Capitolo V
LA VITA PARROCCHIALE
Il Curato dArs viene spesso additato come figura di parroco esemplare. Il tratto fondamentale che lo avrebbe contraddistinto fortemente, condizionandone tutta leccezionale vita pastorale, viene individuato nella sua "ossessione della salvezza delle anime". "Egli sentiva profondamente la sua responsabilità dinanzi a Dio. In lui cera listinto della conquista, che lo portava a non lasciare in pace i suoi parrocchiani fin che non si avesse indirizzati sulla via di salvazione".
E significativamente vi è la tendenza ad istituire un parallelo fra la figura del santo curato e quella del parroco: "La loro vita è assillata da una preoccupazione sola: la salvezza delle anime che la Chiesa, mediante il Vescovo, ha affidato a loro. Di ognuna di quelle anime essi debbono rispondere a Dio, quando gli compariranno dinnanzi. Perciò e la biografia del Curato dArs è a questo riguardo quanto mai significativa la coscienza di un parroco è gravata sempre da un senso di responsabilità, che non lascia pace."
E la dedizione del parroco alla sua comunità viene testimoniata anche dal fatto che egli non ha una famiglia che lo conforti.
Si sottolinea il fatto che la casa parrocchiale sia un luogo sempre aperto a tutti. "Può battere a quella porta la povera donna, nata ad ignorati patimenti di ogni giorno, che nel cuore del Parroco può versare le sue pene. Vi batte che ha bisogno dun consiglio, dun aiuto, dun ammonimento. [ ] [si va] al Parroco per ogni cosa e specialmente per quelle più delicate, più importanti e più segrete; per quelle morali e materiali, per le relazioni in famiglia e da famiglia a famiglia, per lavvenire dei figlioli, sani e malati, per le discordie di intere parentele, per le opere di bene. E poi? Poi magari per un consiglio sulle macchine agricole o i concimi chimici Poiché il parroco sa tutto di tutti: e se le pareti della casa parrocchiale non fossero come sono, mute e segrete al pari di tombe, vi recherebbe meraviglia certo, il sentire che conoscono le ragioni ed il perché di molte cose che tutti ignorano. Poveri e cari parroci!"
In altra sede si istituisce un parallelo fra Parroco e Buon Pastore:
"Il "bonus pastor" [è] quello che conosce le sue pecorelle nominatim, quello di cui le pecorelle conoscono la voce, quello che va in cerca di esse, quello che le pasce giornalmente, che le accompagna in saltibus, che dedica ad esse la sua vita, quello che sente lurlo del lupo, quello cui pertinet de ovibus, si avvera alla lettera nel Parroco".
Una constatazione negativa che viene più volte ripetuta, è quella secondo la quale alle comunità mancherebbe in genere il senso della parrocchialità, ossia il sentimento di appartenenza ad una comunità. La parrocchia dovrebbe essere "il primo ed essenziale nucleo della vita cristiana e la sua cellula fondamentale", ma spesso essa si riduce a "quella Chiesa in cui si fanno i funerali". La responsabilità di questo stato di cose viene attribuita principalmente allo stato di disgregazione sociale diffuso, causato dallindividualismo sfrenato ed egoistico, tipico dei tempi moderni:
"La sua chiesa parrocchiale gli è indifferente. Alla vita parrocchiale resta estraneo in modo completo; se ne disinteressa, la ignora, anzi giunge al punto da meravigliarsi se qualcuno gliene parla.
La mentalità cristiana, invece, concepisce la propria parrocchia come la propria famiglia, ove cè un padre (il parroco) ed i figli, i parrocchiani, che si raccolgono intorno a lui, nella propria casa, ossia nella chiesa parrocchiale, per soddisfare al duplice compito: il culto a Dio e la salvezza dellanima, sempre sentendosi uniti, attraverso la cellula della propria parrocchia, al Corpo mistico di Cristo".
La discriminante che distinguerebbe nettamente un "vero parrocchiano" da uno che non lo è, consisterebbe principalmente nella coscienza del dovere "di cooperare col parroco, ed alla dipendenza del parroco, al bene della parrocchia".
A livello di predicazione ai fedeli vi è una tendenza ad accentuare quegli elementi che possano far leva su di un piano emotivo, per stimolare il senso di appartenenza alla comunità parrocchiale: si affronta spesso il tema della poesia della vita parrocchiale, narrando ad esempio degli eventi personali che hanno avuto come sfondo la chiesa (matrimoni, funerali, prime comunioni, etc), del suono delle campane oppure del ruolo rivestito dal parroco nelleducazione dei ragazzi.
Non ci si nasconde tuttavia il fatto che talvolta è il comportamento stesso del parroco a causare incrinature nella compagine parrocchiale:
"La Parrocchia non può sentirsi, quando i Sacerdoti lavorano, sia pure con retta intenzione, a disgregare le forze, a frazionare le iniziative. Quando due o tre sacerdoti battono altrettante vie parallele o divaricanti. Quando ad ogni iniziativa del parroco segue la critica del Coadiutore, ascoltata sempre volentieri dai meno volenterosi. Anche quando la diversità di vedute si tradisce solo dalla educazione puramente materiale di comandi. Quando il Parroco ha certe vedute stroppo esclusiviste e misoneistiche nella loro piccina suscettibilità. [ ]Errori gravi possono essere commessi dalle Associazioni di Azioni Cattolica, quando si considerassero non come militi scelti a servizio del Parroco, per la diffusione del bene, ma come una casta privilegiata a cui il Parroco debba sacrificare la più vasta azione in favore di tutte le sue pecorelle.
E per lo studio e lattuazione di quelle iniziative che sempre nuove necessità reclamano, è il Clero dappertutto preparato e sempre pronto? E le preoccupazioni finanziarie non soverchiano forse la paternità dellopera parrocchiale, dando a qualche Parroco più che del pastore la fisionomia di tosatore?"
Sin dallapparire della Rivista del Clero Italiano, vi è uno sforzo per fornire ai parroci degli strumenti di pratica pastorale, al fine di unazione più incisiva e proficua.
Per prima cosa si pone laccento sulla necessità della disponibilità del parroco nei confronti della sua comunità:
"Porta aperta. Non sta forse qui il segreto primo per una efficace azione parrocchiale? Aperta, a tutte le ore del giorno e della notte, deve restare la porta del parroco per tutti i suoi parrocchiani. E aperte pure ad ogni momento e per ogni eventualità dovrebbero essere le porte dei parrocchiani per il loro parroco. [ ] significa certo non cristallizzarsi in quelle ore, significa non fare il viso dellarmi a chi non può in quelle ore, o non sa ancora che quelle ore e quei giorni che son stabiliti per il disbrigo degli affari: significa accogliere tutti, sempre, benevolmente, pazientemente".
Ma una proficua strategia pastorale non può prescindere da unadeguata informazione su quel che avviene fra i suoi parrocchiani, tanto che si afferma che il conoscere i parrocchiani è per il parroco "un dovere grave, personale, di precetto divino"; ecco di conseguenza la necessità di indagare attentamente su quello che succede fra i suoi fedeli.
"[ ] un parroco deve saper tutto quello che accade nella propria parrocchia; deve poter spingere la propria curiosità indiscreta perfino tra le pareti domestiche di tutti e singoli i parrocchiani; deve conoscere i discorsi che fanno, le impressioni che si ricevono, i sentimenti che si agitano, i propositi che si profilano, le aspirazioni che si formulano: tutto, tutto, perché tutto può essere utile, e spesso anzi necessario a dirigere in modo intelligibile e opportuno la propria azione parrocchiale. [ ] La immensa difficoltà di questo nuovo istrumento di tattica pastorale è dunque proprio qui: sapere senza domandare, conoscere senza inquisire, essere informati senza urtare suscettibilità, le quali, è bene ripeterlo, sono sempre possibili a insorgere anche là dove meno si crederebbe".
Il parroco dovrebbe stare molto attento a percepire i fenomeni rivelatori della realtà. Ad esempio il comportamento ed i discorsi dei ragazzi potrebbero rivelarsi preziosi per capire cosa accade nello loro famiglie, le mode potrebbero rivelare stati danimo e tendenze contro i quali reagire; sta alla capacità del prete trovare il metodo di indagine adeguato.
Importante è, si afferma, che il sacerdote esca dalla sua chiesa e non si limiti necessariamente agli assidui frequentatori dei sacramenti. Non bisogna inoltre restringersi alle osservazioni strettamente individuali, ma è necessario spingersi ad investigare anche "gli stati danimo collettivi". Per far questo, il parroco "intelligente" deve studiare i fenomeni sociali. Fra gli strumenti consigliati a questo scopo, due sono particolarmente consigliati: linchiesta sulla stampa circolante in parrocchia e lutilizzo dei mezzi statistici. Per quanto riguarda il primo, e più in generale il metodo di indagine raccomandato:
"Potete star sicuri che il 90 per cento delle idee che si agitano nei cervelli di una data popolazione, sono quelle che vi depongono quotidianamente i giornali più diffusi in quel dato gruppo sociale. Prima ancora di fare linchiesta personale sul proprio gruppo, un parroco deve dunque sapere quali e quanti sono i giornali diffusi nella propria parrocchia. Linchiesta sulla stampa attraverso ai portalettere e ai procaccia che recano i giornali a domicilio, attraverso ai rivenditori che li spacciano sulla strada, attraverso ai pubblici ritrovi (barbieri, caffè, restaurants, osterie) che li mettono a disposizione del pubblico è dunque oggi una prefazione necessaria alla propria azione parrocchiale. [ ] Pochi sopraluoghi nei punti strategici della parrocchia saranno sufficienti: basterà allora che il parroco, con laria più semplice di questo mondo, si rechi a sorbire un caffè, e poi a radersi la barba, e poi a comperare alla farmacia delle pastiche per la tosse, in quei due o tre locali in cui confluiscono tutte le notizie del vicinato Mezza parola di qua, un sorriso di là, una interrogazione, un sogghigno, un atto di disperazione o un vivace attacco frontale sono tutti piccoli segni che bastano allosservatore attento per rivelargli la psicologia popolare. E così il parroco sa".
E i consigli per carpire informazioni continuano, coinvolgendo altre categorie, quali portieri, stradini, etc.
In definitiva si consiglia un controllo di tipo sistematico sulla compagine parrocchiale, e per far questo la Rivista del Clero Italiano propone lutilizzo di una vera e propria schedatura dei fedeli, attuata con i criteri mediati dalla moderna tecnica ragioneristica. Strumento fondamentale per questo tipo di contabilità è il cosiddetto stato danime, un libro parrocchiale "sempre voluto, consigliato e desiderato dalla Chiesa":
"Il libro dello stato danime, rispetto agli altri registri, è il libro mastro della cura pastorale, che deve rispecchiare in ogni momento, come in un quadro sinottico e particolareggiato, tutta la vita parrocchiale, tutta la vita dei parrocchiani. Dove si tiene in regola dello stato danime, lazione pastorale è fiorentissima; la tenuta di questo libro è perciò in stretta relazione con la perfetta conoscenza della parrocchia e con una fruttuosa cura delle anime. [ ] Lo stato danime è il libro proprio del parroco, il libro della cura parrocchiale, il riassunto di tutti i libri parrocchiali, la guida ufficiale dei bisogni delle anime nel loro stato particolare".
Ma, al di là di queste dichiarazioni tranquillizzanti sulle finalità di questo strumento, la sua intima natura di controllo capillare della vita dei fedeli, emerge, se analizziamo il tipo di informazioni che vi dovrebbero essere registrate:
"Questo libro vivente deve far conoscere al Pastore loccupazione dei singoli individui, divisi per categorie, lo stato economico e lagiatezza approssimativa delle singole famiglie; lindole, lattitudine intellettuale e i vizi predominanti dei singoli con le relative cause; la religiosità, listruzione religiosa, le pratiche religiose, luso dei sacramenti, il numero die matrimoni religiosi e civili, i figli provenienti da ogni matrimonio, leducazione dei figli, i ritrovi pubblici, le bettole, i caffè, le case sospette, le persone pericolose alla moralità, il lavoro e loccupazione delle donne, la condizione delle scuole, dei maestri e della stampa, ligiene e le malattie predominanti, il numero dei morti, divisi per età, sesso e professione.
[ ] in ogni foglio o scheda dovrebbe esser notato e descritto tutto ciò che riguarda una particolare famiglia con le rispettive note individuali e personali, per modo che dal foglio si dovrebbe rilevare una descrizione completa di tutti i membri della relativa famiglia, e quindi: condizione materiale, economica e religiosa, professione dei singoli membri, età, cultura, vita, igiene, salute, pietà, esemplarità, costumi del tutto e delle parti".
Si consiglia inoltre vivamente il contatto diretto: il parroco deve andare ad intervalli regolari a trovare tutti i suoi parrocchiani, senza eccezioni. Nel caso di difficoltà che possono insorgere presso quelle famiglie restie ad un contatto col prete, bisognerebbe avere la capacità di creare le occasioni per accedervi. Si sottolinea tuttavia che le visite domiciliari non devono essere di sola cortesia:
"Le visite sistematiche del parroco ai proprio parrocchiani hanno infatti un doppio scopo, quello di stabilire delle relazioni personali tra il pastore ed il gregge [ ] e insieme quello di edificare: dovunque passa il sacerdote, e molto più dovunque passa il pastore di anime, deve diffondersi il bonus odor di Gesù Cristo".
Un altro veicolo consigliato per la tattica pastorale è la stampa parrocchiale. Purtroppo, e questo è un appunto ricorrente, si fa notare che gli stessi parroci sembrerebbero non nutrire una fiducia eccessiva nelle sue possibilità di penetrazione.
I cosiddetti inviti sacri, ad esempio, vengono considerati in genere soltanto come "un promemoria qualsiasi agli immancabili"; la stessa impostazione tipografica ed il testo non sono adeguati alla sua diffusione. Invece essi dovrebbero essere compilati tenendo presente soprattutto i parrocchiani indifferenti se non addirittura ostili, cercando di stimolare la curiosità dei destinatari; inoltre, se non funzioneranno come invito, essi costituiranno se non altro un indizio di vitalità della parrocchia.
Gli stessi problemi riguarderebbero quello che va sotto il nome di bollettino parrocchiale, il quale, nella sua configurazione comune, viene condannato senza mezzi termini. La sua funzione non deve ridursi soltanto a registrare i piccoli ed insignificanti della parrocchia ed a ripetere cose già apparse su altre pubblicazioni.
"Il bollettino deve esse arma di apostolato; deve servire a far diventare cristiani i non cristiani e più cristiani i cristiani; deve essere quasi la prosecuzione, a domicilio, dellopera omiletica del parroco una predicazione speciale, però che va a cercare in casa i soggetti, che li sorprende nei momenti dozio o di riposo, che deve quindi attrarli con la vivacità, con la curiosità, con la novità, con la utilità, con lelasticità "
Esso deve essere mirato ad essere letto da tutti i lettori della parrocchia, ma deve essere concepito per essere letto effettivamente, utilizzando eventualmente allo scopo materiale utile per la famiglia, quali consigli per le piante, per leducazione dei figli, etc.: "[ ] Create una pubblicazione periodica, nella quale tutti i vostri parrocchiani possano trovare ogni volta qualche cosa di utile per loro e fate passare in questa "data occasione" i grandi pensieri cristiani".
Anche la conoscenza della storia parrocchiale viene considerato uno strumento proficuo per avvicinare i fedeli alla vita religiosa della comunità; significativamente sono diversi gli articoli pubblicati dalla Rivista del Clero Italiano allargomento.
Lo scopo dichiarato è quello di richiamare ai parrocchiani il concetto di parrocchia, facendo soprattutto presente limportanza della parrocchia considerata nel suo sviluppo storico; e si dovrebbe parlare della propria parrocchia, descrivendone lorigine, lo sviluppo e le vicende storiche. Fra i criteri compilatori di queste storie parrocchiali, si suggerisce di dedicare ampio spazio al ricordo delle figure dei parroci "con nomi e dati biografici, con le loro benemerenze" e di trattare del santo patrono, per stimolarne la conoscenza e la devozione fra i parrocchiani.
Ma il vantaggio principale consisterebbe nello stimolare il senso di parrocchialità dei lettori.
"Ora una storia parrocchiale può produrre anche questo buon effetto, di avvicinare maggiormente i parrocchiani alla parrocchia. Conoscendola meglio, essi lameranno di più. Inoltre, la rievocazione degli esempi dei padri, così solleciti degli interessi della loro parrocchia, così generosi nel provvedere alle necessità del culto e al decoro della propria Chiesa, non dirà niente alla mente e al cuore dei figli?"
"E se la storia della sua parrocchia egli [il parroco] saprà farla oggetto di conversazione e anche di predicazione quanti fatti edificanti tratti dal passato, sono spesso più efficaci di un lungo discorso! non è probabile, anzi certo, che i suoi parrocchiani impareranno ad ammirarlo, ad amarlo di più, a sentirlo e a considerarlo come uno di famiglia, per aver egli risuscitato, con vivo interessamento e con affetto, un mondo che li tocca così davvicino, che è il loro mondo?"
E citazioni del genere ne potremmo elencare diverse altre, così come vengono proposti diversi esempi di pubblicazioni di storia parrocchiale che vengono reputate esemplari. Importa comunque notare che si insiste particolarmente sul carattere educativo (soprattutto per i giovani) dellesempio dei padri; inoltre si constata che questattività di studio dei parroci, oltre che stimolare la preservazione dei documenti darchivio, permetterebbe anche di contrastare efficacemente laccusa che viene rivolta di ignoranza del clero parrocchiale.
Un campo di attività simile al precedente è quello della formazione di biblioteche parrocchiali. Dobbiamo notare che questesigenza trova spazio nelle pagine della Rivista del Clero Italiano soltanto nella seconda metà degli anni Trenta, ed è volta principalmente a contrastare la diffusione dei "cattivi libri". La scelta deve ovviamente cadere su "libri buoni, che facciano del bene", ma bisogna che vengano richiesti dai lettori. Il principio informatore deve essere in definitiva il seguente:
"Una biblioteca moderna, sia pure in piccole proporzioni, non potrà fare opera di penetrazione, di preservazione e di vera educazione cristiana, senza che sia organizzata con uno spirito largo, ma fortemente attaccato ai principi del domma e della morale cattolica".
Nel caso in parrocchia esistano anche altre biblioteche (del tipo di quelle "popolari"), latteggiamento del sacerdote non dovrebbe essere soltanto negativo, di condanna, considerando queste biblioteche soltanto come "fonti inquinate"; un errore parimenti sarebbe il disinteressarsene. Al contrario si raccomanda al parroco "unazione suadente" con i responsabili delle biblioteche distinguendo eventualmente quelle di ambito cattolico dalle altre, per le quali eventualmente non si potrà far altro che cercare di agire sui lettori attraverso "linsistenza pastorale contro il danno delle letture perniciose e i libri proibiti dalla Chiesa". Per tutti gli aspetti inerenti alle letture "cattive" ed alla stampa in generale si rimanda comunque al par. 6.4.3.
Emerge spesso la necessità di mettere a confronto le varie esperienze personali dei parroci in ambito pastorale.
"Se il ministero parrocchiale è una tecnica, unarte [ ] anchesso, come tutte le tecniche, come tutte le arti, è una somma di esperienze selezionate, vissute, cimentate alla prova dei fatti, condensatrici di correnti di pensiero e dazione. [ ] perché non metterle in mutua comunicazione, perché non porre alla portata della massa dei parroci le fortunate genialità, le risorse indovinate dei singoli, stimolando nei confronti, spronando cogli esempi vivi quel desiderio, che pulsa in tutte le anime dei pastori di fare toujours plus, tuojours mieux [ ]. Benito Mussolini per liberar lItalia dai tributi allestero pel pane quotidiano, ingaggia la battaglia del grano. [ ] E i parroci non si metteranno anchessi ad una cultura intensiva del gregge per un rendimento spirituale massimo?"
Come luogo dincontro si propone lutilizzo di unesposizione parrocchiale, magari in margine a qualche Congresso Eucaristico.
Un elemento di frizione notevole fra parroco e comunità, che ritroviamo con una certa costanza, è il problema dei luoghi di ritrovo e di svago, ambito che tende a sfuggire allinfluenza del parroco; ci riferiamo in particolar modo al caso delle osterie e delle sagre paesane. Ovviamente, la problematica va inserita nel contesto più ampio del preteso controllo morale del prete sulla sua comunità, argomento che, per il suo carattere più generale affronteremo unitariamente più av. Preferiamo tuttavia affrontare in questa sede i due soggetti sopra esposti, poiché possiamo constatare la loro connessione particolare con la figura del parroco.
Abbiamo già osservato come il Curato dArs venga proposto come modello di parroco. E significativo il fatto che, nei suoi accenni biografici, si evidenzi il fatto che una delle sue prime preoccupazioni fossero le osterie presenti in parrocchia:
"Per riempire la Chiesa occorreva svuotare le osterie. Ad Ars ce nerano quattro, due delle quali vicino alla parrocchia. Cominciò a stigmatizzarle con parole roventi [ ] Un oste si lamentò con lui perché lo mandava in rovina. Egli gli somministrò del denaro e lo persuase a chiudere losteria, avviandosi così alla pratica esemplare della vita cristiana. Laltro oste, vicino alla Chiesa, resistette parecchio; ma poi dovette cedere alle pressioni del Santo Curato. In seguito anche le altre due osterie chiusero i battenti. I risultati ebbero una portata insperata. Sinnalzò il livello morale della parrocchia, si frequentò sempre più la Chiesa, diminuì il pauperismo".
Il parroco, si afferma, "[ ] per ufficio e per missione deve combattere il vizio dellosteria, come quello che degrada luomo, rovina la famiglia e distoglie dal culto divino e riesce finalmente causa duna copiosa serie di peccati. [ ] Dobbiamo combattere il vizio dellosteria in omni patientia et doctrina, con perseveranza, con pazienza, valendoci di tutti gli argomenti che ci vengono dalla morale, dallesperienza, dallo studio e di tutte le occasioni che vengono offerte nellesercizio del ministero".
Oltre ai diversi riferimenti in prediche e conferenze, riguardo ai danni derivanti dallalcoolismo in ambito familiare e sociale, il problema viene inquadrato soprattutto nei rapporto diretto fra frequentazione delle osterie e mancata osservanza dellobbligo festivo. La strategia che viene proposta non è quella di uno scontro frontale con i gestori, ma quello di una prudente tattica di penetrazione: si mira cioè a diminuire il problema. Gli osti non andrebbero disprezzati, ma il parroco deve dimostrare nei loro riguardi la stessa attenzione che esprime nei confronti degli altri parrocchiani, cercando di conquistarne la stima e la gratitudine; solo così facendo, sarà possibile persuaderli ad evitare abusi, e si potrà cercare di far percepire la presenza della parrocchia anche nelle osterie, attraverso piccoli segni quali crocifissi (ma non nei locali dove si balla), giornali cattolici, cartelli antiblasfemi etc. Rimane comunque fermo il canone 138 del Codice canonico che vieta espressamente ai sacerdoti frequentare "tabernas aliaque simila loca sine necessitatae".
Molteplici sono gli appelli per riportare le feste religiose nel loro giusto contesto di feste patronali, evitando gli eccessi materialistici che si sarebbero accentuati dopo la guerra e che denoterebbero "un paganesimo rinascente nellanima popolare". Il problema viene evidenziato in particolar modo per quanto riguarda le parrocchie dellItalia Meridionale nelle quali (e si espongono statistiche significative) si assisterebbe a spese assurde e incompatibili con lo spirito autentico della festa.
"Quando si pensa che in questo quadro, tolta qualche sfumatura di carattere locale e serbate le debite proporzioni, possono ridursi le descrizioni di tutte le feste religiose che si celebrano per mille borgate e villaggi delle regioni meridionali, invade lanimo unacuta nostalgia dei tempi passati, quando una purissima nota spirituale dominava le dette ricorrenze e la vita religiosa ne usciva ritemprata alle sorgenti della sua Fede, con rinnovato fervore dazione.".
Ma più in generale si contesta il fatto che la festa del santo patrono (la sagra), sia diventata, soprattutto dopo la guerra, semplicemente un insieme di tradizioni profane. Una parte di colpa viene attribuita alla connivenza degli stessi parroci:
"Perché poi di questandazzo della sagra, fatta diventare festa profana, non è solo il popolo il colpevole, anche noi clero vi avemmo la nostra parte, non vivificandone la parte religiosa, tollerando fino al confine dello scandalo abusi alcoologici e spensierati, lasciando dimenticare quale sia il motivo e lessenza della festa patronale.
In un paese di questo mondo si ricorda come il prete, pregato di entrare in confessionale il sabato della sagra, vi si sia incamminato ma non vi entrò: con le mani sui fianchi si piantò di fronte alle donnette, che avevano richiesto il suo ministero, e fotografando una situazione ascetica di fatal andare, esclamo: "ma non sapete che domani è la sagra!"; dopo il quale epifonema, infilata la porta, andò a cianciare sul sagrato. [ ] non calunniamo il popolo cristiano se diffatti al tornare della sagra non frequenta i sacramenti, la chiesa, non trova occasione di infervorarsi nella pietà, non pensa allimitazione del santo Protettore, ma sabbandona ai divertimenti e ai balli, facendo della sagra sinonimo di baraonda, indigestione, sbornia, baldorie notturne".
La finalità che dovrebbe caratterizzare lopera del parroco nei confronti della festa patronale dovrebbe essere quella di "restaurarla pur essa in Cristo".
La tattica pastorale consigliata, sulla quale avremo comunque modo di tornare abbondantemente trattando del ballo, deve agire su due fronti: a una parte si deve effettuare opera di prevenzione, mettendo in guardia il popolo (in particolare quello femminile, che si reputa più esposto) sui pericoli derivanti dal lassismo morale derivante inevitabilmente dalla festa pagana; dallaltra il parroco, durante il periodo della sagra, viene chiamato a accentuare il lato religioso della festa, cercando di contrastarne in tutti modi il suo svolgimento mondano, con particolare riguardo ai balli.
Laspetto sacro della ricorrenza patronale dovrebbe essere sottolineato tramite la maggior enfasi posta nella celebrazione liturgica, nel sollecitare particolarmente i fedeli alla confessione del sabato, e così via. E interessante notare che tale opera di sensibilizzazione viene consigliata principalmente per i bambini, ritenendo forse meno avvicinabili gli adulti su questo argomento:
"Sarà da questi piccini che riprenderemo la rieducazione per la rinascita della sagra cristiana, collabituarli presto allidea ed alla pratica del rispetto e della santificazione della festa patronale cresceranno nella buona direttiva, e sarà meno facile che deviino dal buon orientamento verso luso paganeggiante".
Agli adulti viene invece dedicato il mezzo predicativo. Il sermone domenicale dovrebbe vertere su argomenti di tipo preventivo, quali i castighi del peccato, i doveri verso i genitori, le occasioni pericolose, etc. La processione, con relative prediche sui meriti del santo, andrebbero riprese e contrapposte al ballo. La lunghezza delle cerimonie religiose non costituisce di per sé un problema, anzi più tempo la gente starà in chiesa "meno ne avrà per andare a rimirare (e sarebbe il meno) le coppie danzanti". Anche una cerimonia nel locale cimitero potrebbe funzionare da deterrente, stimolando al contempo la meditazione sulla morte. La predicazione del lunedì sarà poi il naturale complemento della festa, insistendo su temi atti a stimolare la contrizione quali, ad esempio, il giudizio universale.
Ma lobiettivo principale contro cui si dovrebbero infrangere gli strali dei parroci dovrebbero essere i balli. Lo stesso Curato dArs, nella sua attività pastorale, agiva in tal senso, pagando di sua tasca i suonatori, per allontanarli. Ma la tattica contro limperversare delle danze dovrebbe essere di lungo periodo, senza limitarsi al periodo della festa:
"Ahimè, contro il ballo non si dà battaglia, ma guerra lunga: la lotta quindi contro il ballo pubblico, promiscuo, non bisogna mai lasciarla illanguidire: il cannoneggiamento dinterdizione e sbarramento contro le danze alla vigilia della sagra le nostre popolazioni se lo aspettano e se ne impressionano meno. Bisogna tornarci di frequente fra lanno. Certo, poco prima della sagra tornerà utile un assalto di baionetta, una conferenza particolare alle mamme, sul lor dovere verso i figli ed ora spiegare un po la legge recente per il ballo pubblico vietato alle diciottenni in giù [ ]; unaltra conferenza alle giovani. Però come contro le malattie singole rimedio migliore non vè del rinvigorimento generale dellorganismo, così quanto meglio rafforzeremo e scolpiremo nei cuori la religiosità della sagra, festa religiosa, meglio cercheremo di far comprendere e di convincere che la sagra va santificata collaccostarsi ai S.S. Sacramenti e colla divozione al s. Patrono, altrettanto elimineremo il ballo".
Riguardo ai giovani, lunica possibilità alternativa alla festa mondana viene intravista nelloccuparli in attività alternative contemporanee al ballo, ovvero lattività in oratorio per le ragazze (con cinema, etc, ma sotto la supervisione delle suore) e sportive per i ragazzi. Da non escludere lintervento presso le autorità di pubblica sicurezza.
La figura senzaltro più rilevante è quella dei vicari cooperatori. Si tratta dei "sacerdoti dati in aiuto al parroco, residente e attivo, il quale non possa provvedere a tutti i bisogni spirituali del suo gregge, perché tropo numeroso o troppo disperso o per altro motivo simile", secondo la definizione del canone 476 del Codice di diritto canonico. Giuridicamente egli è soggetto disciplinarmente e giuridicamente al parroco, dipendenza sancita dal canone 476 (anche se non ha necessariamente lobbligo di residenza in parrocchia).
Linteresse della Rivista del Clero Italiano per questa figura si concentra, a parte qualche riferimento sporadico, nella seconda metà degli anni Trenta, e riguarda per la maggior parte il problema dei suoi rapporti con il parroco (con un numero speciale dedicato allargomento nel 1937).
Limportanza della relazione parroco-vicario viene spesso evidenziata tanto che si può leggere che "una della più grandi grazie di stato che tocchino ad un parroco è quella di trovarsi ai fianchi un buon coadiutore".
Uninnovazione notevole nei riguardi della nomina del vicario cooperatore (o cappellano) è stata introdotta con il canone 476 del Codice canonico, attribuendola al Vescovo, ma audito parocho, modificando la consuetudine precedente di non ascoltare i parroci. Si afferma che questa innovazione "è felicissima", sgravando il parroco dalla responsabilità, ma non lo metterebbe semplicemente di fonte al fatto compiuto, consentendogli invece la possibilità di proporre un eventuale cambio.
Lattenzione del parroco nei riguardi del nuovo vicario dovrebbe essere tangibile, nel senso che, con molta discrezione per non dare limpressione di fargli lelemosina, deve aiutarlo anche economicamente poiché il coadiutore "stenta a combinare molte volte la lista del pranzo con quella della cena". Compito fondamentale del parroco sarebbe inoltre quello di mantenere "lo spirito buono" del suo coadiutore:
"Con un po di tatto gli si insinua un buon confessore fin dal principio, lo si invita a dire il breviario o a far lora settimanale di adorazione insieme: però sarebbe indiscreto il vincolarlo a questa pratiche di obbligo o di consiglio, più indiscreto ancora il frugargli dentro nella vita di pietà, perché se egli sente di essere trattato come un fratello minore approfitta; se saccorge di essere in conto di un minorenne sotto tutela ricalcitra. [ ] Tocca al parroco il coordinargli lo sviluppo armonico delle qualità latenti di pastore danime [ ], lintervallargli il lavoro, linvitarlo e il suggerirlo ai viciniori per qualche predica, il tenerlo al corrente di quello che succede in parrocchia, laffidargli qualche mansione di concetto. Il curato dArs non imparò forse molto sotto il tirocinio di un eccellente parroco?"
Ma i rapporti fra parroco e coadiutori non sono sempre dei migliori. Ne è testimonianza una lettera aperta apparsa sulla Rivista del Clero Italiano nel settembre 1937, nella quale venivano evidenziati senza particolari remore i problemi incontrati da un vicario nelle sue relazioni con il parroco. Il tutto viene ovviamente mitigato con laffermazione che il torto e la ragione sono da ripartirsi equamente. Tuttavia, al di là dei riferimenti generici allo spirito di reciproca carità che dovrebbe contraddistinguere i rapporti fra parroco e vicario coadiutore, possiamo notare che il nocciolo del problema risieda, oltre che nella questione del trattamento economico, nella subordinazione del cappellano al parroco e nel rispetto delle reciproche competenze:
"E competente il Parroco a dire al suo Coadiutore: - Lei, questanno, in vacanza non ci va? O a dirgli: - Non voglio più che accetti in casa D. Faustino? Oppure: - Le tali e tali persone in Parrocchia non si devono più confessare? Oppure: - O così, o si cerchi un altro posto?
E competente, per esempio, a imporgli ad andare a tenere una predicazione di SS. 40 Ore nella Parrocchia vicina? o di negare lassoluzione a quelle ragazze che non vanno a Dottrina alla festa, ecc. ecc.?"
In definitiva, ciò che viene stigmatizzato, è latteggiamento del parroco che si atteggia a padrone nei confronti del suo coadiutore, ovvero di chi non ammette discussioni sul suo operato e se comanda lo fa perché non deve rendere conto del suo operato. Un tale stato di fatto risulterà inevitabilmente deleterio non solo per i rapporti fra parroco e cappellano, ma scandalizzerà i fedeli e darà motivo di critiche al clero da parte degli anticlericali.
Più in generale gli errori tattici che vengono addebitati ai parroci nei confronti dei cappellani si possono riassumere nel modo seguente:
"Viene pel primo latteggiamento di considerare il coadiutore alla pari di un salariato per tutti i servizi, senza turni dorario, salvo poi a misurargli colla rasiera le limosine delle messe. Un secondo sbaglio grosso è il sistema di distribuire rigidamente i ruoli del servizio della parrocchia in modo che il parroco si riserba tutto e solo un settore, chiuso come una bandita di caccia, per abbandonare interamente laltro al coadiutore. Invece un coadiutore nella maggior parte dei casi è un parroco in potenza [ ]".
Si rileva tuttavia che è cambiato anche latteggiamento del coadiutore nei confronti del parroco, rispetto alle generazioni precedenti, anche se tale aspetto rientra nella più generale percezione della distanza culturale fra sacerdoti di una certa età e i nuovi preti "novecentisti":
"[ ] quella reverenza, quella soggezione che noi sentivamo di fronte ai superiori non la si scorge più tale e quale: per lo meno non ha la dosatura di una volta; si direbbe che ne è evaporato quel timor (il termine latino è più espressivo) che infondeva un profumo caratteristico. Si obbedisce, sì, ma intanto vi sono state delle trattative, si è pesato il pro ed il contro, in fondo si è discusso. Lobbedienza così maturata sarà forse più meritoria; ma è meno fresca".
Un problema che viene più volte discusso sulle pagine della Rivista del Clero Italiano è quello della congrua remuneratio ai vicari cooperatori. Che esso costituisca un problema attuale, anche dopo il Concordato del 1929, è testimoniato fra laltro dalle diverse denunce di abusi da parte di parroci che non concederebbero al cooperatore nemmeno "il non lauto della Perpetua", oppure i riferimenti a casi come quello del coadiutore che si lamentava che il parroco gli elargisse un assegno ben misero rispetto al beneficio che percepiva. Daltro canto si osserva che giuridicamente il dovere di ottemperare il diritto del coadiutore della congrua remuneratio spetta in prima istanza al parroco (al limite con la "congrua parte dei frutti beneficiari", eventualmente stornati da altre destinazioni); nel caso di sua impossibilità, anche "con tutta la buona volontà", deve supplire il vescovo.
Ma, ancora nel 1937, si afferma che il problema della condizione economica dei vicari cooperatori, è ancora ben lontana dalla soluzione:
"Vi saranno anche cooperatori che finiscono col racimolare più del parroco. Beati loro, rari nantes! Ma il novanta per cento esercitano la virtù della povertà effettiva se non effettiva, più rigorosamente dei frati[ ].
[I cooperatori] forsanche per leccessivo lavoro a cui vengono sottoposti, finiscono esauriti, e tisici, invalidi e vecchi innanzi tempo. Si attenuano queste dolorose conseguenze con provvide forme assicurative, ma non si sopprimono; si leniscono gli effetti, non si tolgono le cause. Abbiamo un bel gridare noi: - Cooperatori, assicuratevi la vita, assicuratevi alla "Fraternitas", assicuratevi contro linvalidità, la vecchiaia e la tubercolosi! Ma se non hanno i mezzi neanche per saldare i debiti col Seminario e col fornitore "
Un compito che viene tradizionalmente attribuito al vicario cooperatore è quello di assistente ecclesiastico dellassociazione cattolica parrocchiale, argomento che approfondiremo daltronde più avanti. Rivestendo questo ruolo egli dovrà seguire le direttive degli Statuti dellassociazione e dei centri diocesani dellAzione cattolica; parimenti dovrà conformarsi alle disposizione del parroco:
"[ ]egli deve a lui la massima obbedienza e fedeltà, fedeltà che va regolata da un delicato senso di disciplina alle sue disposizioni e che si estende fino ai dettagli nelleseguire quanto il Parroco non solo comanda, ma semplicemente desidera. In caso di disparità di vedute, la presunzione sta sempre per il Superiore e lesperienza insegna come il Signore benedice sempre lopera di chi umilmente sacrifica i propri giudizi e la propria volontà per seguire quella del Superiore. Il Cooperatore ritenga suo dovere e suo onore preparare nellAssociazione la "guardia nobile al Parroco", cioè quel gruppo scelto di anime apostoliche che saranno il suo gaudio e la sua corona, pronte ai cenni del loro venerato Pastore. Il Cooperatore educhi i soci ad un profondo senso di venerazione e di amore verso il loro Parroco, ne nasconda i difetti, ne valorizzi lopera e approfitti di tutte le circostanze per avvicinargli i suoi figli spirituali. Il buon Cooperatore applichi a sé, tutte le volte che tratta con i soci, le parole del Battista: "E necessario che egli cresca (il Parroco) ed io diminuisca".
In caso di contestazioni, gli resta la facoltà di ricorrere, "con i dovuti modi", al vescovo.
Unaltra figura di collaboratore del parroco che viene reputata di una certa rilevanza, tanto da dedicargli un numero della Rivista del Clero Italiano nel dicembre 1934, è quella del sagrestano.
Ci riferiamo ai sagrestani laici, ovvero quella categoria di inservienti addetti alla cura della sacrestia e della chiesa. Essi sono di esclusiva nomina del rettore della chiesa (canone 1185 del Codice canonico) e il diritto canonico (art. 1184) stabilisce minuziosamente il loro ambito di competenza, visto che essi non devono assolutamente ingerirsi in tutto ciò che riguarda il ministero spirituale.
Anche per questa categoria, come per i cooperatori, si lamenta il persistere delle difficoltà economiche:
"Ma sono anche trattati ben miseramente, spesso, questi amici di casa di Dominiddio e dei suoi ministri. Già: colpa della povertà delle nostre chiese. Ma non ne van meglio, così, né le chiese, né il clero, né il Padron di casa. E chi sa se anche i sagrestani [ ] non abbiano sentito parlare di "occulta compensatio"? E loccasione fa luomo ladro. Ricordiamo il can. 1524, con cui la Chiesa esige che anche il clero paghi operariis honestam iustamque mercedem", e che non li carichi di lavoro oltre le forze e letà, sicché possano attendere alla pietà, alla famiglia e al risparmio. E se si può dar loro unabitazione, sia sufficiente ai componenti della famiglia e non sia la catapecchia più scalcinata della parrocchia. Per aver diritto di esigere dai sagrestani, oltre a pietà e onestà ineccepibili, servizi ordinari e straordinari, competenza, decoro e pulizia anche personali, almeno per non renderli odiosi, ributtanti o ridicoli al vario pubblico delle nostre chiese, - convinciamoci bisogna pagarli".
Un problema sollevato è quello della scarsa preparazione dei sagrestani, che dovrebbero essere consci di svolgere una "santa missione". Purtroppo molti, e spesso insormontabili, sono i problemi che il parroco incontra nellarruolamento di questi collaboratori:
"[ ] il sacerdote non ha sempre il tempo ed il modo di formarsi un buon sagrestano; molte volte egli deve adattarsi allindividuo che si adatta a servirlo, e nei paesi in cui purtroppo gli uomini sono refrattari, o per spirito preso, o per indifferenza, o per rispetto umano a frequentare la chiesa, bisogna subisca il meno peggio de suoi parrocchiani, quello che pel misero provento si presta a fare qualche cosa e ad un qualche modo e proprio solo quel tanto che il prete non può fare da sé. Da ciò gli inconvenienti [ ] fra i quali il peggiore è proprio quello di vedere il sagrestano in urto col parroco al punto di rivoltargli contro il paese".
Si arriva al punto di auspicare, per risolvere il problema, la fondazione di una congregazione religiosa che raccolga ed istruisca quanti sono chiamati "allumile e grande ufficio di sagrestani". Una tale istituzione avrebbe permesso la selezione e la formazione spirituale degli elementi "veramente chiamati":
"Si capisce: il sagrestano deve vivere nella casa parrocchiale, col parroco, e deve essere da questi trattato come un figliuolo prediletto, come un fratello, come un amico. Del resto, oltre che servire in Chiesa, il sagrestano anche nella casa parrocchiale può essere utile colla sua modesta opera aiutando per la cucina, per lorto, nelle faccende domestiche. Può, e forse questo sarà meglio, vestire da secolare, modestamente, ma pulitamente; e la sua persona modesta e pulita deve essere il buon indice dellamore per lordine, la puntualità, al pulizia in Chiesa".
Tuttavia, al di là delle buone intenzioni, che non andranno comunque oltre questa generica proposta, la realtà sembrerebbe esser ben diversa. Le figure di sagrestani che troviamo, infatti, a parte qualche caso isolato, non sono certamente esemplari. Vi sono sagrestani prepotenti "che tengono in pugno le leve per manovrare, o i bastoni per intralciare nel loro gioco lopera del povero parroco", dediti allalcool, ecc. Un aspetto ulteriore, che sembra essere un luogo comune abbastanza diffusa, riguarda la presunta tendenza dei sagrestani al furto; capita così di trovare, come esempio in un caso di morale, la figura del sagrestano che confessa al parroco "[ ] che già da parecchi anni tratto tratto battezzava il vino della S. Messa; ricevendo elemosine per Messe, talvolta non ne notava qualcuna, talaltra consegnava al Parroco il denaro diminuito".
Un unico riferimento riguarda la figura del "beccamorti", che pur tuttavia dipende dal parroco "per ogni emergenza nellesercizio delle sue funzioni", quali i lavori di manutenzione, la posa di lapidi, ecc.; al di là degli indubbi meriti, emerge il difetto della tendenza allalcoolismo.
Stranamente, una figura praticamente inesistente, tranne sporadici accenni alla sua tendenza al pettegolezzo, è quella della perpetua.
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