presso il locale circolo di Azione cattolica.
Ci riferiamo in particolare alla campagna, decisamente sproporzionata, messa in campo dalla Rivista del Clero Italiano soprattutto negli anni Venti, nei confronti della moda e del ballo. Particolarmente nel primo caso la condanna dellatteggiamento esteriore femminile, sembra riassumersi in una stroncatura senza appello della figura di quella che viene definita come "donna moderna", contrapposta spesso alla modestia che caratterizzava le donne cristiane delletà apostolica.
Due sono gli aspetti immorali della moda che vengono sottolineati a più riprese. Da una parte lo svestirsi, perché in tale aspetto si potrebbe riassumere la tendenza in atto, si limiterebbe ad un semplice denudarsi, con tutte le relative implicazioni morali; dallaltra la moda costituirebbe un adeguarsi ai gusti imposti principalmente dalle classi più agiate, la cui imitazione rappresenterebbe un vero salasso per le famiglie con un reddito non eccessivo.
Nella polemica contro labbigliamento immorale si fa volentieri ricorso alle citazioni patristiche che vengono spesso riproposte per la predicazione come, ad esempio, Cipriano, Clemente Alessandrino, Tertulliano Giovanni Crisostomo, mettendo in evidenza le similitudini che unirebbero i due periodi storici, ugualmente caratterizzati dalla lotta contro il paganesimo. Si afferma tuttavia che il lusso contemporaneo avrebbe caratteri più deleteri poiché sarebbe una sorta di malattia che coinvolgerebbe ormai anche le classi umili.
Le prese di posizione della Rivista del Clero Italiano rientrano comunque in una campagna più ampia che coinvolge vasti settori del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica nella polemica contro la corruzione morale dilagante.
Resta solo da determinare, a nostro avviso, il ruolo avuto da padre Matéo Crawley nellimpostazione di questa campagna nellambito della rivista e nellaccentuazione dei toni polemici. Questo contributo non è quantificabile con precisione, anche a causa della mancanza di fonti al riguardo, tuttavia non dobbiamo dimenticare che l'istituzione dellAdorazione notturna in casa era stata dettata soprattutto dalla necessità di contrastare limmoralità dilagante (vedi quanto già affermato al riguardo a pag. * e segg.). Lo stesso Crawley giunge addirittura a teorizzare lesistenza di un complotto dietro il dilagare della moda immorale:
"Sono in possesso di documenti duna eloquenza schiacciante, documenti che rivelano tutto il complotto, tutto il piano di corruzione sociale per la paganizzazione della donna. E questa paganizzazione ha il principio e la fine, dicono questi malfattori, nel suo modo di scoprirsi. Con cinismo leggiamo: "Sembra curioso, ma è un fatto verissimo che tutta la morale della donna cristiana gravita intorno al suo corpo più o meno vestito Ecco il lato debole e il lato sicuro per noi, poiché da questa parte la donna non è mai cristiana: è sopra tutto donna, e sempre donna, quindi è nostra". Dunque, non è di Cristo Gesù!
[ ] Se mi fosse possibile informare i nostri apostoli sul Congresso tenuto a Bruxelles per la campagna fino allultimo sangue "contro ogni morale femminile", affine di "estirpare dalle radici", essi dicono, "questo imbecille pregiudizio cristiano". Per arrivare alla completa impudicizia si organizzano delle bande de due sessi su spiagge, che non sono quelle dellAfrica; si costituiscono dei clubs eleganti che non risiedono al Malabar, ma nella civilissima Europa; spiagge e clubs dove si deve usare come abbigliamento quello trovato dai Missionari nel centro dellAfrica, quando vi arrivarono la prima volta.
Parlo con le prove in mano. Ma questi fatti tristi e reali non sono, e vi insisto, degli abusi isolati, ma la conquista di una grande offensiva mirabilmente abile e potente. Si pretende così di africanizzare il mondo civile perché cristiano, mentre i Missionari si sforzano di civilizzare lAfrica cristianizzandola. Posso soltanto sfiorare un tema tanto delicato: non posso svelare questa documentazione infame, che rivela tutto un piano satanico".
Il testo riportato è un esempio dei temi e dei toni tipici della predicazione del Crawley, il quale ha avuto indubbiamente, come già rilevato, un certo influsso sullambiente gemelliano in generale e, per quanto riguarda più espressamente largomento di questo studio, ha determinato, ad esempio il lancio della campagna per lAdorazione notturna nelle famiglie (diventando in questo caso la Rivista del Clero Italiano portavoce dellOpera della Regalità di Cristo, nella quale lo stesso padre Matéo avrebbe avuto un ruolo fondamentale) e avrebbe contribuito a determinare il tono generale delle campagne di carattere riparatore a favore del Sacro Cuore, etc.
Una condanna nettissima, quindi determina il carattere scandaloso della moda "immorale":
"[ ] una fanciulla, una donna [ ] che esca di casa, in certa moda odierna, semina attorno a sé, nel passaggio delle vie, per negozi ecc. una lunga scia schifosa di peccati e rientra in casa con spaventose responsabilità: le responsabilità di Caino".
Lo stesso Crawley aveva già sottolineato il carattere di scandalo dellabbigliamento moderno:
"[ ] se non abbiamo mai il diritto di peccare, meno ancora abbiamo quello di indurre il nostro prossimo a peccare, di provocare il peccato con lo scandalo; ed è luna e laltra cosa, fare del proprio corpo lidolo ributtante dimpurità che si trova un po dappertutto. [ ] Nella sua audacia anticristiana, la moda attuale non è più soltanto immodesta, ma è provocatrice, poiché impura e pagana. Quello che fu ieri peccato, lo è anche oggi e lo sarà domani, checché ne dica la moda! Notate che la Chiesa non condannò mai le mille stravaganze spesso ridicole, ma semplici stravaganze inoffensive della moda. Questo è affare di cattivo gusto e di commercio, non di coscienza. Ma la Chiesa ha condannato e condanna oggi le disposizioni non caste della moda attuale, la mancanza di pudore nelleducazione della bambinetta, poi della fanciulla e infine della sposa, con gravissima conseguenza nellordine morale "
Gli stessi spunti di predicazione contengono inoltre diversi riferimenti a bambini scandalizzati dopo essere stati condotti in spiaggia da madri senza pudore dalle maestre, e così via.
Possiamo tuttavia farci unidea abbastanza precisa di quali fossero i canoni da seguire per non travalicare quello che veniva considerato il limite della decenza, leggendo, ad esempio, le norme fornite dalla Gioventù Femminile Cattolica circa labbigliamento delle socie:
"Gli A[ssistenti] E[cclesiastici] conoscono già quali sono le norme che la G.F.C.I. ha dettato in proposito alle sue socie: e cioè: a) accollatura completa; b) Maniche oltre al gomito; c) Sottana sino a metà gamba; Nessuna velatura o attillatura procace. Anche per le piccole gli abiti devono essere così lunghi che sedendosi coprano le ginocchia".
Tali criteri verranno confermati alcuni anni più tardi, con il beneplacito anche del Crawley, quando si tenterà di definire dei criteri omogenei di valutazione per lanciare una campagna di più ampio respiro contro limmoralità nel vestire:
"Padre Mattéo, la Presidenza Gen. della Gioventù Catt. Femm., lUnione Internazionale delle Leghe Femm. Catt. (Ordine del giorno votato nellassemblea del 17 maggio 1930 a Roma e pubblicato nel "Bollettino Ufficiale dellAzione Cattolica" 15 giugno 1930) si sono incontrati nei seguenti criteri:
- Bambine: gonne che coprano il ginocchio.
- Bambini e giovanetti: calzoni al ginocchio.
- Donne e ragazze: gonne a mezza gamba che coprano il polpaccio.
- Per tutte: vestito non trasparente, che comincia al collo, con maniche lunghe".
Gli strali della Rivista del Clero Italiano non si rivolgono soltanto contro labbigliamento femminile in senso stretto, ma colpiscono anche più in generale la cura del corpo in generale:
"La donna moderna è da capo a piedi una vera mostrificazione. Della chioma, che un tempo lornava, ora non le rimane, in grazia della moda, che un ciuffo di capelli ondulati e ariosi come spini, stravolti nelle più strambe foggie. [ ] La donna oggigiorno non saccontenta di tagliarsi i capelli alla bebè o alla mascotte: vuole armonizzarvi anche il taglio del vestito. Maschile la capigliatura e maschile sia anche labito".
Si arriva anche al punto di affermare che il taglio dei capelli da parte delle donne è un uso "da mettersi assieme a molti altri, che o sono contrari al diritto naturale o almeno gli disdicono".
Simili commenti si ritrovano anche per quanto riguarda luso di cosmetici e profumi da parte delle donne.
Il problema della moda (tranne sporadici articoli precedenti) compare sulla Rivista del Clero Italiano con maggiore consistenza a partire dal 1924, anno in cui. padre Gemelli lancia uninchiesta sulla moda che avrebbe dovuto, secondo le sue intenzioni, servire come trampolino di lancio per iniziative di più largo respiro:
"Vogliamo bandire una crociata nella quale forse ci troveremo anche soli con i nostri vescovi, ma nella quale dobbiamo trascinare quanti hanno a cuore gli interessi di Dio. Non siamo anime di lumaconi, non siamo coscienze infrollite. Siamo sacerdoti, giovani, pieni di zelo per la causa di Dio: vediamo che le anime ci sono rubate per questa via e gettiamo il grido dallarmi, incominciamo a studiare come dare battaglia e poi ci leveremo in armi".
I mesi successivi vedono in effetti la pubblicazione sulle pagine della rivista di diversi contributi che denotano linteresse del clero sullargomento. Fra gli altri dobbiamo annoverare lintervento dellarcivescovo Tosi ed una polemica del Gemelli contro chi auspicherebbe un atteggiamento più duro da parte dei sacerdoti, come ad esempio il negare i sacramenti o vietare lingresso in chiesa, affermando che queste iniziative, in sé corrette, non risolvono assolutamente il problema:
"Ma non illudiamoci: non è questo ciò che dà grandi risultati. Le più ricche troveranno un pretesto per avere un abito in più, ossia un abito per andare in chiesa; le più povere troveranno un sapiente velo per sentire messa, ed esse riputeranno di avere messo daccordo la moda con lacqua santa [ ]. Ma non avremo che una falsa vittoria. Bisogna combattere la moda indecente nelle famiglie buone, negli uffici, nelle scuole, dappertutto dove la moda, inconsciamente seguita dalle mutilate del cervello, riesce di grave pericolo per i giovani, per gli uomini. Qui è il punto ove si deve combattere e qui è il solo punto ove cè speranza di riuscire.
Io penso che la migliore arma è il ridicolo; è svelare a queste creature la debolezza spirituale della quale sono schiave: è metterle a tu per tu con la loro dose di viltà e di imbecillismo. E per dimostrare loro che, per seguire pedestremente e servilmente la moda, diventano ridicole, perché perdono la grazia. [ ] Per combattere la moda indecente non dobbiamo obbligare le donne e le figliole cristiane a mettere il guardinfante e la crinolina. Debbono essere vestite secondo il taglio del tempo.
[ ] Quindi non campagna contro la moda; urteremmo contro un muro; ma contro la moda indecente, e chiamare come alleata contro questa la moda sana, onesta, aggraziata, mostrando alle mutilate del cervello che esse acquistano di grazia e di avvenenza, mentre, se seguono laltra moda, diventano ridicole, brutte e sgraziate".
A queste affermazioni ribatterà immediatamente Adriano Bernareggi, allepoca docente presso lUniversità Cattolica, secondo il quale, citando anche tentativi già effettuati, il metodo proposto dal Gemelli non risulterebbe molto efficace allo scopo prefisso:
"Io credo pertanto che, se non molto si possa ottenere col ridicolo, poco più si possa ottenere col parlare di distinzione e di buon gusto. Rimane invece, argomento più forte, la grazia. Sì, questa la ritengo io pure una molla potente: la grazia il decoro, il senso della propria dignità, specialmente in una madre. Ma simili considerazioni suppongono già una coscienza morale abbastanza sensibile. Per cui veniamo in conclusione a questo, che soprattutto occorre formare una coscienza morale. E questo il mezzo vero; ma esso è lento ad operare ed è lontano".
La strategia proposta dal Bernareggi riposerebbe invece da una parte, sullinflessibilità da parte del clero nellescludere dai sacramenti ed ai riti religiosi le donne indecentemente vestite, dallaltro nel formare gruppi di persone, possibilmente giovani, aventi il compito di propagandare "in società" un abbigliamento decoroso ma senza concessioni alla moda licenziosa.
Nel rendiconto finale dellinchiesta, tuttavia, si lamenta il fatto che tutto il materiale giunto in redazione si risolva in un coacervo di luoghi comuni, senza alcuna possibilità di applicazione pratica e si osserva che:
"[ ] vi sono sacerdoti che non hanno ancora un esatto concetto della donna, che nella donna non vedono che il peccato e la tentazione, che dimostrano di avere per la donna un orrore da raggiungere il ridicolo. Perciò sì, il rimedio primo alla libertà del vestire femminile lo riscontriamo nella educazione poco cristiana della donna, ma notiamo anche che vi è una mentalità sbagliata da correggere in molti di noi sacerdoti".
Largomento viene comunque ripreso, senza essere mai stato daltronde abbandonato, con maggiore energia nel 1930. Si lamenta in quella sede il fatto che la mancanza di azione unitaria fra i sacerdoti sarebbe una delle cause dei modesti risultati ottenuti:
"Dobbiamo essere solidali nella battaglia santa e finirla col metodo balordo che nella chiesa x il parroco rifiuta la comunione a coloro che non sono decentemente vestite, mentre, a distanza, forse di neppur qualche chilometro, nella chiesa y il parroco tiene gli occhi velati con cinque fette di salame, e tutto tollera, tutto permette".
Si afferma inoltre che il clero manca di fiducia nei mezzi soprannaturali e sovente non ha una percezione esatta della gravità del fenomeno.
E del 1931 un appello ad unazione unitaria per una "crociata per la modestia del vestire"; in tale occasione, oltre a rimandare a dei criteri unitari per la valutazione dellimmoralità dellabbigliamento, si propone un piano di azione pratico per i sacerdoti che viene così esposto:
"[ ] Bisogna sì parlare, e parlare forte; ma bisogna ricorrere anche ad altri mezzi praticamente più efficaci; bisogna applicare singolarmente, individualmente quelle sanzioni che sono in nostro potere; bisogna dare la sensazione che si vuole andare sino al fondo.
Quali mezzi, quali sanzioni?
1. Agire sui gruppi scelti. E il primo passo. [ ] Anzitutto bisogna creare in tutte queste persone la coscienza di un loro preciso dovere. Esse devono vestire modestamente ed essere apostole di modestia. Il primo apostolato è quello dellesempio. [ ] Ci sarà qualcuna che non vorrà accettare quelle norme? La soluzione è semplice, nettissima: si ritira la tessera, il distintivo, la divisa. Non bisogna restare nellequivoco [ ]
2. Si pubblicano in chiesa a voce e per mezzo di cartelli, si stampano sul Bollettino Parrocchiale le norme precise del vestire modesto [ ]. Si usa un congruo termine di tempo perché tutte possano mettersi in regola: Trascorso il termine fissato, si fanno sorvegliare le porte dingresso della chiesa, e alle donne non vestite secondo le norme fissate si dice semplicemente: "ella non può entrare"
3. In confessionale sinterrogano le penitenti: "andate vestita modestamente in chiesa e fuori?"
Ecco il piano di azione. Ma questo piano devessere accompagnato e rafforzato da tre condizioni indispensabili per la sicurezza del risultato: a) Bandire in parrocchia una crociata di preghiera e di immolazioni volontarie a questo scopo. [ ] b) Bisogna attuare il programma in pieno e applicarlo rigorosamente a tutti, senza accettazione di persone: alloperaia come alla marchesa. [ ] c) Bisogna che tutti, assolutamente tutti sacerdoti, parroci, confessori siano concordi e fermi sulla stessa linea di azione. Sul fronte unico non devono farsi delle breccie".
Dobbiamo tuttavia notare che tale genere di argomentazioni, al di là della segnalazione di singoli episodi, o di citazioni nel materiale predicativo, non viene riproposto nel corso degli anni Trenta. Anche la polemica contro la moda immorale viene assorbita nel più generale invito alla penitenza che caratterizza il periodo e nella più generale condanna della corruzione dei costumi, di cui l"idolatria della carne", non rappresenta ormai che un aspetto.
Nel 1938 si parla occasionalmente di moda trattando più genericamente di "senso del pudore". In tale contesto comunque emergono sempre i soliti temi polemici, come ad esempio:
"La moda [ ] è spesso un pretesto per un nudismo al novantanove e mezzo per cento, in certe località di mare o di acqua dolce, dette spiagge".
Così come si continua a polemizzare contro limbecillità delle donne che seguirebbero come banderuole i venti delle mode, oppure sulle occasioni di scandalo (e quindi costituenti "peccato grave") rappresentate da abbigliamenti da spiaggia o da gare sportive. Tuttavia lattenzione è ormai incentrata sullaspetto morale, sulla "purezza interiore" della donna, con una minore attenzione, probabilmente, alla semplice esteriorità rappresentata dallabito.
Capita così di trovare delle prime timide aperture riguardo alla possibilità per le donne di curare il proprio corpo come ad esempio:
"[ ] non è affatto da escludersi la possibilità di rendersi piacenti e di avvalorare la grazia naturale, senza seguire nei suoi eccessi, talvolta veramente inconcepibili, il vezzo comune".
Similmente a quanto abbiamo già avuto occasione di constatare per la moda, anche il ballo, come problema morale, trova sulla Rivista del Clero Italiano uno spazio di una certa consistenza soprattutto a partire dal 1924. Anche trattando di questo argomento, i toni impiegati assumono una certa durezza: le danze sono "la vigna del demonio", "Il ballo moderno è un tumore scoppiato su un organismo già infetto dal veleno che fermenta nella corruzione e nella nevrosi residuata dalla guerra.", "le sale da ballo si possono benissimo paragonare alla laida isola di Circe: gli uomini vi son mutati in bestie" e così via.
La polemica investe in particolare i balli "moderni", ovvero quelli entrati in voga nel dopoguerra, i quali costituirebbero, per la loro natura, per le posizioni dei corpi dei ballerini, etc, "sempre un peccato grave".
Similmente a quanto affermato per il problema della moda, si leggono spesso lamentele circa linanità degli sforzi del clero per far rinsavire chi si dedica alla pratica del ballo, con particolare riferimento alle donne.
La tattica pastorale consigliata per contrastare il fenomeno passa anche attraverso il confessionale:
"Cè purtroppo tanto guazzabuglio nelle teste e nei cuori. Tocca a noi confessori il districarlo. E ove si tratta di balli moderni la coscienza del popolo non è così ottusa da non avvertirne linsita reità: perché, a dire il vero, si ascolta lattenuante: "Ho ballato, sì, ma non certi balli!". Dunque nella fattispecie di tali danze la via è facile. [ ] Per le altre danze si intraprende lindagine che esperisca lintenzione, le circostanze concomitanti del tempo, della frequenza, delle acconciature, gli eventuali incidenti per rilevare se ci fu o meno il pericolo prossimo; e se ci è stato, se concorrano alluopo le cause gravi scusanti colle cautele necessarie per allontanare il pericolo. Tante volte basta linterrogazione a bruciapelo: senta, e alle volte non le è capitato nulla che le conturbasse la coscienza? Se viene una risposta negativa e tranquillante, il confessore comprende subito che il miglior partito è lappigliarsi a una cura indiretta: suggerire la frequenza ai Sacramenti, la vita di pietà, insinuando, quasi di straforo, che tali convegni potrebbero farsi pericolosi".
Per il resto ci si affida allopera di persuasione attraverso la predicazione, alla richiesta per losservanza delle norme di pubblica sicurezza e alla collaborazione delle associazioni cattoliche, soprattutto di quelle giovanili, così come per la lotta contro la moda immorale.
Lazione di persuasione viene svolta con una certa determinazione anche allinterno dello stesso associazionismo giovanile. Nel caso della Gioventù Femminile Cattolica, ad esempio, le socie, allatto delliscrizione devono sottoscrivere obbligatoriamente la seguente dichiarazione:
"Intendo impegnarmi ad evitare fermamente, anche a prezzo di sacrificio, quelle feste, quelle riunioni, quegli spettacoli, o quei divertimenti che, per essi stessi o per lambiente, sono dannosi o pericolosi ad una giovane cattolica".
Un problema particolare che interessa lambito parrocchiale è quello del ballo in occasione della festa patronale. Capita spesso di leggere di lamentele di parroci per la profanazione pagana di quella che dovrebbe essere unoccasione per rimarcare la fede della popolazione e la sua gratitudine al santo patrono. In tal caso il sacerdote dovrebbe svolgere unattività antagonista alle celebrazioni di tipo profano, mediante unattività preventiva ed una serie di iniziative concomitanti o immediatamente successive. Il parroco dovrebbe inoltre tornare sullargomento durante tutto lanno perché "non bisogna lasciare mai inlanguidire la lotta contro il ballo". Su questo argomento rinviamo comunque a quanto già affermato in occasione della "sagra" parrocchiale (v. pag. * e seguenti).
Nella predicazione polemica contro il ballo, capita frequentemente di trovare riferimenti ai presunti danni fisici derivanti dalla pratica della danza, riferimenti che vengono spesso suffragati dallesposizione di dati statistici o da interventi di medici. Così, ad esempio, lazione combinata di moda (nel senso di vestiario più ridotto) e di ballo avrebbe determinato un notevole aumento delle morti per malattie di carattere tubercolare. Ed ecco un elenco, non isolato, di malanni derivati dalla pratica della danza secondo alcuni "autorevoli medici":
"Le conseguenze che ne possono venire sono principalmente malattie nellalbero respiratorio; quindi bronchiti, pleuriti, polmoniti, raffreddori intensi, mal di gola, congestioni viscerali ed anche reumatismi articolari più o meno gravi, con le possibili complicanze cardiache"
Il valzer "è causa di cefalgie, vertigini, nausee, e qualche volta anche di sincopi più o meno complete. [ ] A questi rilevanti inconvenienti si aggiungano le ore che si rubano al sonno, il prolungamento della danza che genera uno spreco di forza muscolare e debolezza. Cosicché di frequente accade che nel giorno successivo alla danza molte persone si vedono assalite da languore misto ad inappetenza, da raucedine, tosse e sovente da raffreddature, cui talvolta tien dietro perfino una malattia consuntiva dei polmoni. I ballerini di professione vanno spesso soggetti ad ernie, a slogature di piedi, alle varici, a rotture di vene, agli strappamenti delle fibre muscolari delle gambe, alle affezioni reumatiche, infiammazioni di petto, e di altri visceri, e non pochi di essi muoiono etici".
La Rivista del Clero Italiano esprime spesso apprezzamento nei confronti delle iniziative del regime fascista in materia di regolamentazione del ballo (come, ad esempio, la legge che lo vieta ai minori di diciotto anni), così come cita volentieri brani apparsi su riviste legate al partito fascista, nei quali si afferma una netta condanna della danza perché estranea allo spirito squisitamente fascista. Si arriva addirittura ad affermare che opporsi al ballo, che è degenerazione, "è fare opera religiosa e patriottica insieme; è salvare la fede e la patria".
Questo apprezzamento sarà particolarmente evidente nella seconda metà degli anni Trenta, quando i riferimenti alla stampa di regime si faranno più frequenti, segno di una più generale adesione alla politica moralizzatrice del fascismo. Capita così di leggere sulla rivista stralci da riviste fasciste come il seguente, che riportiamo a titolo esemplificativo:
"[ ] ricordino coloro a cui spetta che con la danzomania non si fa un popolo grande, perché senza sanità di costumi non vi può essere sanità di razza né sanità di idee e che ogni pervertimento conduce alla decadenza e alla fine"
Dobbiamo tuttavia notare, che tale atteggiamento di fondo verso il regime doveva essere comune a larghi strati della gerarchia ecclesiastica, tanto più che abbiamo potuto riscontrare la stessa tendenza a riprendere stralci da pubblicazioni vicine alle istituzioni fasciste, anche nelle stesse lettere pastorali. E il caso, ad esempio, di Giuseppe Nogara, arcivescovo di Udine (che aveva comunque già collaborato precedentemente alla Rivista del Clero Italiano ed aveva avuto una parte attiva nella fondazione dellUniversità Cattolica) il quale nel 1931 pubblica una lettera pastorale sul ballo, nella quale si mettono in notevole rilievo le risoluzioni del PNF in materia. Merita appena di rilevare, anche se il fatto è abbastanza curioso, che diverse citazioni apparse su questo documento, verranno riprese, in maniera identica, dalla stessa Rivista del Clero Italiano sette anni più tardi.
La predicazione del periodo da noi analizzato è piena di riferimenti circa la presunta pericolosità della stampa. Affermazioni come "fanno più male i giornali cattivi, che non tutti i diavoli dellinferno", "i troppi libri uccidono lanima, tolgono la visione esatta della vita e del mondo", e così via non sono affatto rare nelle pagine della Rivista del Clero Italiano.
Dei giornali (almeno prima dellavvento del fascismo) si lamenta la pericolosità e la faziosità:
"Si può dire che oggi vi sono attorno tanti cervelli di carta. Poiché non son più le teste che pensano per loro conto, ma è il giornale che pensa per tutti i suoi lettori. Un esempio: i socialisti e il loro Avanti! E Serrati, il direttore, sono i redattori che manipolano il cervello delle folle rosse. Se i giornali socialisti sospendessero le loro pubblicazioni quale cambiamento di idee arriverebbe in poco tempo! Il giornale è una potenza. Unarma. E, quando è cattivo, unarma micidiale".
La polemica, seppur rivolta in particolare contro la stampa socialista, abbraccia comunque la totalità dei giornali non cattolici, che "simili a Giuda, son pronti a vendere per i trenta denari dellinteresse e della diffusione, i diritti della verità e della moralità". Secondo la rivista, il potere nefasto della stampa quotidiana si esplica attraverso la ripetizione dei concetti, lesagerazione e la deformazione delle notizie; eppure, si afferma, la credulità è talmente diffusa che gli stessi cattolici leggono senza scrupolo alcuno i "giornali perversi".
Un attacco particolarmente duro viene rivolto nei confronti di tutta quella produzione narrativa che viene fatta rientrare nel termine "romanzo". Ad esso viene attribuito un potere di corruzione morale e sociale notevolissimo, essendo reputati veicoli di trasmissione di idee contrarie ai principi del cattolicesimo:
"Che cosa sono [ ] certi chioschi di giornali, certe librerie se non altrettante fucine da cui si partono i germi di tutte le putrefazioni morali, familiari, sociali?.
[ ] Chi dunque ha costruita in tante coscienze la vigliaccheria, e la sete insaziata dei godimenti, ed il disprezzo di ogni autorità anche della paterna? Chi ha insegnato lanarchia ed il disonore, da cui discendono infallibilmente, la decadenza e la schiavitù?"
Lo stesso successo di alcuni romanzi sarebbe dovuto al fatto che gli autori fanno leva sugli istinti più bassi dei lettori, spinti in ciò soltanto dallavidità del guadagno:
"Riescono i romanzieri che con maggior vigore e verismo dipingono le miserie e le brutture della società; quelli che creano il "tipo" del vizio furbo e fortunato e della virtù antipatica e cretina; quelli che eccitano le eterne passioni umane, soprattutto le più forti e le più basse: lussuria e violenza; quelli che risvegliano listinto bestiale che sonnecchia in tutti e gli gettano in pasto ponderose offerte, succulente imbandigioni di carne putrida e di sangue guasto; quelli finalmente che sanno adulare la folla a seconda dellambiente e della moda.
Il romanziere discreto, calmo, umano nel senso buono della parola, il romanziere "vero" fedele alla virtù, educatore ed istruttore, avrà per sé lélite ma la grande gloria "en gros sous", in danari sonanti, (come la definì lHugo) è per il canagliume degli scrittori. Mi vien sospetto della moralità di un libro, quando lo veggo troppo ricercato e letto ".
E per lo stesso motivo per cui si plaude con estrema soddisfazione alla condanna, da parte del SantUffizio, di tutta la produzione letteraria di Guido da Verona, "seguace aperto" di DAnnunzio; i suoi romanzi avrebbero il torto di narrare di "illeciti amori, di sensuali voluttà", etc; si tratterebbe quindi "di fango ricercato come lo scopo dellarte e della vita". Notiamo soltanto che, nel caso di Guido da Verona, la polemica nei suoi confronti, che emerge diverse volte nelle pagine della Rivista del Clero Italiano, si connette con particolare enfasi alle accuse di avidità e furbizia, essendo egli ebreo.
Molte sono le prese di posizione da parte della rivista sulla necessità di una risposta adeguata da parte della stampa cattolica. Il problema viene sollevato nei primi anni Venti in modo particolare per quanto riguarda la pubblicazioni di diffusione più "popolare", attestato in questo campo il completo predominio della stampa di matrice socialista:
"Chi avesse qualche dubbio intorno allurgente necessità di curare e di organizzare anche nel nostro Paese la cultura popolare, non ha che da prendere fra le mani un catalogo della Società Editrice "Avanti". Vi troverà elencati opuscoli di 1 centesimo, di 2 centesimi, di 10, di 20, di 30 centesimi, dettati dalle penne migliori che il Partito Socialista ha od ha avuto, da Bissolati a Treves, da De Amicis a Turati; ed insieme a questi lavori minuscoli, nei quali in pochi fogli si porge al lettore un confetto avvelenato, non mancano traduzioni di roba straniera, libretti a pochi soldi dei peggiori anticlericali, una moltitudine insomma di pubblicazioni popolari, diffusa a centinaia di migliaia di copie".
Gli autori cattolici sarebbero al contrario costretti a lavorare a titolo gratuito e le loro pubblicazioni non verrebbero diffuse adeguatamente.
Ed ecco la Rivista del Clero Italiano lanciare la proposta di unorganizzazione centralizzata della stampa cattolica sul modello tedesco, in modo tale da poter garantire una tiratura adeguata delle pubblicazioni (permettendo, al contempo una diminuzione dei prezzi di vendita a livelli popolari), una maggiore diffusione, ed una politica editoriale di più largo respiro.
Diversi sono gli articoli che lamentano la triste situazione della stampa quotidiana cattolica, attribuendone comunque la responsabilità anche allirresponsabilità dello stesso clero:
"Non abbiamo quasi più giornali cattolici. Cè poco da dire in contrario. E un fatto indiscutibile, tra le cui conseguenze cè anche quella che lo spirito ecclesiastico va incontro ad una crisi. [ ] Venticinque ani fa un prete che avesse avuto il bisogno di compulsare il Corriere della Sera, lo mandava a prendere dal sagrestano alledicola collordine di riportarlo colla testata rivolta allinterno: e in casa lo teneva riservato, se non proprio come la pasta per i topi poco ci mancava. Se glielo avesse trovato un collega, non era senza un gesto di stupore. Adesso il mondo è talmente cambiato che vi capita di vedere in giro, in treno per esempio, dei preti (debbo dirlo? anche dei frati) che hanno in mano giornali non cattolici".
Vi sono quindi delle colpe evidenti da parte dei cattolici per la situazione infelice della stampa cattolica in generale; essi vengono raggruppati in tre categorie: quelli "che non leggono", quelli "che legicchiano" senza assimilare e quelli "che criticano" ignorando i sacrifici dei giornalisti e lesiguità dei mezzi di cui dispongono.
Da tutto questo emerge il bisogno di diffondere la "buona stampa" avente lo scopo di far comprendere la concezione cristiana della vita, di insinuare nella mente dei lettori i principi della fede e della morale cattolica e di fornire dei criteri di valutazione degli eventi conformi alla dottrina cristiana. E negli schemi di predicazione proposti continui sono gli appelli al sostegno della stampa cattolica ed al boicottaggio di quella "avversaria".
Notiamo comunque che gli appelli di tal genere continuano ben oltre lavvento del regime fascista, ripetendosi con regolarità per tutto il periodo da noi esaminato, soprattutto in occasione delle Giornate del quotidiano cattolico; ugualmente non si attenuano i toni allarmistici nei confronti della letteratura in genere.
Analoghe osservazioni possono essere fatte per quanto riguarda il cinema, che si va affermando proprio nel periodo compreso fra le due guerre.
La presa di coscienza dellimportanza crescente di questo nuovo mezzo di comunicazione si traduce, come nel caso della stampa, da una parte nella condanna netta dei suoi contenuti, dallaltra ci si interroga sulle possibilità di un intervento per la sua cristianizzazione.
"[il cinema] è oggi unindustria con la quale immondi ed esosi mercanti fanno denari speculando sui più bassi istinti, sulle tendenze più depravate, sulla più morbosa curiosità del pubblico. [ ] Esiguo è il numero delle produzioni cinematografiche non immorali; innumerevoli le films in cui [ ] campeggia "quanto di più abominevole inquina e degrada lumanità". E una sfacciata esibizione quotidiana di spettacoli luridi e nauseanti, che solleticano le passioni della folla e rovinano tante anime giovanili. Ed è qui il movente principale che spinge al cinema. Loscurità, poi, dellambiente, la promiscuità dei sessi, la musica che accompagna e vivifica lo svolgimento della scena aggravano la suggestività ed il pericolo delle scene rappresentate.
Nel campo della criminalità è enorme linflusso del cinema. La letteratura medico-legale di ogni paese dimostra come la spinta e la concezione delittuosa sono spesso in stretto rapporto con lazione cinematografica".
Si lamenta comunque un ritardo da parte dei cattolici nel prendere atto di trovarsi di fronte "ad unarma potentissima della nuova civiltà":
"Anche qui si è ripetuto lormai tradizionale e convenzionale errore; quello nel quale pare che noi siamo condannati a cadere ogni volta che il progresso scientifico, o meccanico, o qualunque esso sia, porge agli uomini unarma nuova. Ce ne siamo disinteressati".
Lobiettivo che viene proposto è quello di avere proiezioni di pellicole cattoliche in locali sotto il controllo del clero, essendo questo il solo modo, si afferma, per garantire la diffusione di film imbevuti di morale cristiana. Per questo motivo si saluta con soddisfazione la nascita di iniziative quali il CUCE (Consorzio Utenti Cinematografici Educativi), il quale svolge opera di scelta e di revisione delle pellicole, da parte di sacerdoti, per la loro proiezione presso circoli cattolici, parrocchie, etc.
Viene inoltre richiesta la collaborazione da parte dello stato, mediante un rafforzamento della censura, giudicata inadeguata. Dobbiamo tuttavia far presente che padre Gemelli, in altra sede esprime forti dubbi sullefficacia di una campagna basata soltanto su censure e divieti, auspicando invece un tentativo atto a convincere lindustria cinematografica che il suo interesse dovrebbe coincidere "con il gusto della parte migliore e più numerosa del pubblico, la quale chiede emozioni non troppo violente, e una corsa nel mondo dei sogni che (o attraverso una sottile vena di sentimentalismo ovvero attraverso una moderata tonalità comica) mostra il contrasto con la nostra vita dogni giorno fatta di ore dure e di pesanti sacrifici".
Un parere fortemente negativo concerne inoltre il teatro, già colpito duramente dagli strali dei Padri, di cui si riportano le citazioni.
Largomento assume, nellambito della Rivista del Clero Italiano, una certa consistenza dal punto di vista quantitativo, soprattutto se si considerano i diversi riferimenti allargomento che vengono proposti in ambito predicativo. Ciò è anche spiegabile, probabilmente, per la rilevanza che dovette avere per il Gemelli e per il suo gruppo il suicidio di Roberto Ardigò avvenuto nellagosto 1920, dopo essersi già tagliato la gola con un rasoio il 6 febbraio 1918; ricordiamo infatti il ruolo fondamentale svolto dallArdigò nella formazione "positivista" del giovane Gemelli, che accorrerà immediatamente al capezzale dellex maestro dopo il primo tentativo di togliersi la vita, con la speranza, risultata poi vana, di una sua conversione in extremis, nonché il clamore che tale tentativo fece in Italia per la notorietà del personaggio. Il dramma personale dellArdigò viene comunque messo anche in relazione con la sua posizione di spretato.
In generale il tema del suicidio, viene ripreso nella predicazione soprattutto per mettere in evidenza la poca consistenza delle motivazioni che determinano il gesto, che appare spesso causato dalla mancanza di valori cristiani nella società contemporanea. Si tratta così del caso di una giovane che si suicida per essere stata rimproverata per il taglio dei capelli secondo la moda, del giovane che lo fa per non poter indossare la cintura del padre oppure di una giovane e famosa diva del cinema che si toglie la vita, nonostante avesse ricchezze, bellezza, successo:
"Gran numero di donne sono ben lungi dal possedere la fortuna della diva scomparsa. E stata forse per esse la gioventù e la vita trascinata in una casa triste, angusta, in unoscura stamberga senzaria con lassillo costante di mancare del puro necessario? E le poverette non ebbero e non avranno mai né la bellezza, né la ricchezza, né leleganza. Guadagnano a prezzo di dure fatiche un pane quotidiano, e la uniforme giornata non lascia loro neppure il tempo di pensare che anchesse avrebbero potuto essere adulate, festeggiate come tante altre venute allonore delle cronache mondane. Ma queste donne non si uccidono! Gli è che, tutte assorte a compiere il loro dovere quotidiano ed a sacrificarsi per gli altri, la loro vita è piena, e basta un briciolo solo di felicità per appagarle".
Un altro motivo che emerge talvolta è linflusso nefasto delle "letture cattive" sui suicidi, soprattutto giovanili:
"La stampa ed ora il cinematografo [ ] sono i due maggiori responsabili della piaga e sono praticamente quelli che si dovrebbero trascinare dinnanzi ai giudici nei tribunali, perché colpevoli di incoronare troppe volte di fiori i transfughi della vita".
Le cause generali del suicidio vengono ravvisata nellallontanamento della società dalla morale cristiana:
"[ ] il progresso e la così detta civiltà sono armi fatali se non son accompagnati da spirito cristiano, perché accrescendo le comodità e perciò le necessità, legano la nostra vita ed un sistema artificioso e di pretesa, che i colpi della fortuna avversa possono rovesciare in un momento".
La stessa istruzione religiosa nelle scuole può servire per "immunizzare" dalla tentazione del suicidio.
Anche in questo caso, comunque, emerge chiaramente la polemica contro i Protestanti, rei di aver introdotto il disordine morale:
"[ ] il male che come si disse aveva trovato il rimedio efficace nel Cristianesimo, dopo lo scatenarsi del protestantesimo luterano suppurò ed esplose legando la sua storia a quella dello scetticismo dilagante. Dove la morale fu bandita o taglieggiata, dove il culto perdette lanima, ove la religione diventò unetichetta e la famiglia dissacrata, i suicidi salirono a cifre impressionanti".
La Rivista del Clero Italiano prende atto favorevolmente della legislazione fascista in materia di suicidio. In particolare si plaude alle iniziative volte ad evitare qualsiasi forma di pubblicità a chi si togli la vita:
"La stampa quotidiana, che una volta pareva si compiacesse così della cronaca nera come delle circostanziate descrizioni dei suicidi, dopo il saggio decreto Mussolini del 1928, non può più sprecare o infangare le sue colonne con la cronaca del suicidio".
Tuttavia si lamenta che tale genere di provvedimenti non abbia sortito leffetto voluto, visto che le statistiche darebbero in aumento il numero dei suicidi. Si critica inoltre il fatto che il nuovo Codice penale non contempli come reato il suicidio, limitandosi a punire il concorso esterno:
"La vita non è un bene disponibile, né moralmente, né giuridicamente; perciò la legge dovrebbe sempre considerare un reato, sia lomicidio del consenziente [ovvero leutanasia], che il suicidio. Quanto si è detto non ha bisogno di richiami. Larbitraria e volontaria distruzione della propria vita materiale è un delitto contro il naturale istinto dellauto-conservazione, una sacrilega usurpazione dei diritti di Dio e una negazione dei doveri verso la società".
Risale al 1920, tuttavia, un intervento di Gemelli a favore di un caso di suicidio. Si tratta del caso di un combattente per lindipendenza irlandese, prigioniero degli inglesi, Mac Swiney che era deceduto dopo un digiuno volontario durato 74 giorni. Non si tratterebbe comunque in questo caso di suicidio vero e proprio perché "[ ] il digiuno prolungato sino alla morte, come nel caso del sindaco di Cork, è legittimo, la morte non è stata cercata con esso, essa viene solo indirettamente e per accidens, benché in maniera certa e necessaria. Essa non è né un fine, né un mezzo espressamente voluto. Il vero mezzo in questo caso è lo sciopero della fame o digiuno volontario. Leffetto buono che si desidera lautonomia dellIrlanda non è unito alla morte, ma al digiuno, con il quale si intende protestare e sollevare lopinione nazionale e straniera. Questo digiuno non è destinato a procurare la morte, né la cagiona per sé, ma solo per accidens".
Daltro canto un esempio verrebbe fornito anche da Eusebio, vescovo di Vercelli, il quale, imprigionato da un vescovo eretico, affermò di essere disposto a lasciarsi morire di fame e di sete piuttosto che rinunciare a ricevere leucarestia.
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