Capitolo III
LA FIGURA DEL PRETE

 

    1. Le condizioni economiche
    2.  

      1. Prima del Concordato
      2.  

        Fin dal suo apparire nel 1920, la Rivista del Clero Italiano ospita un dibattito molto acceso sulle condizioni economiche dei sacerdoti italiani. Ne emerge uno stato di profondo malessere, con situazioni di particolare disagio nelle zone più periferiche e nel Mezzogiorno. Colpa la stessa stampa cattolica, il problema sarebbe pressoché ignoto al grande pubblico, il quale anzi riterrebbe a torto che la categoria sacerdotale abbia un tenore di vita senz’altro superiore a quello delle classi operaie italiane. In realtà lo stipendio che un prete riceve mensilmente dalle pubbliche amministrazioni (si parla di 15-18 lire del 1920), risulterebbe inferiore addirittura al salario giornaliero di un operaio. Vi sarebbe quindi l’ineluttabile necessità di cercare altre fonti di sostentamento, con inevitabili e negative ripercussioni sul ministero e sull’opera strettamente educativa e sociale. Lo stesso dicasi anche per categorie che sembrerebbero privilegiate, come quella dei canonici (vi sarebbero capitoli con prebende non superiori alle 200 o 300 lire annue).

        "In questo modo o si ha necessariamente un Clero distratto da altre cure, che non gli permettono di attendere tranquillamente al suo ufficio con grave danno del suo ministero, né tanto meno gli permettono di attendere a opere di educazione religiosa e sociale; o peggio si ha un clero intellettualmente e materialmente compassionevole, la cui miseria traspare dai suoi abiti logori e cenciosi, dalla sua persona tutta trascurata, dalla sua abitazione dove il mobilio cade a pezzi e dove tutto rivela una condizione di indigenza e di privazioni che fanno doloroso contrasto alle comodità che oggi accompagnano la vita del più umile operaio. Di fronte a questa condizione di cose, dove se ne va il prestigio che il sacerdote deve esercitare in mezzo alla popolazione per lo stesso bene delle anime?"

        Particolarmente disagevole sarebbe la situazione del clero nel Mezzogiorno d’Italia. Già il Concilio plenario dei vescovi siciliani iniziato il 25 novembre 1919 aveva denunciato una situazione molto difficile: "La Chiesa oggi, pur nell’unico fasto che le avanza, nella ricchezza dei suoi templi e dei suoi altari, è povera come più non potrebbe esserlo. Qualche misera spiga, che le resta dell’antica ricca messe, le è contesa. Poverissimi sono i preti, abbandonati a sé soli, tra il disagio crescente della vita moderna. Eppure esercita il suo subsidium caritativum tollerando che i suoi diritti economici e spirituali vengano a volta a volta sfruttati e misconosciuti, senza nemmeno il compenso della libertà. […] Ma i Vescovi riuniti a Concilio cureranno i mezzi, perché l’antica e mai spenta carità cristiana dei fedeli possa venire a sollevare i bisogni del clero, e perché i preti possano, poveri, restare fedeli al rispetto della loro veste, non degradandola in professioni inidonee al loro decoro, e non compromettendola in situazioni delle quali è cattivo consigliere il dissesto economico e sociale dei nostri giorni".

        Un problema che acuisce ulteriormente la difficile situazione del clero meridionale è quello della mancanza degli alloggi:

        "Il clero, non avendo case parrocchiali, vive nel proprio paese, in seno alle proprie famiglie, spesso fra un esercito di nipoti e un frastuono di cognati e cognate poco simpatico. Quindi il sacerdote, conosciuto ne’ suoi interessi, legato a parentele del luogo ove esercita il suo ministero, spesso coinvolto, anche senza colpa, in litigi ed antipatie del parentado, vivendo coi compagni d’infanzia, col cruccio magari di qualche fratello poco devoto ecc. perde molto ascendente sul popolo, che vede più che il sacerdote, semplicemente il compaesano. E poi il popolo non dà quasi nulla alla Chiesa, temendo che il suo denaro vada ad impinguare i congiunti del parroco, dell’assistente ecc. Se non si costruiscono le case parrocchiali, se il clero non esce dalle sue case, dai suoi paesi, non si otterrà mai nulla; mancherà la vita attiva parrocchiale, la dottrina cristiana, non si oserà contrastare certi abusi del popolo, migliorare il sentimento suo religioso, perché esso non si esaurisca in feste, processioni – spesso non molto riverenti -, luminarie, ecc. In certi paesi, dove la chiesa è in rovina, si sperdono per le feste, decine e decine di biglietti di mille. Per la Chiesa neanche un soldo ".

        E si tratta di un parere abbastanza diffuso: "Io sarei di parere che se i nostri amici di laggiù facessero dei prelievi regolari sui bilanci sbalorditivi di certe sagre, ramo pirotecnica per esempio, in pochi anni non ci sarebbe campanile senza canonica".

        Più in generale è la stessa struttura parrocchiale meridionale ad essere inadeguata. Quasi tutti i centri popolosi avrebbero ereditato dal vecchio regime borbonico una sola parrocchia urbana, senza casa canonica; molte frazioni non possiedono nemmeno una parrocchia; nessuna diocesi possiede un numero di parrocchie proporzionato ai fedeli. Si assiste quindi ad un contrasto di interessi fra i pochi preti fortunati ed i molti disoccupati.

        "Molti contendenti ad un unico beneficio, dopo l’esito del concorso, non possono conservare benevolenza al fortunato vincitore. Molti ecclesiastici sono persuasi ad esercitare professioni improprie. E molti vescovi sono turbati dall’inestricabile situazione di dover conservare la disciplina ecclesiastica e non poter applicare le sanzioni; dal bisogno di provvedere al servizio delle anime e non disporre di personale legato all’ufficio; dal vedere disertare i seminari e non potere sostituire le continue falle che la morte produce nel clero; dal legittimo bisogno di elevare il morale con la proprietà, il raccoglimento della vita, e restringersi ad un pio desiderio. Tutte le ragioni insomma reclamano che si provveda a una più razionale creazione di benefici curati, ad una migliore ed integrale costituzione dotalizia per il Parroco, per sostituti e vicari curati, per la casa canonica, per la fabbriceria. Fatalmente il tempo porterà ad un depauperimento di clero, all’assottigliamento delle vocazioni, alla soppressione dei seminari, all’insufficienza di mezzi per provvedere al culto".

        Più in generale, si tende ad attribuire la responsabilità delle difficoltà economiche del clero alla cattiva gestione del patrimonio ecclesiastico da parte dello Stato italiano.

        Ricordiamo che nel 1867 veniva istituito il Fondo per il Culto con il 5% del capitale incamerato precedentemente con la soppressione degli ordini religiosi, a cui si andavano ad aggiungere le rendite sui fondi immobili che andavano a beneficio del culto derivate dalla soppressione delle collegiate, dei benefici non curati, delle cappellanie, etc. Tale Fondo Culto, pur nella sua autonomia, venne configurato come un Direzione del Ministero dei Culti. Questo ente sarebbe quindi una promanazione diretta del governo, il quale viene anche accusato di aver dilapidato, a prezzi irrisori, le proprietà confiscate e, per timore che le Corporazioni religiose riacquistassero potere, di aver tolto ad esse ogni capacità giuridica di possedere e di acquistare.

        Le rivendicazioni si basano quindi su precise richieste. Prima di tutto si invoca la libertà di associazione e di proprietà, con la conseguente abrogazione di tutte quelle leggi limitative della ricostituzione del patrimonio ecclesiastico.

        Si richiede inoltre la restituzione di quanto lo Stato italiano avrebbe tolto alla Chiesa, la quale avrebbe il diritto di mantenersi con i propri mezzi, ed il passaggio del Fondo Culto, ormai falcidiato, alle dipendenze della Chiesa.

        "Del resto che cosa si perde, se svanisce anche poco per volta il frutto del capitale ecclesiastico del Fondo per il culto? – circa 20 milioni – Siamo in Italia 75.000 preti. Calcolando un minimo di 3000 lire annue ciascuno, essi soli – senza preoccuparsi delle spese di culto - esigerebbero una somma di 225 milioni. Ed anche se si ottenesse dallo Stato quello ch’egli alienò – circa un miliardo – esso basterebbe appena per quattro anni. Ci sono, è vero, dei beni rurali, edilizi ecclesiastici che ascendono a circa 300 milioni. Ebbene, ancora un altro anno. E poi? Ecco il vero nocciolo della questione economico-ecclesiastica. Essa non si scioglie solo col riavere il capitale alienato (50 anni fa abbondante, oggi completamente insufficiente); essa non si scioglie col riordinare il Fondo Culto (perché del resto un organo centrale, moderatore di tutta l’amministrazione ecclesiastica, è necessario, dipenda pure non dallo Stato, ma dalla Chiesa); essa si scioglie solo col tornare all’antico. Ma per fare tali cose è necessaria la libertà. […] Ed una volta che la Chiesa fosse tornata ad amministrare liberamente le proprie sostanze, saprebbe ben essa, sulla falsariga dell’Evangelo, attuare la giustizia anche in seno alla propria famiglia".

        Si lamenta il fatto che il Fondo Culto, sorto con carattere di provvisorietà circa cinquant’anni prima, verserebbe ormai in condizioni fallimentari, anche in considerazione del fatto che esso, per far fronte al suo impegno di integrare o assicurare la congrua ai beneficiati, si trova costretto ad alienare continuamente quote significative del suo capitale.

        La necessità di una riforma dell’amministrazione del patrimonio ecclesiastico approda anche in parlamento, con diverse proposte di legge. In questo contesto si inserisce l’articolo fortemente polemico di Nazareno Orlandi, apparso sul numero della Rivista del Clero Italiano dell’agosto 1922 in risposta ad un’affermazione del deputato socialista Florian, il quale aveva affermato che lo stato italiano, una volta che gli assegni di congrua non avevano trovato più copertura nel Fondo Culto, "lo Stato cominciò a pagare del suo" e che quindi ciò che il governo aveva fatto con i decreti del 19 settembre 1921 e del 2 febbraio 1922 era "un regalo".

        In esso l’Orlandi fa la cronaca di cinquanta anni di cattiva amministrazione del Fondo Culto e dei beni confiscati che sarebbero stati di fatto regalati alla borghesia "ingorda e bottegaia"; le rendite vennero poi letteralmente falcidiate dalle tasse di manomorta e similari. "Son così centinaia e centinaia di milioni, più di un miliardo, che si è sottratto a questa amministrazione dei beni della Chiesa, destinati per solenne promessa del legislatore al mantenimento del Culto e del Clero cattolico!!!" Questa sarebbe quindi la spiegazione del fallimento del Fondo Culto. Se il patrimonio ecclesiastico fosse stato lasciato integro, oppure fosse stato gestito meglio, il clero italiano non avrebbe avuto bisogno di rivolgersi allo stato per il suo mantenimento.

        In un altro articolo l’Orlandi, commentando un memoriale presentato dalla Federazione del Clero al Ministero per il culto nel quale si chiedeva un supplemento all’assegno di curia, aveva affermato: "[…] Ciò che chiediamo, noi non lo chiediamo al Tesoro dello Stato, se non perché il Tesoro dello Stato si è impinguato, ai tempi dei tempi, di tutto il patrimonio della Chiesa o ha permesso che fosse sperperato ai nostri danni. […] è nostro dovere più che nostro diritto rivendicare ciò che la fede e la generosità dei padri aveva lasciato alla Chiesa per il mantenimento del culto e dei suoi Ministri? Va bene che il Clero in Italia potrebbe, come in Francia, vivere e magari meglio, anche se il Governo con un atto di ultima rapace violenza facesse tabula rasa su tutto il patrimonio ecclesiastico; […] ma è dovere nostro gravissimo mantenere e riconquistare unguis et rostribus ciò che è della Chiesa, ciò che anche oggi nelle nostre mani sarebbe più che sufficiente al mantenimento del Clero fra noi".

        Oltre agli strali contro lo stato italiano, reo di aver dilapidato il patrimonio ecclesiastico, ed alle lamentele circa la situazione economica concreta dei preti, l’aspetto del sostentamento del clero viene approfondito anche da altri punti di vista.

        Affrontando l’argomento sotto il profilo scritturale, si commenta volentieri la prima lettera ai Corinti, capo IX, nella quale S. Paolo afferma il diritto degli evangelizzatori di esigere dai fedeli il proprio sostentamento. Tale dottrina è stata recepita dalla Chiesa (can. 1496 del Codice canonico), e non sarebbe altro che l’espressione giuridica del IV precetto della Chiesa: "Sovvenire alle necessità della Chiesa".

        Un numero abbastanza consistenze degli interventi sulla Rivista del Clero Italiano riguarda tuttavia proposte di tipo più concreto, per migliorare la situazione economica dei sacerdoti. Si tratta comunque di consigli estremamente eterogenei.

        Un mezzo per integrare le magre entrate finanziarie, soprattutto dei giovani sacerdoti, viene intravisto nell’insegnamento elementare, in considerazione anche del fatto che in molte regioni d’Italia vi sarebbe penuria di maestri, essendo preponderante l’elemento femminile. Questo ruolo sarebbe più congeniale al sacerdote coadiutore, visto anche che l’insegnamento non richiederebbe un eccessivo impegno dal punto di vista temporale, permettendo quindi di svolgere anche il ministero pastorale in parrocchia. L’insegnamento scolastico rappresenterebbe un nuovo e proficuo campo di apostolato ed, anzi, sarebbe stato "una delle più gloriose tradizioni del clero in Italia". Più in generale, per quanto riguarda il problema economico del giovane clero, si afferma che "[…] il modo migliore per avviarci ad una soluzione efficace di esso, sia il dare ai sacerdoti giovani qualche forma di attività che permetta ad essi di guadagnarsi onestamente un tozzo di pane, anche al di fuori dello stretto esercizio del loro ministero".

        Padre Giovanni Semeria, che su Vita e Pensiero è molto attento alla realtà della chiesa americana, si chiede se non sarebbe il caso di discutere circa l’introduzione in Italia del metodo in uso presso la chiesa statunitense. Qui il prete chiede per motivi ben determinati: il popolo sa perché è chiamato a dare il suo contributo; determinato con precisione lo scopo, si determina anche il mezzo. Il vantaggio consisterebbe nel fatto che l’oblatore saprebbe sempre e con sicurezza dove il suo contributo finisce, ricevendo a riprova un resoconto dettagliato e pubblico. Il Semeria pare sicuro che tale metodo, trapiantato sul suolo italiano, non potrebbe non portare gli stessi buoni effetti riscontrati in America.

        Un’altra proposta riguarda la possibilità, soprattutto per il giovane clero, di condurre vita in comune, ai sensi del can. 134 del Codice di diritto canonico, il quale auspicava un ritorno all’antica disciplina della Chiesa. Il Canone accenna alla vita comune intesa come convivenza sotto lo stesso tetto per i sacerdoti della stessa parrocchia oppure per i canonici dello stesso capitolo.

        Più concretamente, si esortano i parroci a cercare fonti di finanziamento alternative attraverso un più diretto coinvolgimento dei fedeli nella vita parrocchiale.

        "Intorno all’introduzione di molti usi, deve lavorare lo stesso Parroco, o personalmente o per mezzo dei suoi cooperatori, delle associazioni, dei comitati, in occasione di missioni, esercizi al popolo, prima Comunione, feste popolari ecc. Si deve mirare principalmente a far ritornare l’antico interessamento del popolo per la Chiesa, pel Clero, per la beneficenza; e per raggiungere ciò, vi sono molte vie. Abituandosi il popolo a concorrere sempre, anche con minime offerte, per tutte le opere dirette al mantenimento del culto e della Chiesa, prenderebbe parte al culto stesso con più amore, con più interesse, come cooperatore attivo, come a cosa propria, e ciò gioverebbe al corpo e allo spirito, al popolo, alla Chiesa, al Clero". La capacità del pastore consisterebbe, oltre che nell’introdurre queste nuove usanze, anche nel saperle conservare. Si consiglia in particolar modo di introdurre l’uso di offerte in occasione di eventi quali comunioni, matrimoni, funerali, benedizioni di campi e di animali, l’offerta pubblica di primizie oppure altri sussidi quali tombole, fiere di beneficenza, etc.

        Si suggerisce in secondo luogo di agire attraverso i risparmi, coinvolgendo anche in questo la massa dei fedeli, e utilizzare anche economicamente le forze presenti in parrocchia, ovvero suore, opere parrocchiali e associazioni cattoliche.

        Una possibilità di miglioramento delle condizioni economiche complessive del clero è costituita dall’associazionismo. Particolare rilievo ha, dal punto di vista delle rivendicazioni sacerdotali, la Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia (FACI), fondata nel 1916 da Nazareno Orlandi (1871-1945), il quale pubblicò diversi articoli sulla Rivista del Clero Italiano (quasi tutti concentrati nel periodo 1920-1925).

        Scopo programmatico della FACI era cooperare per dare al Clero un senso sempre più vivo della sua dignità e della sua missione divina.

        "[…] anzi non si potrebbe neppure concepire un movimento per le rivendicazioni morali ed economiche del Clero se non nel senso di voler liberare il Clero dalle preoccupazioni gravi della esistenza di quaggiù per renderlo sempre più intento agli scopi sublimi del suo apostolato".

        Si capisce, quindi, come il campo privilegiato di intervento della FACI sia quello delle richieste di tipo economico, e questo è il motivo per cui abbiamo ritenuto opportuno trattarne in questo paragrafo.

        Non dobbiamo dimenticare tuttavia che anche questo aspetto andrebbe inserito nel contesto più generale di difesa dei diritti violati del clero:

        "Noi vogliamo rivendicare al Clero tutte le libertà e scioglierlo da tutti i legami con che un vieto anticlericalismo e un più vieto giuseppismo lo tiene ancora legato ai polsi: libertà di associazione per tutti gli Ordini Religiosi, che lo Stato, dopo avere spogliati, ha messo fuori della legge; e colla libertà d’associazione ha da essere concessa alle Congregazioni anche la libertà d’istruire, la libertà di possedere, la libertà di ereditare; noi vogliamo la libertà di amministrare ciò che è nostro, senza patrocini non richiesti; la libertà di conferire i Sacramenti e di predicare senza odiosi controlli di placet e di exequatur; noi vogliamo che cadano a terra una buona volta tutte quelle baracche burocratiche erette ai nostri danni, e che […] altro non servono più che a impoverire maggiormente il Clero, a intralciarne l’opera spirituale, ad accumulare cause e litigi che non sono vantaggiosi a nessuno, e tanto meno allo Stato".

        E’ in questo contesto, ad esempio che si plaude come un successo al fatto che la Commissione per la riforma della legislazione ecclesiastica, voluta da Mussolini ("personalmente interessato dal sottoscritto", afferma l’Orlandi), abbia proposto l’abolizione del placet per la nomina dei benefici inferiori "[…] istituzione inutile e umiliante, che metteva l’intelligenza, la moralità, le attitudini del parroco a governare una parrocchia alla mercé delle beghe paesane, spesso dalla cattiva digestione di qualche milite della benemerita".

        "Ma dove la Commissione merita le più ampie lodi è nel diroccamento che ha fatto di quegli odiosi, intollerabili, costosi, inutili e irritanti uffici che si chiamano gli Economati e i Sub-Economati dei benefizi vacanti. Queste istituzioni hanno addirittura rovinato i benefizi e ridotto alla miseria e distrutti tanti patrimoni della Chiesa, che pur avrebbero contribuito meravigliosamente allo sviluppo di quel benessere sociale, che il Governo mostra ragionevolmente di attendere anche dal Clero nella lotta da esso intrapresa a vantaggio della maggiore produzione granaria e del pubblico erario".

        Nel contesto rivendicativo, non possiamo non notare una maggiore apertura nei confronti del nuovo regime (l’articolo sopra riportato è del novembre 1925). Vi è in generale un clima di maggiore fiducia nel fatto che i problemi del clero, in particolare quelli di tipo economico, possano avere una almeno parziale soluzione, impressione d’altronde avvalorata in generale dalla svolta attuata da Mussolini in ambito di politica religiosa.

        Nel campo strettamente economico, l’attività della FACI aveva condotto alla fondazione nel 1921 di una Cooperativa Nazionale del Clero, sul modello di quanto già avveniva in altri paesi quali Francia, Belgio e Argentina.

        Lo scopo di quest’iniziativa era quello di fornire al clero associato il materiale (liturgico, vestiario, etc) di cui avesse bisogno ad un prezzo senz’altro inferiore al mercato. Al primo Congresso della FACI del settembre 1921, la Cooperativa del Clero poteva già vantare, pur nel suo limitato campo d’azione, degli utili e l’apertura della prima produzione in conto proprio, quello dei cappelli per sacerdote, "per sottrarre i preti, non solo allo sfruttamento che anche in questo articolo si faceva su di essi a larga mano, ma anche alle difficoltà di acquisto, che particolarmente in questi ultimi mesi era diventata impressionante".

        Si lamenta tuttavia la non sufficiente adesione del clero italiano all’iniziativa, che potrebbe avere ben maggior consistenza, abbracciando anche il problema dell’assistenza sociale al clero, se i sacerdoti la sostenessero compatti (Lo stesso avverrebbe per la stessa FACI a cui aderiva nel 1922 solo un terzo dei preti italiani, pur sfruttandone l’attività):

        "Ogni sacerdote dovrebbe essere azionista e ogni sacerdote, come lo hanno inteso i preti di Parigi, dovrebbero favorire quest’opera sua, la quale, ove trovasse l’interessamento dei preti tutti – oltre ai vantaggi individuali di ogni azionista – porterebbe la Federazione al punto di creare tutte quelle provvidenze sociali – alberghi nelle grandi città, case di ritiro in caso di volontario e forzato abbandono dell’ufficio per malattia, ospedali, pensioni per la vecchiaia, ecc. - le quali, se da una parte toglierebbero il Clero meno zelante alla brutte e indecorosa necessità di mettere insieme denaro e denaro per gli anni più dolorosi della vita con discapito spesso della sua riputazione e del bene delle anime, toglierebbero altresì il Clero più attivo e generoso alle preoccupazioni tremende del domani, quando impotente a tener più il suo beneficio, dovrà ricorrere alla carità dei confratelli o peggio alla carità pubblica, con comune disdoro di tutti, pur di… arrivare vivo alla morte, come si suol dire. Ma la possibilità di realizzare questo ideale è in noi, soltanto in noi; in noi il rimedio a tante strettezze economiche, a tante difficoltà della vita, di cui ci lamentiamo".

         

      3. Dopo il Concordato

      Dopo l’euforia per il raggiunto accordo fra Stato e Santa Sede, l’attenzione della Rivista del Clero Italiano si rivolge in particolar modo ai problemi applicativi degli accordi, e ciò vale soprattutto per gli aspetti di carattere più strettamente economico.

      Un problema che viene affrontato anche per le sue implicazioni di carattere economico, è quello della revisione e della riduzione del numero delle diocesi, previsto dall’art. 16 del Concordato, al fine di ridisegnarle secondo i confini delle provincie amministrative. L’art. 17 affermava tuttavia che tale riduzione sarebbe stata effettuata man mano le diocesi interessate si fossero rese vacanti e che "la riduzione non importerà soppressione dei titoli delle diocesi, né dei capitoli, che saranno conservati, pur raggruppandosi le diocesi in modo che i capiluoghi delle medesime corrispondano a quelli delle provincie"; inoltre "le riduzioni suddette lasceranno salve tutte le attuali risorse economiche delle diocesi e degli altri enti ecclesiastici esistenti nelle medesime, compresi gli assegni corrisposti dallo Stato italiano".

      Non mancano ovviamente, e sono evidenziati, i problemi pratici nell’applicazione di queste disposizioni, sia per la scelta delle sedi vescovili, sia soprattutto per la natura dell’unione, che potrebbe, si afferma ledere i diritti acquisiti degli investiti. Ciò non toglie tuttavia che, pur nella valutazione complessivamente positiva di queste norme concordatarie, si possa notare l’esistenza di qualche malumore.

      Si sente il bisogno di ribadire che il clero italiano deve rispondere "con quello spirito di obbedienza che si rende ragione dell’opportunità del provvedimento e che fa fronte agli eventuali sacrifici", anche per reagire ad un naturale disorientamento che la rottura di consolidati legami psicologici, giuridici ed economici, può causargli. Tuttavia i sacerdoti devono considerare che da tutto questo non possono che ricevere giovamento.

      "Io non saprei descrivere a che cosa possano ridursi oggidì alcune diocesi così atrofiche, così impoverite di clero, da non aver quasi più l’apparecchi respiratorio e il circolatorio che siano bastevoli al pulsare della vita ecclesiastica ordinaria: uffici curiali, seminario, missioni interne; non parliamo neppure delle necessità odierne di apostolato, stampa, azione cattolica, eccetera, in cui le iniziative o sono in grande stile o devono basire. […] Basta il rilevare che un organismo più vasto ha maggiori risorse per migliorare gli inconvenienti, e che a compenso dei sacrifici di affezioni e di tradizioni ci sarà il vantaggio che ai preti di vaglia si aprirà un campo più largo e più degno di lavoro; a ragionare con criteri professionali, soggiungerei anche un campo di migliore carriera".

      L’art. 29 del Concordato, rivoluzionava notevolmente la gestione economica delle parrocchie e delle altre chiese, prima gestite dalle cosiddette fabbricerie, ovvero da consigli di amministrazione, composti generalmente da laici, il cui compito era quello di provvedere all’amministrazione dei beni delle chiese, ed alla manutenzione dei rispettivi edifici di culto. Si afferma esplicitamente che dopo il Concordato tali enti "non dovranno ingerirsi nei servizi di culto e la nomina dei componenti sarà fatta d’intesa con l’autorità ecclesiastica". Le chiese acquisiscono personalità giuridica, e vengono rappresentate dal parroco, mentre la fabbriceria resta un mero organo amministrativo. La gestione viene sottoposta al controllo dell’Ordinario, "escluso ogni intervento da parte dello Stato italiano". Tuttavia con gli articoli 15 e 16 della legge applicativa del Concordato (27.5.29 n. 848) lo Stato, attraverso il Ministero della giustizia e degli affari di culto, si riserva il controllo sulle chiese amministrate da una fabbriceria, pur nel pieno accordo con l’autorità ecclesiastica, giustificandolo con motivi di prudenza, dato la presenza dell’elemento laico. Ciò causa tuttavia prese di posizione contrarie anche sulla Rivista del Clero Italiano, secondo la quale non si giustificherebbe in alcun modo questa discriminazione fra chiese con fabbriceria (con controllo statale) e chiese senza fabbriceria (sottoposte soltanto al controllo dell’Ordinario).

      Le difficoltà applicative di queste normative da parte dei sacerdoti, sono testimoniati fra l’altro dal susseguirsi di articoli sull’argomento. Bisogna comunque sottolineare che le nuove regole di amministrazione delle fabbricerie comportano necessariamente una gestione più attenta dal punto di vista contabile, oltre che una più attenta distinzione dei compiti dei vari membri, fra cui vengono eletti un presidente (che rappresenta la Fabbriceria, compila i bilanci preventivi, provvede ad eseguire le deliberazioni della maggioranza, etc) ed un tesoriere. Ai sensi del can. 1183, i rettori delle chiese sono non solo membri di diritto delle fabbricerie, ma ne sono di diritto i presidenti. La rivista fa notare comunque, in diverse occasioni, che queste nuove competenze costringerebbero i parroci ad occuparsi ad attività a cui non sono mai stati adeguatamente preparati:

      "Nei nostri paesi di campagna e di montagna, per forza di cose, questo cumulo di attribuzioni e di compiti, specialmente contabili, che sono divisi tra il presidente e il tesoriere, andrà inevitabilmente a finire, come in passato, sulle spalle, già tanto onerate dai doveri pastorali, dei poveri parroci e rettori. Per fortuna, nessuno merita e gode fiducia più dei parroci. Ma non sarebbe questo un motivo sufficiente per esigere da loro una contabilità minuziosa e burocratica, alla quale non sono allenati". Vi è inoltre una preoccupazione diffusa sui riflessi che la presentazione dei bilanci delle fabbricerie potrebbe comportare.

      Le difficoltà che il clero incontrava in campo contabile non devono essere state di poco conto, se la Rivista del Clero Italiano si trova costretta dedicare ampio spazio per fornire ai lettori le cognizioni basilari di contabilità come, ad esempio, i criteri di inventario, le valutazioni, la tenuta del bilancio, le modalità di registrazione e di tenuta dei registri, etc.

      Si cerca di far capire al prete l’utilità di una buona amministrazione dei beni ecclesiastici, visto soprattutto che i preti devono ora renderne conto annualmente all’Ordinario. Si riscontra tuttavia una certa resistenza fra i preti.

      "Si è detto altra volta ci pare, in queste pagine, del sacro orrore che hanno non di rado i sacerdoti delle cifre, dei conti e perfino delle più elementari operazioni quali l’addizione e la sottrazione. […] Ti scrivono una predica piuttosto di una cifra nel libro cassa; ti fanno un corso di esercizi piuttosto di fare una somma in fondo alla colonna. E vanno avanti come a Dio… non piace. […] Eppure io vorrei chiedere a qualsiasi dei miei lettori: se oggi tu morissi, chi mai saprebbe mettere ordine ai tuoi conti? […] Tanto più se il sacerdote ha un beneficio; grosso o magro che sia. Almeno per due motivi: primo, perché ogni anno deve darne resoconto all’Ordinario; secondo, perché quanto dei redditi beneficiari sopravanza all’onesto sostentamento deve essere devoluto in beneficenza. […] Nelle nostre amministrazioni, invece, le cose corrono diversamente. Prendete un beneficiato, un parroco: egli resta l’unico amministratore diretto dell’ente. […] ed è, troppo spesso, così ostinatamente geloso […], pretende con tanta sicurezza che nessuno metta il naso nei suoi conti, quando ci sono, che non c’è coadiutore prudente e avveduto, il quale giunge a capirne un ette, non si trova un fabbricere che ne sappia più della perpetua. E, allora, cosa sarà dell’amministrazione, quand’egli sia trasferito o muoia?".

      Apprensione viene espressa anche per quanto riguarda il trattamento fiscale delle offerte dei fedeli, visto che l’imposta di ricchezza mobile, oltre chi i redditi delle fabbricerie, potrebbe colpire indistintamente i cosiddetti "proventi di stola", ovvero gli introiti derivati come corrispettivo di determinate prestazioni del ministero. Si afferma tuttavia che, sia per le finalità del Concordato, sia per una molteplicità di ragioni economiche, sociali, etc., si possa supporre il regime di esenzione. Tale soluzione sarebbe tanto maggiormente auspicabile, in un periodo ormai segnato dalla congiuntura economica negativa.

      "Si pensi sempre che la grandissima maggioranza delle nostre chiese non hanno rendite patrimoniali per il culto e che vivono quasi esclusivamente sul soldino offerto col pretesto della sedia o del banco o lasciato cadere nella borsa del questuante. […] Si aggiunga che se si deve mantenere l’esercizio del culto, non di rado una certa quota delle offerte deve pure assegnarsi al rettore, che non sia parroco o altronde retribuito, o al coadiutore che funziona la chiesa, e poi al sagrestano, al campanaro, all’organista, ecc. Ora, levate prima di tutto dal cumulo annuo dei soldini di elemosina il 12 per cento per la R. M.; pagate poi gli assegni al personale di servizio, e cosa vi resterà per le riparazioni, per gli arredi sacri, per cera, luce, assicurazioni, ecc.? […] E, come conseguenza di tutto questo, potrebbe anche darsi che il popolo esausto, invece di aumentare le sue offerte per il culto della sua chiesa, le lesini o le sospenda, per non vedere anticipatamente più che decimato dallo Stato l’obolo sudato della sua carità e della sua fede".

      In materia di congrua, il testo unico su tale argomento (R.D. 29.1.31 n. 227) non desta problemi di sorta, essendo volto principalmente "a dare unità sistematica alla folta messe delle norme preesistenti"; la Rivista si limita ad illustrarne il contenuto. D’altro canto l’art. 30 del Concordato affermava che lo Stato italiano continuava "a supplire alle deficienze dei redditi ecclesiastici con assegni da corrispondere in misura non inferiore al valore reale di quello stabilito dalle leggi […] in vigore". Problemi in questa materia sorgeranno tuttavia quando, a causa dell’inflazione il valore della congrua risulterà falcidiato rispetto al valore reale. Nel 1937, ad esempio si richiede un aumento del 40 per cento, rispetto agli indici del 1929 o, almeno, un adeguamento pari a quello ottenuto da altre categorie:

      "Contro questo ragionamento si è prospettato il valore di acquisto della lira, che, in forza delle pur note provvidenze sulla politica dei prezzi, non è gravemente diminuito. Ma, allora, potremmo richiamare un altro fattore, che per equità distributiva, dovrebbe non essere trascurato: come si operarono aumenti di stipendio dall’8 al 10 per cento per tutte le categorie professionali, così un pari aumento dovrebbe operarsi sugli assegni del clero: tanto più legittimo, in quanto che le riduzioni, precedentemente, furono con scrupolosità sempre eseguite".

      E’ significativo che nello stesso anno 1934, si tratti anche dell’argomento della povertà del prete, prendendo spunto dalle figure dei santi. San Filippo Neri, il Curato d’Ars, San Carlo Borromeo, San Francesco di Sales, Sant’Alfonso de’ Liguori ed altri, vengono additati come esempi di sacerdoti, che hanno scelto consapevolmente il distacco dai beni terreni, per meglio condurre il loro ministero e per avvicinarsi di più ai beni eterni.

      Nello stesso anno la Rivista del Clero Italiano dimostra una particolare attenzione al problema delle offerte per la messa, tanto da dedicare all’argomento il numero di novembre. Il problema è attuale (ne tratta anche l’Osservatore Romano), visto che si assiste ad una preoccupante tendenza alla diminuzione delle intenzioni per la messa. Le cause vengono ravvisate nella crisi economica generale, ma ancor più in una crisi spirituale che starebbe coinvolgendo i cosiddetti "praticanti"; un ulteriore fattore aggravante sarebbe costituito dalla paura che molti preti dimostrerebbero nel richiedere le offerte.

      Il numero di novembre 1934 della rivista viene quindi utilizzato per lanciare un appello al clero italiano:

      "Tutti noi dobbiamo farci un dovere di parlare al popolo nostro con prediche apposite e con spiegazioni catechistiche adatte di questo tema, per risvegliare la pietà sonnacchiosa dei fedeli, specialmente nel mese sacro ai defunti. […]Bisogna finirla con un silenzio insensato ed estremamente dannoso. Bisogna richiamare l’attenzione dei buoni sull’argomento, perché cessi una diminuzione che costituisce un indice doloroso di un basso livello nella pietà cristiana".

      Si evidenzia, con una certa enfasi, il ruolo che svolgerebbero le offerte per le messe pel sostentamento dei sacerdoti, in particolar modo di quelli più indigenti. Capita così di leggere, ad esempio del caso di un tal canonico, oltremodo generoso, che sospirava "qualche buona messa" per "tenerlo a galla", permettendogli di mangiare.

      Al clero in generale viene addebitata la responsabilità di non aver sufficientemente sensibilizzato i fedeli sul problema:

      "Qui, o colleghi, stringiamo i nodi e chiediamoci se e come abbiamo istruito il popolo sul quadruplice fine del santo sacrifizio: sottolineo istruito, perché istruire non è sinonimo, putacaso, di chiedere: anzi il limosinare non è mai decoroso. Ma se ci lamentiamo di essere tagliati fuori dal bilancio ordinario delle famiglie, la colpa è un po’ nostra: e se colpa pare eccessivo, diciamola lacuna. […] Comunque sia, il popolo dà e dà volentieri quando vede che il parroco spende; e non sono poi rari i parroci odierni che in pochi anni sanno trovare e impiegare, senza far chiasso le centinaia di migliaia di lire. Ma il popolo deve essere guidato nella sua munifica generosità: gli si faccia capire, con tutta la delicatezza del caso, che val di più, spiritualmente parlando, il far offrire una Messa che, poniamo, offrire un lampadario nuovo. Naturalmente bisogna aver tatto, equilibrio, senza mai forzare i toni".

      Gli schemi di predicazione proposti, puntano sulla centralità della messa e sulla presunzione dell’ignoranza dei fedeli su questo argomento:

      "Purtroppo oggi son pochi i cristiani che fanno celebrare SS. Messe; si preferiscono altri atti di pietà alla S. Messa, chiamata dai Padri il sole degli esercizi religiosi e delle pratiche di pietà. Per ottenere gli aiuti di Dio e la protezione dei Santi si offrono candele e fiori, si promettono quadri e pellegrinaggi. Cose buone anche queste senza dubbio, ma che non hanno né il valore, né l’efficacia della Messa. Così per mancanza di fede e di istruzione sta avvenendo nella vita religiosa di molti una inversione di valori: si mette ad un posto secondario la Messa, che come sta al centro delle azioni liturgiche della Chiesa così dovrebbe e deve avere nella vita cristiana dei singoli un posto di preferenza, il primo posto".

      Oltre a far presente i vantaggi della celebrazione delle Messe per i sacerdoti, per il tributo migliore offerto a Dio e così via, si invitano i fedeli a far celebrare messe anche per i vivi. Si ribadisce inoltre che l’offerta della messa non il corrispettivo monetario del sacrificio eucaristico, ma deve servire da sostentamento al sacerdote:

      "[…] insegna S. Paolo, è giusto "che quelli che servono nel tempio traggano dal tempio il loro sostentamento e quelli che servono all’altare vivano dei proventi dell’altare" (I Cor. IX-14). Offrire elemosine per SS. Messe è pei fedeli come una parte dei doveri cristiani e come una conseguenza del precetto già imposto da Dio agli Israeliti di concorrere colle loro offerte alle spese cultuali del Tempio e al mantenimento dei ministri del santuario. […] Facendo celebrare SS. Messe, fratelli, noi contribuiamo al sostentamento di uomini che spendono tutta la loro vita in servizio di Dio e del prossimo. Vi può essere cosa più giusta e doverosa dal punto di vista della religione e della riconoscenza?"

      Per giustificare poi il fatto che la riduzione delle elemosine per le messe, sia da mettere in stretta relazione con una crisi di carattere spirituale, e non sia da imputare alla crisi economica. Si afferma che tale riduzione avviene in un periodo in cui il numero dei fedeli sarebbe si addirittura incrementato. Si aggiunge, inoltre che le stesse diminuzione tariffarie per l’applicazione di messe, che pur si son tentate, non hanno prodotto risultati significativi in termine di incremento della domanda da parte dei fedeli. Bisognerebbe considerare inoltre, si afferma, il danno economico grave derivante al clero per i minori introiti, visto "lo stipendio di fame con cui vivono la maggior parte dei sacerdoti".

       

    3. Il prete nella quotidianità
    4.  

      1. Il livello culturale
      2. Il problema della cultura del clero viene affrontato in particolar modo nel corso degli anni Venti.

        Si evidenzia in particolare la necessità dello studio, soprattutto teologico. Ciò è reso più difficile dal fatto che la formazione seminariale si basa su manuali caratterizzati da un’estrema aridità. I sacerdoti, una volta terminati gli studi, tenderebbero quindi ad abbandonarli, preferendo ad essi testi più aderenti alle istanze pratiche, ma che purtroppo spezzano la teologia nelle singole lezioni catechistiche, nelle predicazioni evangeliche, e così via.

        "[…] bisogna vincere la ripugnanza comprensibile in molti, riprendere a studiare teologia anche per soddisfare ai bisogni della vita interiore e riprenderlo attraverso quelle opere immortali che ciascuno può procurarsi facilmente. Studiare adunque bisogna per imparare a pregare sacerdotalmente, per avere il materiale per l’orazione mentale, per lavorare all’edificio della nostra vita spirituale e di quelle anime che la Provvidenza ha affidate a noi. Non studiare equivale, in breve, a lasciar mancare il nutrimento alla vita spirituale, a insecchirla nella freddezza o a sviarla nel sentimentalismo".

        Ma la cultura teologica serve anche per la vita interiore degli altri, nonché come strumento fondamentale di pastorale: "La nostra parola ai giovani, sia in pubblico, sia in privato, sia fortemente nutrita di sapienza divina. Mostriamo ai giovani che non ci presentiamo ad essi solo con il modesto bagaglio del nostro limitato sapere, ma con le ricchezze esuberanti di questo sapere che i secoli hanno accumulato per mezzo dei santi dottori. […] Ma, per far questa opera di vita interiore, bisogna che ci persuadiamo, è necessario studiare teologia ascetica".

        Si cita volentieri S. Francesco di Sales (Teotimo, l. VI, cap. 4): "Non è in modo alcuno la scienza per se stessa contraria, anzi è molto utile alla divozione; e quando insieme si uniscono, si aiutano a vicenda mirabilmente".

        Per motivi analoghi si raccomanda ai preti lo studio della Storia della Chiesa:

        "Se noi Sacerdoti coltivassimo con maggior cura la Storia della Chiesa, anche la nostra predicazione ne avrebbe un enorme vantaggio: invece delle solite frasi e degli esempi mille volte fritti e rifritti, potremmo render più vivace e più sostanzioso l’insegnamento che dal pulpito, nelle omelie e nella spiegazione del catechismo, diamo al popolo nostro. Del resto chi non vede che le battaglie d’un prossimo avvenire saranno combattute soprattutto sopra un terreno storico? Mentre i protestanti invadono il nostro Paese ed i dollari d’America tentano di comprare le coscienze italiane, ognuno che ha un po’ di senno intuisce il bisogno assoluto che abbiamo di coltivare la storia, la quale può essere spesso ai giorni nostri un’arma indispensabile per la salvezza delle anime… Anche nelle nostre associazioni, maschili e femminili, quale soffio nuovo di aria ossigenata potremmo portare, se moltiplicassimo le conferenze di carattere storico, ben preparate!"

        Lo studio in generale non può non servire al sacerdote, il quale altrimenti smarrisce spesso anche lo stesso "buon senso naturale" e può smarrirsi di conseguenza anche in questioni eminentemente pratiche, per le quali non bastano le cognizioni giuridiche apprese in seminario:

        "E’ un castigo di Dio? p. es. a quei sacerdoti, che non si affannano né molto. Né poco per gli Atti o dottrinali o disciplinari del Sommo Pontefice o dei relativi Vescovi lo studio dei quali può portare tanta sapienza all’Ecclesiastico? Non ricorro a questa spiegazione. Mi basta quest’altra: per la trascuranza dello studio e della riflessione l’ingegno si assopisce, si addormenta, si atrofizza: si dimentica quello che si è appreso a suo tempo; non si fanno acquisti".

        Lo studio delle scienze profane viene raccomandato anche ai sacerdoti, per il prestigio della Chiesa:

        "Noi sacerdoti abbiamo bisogno della stima, non per farcene un vanitoso paludamento, ma per aprirci la via a salvare anime. Non tutti certo possono raggiungere le supreme altezze della scienza. Basta ve ne siano alcuni: testimoni del mecenatismo della Chiesa, onore della classe. I più trattandosi di scienze profane devono accontentarsi di essere gli scolari dei sommi, buoni, rispettosi, buongustai. Che se il tempo non faccia difetto, senza venir meno ad altri e più sublimi doveri, possono non pochi specializzarsi in alcune scienze, specie in quelle che sono di maggiore sussidio alle scienze sacre"; tuttavia si afferma subito dopo: "[…] questo studio e queste scienze non possono essere a scapito delle scienze sacre […]".

        Dobbiamo notare comunque che quest’ultima raccomandazione troverà un significativo parallelo, dodici anni dopo, nell’enciclica di Pio XI dedicata al sacerdozio, la Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935, nella quale parimenti si raccomanda al clero, seppur "entro i dovuti confini e sotto la direzione della chiesa" e con particolare riferimento agli elementi che dimostrino possedere "inclinazioni e doti speciali", di coltivare lo studio delle scienze "a decoro della chiesa stessa e a glora del divino suo capo Gesù Cristo".

        Abbiamo l’impressione comunque di trovarci di fronte ad istanze di carattere generale che nascondono una realtà non sempre felicissima; impressione che ci sembra suffragata da un’immagine del clero, soprattutto di quello rurale, che non brilla certo per profondità culturale e che, trovandosi spesso a vivere in condizioni di marginalità o addirittura di indigenza, non ha stimoli sufficienti per una crescita in tal senso. Capita quindi di incontrare figure emblematiche, come ad esempio il parroco di campagna che nella sua misera biblioteca annovera principalmente trattati di zootecnia o quei preti che ignorano anche i principi fondamentali del diritto matrimoniale concordatario, incappando per questo in incresciosi incidenti.

        Già nel 1916, nella rivista Vita e Pensiero, si affermava che i giovani sacerdoti avevano bisogno di acquisire competenze anche nel campo degli studi profani, nonché nelle discipline storiche e letterarie, affinché il loro livello intellettuale non restasse inferiore a quello del laicato e per ripristinare nella società il prestigio alla Chiesa che era andato scemando negli ultimi tempi.

        Tuttavia si legge anche: "Se ci mettiamo a istituire dei confronti, non c’è poi da perdere tutto quello che comunemente si crede. […] Tutta la stampa periodica cattolica, che è poi, almeno per la sua compattezza programmatica, il blocco maggiore della stampa periodica nazionale, è già un segno, che il pensiero del clero non ristagna. E anche in fatto di apporti al patrimonio generale della cultura, il clero in cura d’anime non autorizza certo il pessimismo. […] Ho rilevato che uno ogni diciassette preti ha al suo attivo una o più pubblicazioni: da monografie storiche originali, a saggi di critica letteraria o di ricerche scientifiche, a trattazioni di discipline teologiche, a versioni anche voluminose da lingue estere. E si tratta per lo più di preti addetti al ministero. […] Ora io domando: se facessimo una classifica comparata, i ceti dei professionisti esercenti (qui deve puntare il paragone) ci battono poi di molte lunghezze nella cifra proporzionale della loro attività propriamente culturale? Permettetemi di dubitarne".

        Il problema avrebbe la sua spiegazione principale nel fatto che il clero non dispone di mezzi adeguati per tenere aggiornata la sua cultura specifica, come capita invece per le varie figure professionali dei laici. Da questa constatazione emerge nella Rivista del Clero Italiano la proposta di organizzare delle specie di Settimane teologiche, ovvero dei veri e propri periodi di istruzione supplementari alla formazione del seminario che andrebbero inquadrati in un corso metodico.

        Ai preti vengono spesso addebitate la mancanza di cultura artistica nonché l’inosservanza della legge canonica al riguardo. Sovente si leggono commenti molto emblematici al riguardo : "L’arte la si considera come un lusso, ed al lusso non ci si bada quando si ha fame, quando cioè manca il necessario. Perciò si subordinano le leggi canoniche a pretese esigenze del culto"; "Il clero talora trascura, disperde, lascia deperire ciò che gli è affidato, perché non sa distinguere fra ciò che è artistico e ciò che non lo è".

        E’ un fatto, comunque, che sulle pagine della Rivista del Clero Italiano si dia un certo risalto alle disposizioni della Santa Sede riguardo alla conservazione dei beni storico-artistici. Il 15 aprile 1923 il Cardinal Gasparri trasmetteva ai Vescovi italiani un documento per "la conservazione e la migliore utilizzazione degli archivi e delle biblioteche delle diocesi italiane" nel quale era contenuto un appello di Pio XI affinché si eseguissero diligentemente le prescrizioni precedenti in materia.

        Anche qui dobbiamo notare che le raccomandazioni sembrano aprire uno squarcio su una realtà non molto positiva: "Si invitano gli ecclesiastici ad occuparsi seriamente e con fervido cuore di tutto ciò che la lunga vita della Chiesa è andata largamente maturando nel campo dell’arte, della storia e di quelle discipline che, comunque, vi si riconnettono. Il Clero dev’essere formato fin dagli anni del Seminario alla intelligenza, comprensione e ricostruzione del passato, e quindi allo studio dei documenti, sacri e profani, al rispetto ai monumenti del Cristianesimo, all’amore dell’arte e di ogni sua esplicazione"; poco sotto, quasi a tradire una consuetudine di mancanza di cura del materiale documentario si afferma esplicitamente: "Sappia il Clero che gli è fatta precisa proibizione, anche sulla base delle disposizioni del Codice Canonico, di trasportare in case private a titolo di prestito, di deposito fiduciario, documenti, codici, pergamene; che, d’altra parte, siffatti documenti vanno conservati con ogni cura in locali ben guardati contro l’azione dell’umidità, protetti e difesi contro pericoli d’incendio e furto; che nessun cimelio può essere mostrato agli studiosi, anche seri, e molto meno ai semplici curiosi, senza le necessarie precauzioni di sicurezza e di buon uso, cosicché esso non subisca avarie o guasti o mutilazioni di sorta".

        Il 10 dicembre 1925 la Segreteria di Stato dirama una serie di Disposizioni pontificie in materia di Arte Sacra, dedicato al problema della conservazione del patrimonio storico-artistico della Chiesa in Italia. Un lungo articolo di Adriano Bernareggi compare nel numero di febbraio 1926 della Rivista del Clero Italiano a commento ed illustrazione dei provvedimenti della Santa Sede. L’articolo è interessante anche perché è molto critico circa l’atteggiamento del clero italiano nei confronti dei beni artistici.

        Si constata anzitutto un disinteresse generalizzato dei sacerdoti italiani per l’argomento, se non addirittura un’attività illecita: "A che infatti questo susseguirsi di provvedimenti, sempre più stringenti, se non perché la S. Sede dovette avere l’impressione che non si facesse tutto quello che occorrerebbe e che essa desidererebbe? […] La cronaca dei giornali di questi ultimi mesi riferì più volte di alienazioni abusive di oggetti di valore artistico non indifferente compiute da sacerdoti o da membri di istituti religiosi, e di provvedimenti presi dall’autorità giudiziaria nei riguardi dei violatori delle disposizioni civili in materia d’arte. […] Ma in quanti altri casi ancora le abbastanza severe leggi canoniche, oltre che in materia di alienazione di oggetti artistici o storici anche in materia di costruzione e di restauri degli edifici di culto, di custodia e di conservazione delle opere d’arte, di rispetto dell’arte nella decorazione della chiesa e nella suppellettile liturgica sono violate!

        Ignoranza di cose d’arte? Più ancora, noncuranza della legge canonica? Peggio, mancanza di onestà? Escludiamo pure quest’ultima causa, fortunatamente rara, perché sono sporadici i casi di sacerdoti che hanno cercato di cavare un lucro personale dalle cose preziose della chiesa. Ma insufficienza di cultura artistica, e noncuranza della legge canonica, quante volte sì!"

        Abbiamo citato lungamente perché il brano è, a nostro parere, molto esemplificativo. Il clero viene accusato di non saper gestire il patrimonio artistico in suo possesso, ma a queste illazioni farebbero da contraltare le benemerenze di altri sacerdoti che hanno salvato molte opere dal deperimento. Si ribadisce comunque che non si può in ogni caso pretendere troppo da un clero che è sprovvisto di mezzi sufficienti.

      3. I difetti del prete
      4. La Rivista del Clero Italiano, nel ventennio da noi preso in esame, non risparmia critiche nei confronti di determinati atteggiamenti da parte dei preti in generale che vengono ritenuti deleteri per un corretto esercizio pastorale e per la stessa immagine sacerdotale.

        In particolar modo questo compito viene svolto con una certa regolarità e con uno spazio quantitativamente abbastanza rilevante da mons. Giovanni Cavigioli, personaggio molto importante nell’ambito della Rivista soprattutto per il numero notevole dei suoi scritti, il quale a partire dal 1925 tiene regolarmente una rubrica dal titolo Dopo la siesta (ben centosei volte fino al 1940 compreso); in essa, fra l’altro, egli si diverte a disegnare delle macchiette di sacerdoti, spesso tratte dalla realtà, in cui di volta in volta evidenzia particolari aspetti delle loro figure. Fra l’altro il fatto che le riflessioni riportate dal Cavigioli, si svolgano dopo la siesta, ovvero il rituale sonnellino pomeridiano del prete di campagna, intontito a causa dei processi digestivi, getta uno squarcio di particolare immediatezza sulla vita quotidiana del sacerdote. Possiamo quindi avere un quadro, anche se colorito, abbastanza concreto del prete, soprattutto di quello di rango più basso: abbiamo così l’immagine del parroco avaro, del prete petulante o maldicente, del predicatore pieno di sé, e così via. Per questo motivo, e anche per la sua preponderanza in tale ambito tematico, utilizzeremo per questo paragrafo principalmente come fonte gli scritti del Cavigioli. Avvertiamo tuttavia che lo stesso autore ribadisce, a diverse riprese, che i difetti riscontrati appartengono più alla patologia della figura sacerdotale che ad uno stato che potremmo definire di normalità.

        Una delle accuse che vengono mosse con maggior frequenza ai sacerdoti considerati nel loro ambito strettamente morale è quella di avarizia e di difetto nella carità.

        L’avarizia si rivela, ad esempio, nell’accoglienza del predicatore di turno. "Alcune volte l’avaro si rivela a prima aspetto: quando in canonica tutto è razionato, misurato, idee, aria e pane in tavola, non ci vuol molto a capire lo stile del capodicasa. Altre volte il tipo si presenta normale: ospitale, decoroso, non ha lucidi né i gomiti né il dorso del soprabito; il suo cappello non è da spaventapasseri. Ma, adagio: dei sette vizi capitali l’avarizia è quello che sa meglio camuffarsi riparando all’ombra di rispettabili qualità, come sarebbe a dire la previdenza, la prudenza, la giustizia.[…] troverete chi si angustia d’aver recitato in fretta vespro e compieta, è difficile che troviate chi si riconosca colpevole d’essere avaro, attaccato al soldo. E nemmeno il signor piovano si farà colpa d’essere alquanto distratto alla scadenza delle mensilità degli avventizi da pagare ai suoi parecchi coadiutori".

        L’avarizia del prete può avere origine da diverse di cause. Un caso è costituito dall’intervento di parenti esosi, ed è significativo il fatto che questa possibilità venga richiamata espressamente. "Il malanno può allignare nell’ambiente viziato, quando il povero prete è il prestanome, l’avallante, la vittima di esosità rozze di parenti che lo spiano, lo furano in tutte le mosse, gli smorzano ogni entusiasmo. Sono situazioni penosissime che inchiodano il malcapitato ad un quotidiano martirio domestico".

        Altre cause possono essere di tipo più prettamente psicologico, tipiche di caratteri particolarmente inclini alla "depressione", soprattutto se posti "in un villaggio isolato, a contatto con gente gretta". Questi poveri sacerdoti "sono più degni di compassione che di condanna", tanto più che non basterebbe certo una settimana di esercizi spirituali all’anno per una "terapia razionale".

        Una terza causa dell’avarizia viene riscontrata nella situazione economica di certa parte del clero, situazione spesso tale "da rasentare la miserabilità". La soluzione ovvia di questa situazione consiste soprattutto nel dotare il clero di una maggiore sicurezza economica soprattutto per quanto riguarda la vecchiaia.

        Non si può tuttavia prescindere dal curare il morbo dell’avarizia nella sua sede naturale, lo spirito, attraverso l’esercizio ascetico della carità, delle mortificazioni, eccetera.

        Dobbiamo notare, comunque, che si senta, da parte della Rivista del Clero Italiano nel 1936, il bisogno di ribadire ai sacerdoti il dovere, sancito canonicamente, del dovere della carità nei confronti dei poveri anche se "a noi, che predichiamo tanto la carità agli altri, non occorre ricordare i grandi precetti, in cui si riassume tutta la Legge, né gli insegnamenti e gli esempi del Maestro divino e dei Santi e la mirabile storia della Chiesa cattolica". Fra quelli richiamati esplicitamente vi sono il canone 467 (debet parochus … pauperes ac miseros paterna caritate complecti), il canone 469 (opera caritatis, fidel ac pietatis foveat aut instituat), il canone 1473 (obligatione tenentur impendendi fructus superfluos pro pauperibus aut piis causis) e soprattutto il canone 1524. Quest’ultimo, fra le altre cose, affronta l’argomento del trattamento economico dei prestatori d’opera, cui i parroci debent assignare operariis honestam iustamque mercedem. Tali riferimenti, inseriti in una rivista dedicata espressamente al clero, e collegati ai vari riferimenti, ad esempio, di avarizia nei confronti dei vicari coadiutori, non sembrerebbero del tutto casuali. Emblematici sono, al riguardo, anche i riferimenti circa il rapporto economico del sacerdote con le domestiche e i sagrestani:

        "Le costituzioni sinodali ripetono frequentemente, per svariati e gravi motivi, l’obbligazione da parte dei sacerdoti di pagare mensilmente il conveniente stipendio alle domestiche. "Pagare", si dice, e non "assegnare", non "convenire", non "lesinare" , non "differire" e tanto meno promettere col testamento. E, per legge, devono venir inscritte nelle assicurazioni sociali. Altrettanto si deve ripetere per i sagrestani, i campanari, i sediari, l’organista, il maestro di canto, i coadiutori. Anche per questi poveri paria del ceto ecclesiastico. Si pagano con stipendi da fame, troppo spesso; ma si esige da essi il possibile e l’impossibile […] Basti pensare che, anche oggi, in uno stato corporativo, con tanto di leggi sociali a tutela degli operai, non si è trovato posto per questi disgraziati; e che, per non urtare le resistenze dei datori di lavoro, si è abbassato fino a una lira al giorno il minimo di stipendio dei sagrestani per dar loro diritto all’assicurazione obbligatoria contro l’invalidità, la vecchiaia e la tubercolosi. Assicurazione questa che, in verità, non dovrebbe essere subita come un onere, ma auspicata, cercata, accettata, come una tra le più semplici e utili forme di equità, di giustizia e di carità, in ogni caso".

        Talvolta si riscontra che la discriminante sociale determina in maniera eccessiva l’atteggiamento dei preti. Un caso emblematico è quello dei funerali dei poveri, quando, all’epoca, esisteva la distinzione in classi nelle cerimonie funebri. E’, a nostro parere, estremamente significativo il fatto che si scriva: "Tocca proprio ai preti […] trattar male coi poveri? Santo cielo, vi è un minimum inderogabile di dignità cristiana nei funerali: per esempio, l’obbligo di accompagnar tutti, anche i miserabili, al cimitero"; e, poco oltre, che si tratti del metodo adottato "[…] da un parroco voglioso di discriminare negli uffici la prima, la seconda, la terza, la quarta classe: mise la differenze delle due maggiori in un particolare che stava proprio alle basi della sua personalità: negli uffici di prima calzava le scarpe colle fibbie, in quelli di seconda le scarpe senza fibbie". Oppure, trattando dell’ufficio corale: "[…]in qualche luogo nei funerali di prima classe si eseguiscono tutti i gruppi di note; e nelle classi minori si compiccia una esecuzione abbreviata".

        Questi riferimenti non costituiscono casi isolati e il loro riaffiorare, anche in altri contesti, sembra denotare il persistere di una prassi diffusa; emerge, ad esempio, mentre si critica aspramente la persistente pratica, tipica dei ceti ricchi, della prima comunione individuale:

        "Santo cielo, rispettate un po’ di più la vita di parrocchia! La si finisca dall’assecondare la corsa delle classi alte verso i posti riservati. Oh quanto meglio se la piccina del multimilionario (figlia unica, beninteso) fosse stata avviata anch’essa alla prima comunione nella casa di tutti, vicino alle coetanee del popolo! Maman avrebbe potuto dirle: - Senti Lisetta, non ti vestirò troppo in lusso per non farti notare in chiesa, dove l’essere poveri o ricchi non conta nulla. Anzi Gesù preferisce i poveri, perché ha voluto essere povero. Ti darò le scatole dei dolci da dividere colle altre comunicande, e a tavola ne faremo venire una, la figlia della Lia, la portinaia. Ti porterò nel pomeriggio al Ritiro delle orfanelle, all’Asilo delle cieche, al Rifugio del Buon Pastore. E ti preparerò le tre buste che offrirai, una per casa, alla Suora, alla Suora che ci riceverà.

        Così si educa, diamine: non coll’insinuar l’impressione che sulla strada del Paradiso ci siano i compartimenti dei vagoni letto con tutti i servizi annessi e connessi".

        Un problema più volte richiamato è quello della carità dei sacerdoti nei riguardi dei confratelli. E’ il caso dei beneficiati maggiori, e del loro rapporto con i preti di stato più umile, rapporto che dovrebbe implicare una solidarietà fattiva: "Non dirò che i confratelli maggiori, quelli che splendono sul candelabro, trascurino questi patres minorum gentium: ohibò! Li trattano anzi con carità; ma è sempre la solita carità dosata su misura del signor marchese: quanto bisogna per mettersi al di sotto; non quanto occorre per istar loro in pari".

        Le cause vengono attribuite anche alla insufficiente formazione precedente il sacerdozio: "E’ necessario che un candidato all’altare sia puro come un angelo, e obbediente fino all’eroismo: qui sta il centro di gravità del futuro apostolo. E’ necessario, ma non è sufficiente: non dispensa dall’educare il carattere, dal temprarlo alla fiamma di una lealtà a tutta prova, dal levargli le squame e le scorie della piccineria mentale, dall’estirpare i pungiglioni della rozzezza, dall’abituarlo a svolgere tutte le virtù, giustizia compresa, sul piano della carità. Se lasciate la carità in coda, all’ultimo posto, tanto per farlo occupare da qualcuno, siete fritti".

        Non desta meraviglia, quindi, se emerge continuamente la presenza di un fondo di litigiosità nel clero. L’abito mentale acquisito in seminario, e caratterizzato dal distinguo di stampo dialettico-giuridico determinerebbe poi il comportamento ulteriore, in particolar modo se un temperamento non educato adeguatamente si trova ad esercitare il suo ministero in un villaggio sperduto (ed il tema dell’isolamento del clero rurale è una costante che riaffiora continuamente fra le righe della Rivista del Clero Italiano fra le due guerre): "I caratteri di questa fatta sono soggetti ad alterazioni ottiche e ad eccitamenti della fantasia. Se loro dite: dovere, vi rispondono: diritto. Orbene l’isolamento porta alla ruminazione mentale: un tenue dissapore con un vicino, una questione anche plausibile a fondo giuridico, sovreccitano tutta l’attività disponibile che non è assorbita da cure maggiori, e la mettono in esercizio. Adagio, adagio si finisce col perdere il senso della realtà. Anche nei piccoli centri urbani, di cui l’Italia è disseminata, è facile il determinarsi e il differenziarsi di tendenze nel clero: e in mancanza di altre occupazioni si cercano le farfalle sotto l’arco di Tito".

        Visto l’inevitabilità del sorgere delle controversie fra religiosi, si ribadisce la convenienza di deciderle nelle sedi opportune: "Evitare una discussione legale significa rinfocolare una discussione extralegale". Si sente la necessità di affermare anche che "[…] dobbiamo abituarci a ricevere le sentenze con spirito di serietà", ma ancora nel 1938, a riprova di costume difficile da modificare, si deve constatare che "non sappiamo rassegnarci alle deliberazioni della maggioranza: […] Perfino nelle questioni immaginarie l’ostinazione a puntare i piedi su una tesi conduce a graziose guerre d’ingegni, come direbbe il dottor Azzeccagarbugli".

        Si afferma comunque anche che la difesa delle proprie ragioni deve essere subordinata al bene comune; riferendo, ad esempio, il caso di un vescovo trascinato in giudizio ecclesiastico e civile da un canonico con un’accusa di calunnia, il commentatore giuridico non può fare a meno di notare che "[…] l’edificazione dei fedeli […] certo soffrirebbe jattura se vedesse ad ogni piè sospinto i provvedimenti del Superiore trascinati al foro anche ecclesiastico".

        E l’analisi dei commenti giuridici, che si occupano in particolar modo di sentenze, è molto istruttiva circa il livello di litigiosità degli ecclesiastici, soprattutto dei canonici.

        Una quota abbastanza rilevante degli interventi circa i difetti caratteriali dei sacerdoti riguarda la loro presunta propensione alla maldicenza; tale caratteristica sarebbe anzi talmente di pubblico dominio che il Cavigioli può citare come universalmente risaputa la storiella del cieco che può riconoscere due preti soltanto perché essi stanno parlando malamente dell’arcivescovo.

        Il fenomeno sarebbe talmente diffuso che alcuni sinodi avrebbero cautelativamente vietato ai seminaristi in ferie di frequentare i "pranzi della sagra o della congrega". Si riferisce anche di lettere anonime che recano "le visibili impronte digitali di un prete".

        La causa principale della maldicenza andrebbe ricercata, oltre che in un raggio limitato di prospettive mentali ed il contagio, nella pretesa eccessiva "che i nostri superiori debbano essere uomini eccezionali".

        La solitudine del prete facilita poi l’insorgere del difetto caratteriale: "Ponete un prete fasciato di silenzio, tagliato fuori dalle grandi correnti in cui soffiano le idee madri che in un senso o in un altro scuotono il mondo: costui, se non è a temperatura spirituale rovente, non ha difese contro i bacteri epidemici della mormorazione che non si uccidono se non col surriscaldamento".

        Il prete tenderebbe spesso all’ambizione. E’ il caso, ad esempio, del sacerdote che è completamente preso dal suo desiderio di avanzamento nella gerarchia ecclesiastica: "E sono trent’anni che impiega il tempo libero a discorrere di protocollo, di precedenze, di cortei, in modo da dar dei punti ai cerimonieri pontifici e da far venire una notevole barba ai Suoi interlocutori […]. Comprendo ora benissimo come qualmente l’atmosfera rossa o paonazza che colora la Sua fantasia non si confaccia coll’umile ministero che Le è toccato, perché purtroppo non tutti i valori vengono a galla, e anche il Suo è restato sotto il moggio. Di qui deriva quel vago malessere, quell’indefinibile senso di trovarsi fuor di posto, in partibus direbbe Lei, quella dispnea spirituale che accusa un vizio cardiaco. […] Pensi ai Suoi parrocchiani, e lasci andare la sollecitudine di sapere su chi cadranno le preconizzazioni concistoriali".

        E’ il caso anche del prete a caccia di prebende e benefici: "[…] Ella non ama il suo gregge. O meglio lo ama in ragion diretta dei vantaggi che Le offre: congrua pingue, comodità, bella vista, conversazioni, inviti. […] Questi preti che mi vanno ai concorsi come gli impresari si presentano alle aste pubbliche in attesa di un buon lotto di lavori, finiti i quali si passa ad un altro incanto, mi hanno l’aria di appaltatori di benefici: che abbiano cuore di pastori, via, ci ho i miei bravi dubbi".

        Assimilabile a questa è la situazione del prete che scopre in sé stesso una insospettata vocazione per gli affari, con il rischio di trovarsi poi in situazioni poco piacevoli nei riguardi di altre persone, peggio ancora se si tratta di parrocchiani: "E chi ci ruzzola dentro in questi trabocchetti incolpi sé stesso di aver dimenticata una semplicissima riflessione: il prete deve bensì amministrare la cassa altrui: quella però dei poveri, non quella degli abbienti".

        I sacerdoti avrebbero poi la tendenza ad abusare nel chiedere favori, soprattutto ai confratelli, tanto che, così si afferma, il modo tipico dei preti di ringraziare per un piacere ricevuto consisterebbe nel chiederne immediatamente un altro.

        Una figura molto presente, con valenza negativa, nelle pagine della Rivista del Clero Italiano è quella del predicatore di successo, spesso presuntuoso e arrogante.

        Spesso al di là della loro eloquenza e delle preziosità oratorie si trova ben poco di efficace per incidere in profondità nelle anime degli uditori: "[…] se si sfronda a colpi d’accetta la parte sentimentale, di tutto quell’albero pomoso resta uno stollo arido e contorto come quello che sostiene i pagliai della campagna. […] Le tue animule […] sono sempre a quel punto e non avanzano mai nella scala dei valori. Provati a dirmi quale rendimento diano alla vita cristiana collettiva, quale forza riescano a trarre dal languore in cui tu le aduggi, come possano irradiare calore e luce al mondo. E poi riduciamo la domanda su su al quesito principale: sei tu che le guidi, o sono esse che guidano te?".

        A nostro avviso, merita spendere qualche riga in più per trarre dal repertorio sacerdotale del Cavigioli una figura di predicatore che rappresenta un po’ il compendio di tutte quelle che abbiamo trovato sparse qua e là nelle annate della Rivista da noi prese in considerazione. Citiamo testualmente, ricavando il materiale da un articolo del 1940, ove si parla in genere del "predicatore prima donna", il quale, a nostro parere, riassume in sé in qualche misura i vari difetti del predicatore vanitoso e pur tuttavia richiesto dai pulpito. Non dimentichiamo inoltre che questo testo, come la stessa rivista, è rivolto in special modo ad una categoria di preti di livello non particolarmente elevato (parroci di campagna, eccetera).

        "[…] si fa preannunciare da valigie odorose di lysoform e di disinfettanti e dalla nota delle sue esigenze: l’ora dei pasti a debita distanza dalle prediche: c’è la lista dei piatti preferiti di grasso e di magro; un espresso bollente prima di salire il pulpito e la limonata pronta nel termos in sagrestia da sorbirsi […] appena finita la concione; letto caldo per aiutare la traspirazione; zucchero pilè in vassoio: abbondante.

        […] Il predicatore ci tien molto alla messinscena. Prima di tutto ha ritoccato da capo a fondo gli orari con un’olimpica noncuranza delle tradizioni, salvo poi a lamentarsi che l’uditorio spostato nelle sue abitudini si disorienti e diradi alla predica.

        […] Una caratteristica costante di questi predicatori dal cervello ad onde corte consiste nel magnificare i posti donde vengono con una trasparente voluttà di far dei confronti da mortificare l’ospite che li tiene in casa. Fanno sentire la degnazione d’aver accettato un invito impari alla loro statura.

        […] Altra caratteristica del predicatore prima donna è lo scarso trasporto pel confessionale. Ci va col visibile disappunto che ad un usignuolo pari suo tocchi un servizio che può benissimo disimpegnarsi da quel merlo che è il cappellano.

        […] Una terza caratteristica è l’infilare una sopra l’altra le pretese, l’essere o l’affettare di essere scontrosi, capricciosi, malgraziosi […], un gusto matto di ficcare il naso, di criticare, di sciabolare giudizi sulle consuetudini e sulle persone del luogo, una refrattarietà a conformarsi alle usanze, al prendere in pace quello che scalfisce anche leggermente i propri gusti, alle osservazioni sia pure che vengano esposte colla più devota reverenza. I divi, i gigioni del pulpito […] non ammettono rilievi. […] Si conoscono poi tra di loro che è un piacere; s’intende per dirsi magari corna".

        Non esiste quasi un’altra figura così bistratta dalla Rivista del Clero Italiano come quella del predicatore itinerante di grido. Si palesa chiaramente il fastidio dettato dal fatto "che il ministero della parola in mano a taluni è diventato una professione"; agli specialisti del pulpito si preferisce chiaramente la predica del parroco, o del predicatore occasionale. Si afferma addirittura che il proliferare di predicatori di professione sarebbe dovuto, in certi casi, alla furbizia dei superiori religiosi, i quali userebbero il mezzo predicativo come sotterfugio per allontanare elementi non graditi dalla comunità: "Che tra tante migliaia di ottimi religiosi possa trovarsi qualche sfasato non c’è da meravigliarsi […] Ponete dunque un tipo estroso, nervoso, irritabile, impossibile a convivere con altri: per cotali temperamenti (per lo più si sono rivelati dopo la professione) la vita di comunità è una cassa di risonanza delle loro tare che magari non implicano nemmeno una responsabilità, ma che sono destinate purtroppo ad intensificarsi cogli anni. Se uno di costoro ha dell’inclinazione al pulpito, il superiore ritiene che sia una valvola di sicurezza il mandarlo in giro".

        Non per questo i parroci predicatori non vengono criticati. Alcuni dei difetti più tipici della predicazione che vengono volta volta rilevati consistono nel "rinzeppare il discorso di squarci di latino eucaristico", nel "parlar male dei frati", nello "sparare frottole da quattrocentoventi", nel "gusto della stroncatura", nell’essere persuasi "che Domeneddio abbia un’ajuola sola in Italia, la quale, non occorre dirlo, sarebbe la loro regione"; i preti avrebbero inoltre la tendenza ad alzare un po’ troppo il tono della voce "perché tra le caratteristiche dell’homo sapiens è pur quella di ritenere che rintronando i canali uditivi del prossimo si trovi la via di far arrivare al cervello e alla convinzione le idee che pronunciate a voce normale non hanno la virtù di persuadere".

        I difetti di carattere liturgico vengono stigmatizzati con una certa frequenza poiché "[…] ogni peccato antiliturgico è una rottura che spezza l’armonia tra mezzi e fine: peccato che si commette un po’ per sciatteria, un po’ per abiti acquisiti, ma soprattutto perché non si penetra l’anima delle cerimonie, dove anche il gesto muto e il simbolo sono una parola, e dove la più fuggevole semibiscroma è rivelazione di bellezza, di quella bellezza che è splendore del vero"; non si nasconde tuttavia che si tratta di "dolorose abitudini contratte in seminario".

        Tale è il caso anche dell’abbigliamento di quei preti "che vanno in giro spettoracciati" e con "certe cotte che non hanno più gangherelli". "[…] il clou di queste esibizioni di preti in bianco si ha in quelle regioni (più di una) in cui si tollera, in barba alle rubriche e probabilmente ai sinodi, di comparire in pubblico, in coro e nei funerali, col soprabito, collo spencer, col pipistrello, col loden, colla mantellina buttati là sulle spalle e sopra la cotta. Fa freddo si dice a scusa. Lo so. Ma la cotta è superpelliceum: cioè sopra l’abito comune […]. A proteggersi dal freddo è dunque logico che si provveda con sottovesti di difesa, se non si dispone di pannicoli adiposi naturali".

        Molti sono i difetti che si riscontrano nel modo di celebrare la messa, a cominciare dal comportamento di quei preti (definiti "pedalatori") che puntano "sulla Messa compicciata in un quarto d’ora"; molte altre particolarità negative emergono dall’analisi minuta di certi atti liturgici quali una genuflessione o un segno della croce, nonché dalla pronuncia del latino liturgico.

        Una soluzione proposta deriva dall’utilizzo, durante i ritiri del clero, di un’iniziativa che aveva avuto una certa diffusione nei congressi eucaristici ad opera di Galileo Venturini: la messa intuitiva. Nella sua accezione originaria, si trattava semplicemente di coadiuvare il celebrante con un predicatore che aveva il compito di commentare i vari atti liturgici per renderli intelligibili ai fedeli. "Dovete convenire che è un metodo felicissimo. E mi suggerisce di adottarlo a scartamento ridotto sulla scala di un semplice esercizio, ai ritiri del clero, un competente in rubrica riproduca giorno per giorno un frammento intuitivo di Messa, rilevando i difetti, verbali e liturgici, più comuni, e indicando le rettifiche. Poi viene il turno dei presenti: proibito schermirsi agli inviti di dare un saggio della propria abilità lì, proprio lì, davanti ai confratelli. In qualche casa di esercizi si fa qualcosa di simile; ma occorre andare in fondo, mettere il dito sul vivo, e nei casi disperati imitare ciò che usa nelle visite militari: tenere sotto rassegna in osservazione chi non desse garanzia di sufficiente idoneità".

        La sciatteria di certi parroci coinvolgerebbe inoltre il materiale liturgico occorrente per l’ufficio divino. Ciò avviene, si afferma, anche perché il clero rappresenta una categoria frodabile con relativa facilità. Possiamo tranquillamente trovare, di conseguenza, paramenti sacri o prodotti statuari fabbricati con materiale non conforme a quanto previsto espressamene dai canoni. Parlando della composizione delle candele: "Scartiamo subito la cera dei funerali che, a quello che trapela dai listini stessi delle case produttrici, risulterebbe fuori dei gradi canonici di parentela e di affinità colle api[…]. Invece neppur le candele d’altare hanno sempre uno stato civile discernibile: e un esame chimico, organolettico, di queste luci, la cui mistica funzione è celebrata nel preconio pasquale, quante impure origini vedrebbe sgocciolare in macchie vischiose, tenaci e nere!".

        Per quanto concerne il canto si ribadisce la necessità di osservare le leggi pontificie sul canto sacro. Curiosamente si ribadisce che "il canto corale presuppone un coro" e che in caso di mancanza di elementi "è meglio contentarsi di una Messa decorosamente letta", mentre può capitare che "il coro si riduca a una persona sola: al sagrestano"; si afferma esplicitamente che il canto corale comporta "che gli esecutori leggano le note tutte e non facciano strazio dello spartito". Riguardo al modo di cantare, si deplora l’usanza di alzare troppo il volume, nonché quella di nasalizzare la pronuncia.

        Un problema più volte sollevato è quello relativo alla tenuta dei registri da parte del parroco, nonché della corretta e ordinata stesura degli atti. Infatti, parlando delle vacchette (ovvero libriccini sui quali venivano annotate le messe da celebrare), si ricorda che:

        "Quello che importa è che le indicazioni scritte siano limpide, con una calligrafia passabile, senza criptografie o cifre o abbreviature, senza tanti N.N., e soprattutto siano aggiornate".

        E questo è pure il caso dell’immaginario prete che "[…] non ha mai imparate certe cose di prima intuizione: come sarebbe il redigere gli atti con una calligrafia per lo meno leggibile, senza cancellature e senza abrasioni, con quel minimum di pulizia e di armonia che è una condizione inderogabile per non farsi compatire dal pubblico".

        Per quanto concerne l’esercizio concreto della confessione, il ruolo del sacerdote viene considerato di fondamentale importanza anche in considerazione del fatto che competerebbe alla sua persona illuminare quelle anime che non hanno coscienza della grandezza e gravità del sacramento. Si riscontra invece la presenza di due categorie di confessori "che confessano male":

        "Confessori muti. Non si degnano di dire una parola. Dopo tanti "sì, sì", e "e poi?", danno la penitenza e l’assoluzione e "vade in pace". Costoro confessano male. Lo sentono i penitenti stessi. Infatti non è raro il caso che tornano a confessarsi. "Padre, a dirle la verità, mi sono confessato poco tempo fa, ma non sono soddisfatto. Il confessore in fretta e furia e senza lasciarmi dire tutto, mi ha dato l’assoluzione senza aggiungere una parola: non sono contento".

        Vi sono confessori che parlano, ma non dicono niente della gravezza del caso concreto. Sembrano grammofoni. Queste sono confessioni che lasciano il tempo che trovano, quando non portano anche del danno. Non è raro il lamento di penitenti che, quando si convertono sul serio, sono costretti a dire: "Padre, se io avessi trovato un confessore che mi avesse parlato come mi si parla ora, non avrei fatto quello che ho fatto. Nessuno mi ha mai avvisato". Come si sente qui la responsabilità del confessore!"

        Nell’ambito dell’istruzione catechistica, la principale accusa mossa ad una certa categoria di parroci riguarda il loro disinteresse circa la questione. Essi possono valersi alcune volte dagli usi locali di qualche regione "i quali dispensano i parroci dal disturbare il chilo pomeridiano festivo" facendo il catechismo agli adulti. Un altro addebito riguarda invece i predicatori che sdegnano volentieri il catechismo ai fanciulli, anche se invitati dal parroco e nelle domeniche in cui non avrebbero impegni. Per non parlare, infine, del caso di quelle parrocchie ove non si organizza un organico corso di catechismo agli adulti (previsto d’altronde dal canone 1332), semplicemente perché "nessuno s’incarica".

        Alcuni sacerdoti hanno la tendenza ad abbracciare troppe attività, dimenticando che oltre un certo limite, dettato dai limiti fisici e temporali, la quantità va a scapito della qualità, come il caso di quel predicatore che passa da un pulpito all’altro, ma "darà sempre l’impressione di essere coi soldi contati in tasca". I preti dovrebbero imparare dai frati ad ottimizzare la loro attività attraverso la specializzazione:

        "Badate a quello che avviene negli ordini religiosi più evoluti. Chi è dedicato a un ramo non si disperde in altri: si seleziona, si valorizza. Qui sta il segreto di taluni indiscutibili primati del clero regolare sul secolare. Noi preti si abbraccia troppe cose: perché il ritmo del nostro operare si svolge di frequente senza quei volontari controlli che dovrebbero supplire ai minori legami della nostra disciplina".

        All’opposto troviamo invece la figura del prete quietista, richiamato spesso dalla figura di don Abbondio. Questo tipo di sacerdote evita ogni coinvolgimento in attività impegnative come la partecipazione ai congressi eucaristici e viene soprattutto identificato dal fatto che egli non incoraggia le organizzazioni di Azione cattolica con la scusa che "il bene, quando si ha buona volontà, si può farlo a casa sua, quietamente, senza tant’apparato".

        Molte volte l’atteggiamento passivo deriverebbe da una sorta di debolezza della volontà, mentre "l’atteggiamento insostituibile del buon Sacerdote è l’atteggiamento di chi combatte". Come esempio per quanto riguarda l’atteggiamento del prete di fronte alle estreme difficoltà, si rimanda, fra gli altri, al Cardinale Federigo Borromeo.

        Collegato a questo aspetto vi è un atteggiamento inibitorio che viene denominato come rispetto umano (e nei riguardi del quale, nei suoi vari aspetti psicologici, il Gemelli denota un particolare interesse); esso consiste nel condizionamento di fattori esterni che impediscono il perseguimento di atti che il giudizio di valore (soprattutto morale) determina come i migliori. Tale atteggiamento non è estraneo alla figura del sacerdote, il quale trova spesso una scusa capace di tacitare la coscienza:

        "[…] Noi preti, molte volte, siamo vittime del rispetto umano e lo siamo perché, vedendoci conculcati, combattuti da tutti, misconosciuti nel nostro ministero, abbiamo paura di tutto, anche della nostra ombra, di urtare, con la incredulità, anche la suscettibilità altrui. Chi ci ascolta? Chi ci segue? Ecco la paura ed ecco pronta la scusa. E per questa paura e con questa scusa finiamo per contribuire al crescere e al diffondersi del malanno".

        Un capitolo a parte riguarda il comportamento dei preti quando si trovano riuniti assieme ai confratelli, e ciò avviene in occasione di eventi quali ritiri spirituali o congressi eucaristici.

        "Un prete deve recarsi al Congresso come ad un corso di esercizi, a pregare, a imparare, a discutere, e, se è il caso, a bloccarsi in un confessionale. […] Durante un congresso l’unico giro da percorrere è quello che passa dalle Chiese, alle sedute, agli alloggi: le gite sportive, i panorami rinviamoli a miglior occasione".

        E pur tuttavia si nota che in tale genere di occasioni il clima si rilassa in misura eccessiva; vediamo preti frequentare locali non confacenti al loro stato e così via. I problemi organizzativi scatenano poi l’insita litigiosità dei religiosi, causando scontri riguardo le modalità delle processioni, la scelta degli oratori e delle sedi delle funzioni, con gli inevitabili strascichi di polemiche e speranze deluse.

        L’eccessiva dimestichezza dei preti nei riguardi dei cani viene criticata, tanto più, che si rileva la tendenza a travalicare i limiti del buon senso e dell’opportunità; si narra di sacerdoti che si ritrovano le bestie addirittura in confessionale, oppure di cani abbaianti che interrompono i sacri riti. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un uso abbastanza diffuso (ovviamente principalmente fra il clero rurale), tanto che il solito Cavigioli, dopo aver menzionato una decretale di Clemente V (Corpus juris canonici, libro III, titolo XIII) nella quale si lamentava che i risparmi dei monaci cistercensi venissero sprecati per il mantenimento di levrieri da caccia di grossi prelati, si augura: "E per non pretendere troppo dalle antiquate decretali, io vorrei qualche statuto recente di un sinodo, di un concilio provinciale o plenario, che moderi la libertà permessa ai cani dei preti di ficcarsi in sagrestia o in chiesa dove meno si aspettano".

         

      5. Il problema del fumo

      Trattiamo a parte di questo aspetto poiché le pagine della Rivista del Clero Italiano ospitano, nel 1930, un dibattito abbastanza vivace sul problema della liceità o mena dell’uso del tabacco da parte dei preti, soprattutto in considerazione del fatto che l’aspetto "voluttuario" del fumo implica anche conseguenze di carattere morale, oltre che sanitarie e di igiene.

      La polemica contro il fumo ha inizio con un opuscolo apparso a Treviso nel 1930, a firma di un sacerdote, don Giuseppe Pavani, il quale inaugura una campagna contro la diffusione di questo vizio fra le file del clero. Il problema non riguarda particolarmente del vizio del tabacco da fiuto, il cui uso è ormai caduto in forte disuso e che non viene ormai apprezzato dal giovane clero.

      Tuttavia, su questo fronte, annoveriamo una decisa presa di posizione proprio nel 1930 a firma di Carlo Gorla, il quale curava una rubrica mensile di teologia morale. Si ricorda ai lettori della Rivista del Clero Italiano che l’uso del tabacco da fiuto era già stato colpito da scomunica (almeno per la diocesi di Siviglia) da Urbano VIII con la costituzione Cum Ecclesiae del 1641, e che tale proibizione era stata rinnovata negli anni seguenti:

      "Ognuno intende che, se cessarono tali sanzioni e la dissuetudine abolì tali leggi, nulla si tolse, nulla si toglierà mai al fondamento di esse, alla sconvenienza della cosa ed al pericolo di indecenze alla chiesa ed agli arredi sacri; indecenze che non si tollererebbero in cucina e nella sala da pranzo. Chi di noi davanti a persone degne di speciale riguardo, ad autorità o ecclesiastiche o civili, si permetterebbe di pascere il naso colla polvere nicotiana? E davanti al SS. Sacramento!

      Non si dica: Se non esiste più la legge proibente, perché tanto accalorarsi? – Rispondo: io al parlare di peccato, di disobbedienza etc. preferisco parlare dei riguardi dovuti (e che certo tutti noi vogliamo usare) alla Casa di Dio, ai Sacramenti, alle funzioni sacre; - preferisco insinuare la mortificazione in cose facilissime e conformi all’igiene".

      Un articolo firmato con lo pseudonimo di don Virginio Nicotino compare nel maggio 1930, citando larghi brani del testo del Pavani sopra ricordato. In esso si attacca direttamente l’uso del "tabacco da fumo" con diverse motivazioni. Prima di tutto per motivi di carattere igienico e per il danno arrecato all’immagine del prete: "[…] I denti col tempo divengono neri a causa della nicotina; quell’alito ributtante, specie al mattino, non è troppo gradito alle persone con cui deve pur parlare il sacerdote. E poi […] il sigaro e la sigaretta e anche la pipa, danno al fumatore un’aria che non lo fa troppo rassomigliare al Curato d’Ars o a S. Francesco d’Assisi. Il sacerdote che fuma appare un tantin mondano; c’è in lui una lieve tinta di gaudente che non s’accorda bene con la compostezza raccolta e dignitosa di un ministro di Dio. Insomma fumare non sarà peccato, ma non è virtù di sicuro; e l’impressione che hanno i fedeli di un sacerdote che fuma non è del tutto edificante. Lo scuseranno, sì: i più diranno: E’ una debolezza; è un uomo anche lui; dopo tutto non c’è nulla di male. […] Ma le anime pie, quelle che conoscono la secreta divina potenza della mortificazione e del buon esempio nell’apostolato del sacerdote, amano certo vedere in lui una più perfetta austerità di vita".

      In secondo luogo, si evidenza lo spreco economico per il fumo, spreco non indifferente (da "un franco" al giorno per i fumatori più moderati fino a bruciare "tre o quattro lire al giorno e anche più" per quelli più incalliti per un totale annuo nazionale valutato nell’ordine di 12 milioni di lire) con implicazioni più ampie che investono anche la sfera spirituale:

      "[…] Si può stare proprio quieti in coscienza, quando, ad esempio, i nostri confratelli missionari si dibattono in mezzo a difficoltà immani, e ci gridano disperatamente: Aiutateci! Aiutateci!?

      […] Che altro fanno i nostri cari giovani dei Circoli Cattolici con una "giornata senza fumare"? L’hanno detto chiaramente: fanno un atto di mortificazione per aiutare l’opera delle vocazioni sacerdotali.

      […] La povera gente si toglie il pane di bocca per darlo agli allievi del santuario, ed essi fumano la sigaretta? E’ un’ingratitudine, una vergogna, uno scandalo".

      Ultima motivazione addotta è il pessimo esempio che i parroci danno ai chierici, i quali sarebbero di conseguenza incoraggiati a fumare

      A queste argomentazioni ribatte Giovanni Cavigioli nel numero di giugno affermando che le accuse contro il fumo sono generiche e fuorvianti, e che il calcolo del presunto risparmio che si otterrebbe dall’abolizione del vizio nel clero pecca semplicemente di ingenuità.

      Il fumo non è pulito, ma la colpa della mancanza di pulizia sarebbe dovuta soltanto alle cattive abitudini igieniche dei fumatori. Se lo scopo della campagna contro il fumo viene condotta per rialzare il tono della condotta del clero verso una nota di maggiore sacrificio, la strada intrapresa, colpevolizzando il prete che fuma, non è la più corretta. Bisognerebbe utilizzare un metodo più equilibrato, senza esasperare ogni aspetto della vita sacerdotale:

      "Tale io penso che debba essere l’opera dell’educatore: svegliare ed avviare una coscienza; non limitarsi a squadrare e a piallare su modello il contegno esteriore; non costrurre soltanto dighe, ripari, palizzate, steccati, che non fanno elevare di un palmo la volontà personale che il principio etico d’ogni azione. Su quello che il chierico non debba fare, bastano le leggi canoniche; […]

      Di fatto possibile che non ci sia altro da pensare? Lanciando uno sguardo sulla via si direbbe che per intanto ci sarebbero altre cose più urgenti".

      La polemica si conclude con un articolo di Carlo Gorla pubblicato sul numero di luglio, nel quale si tenta un compromesso fra le due posizioni espresse sopra. In esso l’Autore ricorda che diversi recenti Sinodi e Concili provinciali impongono agli ecclesiastici il riserbo quanto al fumare in pubblico. Bisogna guardarsi in ogni caso dall’abuso. Tuttavia la mortificazione nelle piccole cose rappresenta una palestra per l’esercizio di forme più elevate di virtù.

      "[…] l’abbondanza del fumare io la riprovo come sintomo di fiacchezza spirituale, che non ha riguardo né all’anima, né al corpo, né alla borsa; la quale ultima sarà in parecchi casi creduta incapace di comperare un libro o teologico o ascetico (che forse costa pochissime lire), del quale ha tanto bisogno il soggetto, che ha sempre denaro per i toscani.

      "Chi vuol custodire la propria e l’altrui continenza deve subire un continuo martirio", dice S. Agostino, serm. 250. Ma e se non sappiamo frenarci in cose facili, quando ci freneremo?"

      E più oltre, citando il Cardinale Mercier:

      "Le penitenze straordinarie dei Santi non sono l’opera delle prime prove; di solito le praticano nel loro impressionante rigore al termine del loro mirabile lavoro di perfezione. Non si esige, che noi incominciamo dove essi finirono: ma è forse questa una ragione per non avere neppure il vivo desiderio di finire dove essi incominciarono?"

      Il problema contabile viene spostato dal campo dei costi economici del vizio a quello più prettamente spirituale, e questo è uno dei tratti salienti dell’articolo del Gorla:

      "Ma io sono pronto a rinunciarvi [al conteggio del Pavani riportato dal Nicotino], però per seguire i calcoli che già faceva il Card. Mercier […] Egli fa il ragioniere non dei soldi, ma delle vite sacerdotali. […] "Date a Dio e alle anime le vostre forze fisiche […]; non sciupate la vostra salute e siate perciò sobrio, sobrius esto, secondo il consiglio di S. Paolo a Timoteo. […] Ora se il clero rinunciasse all’alcool o al tabacco, o ne usasse con estrema moderazione, la curva della sua mortalità tosto si abbasserebbe considerevolmente. […] se la vita media di questi sacerdoti si prolungasse sia pure di un anno, quale guadagno per la diocesi! Sarebbe un beneficio di cento vite sacerdotali e per voi quale aumento di meriti e di gloria eterna".

       

       

    5. Le figure particolari
    6.  

      1. Il seminarista ed il "prete giovane"
      2. Due sono gli appunti che vengono abitualmente mossi ai "preti novelli": la loro impreparazione rispetto al ministero, dettata principalmente dalla mancanza di esperienza, e la loro tendenza "rivoluzionaria", che si estrinseca in particolar modo quando si insediano nella loro parrocchia, e che talvolta si accompagna alla mancanza di riguardo nei confronti dei predecessori.

        Gli articoli sull’argomento apparsi sulla Rivista del Clero Italiano nel lasso di tempo da noi studiato sono orientati secondo due direttrici ben identificabili: da un lato l’invito ai sacerdoti più anziani, in modo particolare ai parroci, a seguire, la formazione ed i primi passi dei sacerdoti (con punte di vero e proprio controllo preventivo nel caso dei seminaristi), al fine anche di evitare quei contatti e quelle situazioni che potrebbero risultare pericolosi per la vocazione; dall’altro si cerca di dare ai preti appena ordinati, e quindi necessariamente inesperti, norme comportamentali minuziose riguardanti vari aspetti del ministero, ma orientate principalmente ad una cautela formale ed esteriore, nonché alla prudenza nei riguardi dei confratelli e della gerarchia.

        Così quando il prete novello parla, anche se solo con i confratelli, deve calcolare che i parrocchiani lo ascoltino "per un invisibile microfono sospeso in aria".

        "Evita taluni inconvenienti inosservati che però si verificano con qualche frequenza. Per esempio: quello di interrompere senza un motivo urgente il collega che recita il breviario: quello di suonare con stizza il campanello per far troncare la sonata dell’organo: quello di accompagnare sottovoce il canto dell’orchestra se per caso si conosce il pezzo eseguito: quello di alzar il tono si è in parecchi a celebrare: quello di economizzare il tempo recitando l’antifona finale dell’uffizio nello scendere dal caro alla sagrestia; quello di tabaccare fastidiosamente durante le funzioni […]; quello di rifiutare, per riguardi schifiltosi, di ascoltare un prete che chiede di confessarsi; quello di sfuggire il servizio di diacono e di suddiacono per puro amore dei propri comodi; quello di accompagnare in molti il mortorio di un confratello ma poi di riversarsi in frotta all’osteria del paese e farvi un pranzo sociale non precisamente colla mestizia delle antiche agapi funebri.

        […] Ma durante il ritiro bada ai fatti tuoi e premunisciti contro i poco saggi esempii che noi vecchi ti potremmo forse dare: per esempio lo squadrare da capo a piedi i preti sconosciuti come se fossero uomini selvatici in giro; il chiedere al vicino: chi è colui? Non importunare a tavola con domande inutili chi sa di dover tacere. Non pedinare durante il silenzio del sollievo i tuoi compagni per far scivolare qualche parolina. Non iscrivere i propositi o le pie aspirazioni sul legno interno dei cassetti della scrivania".

        Abbiamo citato questo lungo brano perché esso è emblematico per illustrare il tipo di norme di comportamento, molto minuziose, che vengono proposte ai novelli sacerdoti.

        Si richiede in sostanza un atteggiamento esteriore formale che risulti rispettoso della gerarchia e nello stesso tempo non stravolga quell’immagine equilibrata e aliena da accenti eversivi, che si vuol dare del sacerdote.

        La misura deve dettare infatti ogni aspetto del ministero. I predicatori, ad esempio, devono essere invitati per tempo e trattati con rispetto:

        "[…] Non ammettere il gatto a tavola quando c’è il predicatore forestiero: può darsi che non gli piacciano queste confidenze. Non è neppure igienico il proporre a mensa i casi di morale e chiedere all’ospite, a titolo d’onore, il suo parere motivato […]. Non obbligarlo ad andare a letto tardi per fargli sentire i dischi del tuo grammofono. Non insistere neppure che t’accompagni a far delle visite a’ tuoi parrocchiani: chissà che non abbia alcun gusto a moltiplicare delle labili conoscenze occasionali. Se l’ospite, come il più spesso avviene, è il predicatore, non forzarlo mai, se non ha voglia, a bere prima di salire in pulpito[…]".

        E gli esempi potrebbero essere facilmente ripetuti.

        Rispetto agli anni precedenti, visto la scarsità del clero, i giovani sacerdoti sarebbero notevolmente più facilitati nell’acquisizione di una parrocchia. Tuttavia i neo eletti parroci avrebbero la tendenza a denigrare l’operato dei predecessori. Una lettera ad un giovane sacerdote su questo argomento ci viene fornita dal solito Cavigioli:

        "[…] Sei scivolato anche tu nello scoglio su cui si rompono la barca certi parroci novelli della tua taglia.

        Quale scoglio? Quello di ritenere che il mondo cominci con voi altri e che all’avvenire ci si avvia tagliando i ponti del passato.

        […] Il tuo antecessore, lo ammetto, negli ultimi anni era cadente di forze, e poi chiuso com’era nei vecchi schemi, sordo alle voci nuove per congenita diffidenza, non per difetto di zelo, può averti lasciata qualche matassa da sgrovigliare. L’intermezzo della vacanza ha, secondo il solito, accumulati gli interessi al capitale passivo. Ma questa non è una buona ragione perché tu parli e scriva in quel modo dello stato della parrocchia, e che il primo atto di carità pastorale consista nel gettare a piene mani lo scredito sui morti e sugli assenti che non si possono difendere. […] Demolire per ricostruire è la più dispendiosa delle imprese edilizie".

        Vi è tuttavia un aspetto del carattere giovanile, che i preti più anziani dovrebbero rispettare nei loro colleghi più giovani, ed è i loro entusiasmo, la visione soprannaturale del loro ministero, tale che spesso li spinge al desiderio di fare sempre di più noncuranti di ogni retribuzione: tutto questo viene sintetizzato nel vocabolo poesia. Vi è un aspetto deteriore, che è quello dell’ansiosa ricerca del nuovo, dell’iperattività a fin di bene, ma non temperata dalla prudenza, e che mira, umanamente, al riconoscimento immediato dei propri meriti.

        "Ma un carattere distintivo di indubbio valore per riconoscere dalla bolsa la sana poesia […] è la capacità del giovine sacerdote a soggiacere alla volontà dei superiori, quando, pur dimostrandogli di conoscere e apprezzare tutto il suoi entusiasmo e la sua vibrante sete di apostolato, gli impongono di rimanere nei limiti, forse angusti, di ambiente e di ministero a lui assegnati".

        I giovani preti sarebbero impreparati alla predicazione, tanto che "talvolta provengono danni dalla facilità con cui si permette di predicare, o comunque di fare discorsi sacri in alcuni luoghi, a giovanissimi sacerdoti non ancora pronti per affrontare un uditorio, ai quali, se non manca lo zelo e la pietà, manca troppo sovente un’adeguata preparazione filosofica, teologica, scritturale".

        Un aspetto reso con particolare evidenza, come abbiamo già accennato poco sopra, è quello dell’atteggiamento che il sacerdote più anziano deve tenere nei riguardi del seminarista o del prete appena ordinato.

        Ai parroci in particolare spetta "[…] la cura dei chierici della parrocchia, poiché sono essi pure parte del gregge affidato dal Vescovo: e siccome dai chierici si formano i sacerdoti e da questi di solito dipendono le sorti morali dei popoli, così questo è un obbligo che i parroci hanno verso tutta la Chiesa. […] Possiamo dire che la cura dei propri chierici è da parte del parroco il primo, doveroso ricambio a Dio ed alla Religione, pel dono inestimabile del Sacerdozio ricevuto, ed il contributo più largo ed efficace alla causa delle anime".

        La vigilanza del parroco si esplica in particolar modo in occasione di quello che viene considerato un periodo a rischio per il seminarista, ovvero quello delle vacanze.

        "All’ansia premurosa di chi lavora con zelo per la salute delle anime, non può sfuggire – ogni anno – l’amara constatazione del raffreddamento inatteso nella pietà di molti giovani seminaristi che, venendo a casa per pochi giorni di vacanza, se ne tornano in seminario così sfigurati da rendere nulla la cura paziente e solerte del loro Direttore Spirituale".

        In questo periodo egli deve cercare di fare in modo che i seminaristi, pur vivendo in famiglia, abbiano il minor numero di contatti possibile con il mondo secolare.

        Il parroco deve cercare di tenere vivo in loro il rispetto della gerarchia e l’amore per la disciplina del seminario. Deve, di conseguenza, fare in modo che essi non vengano a conoscenza di eventuali dissapori e rivalità fra religiosi, nonché allontanarli "dalle frequenti conventicole di certi confratelli e di certi laici" intenti a sfogare il loro malcontento conto il parroco e la Chiesa.

        Deve inoltre cercare di evitare certi episodi pericolosi che vengono creati inconsapevolmente dalla stessa famiglia del chierico, la quale spesso aspetta il ritorno del figlio seminarista per effettuare gite in luoghi e con persone non sempre adeguati, oppure per celebrare un fidanzamento ufficiale o celebrare un matrimonio "seguito spesso da divertimenti illeciti, capaci di sradicare il germe della vocazione, o per lo meno di infiacchire la volontà nel corrispondere generosamente ad essa a causa del violento risveglio di certe passioni, non del tutto spente".

        Per salvare il seminarista da questi pericoli, bisogna fare opera di persuasione, ma con estrema cautela e decisione, a seconda del carattere del giovane; un efficace mezzo preventivo consiste inoltre nel tenerlo occupato.

        Per la formazione del seminarista in vacanza è fondamentale l’esempio positivo del parroco. Bisogna anzi cercare di appoggiarne benevolmente le iniziative, evitando comunque che abbia contatti con ragazze. Giova molto l’associarlo nelle opere di pietà (recita del breviario, etc.) e nelle opere di misericordia, quali visita agli ammalati ed ai poveri "traendo con prudenza riflessioni salutari per indurlo ad odiare il mondo fallace e ad amare il santo rifugio del Seminario".

        Quello del parroco è un ruolo privilegiato, soprattutto se diventa il confessore del seminarista, per vagliare gli eventuali difetti di carattere che potrebbero minare il suo futuro sacerdotale. Egli deve, nei tempi e modi opportuni, farglieli notare e, nel caso si aggravassero, indurlo ad allontanarsi dalla strada intrapresa. Sotto questo punto di vista la figura del parroco può risultare più importante dello stesso direttore spirituale del seminario, al quale spesso il seminarista non si confida completamente.

        E’ curioso notare che certe cautele perdurano anche per quanto riguarda i preti già ordinati.

        Trattando dell’intervento di sacerdoti nel caso di "combinazioni di matrimoni", cioè di un campo di attività che, seppur aborrito e pur fra mille precauzioni, non sembra completamente estraneo ai preti, si afferma esplicitamente che nel caso "di Sacerdote assai giovane e da poco uscito dal Seminario, non vi è chi non veda la inopportunità ch’egli tratti combinazioni di matrimoni. E’ bene ch’egli si dispensi, per quanto può, dall’essere Direttore Spirituale di fidanzate e, dichiarando la sua inesperienza e incompetenza, consigli le figliuole di rivolgersi a Sacerdoti più anziani e più esperti di lui".

         

         

         

      3. Il prete anziano
      4. La figura del prete avanti con gli anni compare molto più raramente di quello giovane sulle pagine della rivista. Dobbiamo inoltre notare che i sacerdoti anziani vengono visti pressoché esclusivamente quali preti giunti alla fase terminale del loro ministero, con tutti i problemi inerenti di assistenza, salute, e spesso di abbandono.

        Già un prete di sessant’anni, quale viene dipinto dal Cavigioli, non può far altro che pensare a cedere il testimone ai preti più giovani, anche in considerazione del notevole divario culturale ormai esistente; si può ambire al limite ad un canonicato, ad un ruolo di cappellano di suore, "all’uopo di una casa pia di riposo" ed in questo consisterebbe, semplicemente, la "sapienza della vecchiaia".

        A parte questi scarni riferimenti, si parla del prete anziano, quasi esclusivamente affrontando il problema della previdenza del clero.

        Esso veniva trattato già in occasione dell’applicazione della legge di assicurazione obbligatoria contro l’invalidità e la vecchiaia dei lavoratori del 21.4.19, la quale però escludeva i sacerdoti sprovvisti di beneficio o impieghi pubblici, e causava un serie di interventi sulla sua interpretazione e ambito di applicabilità.

        La questione non doveva essere completamente risolta nemmeno negli anni seguenti il Concordato, visto che ancora nel 1939 ci si lamenta per la mancanza di copertura assistenziale per i preti in quiescenza:

        "Ma domandiamoci come sia possibile che un prete giunga alla soglia della vecchiaia senza una goccia d’olio che avvivi lo stame prossimo a spegnersi, senza un rimedio che provveda alla sua situazione. E’ inutile il tergiversare. La verità nuda e cruda è che noi preti non abbiamo seguito il veloce sviluppo delle iniziative cautelatrici della previdenza in questi ultimi sessant’anni".

        Capita così di leggere brani che, pur nella loro enfasi, rendono bene i toni della campagna a favore dell’assicurazione del clero che troverà nella figura di Nazareno Orlandi, fondatore della FACI, il suo campione:

        "Nessuno ignora la condizione miserrima, morale e fisica, di un povero parroco, il quale, dopo avere speso tutto sé stesso e tutti i suoi averi per la cura della sua chiesa e delle anime a lui affidate, dopo forse essersi anche imprudentemente caricato di debiti per dare sfogo al desiderio suo di bene, colpito improvvisamente da una malattia che lo renda invalido per la vita […] sia costretto, per avere ancora un pezzo di pane, a restare nella sua parrocchia, testimone lacrimante e lacrimevole di uno sfacelo religioso e morale completo, poiché per anni e anni forse a quel popolo vedrà mancare il pascolo della parola di Dio, ai bambini la spiegazione del catechismo, a tutti l’amministrazione dei sacramenti e fin l’assistenza negli ultimi momenti della vita. Afflizione e pena infinita anche del Vescovo, che non può rimuovere il parroco, perché non sa come provvedere alla sua assistenza; non può inviargli in aiuto un viceparroco, perché sarebbero due, invece che uno solo, a morire di fame; né trova modo di riparare comunque alla rovina di tante anime, non avendo né potendo avere il coraggio di buttar sulla strada o di collocare in un pubblico ricovero di mendicità un sacerdote esemplare, che finché ha potuto, ha compiuto mirabilmente il suo dovere".

         

      5. Lo spretato
      6. La figura del prete che sveste l’abito sacerdotale viene senz’altra identificata, negativamente, con quella di Roberto Ardigò, morto suicida, al secondo tentativo, il 15 settembre 1920. Il fatto destò notevole impressione per la notorietà del personaggio, docente universitario e "pontefice" del positivismo italiano. Abbiamo già affermato l’importanza dell’Ardigò nella formazione del giovane Gemelli, ma possiamo affermare che egli rappresentò, a partire soprattutto dai primi anni ’70, un punto di riferimento per molti giovani, che videro in lui un maestro. Il suo pensiero influenzò anche personaggi come Turati e Ghisleri, che furono suoi collaboratori.

        Ciò che a noi tuttavia interessa, in questa sede, è il suo percorso morale. Ordinato sacerdote nel 1851, si dedicò all’insegnamento ed agli studi teologici e filosofici. Il suo successivo interesse per le scienze naturali e per il problema gnoseologico, in collisione con l’autorità ecclesiastica, fino a giungere alla sua sospensione a divinis nel 1869 in seguito alla lettura ed alla pubblicazione di un discorso concernente Pietro Pomponazzi, e nel quale si celebrava l’efficacia del pensiero nel determinare il progresso umano e si esaltavano Rinascimento, Riforma e Rivoluzione Francese. Nel 1871 sveste l’abito ecclesiastico con l’intenzione di rimanere buon secolare, ma il suo distacco definitivo anche dalla fede religiosa appare un fatto compiuto nel 1877. Negli anni successivi, assistiamo alla sua fortuna accademica, culminate nelle grandi onoranze tributategli nel 1898, ma la crisi del positivismo causerà anche il suo tramonto, accentuato dal decadere delle forze fisiche. Viene collocato a riposo nel 1909, per un incarico scientifico nominale. Ridotto in solitudine, assillato da problemi finanziari e provato dai bombardamenti aerei su Padova, tentò il suicidio il 6 febbraio 1918 (e ricevette in ospedale la visita del Gemelli). Respinse l’invito fattogli da Paolo Carlo Origo, vescovo di Mantova, a riconsiderare la sua posizione religiosa. Morì suicida, come s’è detto, nel 1920.

        Indubbiamente nei commenti si enfatizza la disillusione del positivista che tenta di togliersi la vita ripetendo un’idea fissa: "Che è la vita? Che vale la vita?", e la sua morte, nell’intenzione dei commentatori cattolici, rappresenta la fine di un’epoca. Ma un elemento fondamentale, che emerge continuamente per spiegare la fine misera di quest’uomo, è la sua condizione di spretato. Lo stesso Gemelli confesserà che durante il primo impatto con il suo maestro positivista, cercava in lui "i segni del portamento sacerdotale".

        In generale lo "spretato" viene accomunato nella condanna al "prete indegno" perché ha perso la vocazione. Dio non può che condannare i sacerdoti che "circondati e colmati di tutte le sue più elette benedizioni e grazie nell’ordine naturale e soprannaturale, tutto hanno dimenticato e calpestato, per andare dietro al reprobo senso della animalesca natura".

        Il problema della perdita delle vocazioni viene descritto come un problema attuale già nel 1920:

        "[…] la perdita della vocazione può andare e va non di rado, specie in questi ultimi tempi, anche per ragioni della guerra, anche assai più oltre; va fino all’abbandono delle opere del ministero, che si facevano prima pro forma e con interiore opposizione, in una continua ipocrisia, fino al gettare quell’abito che, con tanta gioia ed interiore esultanza, si era indossato nei giorni più belli della gioventù, e che era venuto a pesare come le cappe di piombo di cui parla il Poeta, e che si era andato perciò guastando o lasciando in molte parti, sfuggendo alle ecclesiastiche prescrizioni; fino al darsi alle secolaresche incombenze, agli affari mondani, a cui se era dato un completo addio; fino, perché non dirlo? a togliersi a quella continenza, a quella castimonia che si era solennemente giurata innanzi a Dio ed alla Chiesa, e che aveva formato la gioia dei giorni più belli della vita, come forma da secoli la gloria più splendida del sacerdozio cattolico".

        Una costante è poi rappresentata dalla tendenza dall’identificare la figura dello spretato a quella del prete non è riuscito a dominare gli appetiti carnali.

        Nonostante tutto questo, l’attenzione della Rivista del Clero Italiano, nei riguardi della figura del "sacerdote apostata" è rivolta spesso a scopi eminentemente pratici, ovvero a fornire ai lettori (che sono sacerdoti), delle norme di comportamento nei loro confronti, norme che sono dettate dalla cautela e che vengono sancite giuridicamente.

        Così, ad esempio, si risponde al quesito se un sacerdote, richiesto, possa somministrare i sacramenti ad un prete che ha lasciato l’abito ecclesiastico, e la risposta è emblematica della prudenza che viene impiegata: "Se non fu mai sospeso, e l’accostarsi di lui alla S. Comunione in abito secolare non produce scandalo, perché incognito nel luogo ove si trova, può comunicarsi col proposito efficace di ritornare ad meliorem frugem, cioè di riprendere l’abito, etc. Però: ove fosse anche stato ammonito e poi sospeso, astrattamente parlando la sospensione non toglie l’uso dei sacramenti, reiterato produrrebbe scandalo, perché egli mancherebbe al dovere di riprendere l’abito: e non sarebbe lecito l’accostarsi alla S. Comunione"; bisognerebbe inoltre valutare anche il caso di matrimonio civile contratto e rivolgersi in ogni caso al vescovo.

        Da notare infine che gli spretati vengono accusati esplicitamente di essere veicolo della propaganda protestante in Italia, la quale si avvale soprattutto "[…] di quei disgraziati preti e frati che, specialmente nel periodo delle trucibalde gazzarre anticlericali da cui fu afflitta la Nazione ancora giovane, gittarono alle ortiche la tonaca, o dietro il miraggio della nomea effimera elargita, con una raggiera savonaroliana, ai transfughi più rumorosi, o dietro l’effimero ondeggiamento d’una gonna femminile..: persone di solito moralmente molto discutibili".

         

      7. Il canonico
      8. Si tratta di un personaggio generalmente bistrattato, perché il suo ruolo viene reputato parassitario. Giovanni Cavigioli (canonico anch’egli), invece, ne prende le difese sulle pagine della Rivista del Clero Italiano.

        E’ vero che la vita dei canonici non conosce i grattacapi della vita parrocchiale, ma questo fatto ha anche dei lati negativi:

        "Il cruccio maggiore è il non aver più un gregge: si è saliti gerarchicamente di uno scalino, ma non si è più a contatto colla fiammata del calore di un popolo. Si passa ora semisconosciuti, spaesati in città tra le fredde reverenze degli habitués della messa conventuale: s’impiega utilmente il tempo negli uffici di ordinario e di straordinario dei conventi; ma nel pomeriggio o nella sera della vita, quando è un conforto l’udire un saluto, non lo si ode".

        Per quanto riguarda le vecchie accuse circa nomine irregolari, influenze esterne, e così via, tutto questo rappresenterebbe ormai un ricordo del passato. Inoltre il ruolo liturgico di preghiera corale dei capitoli, mantiene inalterata una certa attualità:

        "Stiamo in guardia noi canonici a non permettere alcuna incrinatura nella compostezza e nella dignità della recita, nelle debite pause, nel decoro esteriore dei riti e delle insegne. L’ufficio canonicale, nato accanto alla celebrazione eucaristica, sarà rivalutato dall’odierno movimento liturgico. E’ tempo di liquidare […] quel criterio […] di calcolare il rendimento di un prete solo per quello che fa di appariscente. Un prete ridotto a dir soltanto l’ufficio in coro rende anch’egli un apporto, non traducibile in espressioni matematiche, alla vita della Chiesa, la quale vita, a scanso di equivoci, è squisitamente sovrannaturale. Se l’anima dell’apostolato è la fiamma interiore, e se tutto nella Chiesa solidarizza in grazia della comunione dei santi, la preghiera corale è nella categoria degli alimenti insostituibili che non ammettono succedanei".

        Tuttavia, non tutto è così roseo. L’analisi dettagliata del materiale giuridico pubblicato sulla Rivista del Clero Italiano ci apre uno squarcio su di una realtà ben più articolata.

        Premettiamo che i riferimenti da noi riscontrati come direttamente inerenti all’argomento (in numero di sedici) sono, nella gran parte, concentrati nel periodo 1920-26. Si tratta, di solito, di risposte a quesiti dei lettori, di interpretazioni autentiche del codice canonico, oppure di sentenze di Sacre Congregazioni del Concilio, che vengono illustrate; si presume, ovviamente, che tali argomenti incontrino l’interesse dei fruitori della rivista.

        Diversi sono i richiami ai doveri dei canonici, soprattutto per quanto riguarda il coro e la recita del breviario. Curiosamente è proprio questo aspetto a perdurare più a lungo nel tempo, ritrovandolo, caso unico, anche dopo il 1930. Non sorprende quindi dover constatare che diverse sono le richieste di informazioni circa l’obbligo della recita; capita così ad esempio, oltre al caso di canonici che cercano di tutelare in tutti i modi il loro diritto all’assenza (soprattutto perché insegnanti nel seminario), di trovare il canonico che chiede se non soddisfi all’impegno suonando l’organo durante l’ufficiatura.

        I problemi sembrano sussistere talvolta anche nei riguardi dei rapporti col vescovo. Può capitare così di leggere che un presule chieda agli esperti di diritto ecclesiastico se può esigere l’assistenza di alcuni canonici della cattedrale per certe funzioni alle quali è chiamato fuori della città, oppure si informi circa l’obbligo dell’assistenza del teologo e del penitenziere ai pontificali del vescovo. Si può arrivare a veri e propri conflitti giuridici, come nel caso del capitolo di Udine, che si trova in aperta contraddizione con l’arcivescovo sulla nomina dei mansionari, spolverando addirittura un titolo di fondazione risalente al 1245.

        Ma dobbiamo notare che la parte preponderante dei quesiti e degli interventi riguarda in modo particolare le modalità di lucrare i benefici connessi ai canonicati, fatto che conduce spesso a rivalità ed a ricorsi presso le autorità ecclesiastiche competenti. Emerge comunque anche un mondo in cui i privilegi, anche di carattere semplicemente onorifico, hanno un loro peso. Si discute così, ad esempio, del fatto se il vicario foraneo, se canonico, abbia o meno un diritto di precedenza sugli altri membri del capitolo; ma le stesse sottili distinzioni che affiorano continuamente trattando dei rapporti fra compiti dei singoli canonici e distribuzioni di benefici, sembrerebbero denotare un ambiente non refrattario a gelosie ed animosità.

        Purtroppo il fatto che tali riferimenti si ritrovino concentrati in un arco temporale molto limitato non ci permette di andare al di là di queste poche considerazioni e ci impedisce di tentare un’analisi di più ampio respiro.

         

         

         

         

      9. Il docente
      10. Abbiamo già affermato più sopra come l’insegnamento elementare venga reputato "una delle più gloriose tradizioni del clero in Italia" e come tale attività venga, in particolar modo, consigliata ai preti giovani perché permetterebbe loro di "guadagnare onestamente un tozzo di pane", senza per questo compromettere il loro ministero parrocchiale e rappresentando, invece, un campo proficuo di apostolato.

        Anzi, "[…] sono degnissimi di rispetto tutti gli ottimi docenti in talare che nelle scuole pubbliche italiane di ogni grado tengono alto l’onor del sacerdozio, e la cui presenza stessa è da sola un monito ad aver fede in quei valori spirituali che sono l’aroma del sapere. Alcune zone d’Italia hanno una vitalità religiosa robusta anche per merito di quel reticolato di cappellani maestri […]".

        Tuttavia si plaude ad un decreto del Concilio del febbraio 1927, con il quale si era cercato di mettere un freno ad una situazione che giudicata negativamente, ovvero la tendenza che si era andata delineando già a partire dagli anni Ottanta di abbandonare il ministero attivo e l’insegnamento pubblico per trovare un’occupazione nei collegi privati. La spiegazione va ricercata, ovviamente, nel fatto che lo stipendio di un professore o di un maestro privati è molto superiore alla congrua (si parla rispettivamente del triplo e del doppio circa); a questa constatazione andrebbero aggiunti i vantaggi derivanti dagli aumenti periodici e dalla pensione.

        Netta è, sulla Rivista del Clero Italiano, la condanna di questa categoria di docenti: "Nessuno (nessuno, dico) ha il diritto di fare il prete privato. […] Per venire al caso nostro, il sacerdozio non è un accessorio supplementare che il signor professore può tenersi in tasca, come una carta d’identità, utile a sfoderarsi per dir messa e fare panegirici; il docente è l’appendice del prete e non viceversa. Ascendere agli ordini col proposito di fare i propri comodacci, ripugna al concetto essenziale dello stato sacerdotale. […]".

        Dal punto di vista economico, una categoria che, così si afferma, non ha particolari angustie, è anche quella dei professori dei seminari diocesani: "[…] con una messa festiva, con una cappellania di confratelli, con incarichi nelle scuole pubbliche, con lezioni private, ce la caviamo; difatti a non lasciare passare le occasioni, si può anche riuscire ad accumulare incombenze da arrotondare quasi uno stipendio da sottosegretario di Stato".

         

      11. Il curialista
      12. Trattiamo in questa sede di quei sacerdoti che ricoprono un incarico nella Curia vescovile, quali il cancelliere ed i suoi aiutanti, l’economo, i funzionari specializzati (ramo matrimoniale, pii legati, etc.), il personale addetto all’amministrazione, e così via.

        I consigli che vengono elargiti ad un "curialista" appena nominato si limitano, in genere, alla prudenza, soprattutto quando l’ufficio che si va a ricoprire riveste una certa importanza. Questo vale, ad esempio, nel caso di rapporti inevitabili con "rispettabili personalità", che pur non appartenendo all’alta gerarchia ecclesiastica, hanno tuttavia un loro indubitabile peso e tendono all’invadenza.

        "Che fare? Non perdere mai la calma e compatire. […] Anche quando fanno dell’ostruzionismo o dell’opposizione, non sono facilmente afferrabili nelle morse del diritto; ed allora se fai un passo falso o infili un binario morto, ti possono anche silurare con un bravo ricorso. Trattali sempre con riguardo, senza darti le arie di stare sul chi vive; pensa che anche le persone che sembrano normali hanno una zona di irresponsabilità. Quand’anche per ipotesi ti avvolgessero in una rete di pettegolezzi o di piccoli intrighi, non rispondere mai con le loro armi. Sta sulle tue posizioni; rifiuta di manovrare; e fa che non ti si debba mai dare torto".

        E la prudenza, anche se condita di carità, deve informare di sé ogni aspetto della vita del curialista. Bisogna evitare di cumulare di sovraccaricarsi di impegni, e soprattutto delimitare con chiarezza gli specifici ambiti di competenza, pur nel rispetto della gerarchia. Tuttavia la cautela non sembrerebbe escludere la schiettezza.

        Un appunto che viene fatto sul funzionamento pratico degli uffici di curia, riguarda il loro mancato adeguamento rispetto alle metodologie della moderna archivistica. Si propone di unificare i moduli degli atti di curia, a livello nazionale, sul modello di quanto già avviene negli uffici civili, nonché di razionalizzare la tenuta degli incartamenti e dei registri. Ugualmente bisognerebbe curare maggiormente l’attrezzatura e gli arredi degli uffici, con criteri di decoro e di dignità, utilizzando le moderne tecnologie. "Se il mondo corre, non è una buona ragione che prendiamo gusto a fare il trottapiano proprio noi, noi che in altri tempi abbiamo insegnato al mondo come si avviano e come si tengono in attività gli uffici. Le origini dell’archivistica sono eminentemente clericali. Non perdiamo, per carità, un primato di cui siamo i detentori".

         

         

      13. Il prete rurale

 

La figura del sacerdote che vive in condizione di marginalità viene senz’altro identificato con il parroco di montagna, essendo stranamente assenti le altre figure di preti rurali. Notiamo inoltre che vi è una certa attenzione al problema delle parrocchie di montagna a partire dal 1929.

L’ambiente in cui questa figura sacerdotale esercita la sua attività pastorale è quello dei paesi di montagna, colpiti ormai inesorabilmente dalla crisi demografica. Egli assiste alle fasi successive dello spopolamento, che si trasforma gradualmente da stagionale o saltuario a definitivo. La decadenza del villaggio si ripercuote sul pastore, condannato spesso a vivere in modo isolato. Vi è una certa tendenza ad evidenziare lo stato di abbandono della parrocchia, degli edifici sacri e canonicali, nonché il deperimento fisico e l’isolamento del sacerdote. Ecco, ad esempio, la descrizione di un vecchio parroco:

"[…] Il gregge si spegneva e si spegneva anche il pastore. In un villaggio dove la neve dura sei mesi, la monotona vita nel compimento che a lungo andare diventa meccanico dei doveri d’ufficio, la povertà progrediente per le disperse sorgenti di reddito, l’inaridirsi di ogni corrente di rifornimento culturale, l’infrequenza dei contatti, gli avevano indotto prima una patina, poi quella scorza, sempre più fitta, sempre più legnosa, di agreste isolamento, per cui i contorni della realtà arrivano sfocati alla percezione intellettuale. […] lo spirito si sfasa ed inselvatichisce né più né meno del paesaggio irsuto nell’abbandono. E come vi è lo stato fisico dei santi e lo stato fisico dei genii, così vi è lo stato fisico del povero prete derelitto, atrofizzato. Io leggeva la suprema linea di tale decadenza progressiva nel volto di quel parroco partente: un volto coriaceo, solcato da sopracciglia boscose; la rilevava nella testa calva e rocciosa; io udiva la fatale discesa lenta nel brontolio sordo di una voce disusata allo scambio di idee. […] Ma da lunghi anni egli si nutriva, come le sue diradate pecorelle, di polenta, di latte, di cacio, di pane di segale e di necci. […] Che volete che un parroco in queste condizioni, ignorato da tutti, pensi a rintonacare i muri che si scrostano, a intelaiare di nuovo i serramenti scalcinati?".

Per ovviare a questa situazione di degrado in questi che sono "i punti morti della periferia diocesana", dove operano preti che vengono definiti in maniera colorita "poveri paria della stola", si propone l’idea di dare un cambio sistematico ai parroci di montagna, oppure di raggrupparli in un comodo punto centrale, per irradiare da lì un’attività coordinata a tutta la zona.

Si ritiene inoltre utile che il prete, per superare l’isolamento, si dedichi a qualche hobby:

"Inverni lunghi quattro o cinque mesi; cento o duecento anime rattrappite dal freddo; incontri rarissimi e difficili coi confratelli più vicini; il Sacro Ministero ridotto alla S. Messa quotidiana a cui assistono quattro vecchierelle: se il sacerdote non si è allenato a occupazioni personali degne del suo stato e capaci di dargli le soddisfazioni dello spirito, chilo salverà dalla noia, dal tedio, dall’avvilimento, dalla nevrastenia, da tutta la trista corte dell’ozio?"

Ma non tutte le situazioni sono necessariamente negative. Si cita, ad esempio, il caso di un paesello di montagna retto da un parroco che è riuscito ad istruire bene i suoi parrocchiani dal punto di vista religioso, tanto da vincere un premio nella gara di cultura religiosa diocesana, a creare un attivo circolo di Azione cattolica e ad avere una sentita partecipazione popolare alla liturgia. Si tratta, comunque di un’annotazione isolata, anche se si pone attenzione al fatto che viene affermato espressamente che il parroco in questione era stato ordinato dopo essersi laureato in giurisprudenza.

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