Capitolo IV
LA SPIRITUALITA’

 

    1. L’immagine spirituale del sacerdote. Il ruolo

 

La Rivista del Clero Italiano dedica un ampio spazio alla riflessione sulla figura del sacerdote dal punto di vista strettamente spirituale: al suo porsi, insomma, nei confronti della divinità e della comunità dei fedeli che è chiamato a governare.

Notiamo che le immagine richiamate ancora nei primi anni Venti sono quelle che ritroveremo espresse esplicitamente nell’enciclica di Pio XI Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935. Ci riferiamo in particolare alla concezione del sacerdote secondo la quale egli viene definito volta volta mediatore fra Dio e gli uomini, imitatore di Cristo e Alter Christus, espressioni che troveranno d’altronde puntuale riscontro nel documento pontificio.

La presenza del sacerdote viene giustificata con la sua funzione di intermediario fra mondo e divinità, reputata necessaria per la stessa salvezza dell’umanità. Si tratta in genere di un’affermazione di dignità della figura del clero per la quale si richiede, quindi, il dovuto riconoscimento e rispetto. E’ comunque doveroso notare che questo genere di argomentazioni si riscontra principalmente negli anni Venti, quando sono ancora presenti (o il clero italiano ne percepisce la presenza) i toni residui dell’acceso anticlericalismo degli anni precedenti.

Si afferma così che l’umanità non può vivere senza il sacerdote perché egli "spiega l’esistenza dell’umanità", spiegazione che non può venire, se non in maniera fallace, da altra fonte:

"Il sacerdote tiene il gran libro di Dio; apre il Vangelo, luce splendida di verità. L’origine dell’uomo, la sua storia, la sua caduta, la redenzione, la legge, la grazia, il suo fine, vengono lumeggiati, confermati, scolpiti; così che, negare la verità della parola sacerdotale, voce del Vangelo, vale gettare nell’oscurità profonda, senza rimedio, l’umanità pensante.

[…] Il sacerdote porta un aiuto continuo all’umanità. La sua presenza è funzione, ministero, rappresentanza. Il sacerdote assiste, corregge, accoglie i dispersi, vivifica i morti alla grazia, vita soprannaturale; offre a Dio il sacrificio divino, espiazione della colpa nostra, cumulo di meriti per i redenti dal sangue divino; dispensa i doni divini, amministra i sacramenti, fonti di grazie, di virtù, di aiuti celesti. Per questo il sacerdote non ha un semplice ufficio; l’ufficio suo è un ministero".

E l’uso di toni simili a scopo autocelebrativo non è un caso isolato. Un articolo del 1928, ad esempio, è un’esposizione delle benemerenze spirituali del sacerdote, tramite fra umanità e Dio:

"Egli [il sacerdote] fu sollevato tra Dio e gli uomini, perché servisse d’interprete nella intelligenza dei divini voleri, comunicasse agli uomini gli ordini di Dio, riconciliasse la creatura col Creatore, dispensasse i misteri di Dio, presentasse al trono dell’Altissimo i voti, le lagrime, i sospiri dell’umanità, placasse e intercedesse per i peccatori e servisse di luce, di guida, da maestro e da padre della anime nel cammino pel cielo, in preparazione all’eternità. Non è quindi di lieve importanza la missione sacerdotale".

La figura spirituale del sacerdote sarebbe, si afferma, un’entità quasi divina, essendo stata voluta espressamente da Cristo per dispensare i benefici spirituali al mondo:

"Mediante l’imposizione delle mani noi divenimmo membri attivi di questa Chiesa e fummo deputati all’alto ufficio di ammaestrare e santificare. In virtù della nostra ordinazione, noi ottenemmo dunque una dignità ed un potere che ci mette quasi alla pari con Dio.

[…] Il sacerdote, come ambasciatore e legato è anche collaboratore di Dio, il suo coadiutore nel governo morale del mondo. Quindi il Sacerdote non solo rappresenta Cristo, ma s’immedesima con Lui, perché tra G. Cristo e il suo sacerdote non esiste una semplice successione o una pura continuità di ministero, bensì una reale identità di missione […].

E’ dunque veramente eccelso il santo ministero sacerdotale per la grandezza e la molteplicità dei divini poteri che conferisce. In realtà noi siamo come i plenipotenziari dell’Altissimo, i suoi confidenti, i suoi cooperatori nell’opera della redenzione".

Il tema di gran lunga dominante negli articoli della Rivista del Clero Italiano, per quanto riguarda la figura del prete considerata dal punto di vista spirituale, è quello del sacerdote come riproduttore di Cristo; dobbiamo comunque rilevare che la quasi totalità degli scritti al riguardo appartengono agli anni Venti. L’ambito tematico riguarda in genere le modalità dell’imitazione di Cristo e la necessità per un prete di una maggiore unione con lui; come già rilevato, tali argomenti, dopo il 1928, anno della Miserentissimus Redemptor di Pio XI, vengono affrontati accentuandone il carattere di riparazione al Sacro Cuore di Gesù.

Si mette in particolar rilievo l’aspetto sacerdotale della figura di Cristo, e questo permette di sottolineare le analogie con l’immagine del sacerdote:

"[…] Ma la vita di Cristo che scopo ebbe? Egli fu sempre sacerdote sacrificante e sacrificò sé stesso: "sacerdote e vittima": lo stesso deve avvenire di chiunque partecipi del sacerdozio di Cristo".

Il sacerdote, attraverso il sacramento dell’ordine, viene investito dal Padre, similmente a Gesù. Egli diviene di conseguenza Alter Christus, con l’obbligo morale, similmente al Redentore, di salvare tutte le anime che gli vengono affidate.

Notiamo comunque, in quest’ambito, che dopo il 1928 l’accento della Rivista del Clero Italiano si sposta da un generico invito al clero ad una maggiore familiarità con Cristo o all’"unione con Cristo", verso una vera e propria "riproduzione della vita del Sacro Cuore di Gesù".

Si afferma inoltre che il Cuore eucaristico di Gesù dovrebbe rappresentare "l’esemplare del cuore del sacerdote" per le sue peculiari caratteristiche. L’ostia rappresenterebbe infatti lo spirito di sacrificio presente in maniera assoluta nella figura di Cristo, il quale rinuncerebbe in tale veste addirittura a sé stesso, ed il suo pieno amore nei confronti degli uomini, restando sempre a loro completa disposizione, tramite, ovviamente la mediazione sacerdotale.

Ma, oltre a questo, il Cuore eucaristico di Gesù esprimerebbe anche la piena sottomissione di Cristo stesso nei confronti della volontà del Padre. Ciò rappresenterebbe un richiamo all’obbedienza del clero nei confronti della gerarchia, perché il sacerdote, conformandosi all’esempio di Cristo, "senza l’obbedienza a Dio, cioè alle sue disposizioni e a quelle dei Superiori non si può essere strumenti di salvezza ai prossimi".

Né è meno significativo il fatto che uno dei testi più caldamente raccomandati di questo periodo sia il De Imitatione Christi, del quale si citano in particolare i passi in cui si afferma la necessità della sofferenza per poter realizzare la massima unione con Gesù.

Questo fatto rientra nella più generale constatazione fatta propria dalla rivista, secondo la quale l’unione del sacerdote con Cristo implicherebbe l’uniformità anche esteriore alla sua vita. Tale concetto verrà solennemente ribadito più tardi anche dall’enciclica Ad Catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935, che affermerà, fra l’altro, che il sacerdote "deve […] avvicinarsi quanto è possibile alla perfezione di colui di cui fa le veci e rendersi sempre gradito a Dio con la santità della vita e delle opere".

Un esempio di imitazione di Cristo che viene proposto al clero è San Paolo, il quale non sarebbe vissuto "che per servire al Cristo, che per essere col Cristo".

 

 

 

    1. La vocazione
    2. Una costante, che caratterizza soprattutto gli anni Venti, sono le lamentele circa la scarsità di vocazioni sacerdotali, con le conseguenti proposte per risolvere il problema e ripopolare i seminari. La constatazione della scarsità del clero non compare comunque soltanto sulla Rivista del Clero Italiano, ma viene analizzata anche in altre riviste come, ad esempio, Vita e Pensiero.

      Tale carenza di nuove vocazioni assumerebbe inoltre una gravità ancor maggiore in considerazione del fatto che il clero contemporaneo verrebbe ormai chiamato a svolgere mansioni molto più diversificate rispetto soltanto a pochi decenni prima e sempre più assidue, in considerazione dell’intensificazione delle pratiche religiose presso i fedeli (come nel caso, ad esempio, della diffusione della pratica della comunione frequente e della predicazione nonché del nuovo campo di apostolato costituito dall’Azione cattolica)

      Le cause vengono ravvisate principalmente nel fatto che la cultura moderna avrebbe causato un affievolirsi generale dello spirito religioso a livello popolare e la famiglia stessa non funzionerebbe più come ambiente adatto al sorgere delle vocazioni. Altra causa concomitante sarebbe costituito dal "minor credito" in cui sarebbe tenuto il clero per le sue disagiate condizioni economiche.

      Al clero non resta che intercedere l’aiuto divino tramite la preghiera. Si ribadisce comunque la necessità di agire su quella che viene reputata la causa prima di tale situazione, ovvero di cercare di migliorare le condizioni morali della società, certi che in tal caso le vocazioni non potranno mancare:

      "Certamente le tristi condizioni, che oggi lamentiamo nel reclutamento ecclesiastico, miglioreranno allora quando le condizioni generali della fede e della vita cristiana saranno migliori. E’ quindi una cura generale dell’organismo che soprattutto necessita. Riformiamo la società e gli individui, ricreiamo le coscienze ed i caratteri, ed i nostri seminari torneranno ad affollarsi di aspiranti al sacerdozio".

      I sacerdoti dovrebbero cercare di diffondere fra il popolo la cognizione della grandezza del sacerdozio cattolico utilizzando gli strumenti a loro disposizione quale, ad esempio, la predicazione.

      Un altro obiettivo che il clero dovrebbe perseguire sarebbe anche quello del miglioramento delle sue condizioni economiche, anche in considerazione del fatto che la visione di un clero che vive "quasi mendicando" non può certamente invogliare i giovani verso la strada del sacerdozio. Sarebbe parimenti dovere di sacerdoti e laici sostenere anche finanziariamente i chierici seminaristi ed i seminari medesimi. D’altronde, si afferma con forza, che con l’ordinazione non viene a cessare il vincolo che lega il sacerdote al seminario; dovrebbe sussistere, anzi, un obbligo di gratitudine verso il luogo della propria formazione, gratitudine che si dovrebbe esplicitare in un’attenzione particolare nei confronti dei bisogni del seminario e soprattutto in un impegno attivo per il fiorire di nuove ordinazioni. Ciò dovrebbe avvenire anche perché il prete, come capita a tutti gli esseri viventi, ha il dovere di garantire la sopravvivenza (spirituale) del sacerdozio stesso.

      Ed il ruolo che il clero dovrebbe rivestire nell’ambito del reclutamento sacerdotale viene spesso affrontato negli articoli della Rivista del Clero Italiano.

      In particolare bisogna che il prete agisca con prudenza nell’ambito dei giovani, per fare in modo "che sentano la nobiltà, la grandezza, la bellezza della vita sacerdotale e soprattutto la vedano nell’atto massimo della azione sacerdotale: la Messa. Tutto questo ha valore per creare una atmosfera nella quale la vocazione sorge, si forma, si sviluppa".

      Il sacerdote dovrebbe inoltre saper riconoscere nel giovane le attitudini necessarie e cogliere il momento opportuno per formulargli la proposta di entrare in seminario.

      Questo compito dovrebbe coinvolgere in particolar modo dai parroci per i quali il problema delle vocazioni dovrebbe essere sentito come uno dei compiti più importanti del ministero.

      Soprattutto si insiste sul rapporto diretto che esisterebbe l’esempio dei sacerdoti ed il numero delle vocazioni:

      "La esperienza constata come la presenza di un prete di spirito in un paese di solito venga tosto circondata da una bella fioritura di vocazioni. […] in linea di massima si può dire che da parrocchie e da preti di spirito sorgono luminose e numerose vocazioni".

      Un dibattito che aveva interessato il mondo cattolico i primi decenni del Novecento riguardava l’analisi dei segni atti ad identificare inequivocabilmente l’esistenza della vocazione nel candidato al sacerdozio. In particolare il contendere concerneva il ruolo del vescovo, ovvero il fatto se egli dovesse semplicemente sanzionare passivamente una scoperta effettuata da altri soggetti (in particolare il direttore nell’ambito del seminario) della chiamata al sacerdozio del candidato.

      Tale tesi era stata formulata in particolare in ambito francese e sviluppata, fra l’altro, da un volume di Louis Branchereau, De la vocation sacerdotale, del 1896 che era stato fortemente attaccato da un testo di Joseph Lahitton, La vocation sacerdotale. Traité theorique et pratique, pubblicato nel 1909; il Lahitton affermava, fra l’altro, che la dottrina tradizionale della Chiesa non era quella dell’attrattiva interiore, ma la chiamata della Chiesa che si manifestava attraverso la chiamata del vescovo.

      Ovviamente questa tesi, sostenuta anche attraverso un’analisi non sempre obbiettiva delle fonti, era sicuramente più funzionale alle preoccupazioni di Pio X che, in piena campagna antimodernista, si sforzava di ridare ai vescovi un ruolo di controllo nell’ambito di un rinnovato rispetto per la gerarchia. Fu così che si giunse alla creazione di una Commissione cardinalizia per risolvere la questione, commissione che nel 1912 accoglieva pienamente le affermazioni del Lahitton. Restava comunque aperta la questione se fosse il vescovo (o un suo rappresentante) a creare nel soggetto la vocazione o se il soggetto, al momento della chiamata, il soggetto avesse già un’attrazione per il sacerdozio. L’analisi degli anni successivi porterà comunque ad una sintesi fra i due elementi.

      Per quanto riguarda l’ambito della Rivista del Clero Italiano, dobbiamo notare che, curiosamente, una delle cause dell’insufficienza delle vocazioni viene attribuita proprio all’ignoranza del clero nei confronti delle disposizioni stabilite dalla Commissione cardinalizia del 1912 e che cambiavano i criteri di reclutamento sacerdotali in uso in precedenza:

      "Avanti il 1° luglio 1912 […] era in uso presso molti sacerdoti il ritenere che la vocazione sacerdotale si rivela solo mediante segni della divina volontà. I sacerdoti di quel tempo stavano accanto, meglio dietro alle anime, senza osare nemmeno di porre il quesito; aspettavano con pazienza nella preghiera che il segno dello spirito santo si manifestasse. Costoro si sono lasciati sfuggire delle vocazioni meravigliose per non aver saputo a tempo opportuno fare un invito".

      Secondo le disposizioni volute da Pio X la vocazione, per rivelarsi, non ha bisogno di fatti straordinari, ma semplicemente mediante "la intenzione retta e le attitudini necessarie"; per questo motivo il compito dei sacerdoti risulterebbe facilitato, dato che è possibile fare l’invito sacerdotale ai giovani che dimostrino le "attitudini necessarie".

      Si ribadisce comunque il diritto esclusivo del vescovo di giudicare l’idoneità degli aspiranti al sacerdozio e la sua valutazione si dovrebbe formare mediante la sorveglianza sui seminari (il rettore è, si ribadisce, solo un rappresentante del vescovo) ed altri sistemi di indagine; egli sarebbe anzi "giudice inappellabile" conformemente al Tridentino e rappresentante effettivo di Dio.

      Non mancano comunque le voci più prudenti circa il ruolo del vescovo, come quella di Giorgio Gusmini (1855-1921), arcivescovo di Bologna:

      "E’ vero che oggi vi è una scuola che sostiene essere la vocazione vera e sicura la chiamata o l’elezione del Vescovo; ma noi non osiamo metterci nelle file di essa. Giacché, se la chiamata del Vescovo è argomento gravissimo e giuridicamente sicuro, per far presumere anche quella di Dio, non ci pare però che ad essa tutto si possa e si debba ridurre il grande mistero della vocazione sacerdotale".

    3. Il celibato
    4. Le ragioni addotte per il celibato ecclesiastico, e che vengono spesso ripetute in ambito predicativo, sono diverse. La castità sacerdotale viene intravista come esempio ed insegnamento in un mondo dominato dalle passioni: "la predica più bella di un prete è la sua verginità". Vi sarebbe inoltre una convenienza al celibato, inerente allo stesso ministero:

      "Il sacerdote deve consacrare. Le labbra che pronunciano le parole della consacrazione non devono baciare se non un Dio avvolto nei veli bianchi; il cuore di un prete dev’essere tutto del Signore […]. Il sacerdote deve assolvere: un marito e padre che entra nel tribunale di penitenza e deve ricevere le confidenze più intime della fanciulla, della sposa, dello sposo e via dicendo è qualcosa di ripugnante. Pensate al caso di un giovane sacerdote, che va in una parrocchia: se non vi fosse la legge del celibato e quel sacerdote potesse scegliersi una sposa, concepireste voi le fanciulle che si recassero a confessarsi da lui? Non aggiungiamo altre ragioni: la bellezza di una schiera di anime verginali, che ogni dì con l’ufficio divino innalza al cielo la preghiera più pura; la convenienza che nel suo ministero il sacerdote rinunzi ai figli della carne, per avere numerosi figli dello spirito; la libertà spirituale e completa del prete celibe ecc."

      Il prete, si afferma, deve essere apostolo e, di conseguenza, tendere alla santità, escludendo così qualsiasi attrazione verso il matrimonio; la tensione apostolica deve tendere alla comunità ed il sacerdote essere semplicemente "il padre di molte anime"

      Fra le giustificazioni storiche si afferma che il celibato ecclesiastico era in uso già nelle prime comunità cristiane, ben prima che diventasse legge ecclesiastica nel IV secolo. D’altro canto lo stesso Gesù proclamò beati i puri di cuore e predilesse l’apostolo Giovanni.

      La possibilità di prender moglie viene sì praticata dai sacerdoti ortodossi, "quantunque i risultati siano poco brillanti", ma si fa presente, anche, che il clero di quella chiesa separata sarebbe "rozzo, ignorante, senza dignità e privo d’influenza sulle classi superiori".

      Dal punto di vista scritturale si citano S. Paolo (Fil II,15, Col I, 22 e 2Cor. VI, 3), i Padri, i decreti sinodali ed altro materiale eterogeneo, il cui contenuto, si limita genericamente all’invito alla castità per convenienza del ministero e per dovere di santità, ed alla prudenza nei rapporti con le donne.

      La cautela viene raccomandata in particolar modo (oltre che ai seminaristi ed ai preti giovani, come abbiamo visto più sopra) a quei sacerdoti che si trovino, per necessità di apostolato, a dover trattare continuativamente con elementi di sesso femminile. E’ il caso soprattutto degli assistenti ecclesiastici delle associazioni cattoliche femminili, con particolare riguardo alla G.F.C.I. (Gioventù Femminile Cattolica Italiana), associazione che trova una particolare ospitalità nei fascicoli della Rivista del Clero Italiano.

      E’ per questo motivo, ad esempio che si preferisce che l’assistente ecclesiastico, pur dovendosi occupare, e con competenza, della scuola di canto, è preferibile non sia il maestro di canto "per motivi di indole morale facilmente intelliggibili" e cerchi invece di farsi sostituire da qualche donna, laica o religiosa; oppure si raccomanda di ascoltare le giovani con la porta aperta, in maniera tale da essere visto dalle altre, e così via.

       

       

    5. La formazione seminariale
    6.  

      L’inizio delle pubblicazioni della Rivista del Clero Italiano segue di circa un decennio la riforma dei seminari attuata da Pio X. Le nuove norme determinarono un effettivo miglioramento nella qualità degli studi realizzando un percorso formativo almeno parzialmente comune a tutti i seminari e indipendente dalle scelte dei singoli docenti. Tuttavia la lotta antimodernista attuata dallo stesso pontefice, causò effetti deleteri nello stesso ambito seminariale. Infatti, a contrasto con la realtà dinamica rappresentata dalle scienze e dalla realtà storica, la cultura imposta ai seminaristi ha un carattere decisamente statico, incentrandosi sui concetti di verità immutabile, soprattutto in campo dogmatico e morale, e di rispetto acritico della gerarchia. In effetti il miglioramento qualitativo degli studi implicava anche uno stretto controllo sull’attività dei seminaristi; controllo che si esplicava anche nei confronti dei rapporti con il mondo, che venivano considerati come pericolosi e quindi da evitare o da circondare di mille cautele.

      E’ stato notato che l’enciclica Pascendi (1907) rappresenta una sorta di spartiacque anche nella formazione sacerdotale; infatti, alla maggior apertura intellettuale ed al più spiccato spirito critico dei sacerdoti formatisi prima di tale data, fa riscontro la maggior diffidenza verso le novità e le letture, la maggior tendenza all’ossequio formale verso l’autorità dei sacerdoti più giovani.

      Anche Pio XI dimostrò da subito un’attenzione particolare nei confronti dei seminari e dei problemi concernenti la vocazione sacerdotale. Un segno tangibile di questa sua preoccupazione, ad esempio, è rappresentato dal fatto che nel 1937, alla morte del prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università, egli assuma direttamente la carica; ricordiamo inoltre che esigerà personalmente l’inserimento di articoli specifici sui seminari nei numerosi concordati da lui conclusi. Molti sono i riferimenti nei suoi discorsi sull’importanza della formazione dei sacerdoti tali temi ritornano anche nelle sue encicliche, come la Ad catholici sacerdotii (2 dicembre 1935) e Firmissimam constantiam (28 marzo 1937).

      Un particolare impegno di papa Ratti riguarda il miglioramento del cursus di studi seminariale, sancito in particolare dalla costituzione apostolica Deus scientiarum Dominus del 24 maggio 1931. Sotto il suo pontificato verranno gradualmente introdotti gli insegnamenti di catechesi, di teologia pastorale, e lo studio della storia e della dottrina dell’Azione Cattolica.

      La Rivista del Clero Italiano dimostra chiaramente di apprezzare gli sforzi del pontefice in tal senso ma nel contempo, soprattutto nei primi anni Venti, non lesina le critiche circa l’insufficiente preparazione fornita dai seminari.

      Si lamenta, ad esempio, il fatto che troppo pochi seminari non hanno una cattedra di Teologia pastorale oppure, se esiste, l’hanno riunita a quella di Teologia morale, rendendola di fatto inesistente. Questa mancanza sarebbe una delle più fatali per il clero poiché, si rileva, molti sacerdoti uscirebbero in tal modo senza aver acquisito un adeguato spirito pastorale con effetti disastrosi sulla stessa vita pastorale delle parrocchie che verrebbero in tal modo "governate, ma non pascolate"; tale situazione si ripercuoterebbe negativamente, inoltre, anche nell’ambito vocazionale (una costante che ritroviamo nelle pagine della Rivista è d’altronde l’accusa, rivolta ad una certa categoria di sacerdoti, di essere causa, colpa la povertà della loro vita spirituale e della conseguente mancanza di buon esempio, della scarsezza di vocazioni).

      Già nel 1921 si propone l’istituzione di una vera e propria scuola di pastorale che sia rivolta a fornire i mezzi per il governo della parrocchia, intesa sia come comunità dei fedeli, sia come istituzione, trattando quindi, oltre che di norme pratiche per la vita liturgica, sacramentale o per la predicazione, anche di tutte quelle cognizioni di carattere giuridico e finanziario per la gestione materiale della struttura parrocchiale.

      All’insegnamento della Teologia pastorale viene attribuita una notevole importanza e centralità, tanto da affermare, in definitiva, che tutte le discipline teologiche e sacerdotali rivestirebbero un carattere di propedeuticità rispetto ad essa. Per la sua rilevanza, inoltre, se ne consiglia l’insegnamento solo a maestri dotati di esperienza e prudenza.

      Un problema particolare che viene inoltre sollevato, è quello della preparazione del clero nei confronti dell’Azione cattolica, che già Pio XI aveva definito nell’enciclica Ubi Arcano Dei del 23 dicembre 1922 come appartenente "ormai innegabilmente all’ufficio pastorale e alla vita cristiana". Ancora nel 1927 si constata comunque l’inconsistenza della formazione specifica in ambito seminariale al riguardo; si tratterebbe anzi di una deficienza di una notevole gravità essendo in palese contrasto con gli inviti pontifici per un impegno deciso del clero in questo campo. Il ruolo del seminario sarebbe anzi decisivo al riguardo perché:

      "L’esperienza ci conferma che dai Seminari i sacerdoti escono digiuni d’ogni idea d’Azione Cattolica, difficilmente poi si danno nella vita a questo apostolato. Se il Seminario non avrà fatto il sacerdote almeno milite, egli in genere rimarrà eterno quietista".

      Dobbiamo comunque constatare come ancora nella seconda metà degli anni Trenta si parli di insufficienza della formazione fornita dal seminario; così, ad esempio, si afferma la necessità di eliminare dal programma seminariale "qualche superfluità" per far posto a dei corsi di pedagogia, reputata più utile soprattutto per i confessori; oppure che il tipo di formazione, prevalentemente "ricettivo" del seminario, faccia sì che il clero non sia più abituato ad un lavoro di preparazione personale di un certo impegno.

       

       

       

       

    7. Preghiera, meditazione, ascetica
    8.  

      1. Preghiera e meditazione
      2. Nonostante alcuni riferimenti sporadici, l’argomento viene affrontato dalla Rivista del Clero Italiano in particolar modo nel corso degli anni Trenta; l’annata 1933, ad esempio, viene dedicata in gran parte alla pietà sacerdotale con fascicoli dedicati espressamente a temi quali la meditazione, il breviario, la preghiera, etc.

        Lo stesso pontefice Pio XI lancerà accorati richiami alla pietà sacerdotale ed al dovere della preghiera nell’enciclica Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935. La pietà sarebbe fondamentale per il "retto servizio del ministero sacerdotale " evitando di svolgerlo con superficialità. Inoltre, afferma Pio XI, la preghiera e la meditazione avrebbero la funzione di "ravvivare la grazia di Dio" e ciò varrebbe anche "per chi è entrato "nell’eredità del Signore" non per la via diritta della vera vocazione, ma per fini terreni o meno nobili".

        Secondo la Rivista del Clero Italiano la pietà dovrebbe essere in primo luogo "basata sul dogma" e in second’ordine "pervadere tutta la vita" dell’individuo. Questi due elementi avrebbero anzi contraddistinto i primordi del cristianesimo. Successivamente il Rinascimento prima e soprattutto la Riforma protestante in seguito avrebbero avuto la grave responsabilità da un lato di banalizzare la pietà, che si ridusse a mera esteriorità, e a scinderla dal dogma in nome di un’esteriorità che divenne esclusivamente umana.

        Non sorprende quindi, in tale contesto, che il recupero di una forma di pietà religiosa considerata come caratteristica degli albori del cristianesimo, venga definita espressamente dalla Rivista del Clero Italiano come la questione "più importante che esiste nel nostro campo" e venga inserito nel più generale contesto di reazione contro gli errori portati dal mondo moderno (anche se in questo caso si trattava di deviazioni portate in campo spirituale da fenomeni che prendono volta volta il nome di quietismo, giansenismo, americanismo, etc). Né è meno significativo notare che, trattando dei centri di rinnovamento della pietà, si faccia riferimento in primo luogo a Paray-le-Monial, Ars, Lourdes e Lisieux.

        Che la preghiera sia per il clero un elemento di fondamentale importanza verrebbe testimoniato, fra l’altro, dal fatto che alcuni modelli sacerdotali, citati spesso per la loro attività (come ad esempio Giovanni Bosco e Giuseppe Cafasso), in realtà, si afferma, dedicavano un quantitativo notevole del loro tempo quotidiano all’orazione. La preghiera viene infatti definita espressamente come "potente accumulatore di spirituali energie".

        Al contrario di questi esempi, i sacerdoti contemporanei, anche per la riduzione del numero delle vocazioni e per l’aumentato numero di mansioni ("da uscire al tarda sera colle forze stremate ed il capo stordito") si trovano spesso nelle condizioni di ridurre al minimo lo spazio da dedicare alla meditazione, con la conseguenza che le pratiche di pietà cadono spesso in disuso:

        "Ora tutto ciò è esiziale ai frutti del nostro ministero. Ce lo dichiara apertamente il Maestro: sine me nihil potestis facere. Se l’unione coll’Autore della grazia è indispensabile per l’efficacia della nostra operosità, e se il compito di cementar l’unione con Dio spetta alla pietà, è chiaro che quella è condannata a diventar sterile e dannosa, qualora non sia fecondata da una pietà soda e fervente".

        E’ anche per questo motivo e per evitare questo genere di pericoli alla vita spirituale dei sacerdoti che la Rivista del Clero Italiano raccomanda caldamente la recita del breviario o "ufficio divino". Ciò anche per le sue caratteristiche che lo porterebbero ad essere una "espressione spontanea e naturale della vita religiosa cristiana. I suoi elementi essenziali sono infatti: l’essere preghiera pubblica della Chiesa, l’essere distribuita nel corso della giornata cosi da santificarla interamente, ed il seguire che esso fa il corso liturgico dell’anno in modo da essere quasi come un accompagnamento della S. Messa".

        Diversi sono i riferimenti circa l’importanza fondamentale del breviario nella vita sacerdotale. Affermazioni come "l’ufficio divino è la preghiera sacerdotale" oppure "senza il breviario, il sacerdote è una dignità sfregiata" sono tutt’altro che rari. Si pone soprattutto l’accento sulla preferenza dimostrata dai santi (come, ad esempio, S. Bonaventura, S. Agostino, S. Ignazio di Loyola, S. Carlo Borromeo, etc) per l’ufficio divino.

        Se ne consiglia inoltre l’uso, come libro di devozione, anche ai laici.

        Ogni sacerdote dovrebbe comunque dedicare una parte della sua giornata alla meditazione o orazione (i due termini vengono identificati) dato che essa rappresenta "l’esercizio spirituale per eccellenza, col quale l’anima si pone a contatto con Dio" e che il prete dev’essere soprattutto "l’uomo di Dio e dell’orazione". Tale impegno dovrebbe essere perseguito anche perché, si nota, i sacerdoti più santi vissero soprattutto di meditazione.

        Si consiglia comunque l’utilizzo di qualche manuale di meditazione "che illumina e conduce l’anima meditante nell’hortus conclusus della dottrina cattolica, sia dogmatica, sia morale", oltre che la Bibbia ed i testi patristici. Esempi di meditazione che vengono citati sono Don Bosco, Alfonso de’ Liguori, Filippo Neri, il beato Bellarmino, etc; soprattutto emerge, come modello nell’ambito sacerdotale, la figura del Curato d’Ars.

         

         

      3. Gli esercizi spirituali
      4. L’obbligo dei sacerdoti di partecipare agli esercizi spirituali era già, fra l’altro, sancito dal can. 126 del codice canonico, il quale prescriveva di parteciparvi almeno ogni tre anni in una casa religiosa. Pio XI, del cui operato d’altronde la Rivista del Clero Italiano si è fatta sostenitrice e divulgatrice, si è notevolmente impegnato per la diffusione di questa pratica fra il clero, dedicando all’argomento anche l’enciclica Mens nostra del 20 dicembre 1929. In essa egli ravvisa l’origine degli esercizi spirituali addirittura nel periodo di quaranta giorni vissuti da Gesù nel deserto, nel quale si preparò alla sua attività di predicazione.

        In particolare per i sacerdoti gli esercizi spirituali "sono per loro come un mistico "albero della vita" (Gn. 2,9), valendosi del quale […] conserveranno sempre vigoroso e vivace il primitivo spirito della loro vocazione".

        Il metodo auspicato dal pontefice è quello ignaziano che viene definito come particolarmente "sapiente e pratico", oltre che vantare un’esperienza ormai plurisecolare

        Lo stesso pontefice, nell’enciclica Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935 raccomanderà in seguito anche i ritiri mensili, ovvero "un giorno per consacrarlo ad una più fervida orazione, a un maggior raccoglimento, come hanno sempre usato i più zelanti sacerdoti".

        E puntualmente anche la Rivista del Clero Italiano si fa paladina della necessità dei ritiri spirituali per il clero e del metodo ignaziano. D’altronde già nel 1921 essa affermava che tale pratica non solo giovava ai sacerdoti, ma sarebbe stata anzi loro necessaria per il raggiungimento della propria e dell’altrui santificazione. La causa di eventuali insuccessi deriverebbe, oltre che dal mancato impegno, dalla mancata osservanza scrupolosa del metodo ignaziano. Essa andrebbe all’opposto seguito integralmente, senza tralasciare nessuno di quegli esercizi che caratterizzano il metodo che viene definito come "un complesso, un sistema ben coordinato di operazioni dello spirito, che si prefigge di regolare saggiamente la vita, in conformità al volere di Dio".

        Nel 1929 si rileva comunque l’esistenza di una notevole ignoranza circa il metodo ignaziano, dovuta, si afferma, soprattutto al fatto che l’opera di S. Ignazio sarebbe molto poco conosciuta nel testo originale al di fuori della Compagnia di Gesù. E’ per questo motivo che la Rivista del Clero Italiano dà un certo risalto alla traduzione, effettuata da Pio Bondioli (che è anche collaboratore della rivista) degli Esercizi Spirituali di S. Ignazio, opera "destinata al Clero, ai direttori e maestri di Esercizi e Ritiri, ai predicatori di missioni, ai quaresimalisti, a quanti insomma si occupano di coscienze".

        Molti sarebbero inoltre i pregiudizi diffusi nel clero sul metodo ignaziano che andrebbero sfatati, quale, ad esempio, l’opinione che esso sarebbe quasi un tentativo di "meccanizzare la santità", considerando, di conseguenza, la bontà come conseguenza inevitabile della corretta frequentazione degli esercizi. In realtà, si osserva, essi lascerebbero una larga autonomia al singolo, essendo l’"anima" del metodo di S. Ignazio riposta nell’"attivismo dell’esercitando". Questo fatto non verrebbe compreso adeguatamente invece dai sacerdoti, con il risultato che "non di raro gli Esercizi non presentano lo spettacolo dell’attivismo, ma della passività più tranquilla, che si trova in antitesi stridente con la stessa origine della pratica provvidenziale".

        Capita inoltre di trovare nelle pagine della rivista raccomandazioni ai sacerdoti affinché si impegnino anche a partecipare, oltre che ai ritiri spirituali, d’altronde obbligatori nei limiti del canone 126, anche ai ritiri mensili che vengono definiti come non meno importanti e utili, soprattutto in un periodo caratterizzato da un’iperattività sacerdotale, nel confronti della quale, essi rappresenterebbero una specie di "riposo spirituale".

      5. La santità personale
      6. Per questo, come per altri argomenti compresi nel presente capitolo, l’enciclica Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935 rappresenta una sorta di spartiacque, costituendo il periodo successivo, in un certo senso, uno sforzo di volgarizzazione e di approfondimento del documento pontificio. Dobbiamo comunque aggiungere che in generale vi è, nell’ambito della Rivista, una maggiore sensibilità nei confronti degli aspetti strettamente spirituali del sacerdozio nel corso degli anni Trenta.

        Per quanto riguarda l’aspetto particolare della santità sacerdotale, dopo alcuni riferimenti sporadici e generalmente poco significativi (che si limitano di solito a proporre esempi di santi da imitare), notiamo che, anche nel clima seguente all’enciclica Miserentissimus Redemptor dell’8 maggio 1928 incentrata sul dovere di riparazione al Sacro Cuore (vedi anche quanto esposto a pag. * e segg.), la stessa immagine della santità sacerdotale tende ad essere identificata con il suo spirito di sacrificio, tanto da parlare espressamente di "sacerdote-ostia".

        E proprio alla Miserentissimus Redemptor la Rivista del Clero Italiano dedica un articolo nel luglio 1928 che è un vero e proprio appello al clero affinché, in nome della somiglianza del sacerdote a Cristo, "Vittima perfetta" e "Riparatore inarrivabile", contribuisca alla restaurazione morale del mondo attraverso il sacrificio personale:

        "Beato il sacerdote, che vive soffrendo, soffre amando e si prepara a godere in morte dei conforti di una vita sacerdotalmente riparatrice. Ma ricordiamoci: che l’amor proprio, l’egoismo è il grande ostacolo alla Riparazione; la santità personale è la condizione di essa: anzi è già Riparazione".

        Tali temi continueranno ad essere riproposti anche negli anni seguenti, con una particolare accentuazione nel 1933, centenario della morte di Gesù e dell’istituzione del sacerdozio, nel corso del quale si insiste soprattutto sulla necessità di imitare Cristo nelle sofferenze, per far fruttificare pienamente il suo sacrificio. Tale dovere verrebbe giustificato dal punto di vista teologico dalla comune appartenenza al Corpo mistico: in tale contesto, si afferma, la vita dei singoli membri non può essere distinta da quella del capo.

        Non desta sorpresa quindi riscontrare come, in questo periodo, le figure dei santi vengano valorizzate soprattutto in funzione della loro capacità di conformarsi al modello rappresentato dalla Passione di Cristo e che fra le pratiche di pietà consigliate emerga con particolare evidenza quella della Via Crucis. Coerentemente con un’impostazione di fondo secondo la quale si privilegia una devozione, anche laicale, fortemente incentrata sulla necessità del sacrificio come espiazione per i peccati del mondo, al sacerdote viene visto anche come una sorta di apostolo della sofferenza:

        "[…] il Sacerdote non deve solo, per amore del suo Crocifisso Signore portare la sua croce, cioè "saper soffrire"; ma deve essere, anche in questo, maestro ai fedeli e insegnare loro il modo con cui essi debbono portare, con pace e con frutto, la croce, ossia come debbono a loro volta "saper soffrire"".

        Il 1936 rappresenta, come abbiamo già accennato, un anno in cui la Rivista del Clero Italiano esplica un particolare impegno nella divulgazione dei contenuti della Ad catholici sacerdotii che viene definita come "un codice riassuntivo, della massima praticità, intorno al dovere ed ai mezzi della nostra santificazione". L’annata viene espressamente dedicata alla santità sacerdotale che costituirebbe un "dovere fondamentale della vita sacerdotale".

        Ricordiamo comunque, aprendo una breve parentesi, che tale obbligo era già stato sancito giuridicamente dal can. 124 del Codice canonico che affermava, fra l’altro, che "i chierici devono condurre una vita internamente ed esternamente più santa che i laici ed essere loro di preclaro esempio nella virtù e nell’agire rettamente".

        Dobbiamo tuttavia notare che, nell’ambito dei vari aspetti che contraddistinguerebbero la santità del prete quale emerge dalla Ad catholici sacerdotii, ve ne sono alcuni che vengono evidenziati con maggior forza rispetto ad altri.

        Ci riferiamo in particolare all’obbedienza che, secondo l’enciclica di Pio XI, dovrebbe permeare l’attività sacerdotale ossequientemente all’esempio di Cristo, sempre "sottomesso alla volontà del padre". Non deve comunque sorprendere il fatto che tale accezione venga valorizzata con particolare enfasi in un periodo in cui la gerarchia si impegna in un’opera di generale centralizzazione delle sue strutture (testimoniato, fra l’altro, precedentemente dalla riforma dell’Azione cattolica e dal mancato appoggio al Partito Popolare di Sturzo, reputato troppo autonomo, per favorire un rapporto più diretto con il regime).

        A noi interessa comunque qui rilevare, fra le altre considerazioni, il fatto che l’ubbidienza venga considerata, nell’ambito della Rivista, oltre che come collante fondamentale di una struttura ecclesiastica debitamente disciplinata, anche come un mezzo per realizzare l’ideale di perfezione della vita religiosa nell’ambito sacerdotale, similmente a Cristo "ubbidiente fino alla morte". Né è meno significativo il fatto che l’ubbidienza venga considerata anche come una componente fondamentale (se non addirittura la principale) dell’Azione cattolica, la quale viene spesso definita, infatti, in termini decisamente militaristi e della quale i sacerdoti dovrebbero rappresentare gli "alti ufficiali".

        Ovviamente il problema della santificazione del clero abbraccia un po’ tutti gli aspetti della vita sacerdotale la quale dovrebbe cercare di innanzi tutto di riprodurre, anche nei più infimi dettagli, il modello rappresentato da Gesù. Sui vari altri aspetti della santità del clero, quali la castità, l’orazione, l’imitazione di Cristo, etc, abbiamo già parlato o ci accingiamo a farlo nei vari paragrafi di questo capitolo e ad essi, di conseguenza, rimandiamo.

         

         

      7. La devozione alla Vergine

      Il tema della devozione mariana è stato, indubbiamente, molto sentito dal gruppo gemelliano e dalla stessa Rivista del Clero Italiano. La stessa Rivista si farà sostenitrice fra l’altro, nel 1932, della richiesta di riconoscimento del dogma della mediazione universale di Maria, nei confronti di Pio XI, dedicando addirittura all’argomento un fascicolo.

      Non sorprende quindi trovare sulle pagine della Rivista affermazioni finalizzate ad inculcare nei lettori la consapevolezza della centralità della devozione mariana per la vita spirituale del clero. Si afferma di conseguenza, esplicitamente, che "invano anche oggi i sacerdoti s’affaticano a diffondere il regno di Dio e la regalità di Cristo, se non diffondono il regno di Maria e la sua materna regalità" oppure che un sacerdote senza amore per la Vergine "sarebbe un mostro, un controsenso: sarebbe un Gesù Cristo che non ama sua Madre Maria".

      Anche nel caso dei riferimenti alla devozione mariana dobbiamo comunque osservare che, al di là di pochi riferimenti sporadici, circoscritti più che altro nell’ambito occasionale del mese di maggio, dedicato tradizionalmente alla Madonna, il materiale di un certo interesse si concentra quasi esclusivamente negli anni Trenta.

      Si sottolinea con enfasi, in questo periodo, l’esistenza di un rapporto privilegiato fra il sacerdote e la Vergine; infatti, pur essendo madre di tutta l’umanità, essa lo sarebbe in modo particolare dei sacerdoti. La giustificazione di tale preferenza viene ravvisata nel fatto che il ministro divino sarebbe, in un certo senso, il custode odierno di suo figlio presente nel tabernacolo ed il perpetuatore del suo sacrificio. Si vuole ravvisare inoltre, non senza una certa forzatura, nella figura di Giovanni, discepolo prediletto da Gesù che dalla croce affida alle cure di Maria e viceversa, la raffigurazione simbolica del sacerdote. Da questo fatto deriverebbe la particolare intimità del sacerdote nei confronti della Vergine:

      "Siamo dunque Sacerdoti di Maria, ed Essa abbia, come già nel cuore di Giovanni, meglio ancora che nella sua casa, un posto privilegiato: essere sacerdoti di Maria significa, sull’esempio di Gesù offrire il nostro Sacerdozio alla Vergine, per esercitarlo in unione con Lei e sotto la sua influenza; significa consacrare, con S. Giovanni, la nostra vita di sacerdoti al servizio della Madre di Dio, cercare nei nostri poteri di sacrificatori, nel ministero della parola e nell’esercizio del gran dovere della preghiera, i mezzi per propagare il suo culto e difendere i suoi interessi. Noi dobbiamo essere i suoi apostoli, i suoi confessori e, se ci fosse bisogno, anche i suoi martiri.

      E per essere davvero apostoli, confessori e martiri della devozione a Maria non abbiamo altro che ispirarci agli esempi preclari di Giovanni".

      Da quanto fin qui emerso, si giustifica anche il particolare peso che dovrebbe avere la figura di Maria nell’ambito della predicazione, tanto da rilevare espressamente che tale è stata la caratteristica saliente del sacerdote esemplare; infatti "[…] non c’è santo prete […] che non abbia lasciato qualche scritto o qualche pensiero luminoso su Maria Santissima, buona Madre".

      Similmente si affermerà anche che la stessa attività del sacerdote, conformemente agli esempi forniti dai santi, con particolare riguardo al Curato d’Ars, dovrebbe incentrarsi sulla Madonna:

      "Così sogniamo la giornata del sacerdote. Dal primo slancio di amore e di offerta del mattino fino alla sera quando posiamo il nostro capo stanco sulle ginocchia materne di Maria, sempre con lo sguardo fisso su di Lei, in modo che tutto il, fatiche, gioie e dolori sia profumato della sua virtù e del suo sorriso".

      Un particolare tipo di devozione, connesso tipicamente alla devozione mariane e che trova uno spazio decisamente rilevante nell’ambito della Rivista, è quello del rosario.

      Lo stesso Pio XI dedicherà un’enciclica espressamente all’argomento (la Ingraviscentibus malis del 29 settembre 1937) nella quale non si nascondeva la funzione anche politica del rosario, avente la funzione, fra l’altro, di chiedere l’intervento celeste contro i nemici della fede, ravvisati soprattutto nei comunisti, paragonati significativamente alla "terribile setta degli Albigesi". Comunque, sempre secondo il documento pontificio, la funzione principale della devozione sarebbe quella di ravvivare nei fedeli la pratica delle virtù evangeliche. Il pontefice raccomanda inoltre caldamente ai sacerdoti la diffusione di questa pratica.

      In realtà la Rivista del Clero Italiano si era già da alcuni anni impegnata per la diffusione della devozione, dedicando all’argomento anche un fascicolo speciale nell’ottobre 1933. In particolare si pone l’accento sul fatto che la recita del rosario fosse stata una prerogativa dei santi, soprattutto se sacerdoti. I nomi che vengono citati a riprova di questa affermazione sono il Curato d’Ars, don Giovanni Bosco, Alfonso de’ Liguori, Francesco di Sales, etc.

      Nel periodo seguente l’enciclica Ingraviscentibus malis, l’accento viene posto in particolar modo sulle metodologie di diffusione della pratica, soprattutto nell’ambito dell’Azione cattolica e della famiglia; nei confronti di quest’ultima in particolare il rosario viene visto come una specie di baluardo contro i pericoli derivanti dal mondo moderno.

       

       

       

    9. La vita sacramentale e liturgica
    10. In questa sede intendiamo trattare in particolar modo delle caratteristiche, secondo quanto emerge da testi pubblicati nella Rivista, dovrebbero caratterizzare la vita sacramentale e la celebrazione della messa del sacerdote, facendo riferimento anche agli esempi proposti, derivati dalle figure dei santi.

      In questo caso, a differenza di quanto già rilevato per gli altri aspetti della vita spirituale del prete, dobbiamo rilevare la preminenza di scritti situati cronologicamente nel corso degli anni Venti. Constatiamo inoltre che la parte più rilevante del materiale si concentra attorno a due argomenti: la confessione e l’eucarestia.

      L’importanza attribuita al ruolo del confessore è fondamentale poiché egli completerebbe, in un certo senso, l’opera di redenzione di Cristo e sarebbe un dispensatore della grazia divina. Si capisce chiaramente quindi il motivo per cui molto spazio viene dedicato dalla Rivista all’analisi delle caratteristiche che dovrebbero contraddistinguere la figura del confessore, il quale, si afferma, dovrebbe avere in primo luogo le doti per valutare "l’importanza del suo officio".

      Il sacerdote, per svolgere il suo ruolo sacramentale, dovrebbe vivere immerso in una dimensione soprannaturale, il che implica di per sé un distacco da tutto quello "che non sia Dio o per Dio" nonché possedere una notevole purezza di cuore.

      Diversi sono inoltre gli articoli aventi lo scopo di ribadire che la delicatezza del suo compito presuppone una certa preparazione da parte del confessore. Si considera molto formativo, ad esempio, l’atteggiamento del prete quando si trova a rivestire a sua volta i panni del penitente. E da questo punto di vista la preparazione dei preti per la confessione dei propri peccati non sempre viene valutata come adeguata:

      "Ed è proprio questa preparazione che qualche volta ci manca. Finiamo con l’essere superficiali nell’esame, accontentandoci di uno sguardo affrettato e sommario; trascuriamo il dolore, sembrandoci che la qualità dei nostri peccati, non sia tale da impensierirci; lasciamo il proposito nelle nebbie dell’indeterminatezza; mentre l’accusa delle nostre colpe riproduce solo l’esattezza monotona di un fonografo. Allora nessuna meraviglia se le nostre confessioni, anche se siamo puntuali ogni settimana, non portino un deciso giovamento alla nostra vita spirituale e noi rimaniamo nei nostri stessi difetti".

      Si afferma inoltre che, per quanto riguarda i preti, "la categoria dei fedeli meno curata, meno assistita", la scelta del confessore molte volte si limiterebbe agli elementi più accomodanti, in nome di una certa tendenza al "lasciar vivere" che allignerebbe in mezzo al clero. Emerge in definitiva un quadro in cui la confusione dei ruoli fra confessore e penitente, genererebbe una sorta di reciproco imbarazzo, in quando si tratterebbe pur sempre di uno scambio di informazioni riservate fra colleghi.

      Ciò è tanto più significativo in quanto, si afferma, "il prete confessa come si confessa". Si ribadisce comunque l’opportunità che il sacerdote si confessi con frequenza (concetto d’altronde ribadito anche dal can. 152 del Codice di diritto canonico), anche in considerazione del fatto che per amministrare il sacramento della penitenza si richiede il suo "stato di grazia". D’altro canto, una delle caratteristiche attribuite ai santi, che vengono proposti come esempi, è quella di confessarsi con molto spesso.

      Si afferma inoltre che il sacerdote può esercitare un effettivo miglioramento della vita dei penitenti, visto che si attribuisce una maggiore incisività alle parole del confessore rispetto alla stessa predicazione, essendo più aderenti ai bisogni individuali. Compito del sacerdote è, come già detto, quello di cooperare all’"azione intima" di Dio sulle anime dei penitenti; la sua responsabilità si estenderebbe fino a "dover promuovere il perfezionamento dei penitenti". Per impetrare l’aiuto divino in questo compito, bisogna inoltre che il sacerdote acquisisca l’abitudine alla preghiera.

      Un altro aspetto che viene evidenziato è inoltre il notevole sacrificio che la pratica della confessione rappresenterebbe per il sacerdote. Si afferma inoltre a più riprese che la riprova più evidente dell’origine divina del sacramento della penitenza, contro i detrattori anticlericali secondo i quali esso sarebbe semplicemente "un’invenzione dei preti", sarebbero le sofferenze che esso causa al clero, soprattutto nel periodo pasquale:

      "Bisogna provare, come proviamo noi, a restar là inchiodati nel confessionale per parecchi giorni e per otto o nove ore consecutive, per capire tutta la fatuità dell’obbiezione. Si comincia prima dell’alba; si cerca di affrettarci più che sia possibile; ci sentiamo talvolta tristi, nauseati per una storia quasi identica di miserie umane, ripetute con la varietà di una cantilena o di un ritornello; si dà fra una confessione e l’altra una sbirciata furtiva alla fila che aspetta e che, invece di diminuire, sembra sempre aumentare; si diventa intontiti, quasi incretiniti, se la parola non fosse troppo rude".

      Uno stimolo importante, tuttavia, è rappresentato dall’esempio positivo dei santi:

      "Questi uomini prodigiosi vedevano nel confessionale il Calvario della loro Passione, un tratto non trascurabile della via regia Sanctae Crucis. Volevano il loro confessionale così disposto che guardasse il Tabernacolo".

      Si evidenzia inoltre il fatto che essi si confessassero sempre in maniera esemplare e con frequenza anche quotidiana. Prima di confessarsi, inoltre, essi pregavano. I santi vedevano nel penitente una specie di "figliuol prodigo" e si comportavano conseguentemente con dolcezza, pazienza e comprensione. Tale è il modello a cui dovrebbero, in definitiva, conformarsi i sacerdoti contemporanei. Non si afferma comunque che tale attenzione nei riguardi dei penitenti si risolvesse in un allungarsi dei tempi: si afferma invece esplicitamente che essi fossero anzi estremamente sbrigativi e si citano a riprova gli esempi di don Bosco e del beato Cafasso, di gran lunga considerati come modelli esemplari di confessori, i quali non per questo trascurarono "la direzione delle anime". La brevità della confessione viene anzi considerata come prima dote del buon confessore, brevità che comunque, si precisa, non vuol significare assolutamente velocità.

      Dobbiamo comunque curiosamente notare che tale genere di affermazioni si trovano inserite in un contesto temporale, nel quale si trovano associate anche ad articoli ove si parla dell’incremento della frequenza ai confessionali da parte dei fedeli cui non corrisponderebbe però un aumento dei sacerdoti confessori.

      Per quanto riguarda il sacramento dell’eucarestia, rileviamo innanzi tutto che esso viene spesso associato alla figura del sacerdote, in quanto la sua funzione fondamentale e la sua giustificazione consisterebbe nel rinnovamento del sacrificio eucaristico, come si deduce, ad esempio dal seguente brano, che non rappresenta un caso isolato:

      "La nostra povera vita è adunque inseparabilmente congiunta con quella di Gesù nell’Eucaristia! E come la Sua esistenza sugli Altari dipende da noi, ai quali soli è affidato il potere di ripetere o no le parole della consacrazione, così ci conceda il Cuore dell’Eterno Sacerdote che tutta la nostra vita dipenda da Lui, sì che veramente ognuno di noi divenga un alter Christus. In questo consisterà tutta la nostra gloria e tutta la nostra gioia".

      Ne consegue che il ministero sacerdotale deve consistere in primo luogo nel celebrare con la dovuta proprietà e correttezza il sacrificio eucaristico. E i modelli a cui conformarsi vengono ancora una volta ricavati dall’esempio dei santi, soprattutto quello del Curato d’Ars, il quale si impegnava inoltre notevolmente per la diffusione della devozione eucaristica fra i suoi parrocchiani.

      Da questo deriva anche la necessità per il sacerdote del raccoglimento dinnanzi al tabernacolo che contiene il SS. Sacramento, similmente, anche in questo caso al Curato d’Ars che vi passava, si racconta, intere notti insonni. Si consiglia addirittura di meditare il Vangelo interpretandone tutti i passi come commenti all’eucarestia.

      La messa e il sacrificio eucaristico dovrebbero costituire un unico atto liturgico. E’ colpa dei sacerdoti, si afferma, se spesso per i fedeli essi rappresentano due atti distinti senza connessione. Sotto questo punto di vista, diversi sono gli appelli al clero affinché si prodighi affinché il popolo si comunichi sempre durante la messa, poiché soltanto in questo modo vi può essere vera partecipazione all’atto liturgico che avviene sull’altare.

       

       

    11. Il prete e la morte

 

Riguardo alla sua posizione personale nei confronti della morte, il sacerdote si trova, rispetto ai fedeli, in una posizione molto particolare. Egli si trova a rivestire un ruolo reputato fondamentale al momento del trapasso di un fedele, elargendogli tutti i sussidi spirituali di cui dispone, per garantirgli una "buona morte" secondo i canoni cristiani. Anche dopo il decesso egli si può adoperare per il suffragio dell’anima che si trova in Purgatorio, potendo intercedere per una riduzione delle sue sofferenze (tema questo d’altronde ben presente ovviamente in ambito predicativo, ove si cerca di convincere i fedeli a far celebrare messe per i loro defunti).

I sacerdoti, al contrario, sarebbero tra i più trascurati sotto questo punto di vista. Dopo la loro morte, ad esempio, essi sarebbero nel novero delle anime più abbandonate: "abbandonate dai parenti, abbandonate altresì dai fedeli, sia pure talora col pretesto specioso che non abbisognino di preghiere".

Il funerale del prete viene considerato come una specie di "ultima predica", costituendo una summa della vita sacerdotale del defunto. Si narra, ad esempio, di esequie funebri di parroci nelle quali partecipa l’intera comunità affranta, magari con la partecipazione dei poveri beneficiati dal defunto. Notiamo comunque che vengono molto più apprezzati i riti che si svolgono nelle parrocchie rurali e di campagna, rispetto a quelli che si svolgono nelle città.

Capita inoltre che il funerale del prete costituisca talvolta l’ultima occasione per sottolineare la conflittualità esistente in vita fra prete e comunità, come capita, ad esempio nel caso di un parroco che dispone di venir sepolto in un’altra parrocchia. Così come accade che i sacerdoti convenuti al funerale del confratello, si lascino andare ad eccessi verbali durante l’immancabile pranzo.

Per quanto riguarda, in generale, l’atteggiamento che un prete dovrebbe tenere di fronte alla morte, si rinvia di solito all’esempio dei santi, i quali vedevano in essa una "dolce sorella" che veniva a liberarli dalla schiavitù terrena.

Il Curato d’Ars, paradigmatico anche in questo caso, "desiderava la morte e l’affrettava con tante preghiere".

Unica loro preoccupazione, semmai, era costituita dalla paura delle sofferenze del purgatorio: "Pregavano per non caderci, perché desideravano vedere e godere subito Iddio, dopo la morte; e il gemito della loro vita fu il sospiro ardente di incontrarsi con l’oggetto del loro amore, Iddio".

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