Capitolo II
LA "RIVISTA DEL CLERO ITALIANO" FRA DEVOZIONE E POLITICA

 

    1. Il culto al Sacro Cuore e la Regalità di Cristo: l’utilizzazione "politica" della devozione
    2.  

      La devozione moderna al Sacro Cuore ha origine nella Francia del Seicento, sulla spinta delle presunte rivelazioni divine ricevute da suor Maria Margherita Alacoque nel monastero della Visitazione a Paray-le-Monial. Essa viene propagata principalmente dai gesuiti, con una connotazione che ha sin da principio una netta caratteristica "riparatrice". Nel 1773, con la soppressione della Compagnia di Gesù, il Sacro Cuore diviene un segno distintivo del gesuitismo.

      Con la Rivoluzione francese esso assurge ad emblema dell’opposizione cattolica al potere politico, in particolare in Tirolo ed in Vandea. Il clero refrattario andava incontro alla morte indossando scapolari o con immagini rappresentanti il Sacro Cuore. Tuttavia, è nella seconda metà dell’Ottocento che si precisa ulteriormente il significato antirivoluzionario della devozione. Nella circostanza della beatificazione della Alacocque (1864) venne diffusa la notizia (assolutamente infondata) cui nel 1689 la suora di Paray-le-Monial aveva comunicato a Luigi XIV nel 1689 una rivelazione secondo la quale egli avrebbe ottenuto la vittoria su tutti i suoi nemici se avesse edificato una cappella nel suo palazzo, ove compiere l’omaggio personale al Sacro Cuore (che in un regime assolutistico equivaleva a quello dell’intero regno), ed avesse inserito il suo simbolo nelle sue insegne. Gli ambienti intransigenti utilizzarono questa notizia per elaborare uno schema di pensiero destinato ad avere notevole fortuna nel periodo successivo: la mancata soddisfazione al desiderio espresso dalla beata avrebbe fatto sì che Dio mandasse esattamente cent’anni dopo il castigo costituito dalla Rivoluzione per punire i Borboni; inoltre avrebbe fatto in modo che gli effetti disastrosi di quell’evento corrompessero sempre più il tessuto sociale fino a quando un pubblico e solenne atto di riparazione e consacrazione nazionale non avesse portato alla creazione di uno stato sottomesso agli imperativi divini. Alcuni eventi, come il fatto che l’unica vittoria riportata sui prussiani fosse stata conseguita da truppe che recavano sul tricolore il simbolo del Sacro Cuore, sembravano confermare questa costruzione. Da qui ebbe origine anche la proposta di costruire una grande basilica nazionale a Montmartre, ovvero nel luogo simbolo della Comune parigina.

      Ma soprattutto la devozione al Sacro Cuore aveva superato ormai i limiti dello stato francese, investendo tutto l’orbe cattolico. Tramite per la sua diffusione fu l’organizzazione, costituita dai gesuiti francesi, dell’"Apostolato della preghiera" che diffondeva un tipo di pietà incentrata su due livelli: da una parte la proposta di una santificazione personale, dall’altro la richiesta dell’instaurazione del "regno sociale del Sacro Cuore" in ogni stato cattolico, al fine dichiarato di contrastare il processo globale di secolarizzazione. Un modello a cui riferirsi sarà presto costituito dall’Ecuador di Garcia Moreno (1821-1875), consacrato al Sacro Cuore nel 1873. Il Moreno, cattolico intransigente, cercò di costruire una compagine statale nella quale solo ai cattolici fossero garantiti i pieni diritti civili e politici, oltre ad assicurare ogni privilegio alla chiesa cattolica. Il suo assassinio mise fine al suo tentativo, ma ne fece tuttavia un martire esemplare per gli intransigenti; notiamo, fra l’altro, che anche la Rivista del Clero Italiano, e ciò testimonia la persistenza del mito di Moreno, riporterà per un lungo periodo di anni, aneddoti di carattere edificanti concernenti la sua vita.

      Dal punto di vista della gerarchia ecclesiastica, è con Pio IX che inizia il periodo delle grandi approvazioni papali verso la devozione al Sacro Cuore. Il favore incontrato da questo tipo di pietà dal Mastai Ferretti può essere almeno parzialmente spiegato con la simpatia da lui dimostrata nei riguardi dei gesuiti e della loro spiritualità. Fu sotto il suo pontificato che la Alacoque venne proclamata beata. Tuttavia la devozione di Pio IX al Sacro Cuore, dopo il 1870, prese una tonalità decisamente più intransigente e orientata politicamente contro gli errori dei tempi moderni, nonché con una particolare accentuazione temporalistica. Da rilevare che nel 1875 vi fu la cerimonia della consacrazione di tutti i cattolici del mondo al Sacro Cuore.

      Leone XIII non si discosta sostanzialmente dalla linea del suo predecessore, tranne che per una maggiore accentuazione della prospettiva sociale. L’impegno di papa Pecci al riguardo si esplica tuttavia soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato. L’enciclica Annum Sacrum (25 maggio 1899) sarà la prima di un pontefice dedicata espressamente alla devozione.

      Il movimento di devozione al Sacro Cuore trova un notevole sviluppo nei primi anni del Novecento soprattutto grazie all’iniziativa di un religioso di origine peruviana, ma residente in Cile, Mateo Crawley-Boevey (1875-1960), il quale, con l’appoggio di Pio X e della congregazione alla quale apparteneva (dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, detta anche di Pipcus) lancia l’iniziativa dell’intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie. Questa cerimonia voleva realizzare il riconoscimento della sovranità di Cristo sulla famiglia, reputata elemento fondamentale costitutivo della società, dal quale partire per la ricristianizzazione dell’umanità intera. Essa consisteva semplicemente nella collocazione dell’immagine del Sacro Cuore su di un trono-altare collocato nella posizione più decorosa dell’abitazione ed addobbato riccamente per l’occasione. Il significato politico evidente della devozione si può comunque evincere dal tipo di immagine impiegata, che era una riproduzione di quella utilizzata da Garcia Moreno per la consacrazione della repubblica dell’Ecuador. Vi era rappresentato Cristo cinto da una corona che teneva con la mano destra uno scettro e nell’altra un globo illuminato dalla luce proveniente dal suo petto lacerato.

      L’iniziativa ebbe notevole successo, prima in America Latina e poi in Europa, nonostante, tuttavia, alcune resistenze. Il Crawley poteva comunque contare sull’appoggio del nuovo papa Benedetto XV, il quale con la lettera Libenter tuas del 27 aprile 1915 approvava esplicitamente la devozione, considerandola un valido mezzo per contrastare le spinte paganizzanti della società contemporanea.

      Durante il primo conflitto mondiale, la devozione aveva assunto forti connotazioni nazionalistiche, con la consacrazione al Sacro Cuore di paesi schierati su fronti opposti, presentata dalle rispettive chiese come garanzia di vittoria. Opposta la posizione di Benedetto XV, secondo il quale la devozione al Sacro Cuore doveva portare la pace fra i popoli, ripristinando i diritti regali di Cristo sul mondo. Lo stesso Crawley era contrario all’utilizzazione in senso nazionalistico del culto, visto che l’obiettivo finale era il ritorno di tutta la società al cattolicesimo.

      In Italia l’intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie era stata introdotta da padre Mateo nel 1913, che ne aveva affidato la diffusione all’Unione Donne Cattoliche. La contemporanea presenza dei gesuiti con l’"Apostolato della preghiera" con finalità simili, causò conflitti di competenza, tanto più che nel 1918 Benedetto XV stabiliva il controllo della Compagnia di Gesù anche sull’Opera dell’intronizzazione, con notevole disappunto dei seguaci di padre Mateo. Lo scontro venne risolto soltanto nel 1923 con un compromesso che sanciva l’esistenza di due opere indipendenti e impegnava i due contendenti a non intralciarsi a vicenda.

      L’interessamento di Benedetto XV nei confronti della pratica dell’intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie era dovuta al fatto che egli vedeva nella devozione, a prescindere dalle denominazioni che poteva assumere ("intronizzazione", nel caso di padre Mateo o "consacrazione" nel caso dei gesuiti), un mezzo efficace per il raggiungimento del regno sociale di Cristo, e conseguentemente della pace a livello mondiale. Tuttavia bisogna notare che tale obiettivo veniva collegato strettamente al ripristino di un controllo della chiesa sulla società. Lo stesso pontefice, in occasione della bolla di canonizzazione della Alacoque dava credito alla storicità del messaggio politico rivolto dalla santa a Luigi XIV, nonché della sua conoscenza da parte del re; in questo modo avallava le tesi intransigenti, secondo le quali la Rivoluzione rappresentava il castigo divino per la mancata rispondenza ai desideri espressi dal Sacro Cuore e solo il ritorno della società a Cristo ed al suo rappresentante, il pontefice, potevano ristabilire nuovamente l’ordine sociale.

      Su questa linea si svolge anche l’attività di Mateo Crawley e dei suoi seguaci, nel dopoguerra, attività che si svolge secondo due direttrici. Da un lato si insiste sul fatto che il mutamento di condotta in senso cristiano della famiglia sia effettivo e che la condotta non sia un semplice atto formale. E’ a questo scopo che il Crawley fonda e sostiene l’"Associazione del regno sociale del Sacro Cuore nelle famiglie", all’interno della quale le famiglie che hanno compiuto la cerimonia dell’intronizzazione, si impegnano a viverla concretamente e con continuità, in vista della creazione di una società ricristianizzata. D’altro lato si appoggiano i solenni atti di consacrazione di singole nazione al Sacro Cuore, come Belgio e Spagna, in vista della creazione di una società ierocratica a livello planetario. L’impressione è, comunque, che anche nell’ambito dei comportamenti richiesti ai membri delle famiglie, si prediligano gli aspetti più funzionali alla dimensione politico-istituzionale, rispetto a quelli di semplice mutamento di prassi di vita in senso evangelico.

      E tale disegno sarà fortemente perseguito anche da Pio XI, il quale continuerà ad utilizzare ampiamente i tradizionali temi della polemica contro la civiltà moderna, secondo i quali i mali del mondo derivererebbero dal fatto che "gli uomini si sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo", fin dalla sua prima enciclica Ubi Arcano del 23 dicembre 1922; già in essa, tuttavia egli auspica il ritorno del "Regno di Cristo" in tutti gli aspetti della società umana, dalle istituzioni civili, fino alla famiglia. In definitiva, il tratto fondamentale del pontificato di Pio XI, per quanto riguarda gli aspetti di devozione che stiamo affrontando in questa sede, è quello di un’accentuazione notevole del tema della Regalità di Cristo, che avrà il suo culmine con l’istituzione della festa di Cristo Re con l’enciclica Quas primas dell’11 dicembre 1925.

      L’istituzione della festa riconosce formalmente le richieste in merito avanzate insistentemente fin dagli ultimi anni dell’Ottocento, da ambienti intransigenti francesi, che trovarono espressione nella Sociétè du règne social de Jèsus-Christ, con sede a Paray-le-Monial. Tale associazione ottenne consensi in diversi paesi, particolarmente in Italia, e nei primi anni Venti, lanciò una vera e propria campagna a favore dell’istituzione di una nuova festa intitolata a Cristo Re, valendosi anche dell’appoggio di diverse congregazioni religiose, dei gesuiti dell’Apostolato della preghiera e della stessa Curia.

      Gli stessi docenti dell’Università Cattolica di Milano collaborarono attivamente all’elaborazione del progetto, esprimendo nel 1925, un "voto teologico" atto a giustificare dottrinalmente l’introduzione della nuova festa, ed un appello ai cattolici italiani "per invitarli a chiedere collettivamente al Santo Padre che istituisca la festa della regalità del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo Nostro Signore".

      Le ragioni di questo intervento vengono così motivate:

      "[…] Nel presentare questo voto l’Università Cattolica ha seguito l’esempio che le hanno dato, in epoca ormai lontana, le Università medioevali, alla tradizione gloriosa delle quali la nostra Università si riattacca come a una preziosa eredità che le serve di guida nel suo difficile compito. […] La nostra Università vuole, come quelle Università, essere strumento docile nelle mani della Chiesa per la salvezza delle anime attraverso il magistero della cattedra, vuol essere sentinella vigile nella difesa dei diritti e della missione della Chiesa […] E, poiché questo duplice compito suo si appunta in uno scopo ultimo: glorificare il Sacratissimo Cuore di Gesù Cristo, e poiché a procurare e a estendere tale glorificazione è necessario moltiplicare il numero delle anime che lo amano e che lo servono, ed intensificare l’amore che queste gli portano, così, in questi primi albori della sua vita accademica, allo scopo di propiziarsi le grazie divine necessarie per così audace compito, essa ha formulato ed emesso questo voto, il cui scopo ultimo è appunto di aumentare la gloria del Cuore Sacratissimo di Gesù attraverso ad un più solenne, ad un più completo, ad un più esteso, ad un più intenso riconoscimento della sua regalità d’amore".

      Scopo ultimo della disquisizione teologica era dimostrare che:

      "La regalità adunque che si attribuisce al Cuore Sacratissimo di Cristo Signore non è il portato o la risultante di una pietà qualunque; ha invece una vera base teologica e giustamente noi proclamiamo questo Cuore Sacratissimo Re universale […]".

      La Quas Primas, oltre che accettare le richieste di questi ambienti, accoglieva a livello liturgico, le rivendicazioni da parte della Chiesa di un proprio ruolo di supremazia nei confronti della società. Non è d’altronde senza significato il fatto che il tema del regno di Cristo venga con Pio XI sempre più accompagnato dal termine "sociale", a conferma del carattere politico con il quale si guarda a questo tipo di devozione.

      Le motivazioni della nuova festa, oltre che rendere comprensibile la dottrina della regalità di Cristo anche ai meno dotati dal punto di vista intellettuale, erano chiaramente quelle di ribadire in contrapposizione alla società dominata dal laicismo, e quindi destinata alla distruzione, che il ritorno ad una sottomissione all’"impero di Cristo" dei singoli e di tutta la compagine sociale era l’unica possibilità per garantire nuovamente una ordinata convivenza civile. La Quas primas ribadiva quindi il diritto della Chiesa, in quanto rappresentante del legittimo potere regale di Cristo sul mondo, di poter governare l’umanità, non cattolici compresi:

      "Non v’è differenza fra gli individui e la società domestica e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quanto lo siano gli uomini singoli. E’ lui solo la fonte della salvezza privata e pubblica […]. Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria".

      Più in particolare, trattando degli scopi specifici della festa di Cristo Re:

      "La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche di ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principi cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia infine nell’informare l’animo dei giovani alla sana dottrina e alla santità dei costumi".

      Questa chiave di lettura ierocratica della devozione della Regalità di Cristo, avrà profonde ripercussioni nei rapporti della Chiesa con la società nei decenni a venire; essa dimostrerà inoltre una certa tenace resistenza che giungerà fino al periodo postconciliare, quando, in seguito alla mutazione dei tempi, si cercherà di dare a questa parte della liturgia una dimensione più spirituale; nel frattempo tuttavia anche lo stesso Pio XII, nell’enciclica Summi pontificatus del 1939, non si discosterà particolarmente dalle tesi espresse dal suo predecessore, continuando ad affermare (con evidenti nostalgie per la cristianità medioevale) che soltanto il riconoscimento della regalità di Cristo da parte della società poteva garantire l’ordinata vita sociale.

      Un’altra enciclica, di notevole interesse per quanto concerne il nostro ambito di studio, è la Miserentissimus Redemptor dell’8 maggio 1928, che contiene un appello ai cattolici affinché diano soddisfazione "alla giusta vendetta di Dio", mediante atti di riparazione al Sacro Cuore, quali l’ora santa, sui quali comunque avremo occasione di tornare diffusamente in questo paragrafo per la rilevanza costituita da questo argomento per la Rivista del Clero Italiano.

      Un analogo invito alla preghiera ed all’espiazione al Sacro Cuore, anche se più limitato nel tempo e mirato a combattere l’ateismo dilagante, contraddistingue un’altra enciclica, la Caritate Christi del 3 maggio 1932.

      Ci siamo dilungati fin qui notevolmente sulla devozione al Sacro Cuore, in una accezione più generale di quella strettamente connessa alla Rivista che costituisce l’ambito specifico della nostra indagine, perché quest’aspetto, ha influenzato notevolmente il gruppo dirigente dell’Università Cattolica di cui la Rivista del Clero Italiano è un’espressione, e perché conseguentemente esso costituisce, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, una parte decisamente rilevante del materiale pubblicato in questi anni dalla Rivista.

      Lo stesso Gemelli ribadisce continuamente l’importanza di questo tipo di devozione per la cristianizzazione della società:

      "Se vogliamo adunque convertire l’Italia, dobbiamo diffondere in tutto il popolo questa divozione; e farlo senza spaventarci delle difficoltà; il Sacro Cuore ci aiuterà nel nostro cammino: Personalmente posso dare una testimonianza: se siamo riusciti nell’opera impossibile dell’Università Cattolica , ciò si deve al Sacro Cuore. Avanti adunque! Affidiamo al Sacro Cuore l’opera impossibile della ricristianizzazione dell’Italia nostra. […] Avanti con coraggio! Chiediamo con fede al Sacro Cuore che ci dia la grazia di consacrare tutto il nostro popolo a Lui, e lo convertiremo. Le parole dei santi nostri ci garantiscono il risultato e soprattutto ce lo assicura la retta interpretazione di ciò che Egli stesso ha rivelato alla S. Margherita M. Alacoque".

      Dobbiamo comunque tenere sempre ben presente l’influenza notevole che Mateo Crawley-Boevey, "apostolo del Sacro Cuore", avrà sul Gemelli e sui suoi collaboratori (sui rapporti con il religioso di Pipcus si rimanda a quanto affermato a pag. * e seguenti). La figura di padre Mateo emerge spesso dal contesto della Rivista del Clero Italiano; nè dobbiamo inoltre dimenticare la sua partecipazione attiva alla fondazione dell’Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, la quali si avvarrà della Rivista per la diffusione delle sue iniziative liturgiche e, cosa che a noi interessa particolarmente in questo contesto e di cui parleremo diffusamente fra poco, per pubblicizzare l’iniziativa dell’adorazione notturna nelle famiglie fortemente voluta dal Crawley.

      Un articolo che potremmo definire "programmatico" riguardo l’atteggiamento della Rivista del Clero Italiano rispetto alla devozione al Sacro Cuore compare nel 1920 e reca significativamente la firma del Gemelli. In esso egli lancia un appello al clero italiano, affinché si prodighi maggiormente per la diffusione di questa forma di devozione:

      "[…] Diffondiamo molto questa divozione. Consacriamo le famiglie, gli istituti, gli individui; portiamo dappertutto la immagine del sacro Cuore di Gesù; facciamolo amare questo divin Cuore, e ne verranno abbondanti grazie da Dio e la prima tra esse sarà la trasformazione della nostra anima e delle anime che il Signore ha affidate a noi".

      Tuttavia i sacerdoti stessi vengono accusati di non capire spesso l’importanza di questo culto:

      "Io ho un chiodo fisso. Penso che nessuna devozione sia più atta a formare il buon cristiano quanto quella del sacro Cuore di Gesù, ma penso anche che essa non dà i risultati che deve dare per colpa di noi sacerdoti; troppo pochi sono tra noi coloro che la sanno inculcare secondo il suo retto scopo. Troppo numerosi quelli che non ne hanno ancora penetrato lo spirito. E le conseguenze sono palesi. Da un lato la devozione assume forme ridicole o puerili; dall’altro essa diviene facilmente oggetto di facile scherno o di rimprovero, quasi noi fossimo divulgatori di pratiche superstiziose".

      Il problema di fondo, secondo il Gemelli, sarebbe costituito dal fatto che la devozione al Sacro Cuore "è così nutrita di pensiero teologico, che chi non si richiama a questo pensiero teologico non ne può capire nulla". Di conseguenza tutti quei manuali sdolcinati che riguardano questo tipo di pietà costituiscono una vera e propria "peste della devozione cristiana" perché fanno dimenticare che l’aspetto fondamentale dell’amore a Gesù consiste nel rendersi conformi al modello divino (e quindi la condotta del vero cristiano dovrebbe essere improntata all’eroismo ed allo spirito di sacrificio). Molti si concentrerebbero inoltre sul mero aspetto fisico della passione di Cristo, dimenticando gli altri dolori, e non sarebbero quindi in gradi di "elevare la devozione alla sua funzione". Altri infine si limiterebbero ad osservare scrupolosamente le pratiche esteriori.

      Di fronte a questi difetti nella devozione, i sacerdoti devono insistere nell’istruzione dei fedeli, ed essere consci della sua importanza.

      "[…] non dobbiamo collocare questa devozione al livello di tutte le altre, che la pietà dei fedeli ha suggerito. Questa è la devozione rinnovatrice del mondo. E in questo senso noi dobbiamo predicare, e in questo senso dobbiamo esigere che i nostri fedeli preghino. E ora è facile capire che cosa è la consacrazione al sacro Cuore: è il richiamare la nostra vocazione cristiana e il comprendere che cosa Iddio vuole da noi; è il proporre di vivere secondo la missione che Iddio ci ha dato quando ci ha redenti".

      Dobbiamo comunque sottolineare il fatto che in tutto il periodo da noi considerato, la Rivista del Clero Italiano continui a lanciare appelli al clero perché si prodighi per la diffusione della devozione e, contemporaneamente evidenzi le colpe dei sacerdoti italiani per gli insufficienti successi conseguiti.

      Così, ad esempio, ancora nel 1939, ritroviamo gli stessi temi dell’articolo del Gemelli, poco sopra riportato:

      "[…] A tanto lavoro, a tanti sforzi di propagazione e diffusione, corrisponde veramente un miglioramento di vita morale e cristiana? Le promesse del S. Cuore hanno sempre il manifesto e pieno compimento? I peccatori si convertono, i tiepidi si infervorano, e i fervorosi si perfezionano? I divoti del S. Cuore […], le famiglie consacrate, sono veramente e sempre cristiani migliori? […]

      Io credo che la colpa è di noi sacerdoti, maestri delle anime. Anche qui noi abbiamo trascurato troppo il dogma, la teologia del S. Cuore, e talvolta svuotiamo la divozione della vera sua sostanza".

      Così come vi era tornato lo stesso Gemelli nel 1921:

      "La devozione al S. Cuore di Gesù dovrebbe essere una delle devozioni precipue di ogni cristiano. Ed invece essa è purtroppo sempre limitata relativamente a poche persone; la si ritiene privilegio di un numero di persone, per quanto grande, sempre ristretto. La causa di questa limitazione è una non adeguata conoscenza del contenuto del dolcissimo mistero che viene adorato nel S. Cuore di Gesù. […] e queste sono le conseguenze dirette dell’inadeguato fondamento teologico che i più hanno di questa devozione".

      Più in generale La Rivista del Clero Italiano svolge un’opera continuativa di sensibilizzazione dei sacerdoti italiani circa la necessità di diffondere il Culto del Sacro Cuore.

      E ciò perché si ribadisce che specialmente per il clero è un dovere la devozione al Sacro Cuore, anche per una specie di rapporto privilegiato che deriva dalla chiamata sacerdotale, così come tale deve essere lo sforzo di copiarne le virtù. Uno sforzo maggiore dovrebbe avvenire nel periodo più adatto, ovvero nel mese dedicato al Sacro Cuore

      "Il giugno, mese del Cuore SS., deve essere per ogni Cristiano, e quindi per il Sacerdote, anzi per il Sacerdote in modo speciale, quello che faccia le spese, per così dire, o che dia il la agli altri mesi. Noi abbiamo bisogno di un vero incendio di carità in petto per diffondere negli uomini i frutti della Redenzione, per superare le difficoltà, che attraversano l’apostolato; e quindi per combattere e vincere il nostro egoismo: e la divozione al Cuore SS. ci aiuta potentemente a ciò; ci porta ad amare i fratelli non verbis tantum, sed operibus, laboribus, doloribus, morte ipsa se fia necessario, certo colla dedizione completa, per tutta la vita alla gran causa delle anime".

      Dobbiamo comunque notare, anche se sull’argomento torneremo più diffusamente trattando della spiritualità del sacerdote, che dopo l’enciclica Miserentissimus Redemptor del 1928, i riferimenti alla necessità dell’imitazione del Sacro Cuore pongono maggiormente l’accento sull’aspetto strettamente espiativo

      Sotto questo punto di vista, ai sacerdoti viene additato l’esempio del Cristo presente nell’eucarestia, il quale si sarebbe così imposto il rinnovamento del suo sacrificio per amore degli uomini:

      "[…] il Cuore Eucaristico di Gesù può e deve essere l’esemplare del cuore del Sacerdote. […] Noi siamo i rappresentanti del Sacerdote Eterno: ne continuiamo l’opera. Egli avendo affidata a noi la missione dell’autorità, ha pure imposto quella del sacrificio. […] E siamo sacerdoti santi solo se uniamo i nostri sacrifici personali a quello che Gesù, per mano nostra rinnova di sé nella S. Messa. L’unione perpetua al Sacrificio di Gesù non è altro che il sacrificio perpetuo di sé stesso unito all’oblazione della Vittima Divina: e questo è il programma che si impone a noi".

      Dobbiamo notare che il tema del sacerdote come alter Christus e del ruolo sacerdotale di Gesù è, come avremo d’altronde occasione di notare parlando della spiritualità sacerdotale, molto presente nelle pagine della Rivista del Clero Italiano.

      In considerazione di quanto appena affermato, non sorprende che il culto eucaristico a Gesù, venga particolarmente messo in risalto, anche se si sente il bisogno di precisare che (anche in mancanza di un’esplicita approvazione da parte della gerarchia ecclesiastica che tuttavia ha dato dei segnali in merito) essa risalirebbe addirittura alle origini del Cristianesimo. Per le sue caratteristiche, tale devozione si presterebbe ad ispirare l’apostolato non solo dei sacerdoti, ma anche dei laici dell’Azione cattolica:

      "Quale è infatti l’oggetto di questa divozione? Esso è ancora il Cuore SS. di Gesù e il suo amore per noi; ma invece di riferirsi all’amore di Gesù in generale, ha di mira quell’atto supremo di infinito amore, che spinse Gesù ad istituire la SS. Eucarestia, per essere vittima che si immola per noi, ospite che dimora in mezzo a noi, cibo e nutrimento delle anime nostre. […]

      Conosciuto il carattere della divozione al Cuore Eucaristico, si vede subito come essa sia destinata a dare frutti copiosi e per l’individuo e per la società. Produrrà infatti un risveglio ed un alimento della pietà; desterà un più vivo ed un più efficace desiderio di corrispondere all’amore di Gesù e quindi di attendere alla propria santificazione; susciterà necessariamente una più intensa vita eucaristica. […] Ma in modo tutto speciale è chiamata ad usufruire di questi vantaggi l’Azione cattolica […]. Infatti nella pratica di questa divozione i cattolici si sentiranno sempre più accesi di zelo per l’apostolato, non essendo possibile considerare l’amore di Gesù per gli uomini, amore che lo fa ospite, cibo e vittima, e non sentirsi portati ad amare noi pure questi uomini, che sono nostri fratelli, e ad adoperarci per la loro salvezza. Non è forse questo la meta ultima, a cui tende l’Azione cattolica? Inoltre la considerazione dell’amore di Gesù Cristo per noi nella SS. Eucaristia […] questa considerazione, dico, servirà a tener accesa la fiamma dell’apostolato e ci farà sopportare ed abbracciare volentieri e con gioia quei disagi, quelle privazioni e quei sacrifici che l’apostolato richiede".

      Da tutto questo, si evincono facilmente le motivazioni per cui il culto al Cuore eucaristico venga fortemente raccomandato ai sacerdoti, così come si consigli al clero la sua diffusione presso i laici. Compito particolare degli assistenti ecclesiastici dell’Azione cattolica (anche se la Rivista del Clero Italiano si occupa soprattutto di quelli della Gioventù Femminile) dovrebbe essere quello di "intrecciare la devozione al S. Cuore con quella all’Eucarestia, che la prova suprema dell’amore del Cuore del nostro Iddio".

      Dobbiamo comunque notare come si senta la necessità di precisare che tale devozione non sia conflittuale con il culto sacramentale ma, anzi, ne rappresenti un complemento auspicabile:

      "Questa divozione esige forse qualche pratica speciale? Nient’affatto. Importa soltanto che si abbia a considerare l’amore di Gesù nell’istituzione della SS. Eucaristia e che si circondi Gesù degli omaggi di un cuore riconoscente: saranno omaggi di ringraziamento, di adorazione, di riparazione e di supplica. Le pratiche di una vita eucaristica sono le pratiche anche dei devoti del Cuore Eucaristico di Gesù".

      Lo stesso spirito di imitazione di Cristo deve improntare il tipo di devozione che viene proposto ai fedeli. Ad essi in definitiva si richiede una dedizione totale al Sacro Cuore: si tratta, in definitiva, di "consacrarsi" completamente ad esso:

      "La consacrazione è non solo una formula, una funzione, una festa: ma consiste nel mettere a disposizione del Cuore di Gesù tutte le nostre energie, e, per dirla con S. Margherita Maria, nel fare al suo Cuore "un intero sacrificio di se stessi e di tutto ciò che da noi dipende", nell’affidare a lui la nostra anima, la nostra libertà, il nostro corpo, le nostre attività, i nostri interessi. Un unico ideale deve tormentare il nostro animo: non respirare […] se non per far amare, onorare e glorificare il Cuore di Cristo […]".

      Quest’atteggiamento "esemplare" viene contrapposto al comportamento che viene invece effettivamente riscontrato, ovvero quello della frammentazione della devozione in una serie di atti meramente esteriori, complice spesso l’atteggiamento del clero che non istruirebbe adeguatamente i fedeli:

      "Molti non hanno ancora una conoscenza completa della devozione al Cuore di Cristo; ed invece della visione esatta della grandezza di essa, la sbriciolano in mille pie pratiche, ottime in sé, ma che non possono assumere il loro integro valore, se non sono vivificate dall’idea madre di cui dovrebbero essere manifestazioni parziali. Per una moltitudine di persone la devozione al S. Cuore consiste nella Comunione dei nove primi venerdì del mese; e m’è capitato d’incontrare un giovane, che da tempo conduceva una vita scorretta, e che, rimproverato mi rispondeva: "Cosa vuole? Tanto io sono sicuro di salvarmi. Ho fatto, quando ero in Collegio, la Comunione al primo venerdì di nove mesi consecutivi; perciò, secondo la grande Promessa, sono certo di non morire in peccato mortale e di potermi confessare prima di comparire dinnanzi a Dio". Il S. Cuore si era trasformato per questo infelice in un mezzo per poter sciupare e profanare la propria giovinezza.

      Altri ripongono la devozione al Cuore di Gesù in processioni, in coroncine, in immagini esposte in casa, e si vada dicendo, quasi che tutte queste splendide iniziative della pietà cristiana non fossero se non membra d’un organismo esteriore, che hanno bisogno di un’anima".

      Nel fatto che si parli continuamente di problemi nella devozione dei fedeli nei riguardi del Sacro Cuore, vi è forse una nota polemica sull’effettiva adesione a questo culto dei preti. Infatti, non casualmente si parla della "decima promessa" fatta da Gesù alla Alacoque. In essa Cristo avrebbe affermato testualmente: "Ai sacerdoti devoti del mio Cuore darò la grazia di muovere i cuori più ostinati". E’ significativo il fatto che tale rivelazione sia considerata pienamente attendibile:

      "La decima promessa è quella che è: per quanto non sia un articolo di fede, si appoggia a tali titoli di credibilità che ci vuole una faccia tosta per appiccicarvi dei punti interrogativi".

      Passando a trattare dell’opera per la consacrazione/intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie, osserviamo che la Rivista del Clero Italiano tratta di questa particolare forma di devozione principalmente nel 1923 che è, lo ricordiamo, l’anno del compromesso che mette formalmente termine al conflitto fra i gesuiti dell’Apostolato della preghiera ed i seguaci di Mateo Crawley, che si erano visti togliere il controllo dell’Opera dell’intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie. E’ ancor più significativo è, per ipotizzare un rapporto diretto con questo avvenimento, il fatto che due articoli vengano dedicati espressamente ad illustrare le due organizzazioni. Il primo scritto è firmato da un gesuita, Galileo Venturini, ("Vice-direttore per l’Italia dell’Apostolato della Preghiera e della Consacrazione delle famiglie al divin Cuore"). In esso, oltre a considerare come storicamente certa la "grande rivelazione" manifestata dalla Alacoque a Luigi XIV (con tutte le conseguenze che abbiamo constatato più sopra), il religioso si diffonde lungamente sulla storia della devozione evidenziando in particolar modo le motivazioni che avevano portato la Compagnia di Gesù a rivendicare una specie di primato sulla devozione, ovvero la loro paternità spirituale e temporale su questa forma di pietà. Fu infatti il gesuita Ramière, direttore dell’Apostolato della preghiera, si afferma, a lanciare nel 1870 il primo programma di consacrazione al Sacro Cuore; la consacrazione delle famiglie era iniziata già nel 1873, sempre sotto lo stretto controllo gesuitico. E’ soltanto in una "quarta fase" che sarebbe intervenuto il contributo di Mateo Crawley, di cui non si nascondono tuttavia gli indubbi meriti; il Venturini afferma comunque che l’iniziativa del religioso peruviano "non è che una ripresa", e sottolinea subito dopo l’aiuto determinante dell’Unione Donne Cattoliche, dirette dal gesuita Augusto M. Anzuini per la diffusione della pratica in Italia, fino all’incarico definitivo affidato da Benedetto XV all’Apostolato della Preghiera. Per il resto, l’articolo del gesuita condivide pienamente le preoccupazioni già espresse dal Crawley circa il fatto che la cerimonia non si risolva in un mero atto formale di ossequio:

      "La Consacrazione delle famiglie non è, né deve essere, una funzione transitoria, che si esaurisca in un momentaneo entusiasmo, ma deve presentare quel carattere di stabilità che è incluso nel suo stesso nome. Una famiglia consacrata deve essere una famiglia del S. Cuore. Sbaglierebbe pertanto chi la intendesse come una semplice benedizione delle case, o come l’esposizione di un’immagine del S. Cuore posta a decorarne le pareti come tante altre".

      E non si nasconde la valenza "politica" della devozione, oltre ai vantaggi individuali, perché:

      "[…] la Consacrazione è un atto collettivo, che richiama alla mente i diritti inalienabili che ha Gesù Cristo sopra di noi, e l’obbligo nostro di stare a Lui soggetti, di professare tanto nella vita privata che nella pubblica la nostra fede. Ed è così che viene a determinarsi il riconoscimento di quella sovranità sociale di Gesù Cristo, che fu il primo movente della consacrazione fin dal 1889 ed è il più urgente bisogno dell’età nostra, la quale ha sanzionato il più esecrando delitto: l’agnosticismo dello Stato in materia di religione, l’apostasia delle nazioni da Dio".

      L’altro articolo compare il mese successivo, a firma di un francescano, Pellegrino Paoli. Notiamo che, a differenza del Venturini, il Paoli non è un ospite occasionale della Rivista del Clero Italiano, visto che vi scriverà cinque volte fra il 1923 ed il 1928. Nel suo insieme il suo scritto ha almeno in parte il carattere di una risposta polemica, seppur pacata, rispetto a quello del gesuita. Per prima cosa, infatti, il Paoli minimizza i rapporti diretti dell’opera del Crawley (ovvero dell’"intronizzazione" del Sacro Cuore nelle famiglie, usando il termine caro ai seguaci di padre Mateo) con le varie forme di devozione precedenti, in considerazione del fatto che esso troverebbe direttamente origine nelle rivelazioni della Alacoque:

      "Logicamente s’innesta sulla prima rivelazione di Paray-le-Monial e sulle promesse fatte dal Sacro Cuore a Margherita Maria Alacoque, non crea nulla sostanzialmente nuovo, ma solo una cosa vuole ed intende: tirare le conseguenze di quella prima rivelazione ed attuarne il piano divino con lo stabilire il regno di Gesù Cristo nel mondo. Nuova l’opera, sotto questa luce soltanto, e, più che un’opera nuova, una missione nuova che afferra gli elementi preesistenti e ne fa uscire un programma di azione e di conquista, inteso a "realizzare integralmente" […] la rivelazione di Paray-le-Monial […]. Perciò mentre l’Intronizzazione ha dei contatti con opere affini o parallele, in realtà essa persegue un suo programma specifico, ha movenze e caratteristiche sue proprie, ha soprattutto, con uno spirito suo proprio, una portata sociale che va oltre le opere, anche fiorenti, di devozione al Sacro Cuore e di culto".

      Il resto dello scritto si incentra principalmente sul carattere "provvidenziale" dell’opera del Crawley, carattere che sarebbe avallato dalla sua presunta guarigione miracolosa a Paray-le-Monial, accompagnato dall’acquisita consapevolezza della sua missione. La scelta di padre Mateo a favore della famiglia, come mezzo di penetrazione per giungere alla cristianizzazione della società, afferma il Paoli, non sarebbe altro che il ritorno alla tattica pastorale delle prime comunità cristiane:

      "Non fu così forse negli esordi del Cristianesimo? Le "chiese domestiche", sorte dovunque in mezzo ai pagani, furono il fermento che rinnovò il mondo antico romano e lo rese suddito del Vangelo. Purché non manchi lo zelo degli apostoli e la cooperazione di quelli che in ogni famiglia, dove sarà compresa l’Opera, sono presi dalla divina passione di un proselitismo santo che non conosce sacrifici ed ostacoli. Bisogna avere lo spirito del. P. Matteo e dei suoi ausiliari"

      E simile a quella della chiesa domestica delle origini, è la proposta di vita integralmente cristiana:

      "Il P. Mateo, dunque, non si propone soltanto di ravvivare la devozione al S. Cuore, egli vuole santificare ogni famiglia. L’Intronizzazione nella famiglia, riconoscendo la regalità di Gesù, impegna i membri che la compongono a vivere di Lui, senza umani rispetti, nel più puro senso cristiano, con la fedeltà e con l’amore. Essa costituisce uno stato d’animo, uno stato di vita; e vuol dire che tende a trasformare i soldati della santa crociata quanti vogliono attuare integralmente il regno sociale di Gesù Cristo".

      Dobbiamo comunque notare che il tema dell’"Intronizzazione" come fatto che mirerebbe a un mutamento non passeggero nella prassi di vita, si lega alla più generale polemica verso l’Apostolato della preghiera che veniva accusato dai seguaci del Crawley di perseguire con la consacrazione soltanto uno scopo limitato negli effetti e passeggero.

      Negli anni seguenti l’enciclica Miserentissimus Redemptor (8 maggio 1928) di Pio XI, la Rivista del Clero Italiano pone particolare attenzione, in ossequio ai dettati papali, all’aspetto riparatore della devozione al Sacro Cuore, facendosi promotrice di vere e proprie campagne, come quella a favore dell’adorazione notturna nelle famiglie del 1929.

      Si trattava di un’iniziativa lanciata a livello internazionale da Mateo Crawley nel 1927, e raccolta in Italia dall’Opera della Regalità di Cristo. Ogni persona, o famiglia, che vi aderiva si impegnava ad effettuare un’ora di orazione notturna fra le dieci di sera e le cinque del mattino per una volta al mese, "in spirito d’amore, di penitenza e apostolato". L’iniziativa del religioso peruviano aveva comunque, oltre che un significato genericamente riparatore, anche una precisa connotazione moralistica. Non è casuale infatti la scelta dell’ora di svolgimento della pratica; infatti lo stesso Crawley, nella circolare istitutiva dell’orazione notturna scriveva espressamente:

      "Famiglie ferventi, anime innamorate di Gesù, anime generose, meditate questo invito dinanzi al Tabernacolo. Gesù Eucarestia apra il Suo Cuore e vi dica l’immensa tristezza di quelle ore tediose in cui Satana, raddoppiando i suoi sforzi infernali, si aggira per il mondo, accendendo, ovunque, passioni che spingono ai delitti. Non vi sentite fremere la sera, vedendo spiccare, in un’orgia di luce, il profilo di quei teatri, ove tutte le infamie trovano la loro apoteosi? Assistete all’uscita da quelle sale di varietà, di cinema, di the danzanti; ed enumerate, se potete, quei torrenti umani. Ahimè! Quanti "cattolici" e quanti "cristiani" in alcune delle nostre capitali, vere Babilonie, assistono abitualmente a simili scene di rilassatezza morale, applaudono a spettacoli anticristiani, colpevoli, troppo tollerati oggi dalla società elegante, come passatempi indispensabili alla vita sociale moderna. Che affronto per il nostro Gesù!"

      Già nel 1928 le statistiche riportate erano considerate lusinghiere, con 21.766 adesioni in 18 stati. L’Italia risultava tuttavia assente. Per questo motivo la Rivista del Clero Italiano pubblica nel numero di febbraio 1929 un appello accorato alle famiglie italiane affinché aderiscano compatte alla nuova iniziativa:

      "Anche questa nostra Italia è una basilica bella e santa. Occorre accendere i cuori; occorre che da molte case parta la preghiera notturna riparatrice ed il grido invocatore. Soprattutto dalla terra, che ha l’onore di ospitare il Vicario di Cristo, è necessario che si preghi. Spesso, nel Vaticano, il Padre dei fedeli veglia come Gesù nell’orto; anch’Egli supplica ed agonizza. L’Italia cristiana non lo può circondare di sonno, come gli Apostoli dormienti fecero col Redentore; ma l’adorazione notturna nella famiglia deve far partire da migliaia e migliaia di case un angelo consolatore: "Et apparuit Illi angelus de coelo confortans eum"".

      L’appello dovette avere un certo successo, visto che già nel numero di novembre dello stesso anno si plaudeva con una certa enfasi alla riuscita dell’iniziativa anche in ambito italiano, considerato anche che si annoveravano già tredicimila adesioni:

      "In nessun paese d’Europa l’idea di P. Mathéo ha avuto un’accoglienza così pronta e trionfale, come nella patria nostra. Individui e famiglie intere hanno risposto entusiasticamente all’invito; e ciò che più importa, i Sacerdoti hanno dato tutto il loro appoggio. […] E questo successo, che noi ci limitiamo a registrare senza commenti, ci persuada come un’epoca nuova si è inaugurata nel nostro Paese. Un bisogno intenso e profondo di preghiera agita le anime e le porta a Dio. E’ l’ora della misericordia divina; è l’ora delle divine conquiste. Qualche decennio fa, simili spettacoli non si sarebbe neppur osato sognarli; oggi è dovunque una vibrazione nuova, un nuovo orientamento, un anelito verso il Dio del nostro cuore ed il Cuore del nostro Dio. Cristo Re si avanza vittorioso".

      Sempre su quest’argomento la Rivista del Clero Italiano pubblica nel mese di dicembre 1929 un articolo dello stesso Crawley che in quel periodo si trovava a Milano. In esso il religioso peruviano dà una chiave di lettura strettamente morale della sua iniziativa; in definitiva l’adorazione notturna, come atto di riparazione, viene posta curiosamente come contraltare al "flagello della moda" che dilaga, contrapponendo nettamente alle donne preda del peccato la figura riparatrice dell’adoratrice notturna:

      "[…] è facile capire che le Adoratrici notturne, con lo scopo d’essere riparatrici in ispirito e verità per tanta impudicizia pubblica, devon essere gigli di purezza, della più perfetta modestia. […] Ma di questo passo, sembra evidente che ci attiriamo il fulmine: esso scoppierà, perché il Signore è giusto; se non ci sarà una Riparazione di penitenza, di preghiera e d’amore. Il fulmine della collera Divina, speriamolo, non scoppierà, poiché abbiamo innalzato davanti all’altare del Cuore di Gesù il Divin Riparatore, il parafulmine dell’Adorazione Notturna riparatrice… Tutto non è dunque ancora rovina; c’è, oh sì, il "Parce" e c’è "l’Hosanna" degli adoratori! Un esercito pregante e penitente, esercito schierato in piena Babilonia, in mezzo alla spaventosa fornace di licenza, controbilancia e neutralizza con la fiamma della carità, del sacrificio e della preghiera le altre fiamme micidiali. Quale provvidenziale opportunità, questa Adorazione Notturna in famiglia!"

      Nel 1930 la Rivista del Clero Italiano si occupa di un’altra forma di riparazione, simile alla precedente: quella dell’Ora santa. L’occasione contingente era fornita dalla celebrazione del centenario del Breve promulgato da Pio VIII che estendeva l’indulgenza dell’Ora Santa a tutti i fedeli della diocesi di Autun, indulgenza prima limitata ai membri dell’apposita Confraternita con sede a Paray-le-Monial. La celebrazione solenne di questa ricorrenza era stata voluta dallo stesso Pio XI, che l’aveva già caldamente raccomandata nell’enciclica Miserentissimus Redemptor del 1928. Questo tipo di devozione era stata iniziata nel 1673 dalla Alacoque, la quale non avrebbe fatto altro, secondo quanto da lei narrato, che obbedire ad una precisa richiesta di Gesù. Le modalità di svolgimento ricalcherebbero le prescrizioni espresse da Cristo alla santa: l’adoratore, nell’ora che intercorre fra le ventitré e mezzanotte della notte fra giovedì e venerdì, si stende bocconi a terra con le braccia in croce, meditando sulle sofferenze di Gesù nell’orto degli Ulivi, e sforzandosi di consolarlo.

      Si tratta anche in questo caso, come nel caso dell’adorazione notturna in casa, di un atto di riparazione al Sacro Cuore, considerando anche la scelta dell’ora.

      Lo stesso atteggiamento già riscontrato, di richiamare i devoti al Sacro Cuore, allo studio della teologia del culto, per capirne appieno il significato e per evitare deviazioni e scadimenti verso vuoti formalismo, si ritrova anche nella scelta dei manuali proposti per la predicazione:

      "[…] Soprattutto sono da buttarsi al fuoco molti di quei predicabili, di quei mesi di questi "scansafatiche" che editori ed autori poco scrupolosi mettono fuori con lo stesso criterio bottegaio e squattrinaio con il quale mettono in commercio i bigini, ossia le traduzioni preparate a uso e consumo degli ignorantelli delle scuole nostre. Al fuoco! E imparare si deve a parlare al proprio popolo con il frutto delle meditazioni e dello studio! Solo la predicazione, frutto della meditazione e di studio, fa del bene […]. Al fuoco anche molti di quei librini di pietà sul S. Cuore a uso e consumo di quelle anime pie che hanno bisogno di sdilinquirsi e si pascono di devozioni profumate e inzuccherate e incipriate. Al fuoco questi deformatori della coscienza cristiana! […] Per essere devoti del S. Cuore bisogna conoscerne la storia e la teologia".

      Gli schemi di predicazione proposti sul Sacro Cuore, sono quantitativamente di una certa rilevanza, ma essi si concentrano nel periodo a partire dal 1933. Data questa localizzazione temporale, non meraviglia che il loro tratto dominante sia principalmente quello della riparazione al cuore di Gesù, argomento che si presta d’altronde agli ambiti in cui essi vengono pronunciati, ovvero, ore di adorazione, primi venerdì del mese, ecc. Non possiamo non notare inoltre che tale predicazione diventa un veicolo privilegiato per diffondere il culto al Cuore eucaristico di Gesù e la teologia della devozione.

      Passando ad affrontare l’argomento correlato della Regalità di Cristo, non possiamo non rilevare l’impegno notevole espresso dal gruppo orbitante attorno all’Università Cattolica sull’argomento. Sono infatti i docenti dell’Università Cattolica che, come abbiamo visto formalizzano nel 1925 un voto teologico a sostegno dell’istituzione di una festa della Regalità di Cristo. E’ lo stesso ateneo che promuove i Congressi della Regalità di Cristo a partire dal 1926, con lo scopo, fra l’altro, di fornirne un approfondimento teologico. Sempre da quest’ambito nasce l’iniziativa dell’Opera della Regalità di Cristo, avente come finalità la diffusione della devozione a livello nazionale.

      Questo impegno troverà un segno tangibile con la collocazione di una statua in bronzo rappresentante Cristo Re sulla facciata della nuova sede dell’Università Cattolica (dono, d’altronde, dell’Opera della Regalità) che viene inaugurata il 6 gennaio 1930 dal cardinale Schuster.

      "La creazione della statua di Cristo Re sulla fronte della nuova sede dell’Università cattolica del Sacro Cuore è un atto di giustizia, un programma, una speranza. […] Naturale quindi che a Cristo Re presti omaggio l’Università del Sacro Cuore, la quale è sorta per reagire alle aberrazioni intellettuali che hanno funestata l’età contemporanea, donde tanti mali son derivati".

      Si tratta in definitiva dell’utilizzo solito della devozione a Cristo Re in chiave antilaicista e ierocratica che aveva promosso l’istituzione della relativa festa. La stessa finalità ispira l’iniziativa dei Congressi nazionali della Regalità di Cristo, promossi dall’Università Cattolica e che si tengono presso l’ateneo nel 1926 e nel 1930.

      Tali manifestazioni troveranno una vasta e pronta eco nelle pagine della Rivista del Clero Italiano. E’ significativo comunque che esse si rivolgano espressamente non a tutti i cattolici, bensì principalmente a coloro che si dedicano all’apostolato, sacerdoti, religiosi o laici che siano. Gli scopi dichiarati, espressi in occasione del primo Congresso (20-23 maggio 1926) sono di tipo teorico, per esporre e definire la dottrina della Regalità di Cristo, e pratico, per studiare metodi di intervento per rimuovere gli ostacoli "che si oppongono alla realizzazione del Regno di Cristo".

      "Se al Congresso […] converranno quanti si dedicano alla educazione della gioventù, i dirigenti dell’Azione Cattolica e, soprattutto, il clero al quale è affidata la cura delle anime, noi ci ripromettiamo di ottenere quei risultati che il Santo Padre stesso indica nella Sua enciclica, come frutti della istituzione della festa di Cristo Re; e cioè:

      Un primo risultato sarà di mettere in luce gli errori gravi, ai quali va attribuita la così grave decadenza della società contemporanea; ma si mostreranno anche i rimedi indispensabili per la sua restaurazione. […]

      Esaminiamo un altro frutto, che il Congresso potrà e dovrà portare. La vita dei cattolici non è solo vita privata, ma la loro è anche vita pubblica, in quanto cittadini. Come tali, essi debbono procurare che la vita della loro nazione sia conforme ai dettati di Gesù Cristo. Laonde, illustrare i mali conseguenti nella vita internazionale dall’allontanamento dai dettati di Gesù Cristo vorrà dire mostrare ciò che debbono fare i cattolici per influire sulla vita pubblica del loro paese".

      I risultati del Congresso vengono commentati con una certa enfasi, tanto da affermare esplicitamente che "un’ora nuova è suonata".

      Il secondo Congresso Nazionale della Regalità di Cristo (5-8 giugno 1930) viene presentato come la normale prosecuzione di quello del 1926. Il precedente Congresso, infatti, si era concluso con il preciso impegno a riprendere la discussione dottrinale attorno all’argomento in un altro momento. L’occasione venne data dalla ricorrenza del centenario della morte di S. Agostino (morto nel 430):

      "[…] Ora, chi è Agostino? Basta gettare sopra di lui una rapida occhiata, per accorgersi come egli non rappresenti solo una persona, ma un’epoca ed un programma: In lui era tutta l’antichità che sembrava riassumersi e si inginocchiava dinnanzi a Cristo; era un mondo nuovo, che riguardava il Re divino come punto di orientamento delle coscienze, dell’attività e del pensiero. Nessuno, come S. Agostino, sentì nel suo secolo la centralità di Cristo nella realtà, nella vita, nella storia. […] Poteva forse l’Università Cattolica trascurare una circostanza così opportuna? Ripensare la dottrina della Regalità di Cristo alla luce del genio di S. Agostino: ecco l’idea che la forza delle cose, quasi ancora più che la riflessione degli uomini, suggeriva ed esigeva".

      Ed il cristocentrismo di S. Agostino può essere indicato ad esempio per il clero:

      "E la vita del figlio di Monica, dopo la conversione, ebbe Cristo come pensiero e spirito vivificante; la sua filosofia egli concepì in funzione del Verbo che illumina la nostra mente; le sue lotte teologiche contro gli eretici del suo tempo e la sua dottrina sulla grazia furono da lui svolte in funzione del Verbo che ci eleva all’ordine soprannaturale e divinizza la nostra natura umana; nella storia il suo genio seppe intuire la presenza di Cristo, dominatore della città di Dio e trionfatore dell’altra città nemica; la morale, la pedagogia, la politica, l’esegesi scritturale, tutto fu da lui meditato, ripensato, esposto con un’unica preoccupazione: la Regalità di Cristo. Come ci appare grande, allora, la figura di Agostino! Come, specialmente a noi Sacerdoti, egli è un maestro! Che altro ci insegnano la sua vita e le sue opere, se non a porre Cristo a centro delle nostre menti, dei nostri cuori, della nostra attività, delle nostre speranze, del nostro amore?"

      Ma tutte le iniziative di cui abbiamo appena parlato, a favore della diffusione della Regalità di Cristo, sono volute e diffuse con il contributo fondamentale dall’Opera della Regalità di Nostro Signore di Gesù Cristo. Si tratta di un organismo che costituisce una promanazione del gruppo orbitante attorno all’Università Cattolica, dove d’altronde ha la sua sede legale. Basta osservare al riguardo la composizione del Comitato promotore dell’Opera che annovera fra gli altri, oltre a Mateo Crawley, Agostino Gemelli, Francesco, Olgiati, Armida Barelli, Piero Panighi, Arcangelo Mazzotti, Ludovico Necchi (che sono anche, tranne l’ultimo, anche collaboratori della Rivista del Clero Italiano).

      L’Opera della Regalità nasce ufficialmente nel gennaio 1929, in concomitanza della campagna a favore dell’adorazione notturna nelle famiglie, di cui abbiamo parlato poco sopra. Essa si inserisce programmaticamente nell’orbita della Quas primas, di cui vorrebbe essere una specie di complemento. Recita, ad esempio, il secondo articolo dello Statuto:

      "Scopo dell’Opera è di cooperare all’avvento del Regno di N.S. Gesù Cristo promuovendo negli individui, nelle famiglie e nella pubblica società la cognizione, l’amore e il servizio dovuto alla Sovranità di Gesù Cristo infinitamente vera, infinitamente buona, infinitamente Padrona e Signora".

      Le linee direttive dell’Opera vengono formulate secondo tre direttrici: promuovere la cognizione della Regalità di Cristo attraverso un’attività di volgarizzazione "in forma adatta alle singole classi", la promozione di una "degna celebrazione" della festa di Cristo Re, i congressi, etc; favorire la devozione al Sacro Cuore, e tutte le opere ad essa collegate; favorire e aiutare tutti quei gruppi e quelle iniziative aventi lo scopo "di cooperare alla instaurazione e dilatazione del Regno di Gesù Cristo", quali l’Università Cattolica, l’Azione cattolica i congressi eucaristici.

      Il Gemelli afferma esplicitamente di aspettarsi molto dall’Opera della Regalità, i cui scopi, a livello nazionale sono peraltro ambiziosi, e tradiscono le aspirazioni ierocratiche del gruppo promotore:

      "Per quanto riguarda il nostro Paese ci proponiamo di cooperare a questo riconoscimento sociale della Regalità di Cristo che, iniziato dagli individui, dalle famiglie, dalle piccole collettività, come le scuole, le comunità religiose, i collegi, i seminari, dovrà un giorno essere dato […] da tutti gli enti pubblici e dalle più alte gerarchie, le quali da Cristo ricevono la loro autorità".

      Abbiamo già detto dell’impegno dell’Opera della Regalità nel diffondere l’iniziativa di Mateo Crawley dell’Adorazione notturna in casa, utilizzando per questo ampiamente la Rivista del Clero Italiano. Negli anni successivi, dal 1931 in poi, essa si avvarrà degli spazi sulla Rivista per iniziative principalmente di apostolato liturgico.

      L’impegno in questo campo viene motivato dal fatto "[…] che la festa di Cristo Re è una sintesi meravigliosa di tutta la Liturgia Cattolica. Si è quindi pensato che uno dei modi per solennizzare la festa, fosse quello di rendere facile e popolare quella Liturgia, che così meravigliosamente ne canta e perpetua le glorie".

      Tali iniziative imitano l’attività di Pius Parsch ("monaco moderno nel senso più squisito e cristiano della parola", viene definito dal Gemelli) della Congregazione austriaca dei canonici regolari, il quale aveva iniziato un decennio prima un’attività consistente di volgarizzazione liturgica, attraverso pubblicazioni dirette a illustrare la liturgia al popolo, calendari liturgici, etc, arrivando ad impiantare una tipografia di notevoli dimensioni nel suo convento; lo stesso Gemelli curerà la traduzione di opere del Parsch, quali L’Anno liturgico nel 1937.

      Nel 1931, viene così lanciata, per combattere la presunta ignoranza dei fedeli in ambito liturgico, l’iniziativa della Messa per il popolo, sul modello dell’analoga esperienza precedente di Pius Parsch con il suo Lebe mit Kirche:

      "[…] Ignoranza della lingua della Chiesa, ignoranza della storia della nostra Madre, ignoranza catechistica fanno sì che i fedeli delle nostre Chiese assistano passivamente alla celebrazione dei sacri riti, senza nulla intendere di quel magnifico linguaggio e senza nulla capire né dei gesti, né dei sacri parati, né delle cerimonie.[…] Ecco appunto l’idea che la nuova iniziativa vuole attuare come primo suo compito: dare nelle mani dei fedeli, di tutti i fedeli, di quanti entrano in Chiesa la Domenica, un fascicoletto, al minor costo possibile, ove oltre il testo della Santa Messa, vi sia una istruzione breve per poter seguire il sacro rito e per comprendere ciò che alla Messa di quel giorno dell’anno si riferisce".

      L’iniziativa, rileva la Rivista del Clero Italiano, ebbe un notevole successo, con una tiratura oscillante fra le 250 e le 300 mila copie. Tuttavia due anni dopo si deve ancora rilevare l’insufficiente collaborazione da parte del clero:

      "[…] Come mai tanta differenza di risultati in un popolo omogeneo? La ragione è ovvia: nella parrocchia in cui si distribuivano tanti opuscoli il parroco ne aveva, in un giorno festivo, spiegato l’importanza e l’uso a tutti i fedeli; nell’altra parrocchia il parroco aveva appena consentito a far vendere l’opuscolo alla porta della sua chiesa senza altro interessamento. […] Molti parroci non hanno voluto far vendere l’opuscolo col testo liturgico della messa festiva alla porta della loro chiesa, perché hanno detto che in questo tempo di crisi chi spende 20 centesimi per acquistare il libretto non dà la consueta elemosina in chiesa".

      La stessa Rivista del Clero Italiano promuoverà dei concorsi a premi per stimolare l’interessamento dei suoi lettori all’iniziativa.

       

    3. Il giudizio sulla politica

 

 

      1. Fascismo
      2. L’atteggiamento iniziale della Rivista nei riguardi del nascente movimento fascista è contraddistinto da un notevole scetticismo riguardo le sue effettive possibilità di affermazione, atteggiamento accompagnato, nonostante una certa preoccupazione per gli atteggiamenti violenti degli squadristi, da un linguaggio spesso ironico .

        Nel 1920, il partito fascista viene già inserito fra i partiti morti:

        "Sono nati durante la guerra ed hanno compiuto miracoli. Senza denari propri, fondavano giornali ed assoldavano arditi; pieni di patriottismo, combattevano al fronte… interno. Invece di morire per la patria vollero vivere per essa, per combattere i rossi e soprattutto i neri. L’ultimo miracolo che compirono fu nelle elezioni del novembre 1919: erano convinti di rappresentare tutta l’Italia più grande e raccolsero una solenne trombatura. Colpiti da questa palla nella fronte fiera e gloriosa, caddero e più non furono. Nessuno pianse".

        Ancora nel 1921 si legge che la tattica fascista, balzata alle cronache per le recenti violenze "è la tattica negativa di una reazione, che talvolta potrà essere provocata, ma, comunque, non può avere effetti duraturi".

        Una condanna di un certo spessore dei metodi squadristi, secondi tuttavia ai bolscevichi, si ha solo nel 1922; ma "non illudiamoci dinanzi all’apparente miracolo di trionfi improvvisi. C’è la macchina di far salami; ma non la macchina di far coscienze; le coscienze non si formano in un giorno e tanto meno con la rivoltella e il bastone". Si afferma esplicitamente che "non è permessa dalla morale cattolica la vendetta e la rappresaglia. […] Noi non possiamo approvare né incoraggiare la violenza; ma dobbiamo fare di tutto, perché si ristabilisca l’ordine nella patria nostra"; tuttavia l’atteggiamento proposto ai cristiani si limita alla preghiera, alla "calma individuale", alla "propaganda di idee e la formazione delle coscienze".

        Si tratta comunque di annotazioni isolate, il che contrasta curiosamente con la rivista gemella "Vita e Pensiero", la quale conduce un’analisi molto più approfondita del fenomeno, da subito inquadrato con maggiore lucidità nella sua dimensione di fatto non passeggero e tendenzialmente totalitario. Scrive nel 1922 il deputato cattolico milanese Filippo Meda: "[…] Chi disse allora che il fascismo stava percorrendo la linea discendente della sua parabola, non per scomparire, ma per trasformarsi da organizzazione armata, e quindi rivoluzionaria, in organizzazione legalitaria, era in errore; perché abbiamo subito assistito ad una ripresa di attività, che mentre per un lato induce a dubitare che il fascismo stia per regalarci un sindacalismo tricolore ben poco diverso nella sostanza da quello rosso […] dall’altro lato accentua fino ad estremi non sopportabili la sua pretesa di sostituirsi ai pubblici poteri, o almeno di imporsi ad essa perché si uniformino alle sue aspirazioni ed ai suoi metodi".

        Ma sono soprattutto gli aspetti più discutibili del nuovo regime a provocare prese di posizione più critiche. Un articolo di Ulisse Pucci, ad esempio, esprime un notevole disagio nell’interpretare il colpo di stato fascista. Dopo aver accusato di complicità il sovrano, di incapacità di gestire la crisi il parlamento, ed i partiti liberali e democratici di aver voluto affossare, causa la loro gretta mentalità anticlericale. l’unico tentativo costruttivamente antagonista alla violenza fascista, cioè il Partito Popolare, afferma che "[…] è indubitato che il modo con cui il fascismo è arrivato al potere si deve condannare senza riserve". Inoltre "[…] Il fascismo non sarà una raffica violenta e passeggera e la vastità del fatto rivoluzionario lo spinge naturalmente alla dittatura". Non rimane che appellarsi a Mussolini affinché, mantenga fede alla sua promessa di non abusare della sua posizione di forza:

        "Non si abusi della vittoria né di fronte agli individui né di fronte ai partiti. Il dovere di vivere gli uni e gli altri. Bisogna rinunziare alla vendetta. […] Abbiamo un Partito-Stato. Bisogna che il partito si assoggetti allo Stato e non faccia di questo un bottino di guerra. Bisogna che nel binomio trionfi il secondo termine. Noi riconosciamo volentieri che la situazione è andata assestandosi, migliorando, che un senso di fiducia e di simpatia si è diffuso nel paese. Ma ciò non significa ancora che il fascismo è la nazione. La nazione non può parlare che attraverso il suo voto, attraverso l’urna, ma il voto e l’urna devono significare libertà; il suffragio deve essere garanzia di libertà per tutti. Fino a che ciò non sia avvenuto l’equazione fascismo-Italia rimane una gratuita asserzione".

        C’è tuttavia da notare che in calce a questo articolo, troviamo un trafiletto, firmato "Noi" (pseudonimo dietro il quale si cela il duo Gemelli-Olgiati), di tono notevolmente diverso, quasi a segnare polemicamente le distanze da quanto appena esposto dal Pucci. In esso l’atteggiamento nei riguardi del fascismo, definito "stato d’animo diffuso" è dettato da una maggiormente fiduciosa apertura:

        "[…] E, misurando il baratro verso il quale l’Italia tante volte è sembrata voler precipitare, oggi che il Governo sembra davvero intenzionato ad occuparsi, magari con forme poco parlamentari ed energiche della salute pubblica, oggi che il fascismo è rientrato nella legalità facendo appello alla volontà collaboratrice di uomini che, nella diversità d’opinioni rappresentano la nazione e la sua aspirazione ad un assestamento definitivo da qualunque parte venga, ci sembra che non sia il momento di fare gli sdegnosi e di ricusare la nostra opera al fine superiore e comune, anche nella speranza di ricondurre in tal modo il fascismo ad una concezione più chiara e più serena di certi fattori, insopprimibili e di convincerlo ad abbandonare certi sistemi che ripugnano a ogni coscienza veramente civile. Pace ha bisogno l’Italia. […] La ricostruzione d’Italia è possibile. Cooperiamovi".

        Dopo l’assassinio di Matteotti un articolo molto aspro, firmato dal Pio Bondioli, punterà l’accento sul trasformismo di Mussolini il quale

        "[…] più agile di mente dei suoi collaboratori, cercò di rimediare alla debolezza intrinseca della mancanza di un programma positivo, proclamando la rivalorizzazione statale di valori etici e religiosi, ma oltre avere tale riesumazione un carattere d’imposizione e d’eteronomia che non poteva scendere a toccare l’anima della nazione, i fascisti per primi e precisamente quelli più potenti si mantennero esclusivamente attaccati al concetto rivoluzionario della violenza al di sopra d’ogni morale e d’ogni legge. […] La paura, la viltà, la menzogna e il silenzio generale e della stampa facevano da paravento al baccanale sanguinario, i venditori di fumo intanto teorizzavano sullo Stato etico e sull’Impero. L’assassinio di Matteotti buttò all’aria il paravento compiacente".

        E gli esempi, pur fra toni apertamente polemici ed altri notevolmente sfumati, potrebbero continuare. Dobbiamo tuttavia constatare che niente di simile si ritrova nei contemporanei fascicoli della Rivista del Clero Italiano, fatte salve le poche citazioni sopra riportate.

        Sembra dominare una scelta di estrema prudenza, di separazione intenzionale e chiusa alle implicazioni che la vita politica poteva avere sulla vita religiosa; emblematica è al riguardo l’assenza di quasi ogni riferimento ai fatti contemporanei di rilevanza nazionale ed internazionale, quali la guerra d’Etiopia e le varie campagne militari del regime, al caso Matteotti, ed alle vicende politiche e istituzionali del Regime. Paradossalmente lo stesso scoppio del conflitto mondiale e l’ingresso in guerra dell’Italia, non vedrà riferimenti diretti, limitandosi la Rivista del Clero italiano a concentrare i suoi sforzi su argomenti tradizionale quali la difesa della purezza giovanile e più in generale di carattere prettamente moralistico.

        Uniche due notevoli eccezioni saranno l’entusiasmo per la firma dei Patti Lateranensi e le preoccupazioni seguite alla crisi del 1931 fra Chiesa e Stato riguardo l’Azione Cattolica; anche in quest’ultimo caso, tuttavia, i riferimenti usati saranno estremamente velati. Ciò non toglie che si possano comunque, nel passare degli anni, notare accenni sempre più favorevoli al regime fascista, con punte di vero e proprio entusiasmo e adesione a partire dal 1935 circa.

        E’ innegabile il favore con cui gran parte del clero vide il nuovo ordine fascista. Non bisogna dimenticare che i periodo precedenti avevano lasciato nel corpo ecclesiastico un senso di profonda frustrazione; non erano lontani i tempi in cui i preti erano fatto oggetto dei tiri incrociati di socialisti e liberali e la sinistra minaccia della dittatura del proletariato era costantemente ventilata; l’anticlericalismo di stampo massone aveva permeato di sé la politica italiana degli ultimi decenni. Ciò non deve far perdere di vista il fatto che anche il fascismo era istintivamente anticlericale, tanto che gli stessi cortei cattolici ed i sacerdoti sono non di rado oggetto delle violenze squadriste. Nel programma dei Fasci di combattimento, ancora alcuni mesi prima delle elezioni del 1919, era compreso "il sequestro di tutti beni delle congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi". Mussolini nel novembre scriveva: "Non c’è che una sola revisione possibile della legge delle Guarentigie ed è la sua abolizione, seguita dal fermo invito a Sua Santità a sloggiare da Roma". Gli stessi postulati venivano ripetuti nel programma del 1920. Tutta la recente tradizione fascista era permeata di valori palesemente in contrasto con la dottrina cattolica. Vi era l’amore e l’esaltazione della violenza, il militarismo e l’acceso nazionalismo che contrastavano stridentemente con il messaggio evangelico, per sua natura universale e con la dottrina cristiana che predicava l’umiltà e l’amore per il prossimo. Il fascismo per sua natura era inoltre un sistema totalizzante che tendeva a permeare di sé tutta la vita individuale e sociale e costituiva quindi di per se stesso una specie di chiesa. Il partito stabiliva delle regole di comportamento, che andavano dal saluto, all’abito, ai riti collettivi e imponeva ai suoi adepti persino i canoni estetici che dovevano valere in campo artistico. Non desta quindi meraviglia il fatto che il maggior terreno di scontro fra regime e gerarchia ecclesiastica sia costituito dal controllo sull’associazionismo; in particolare una campagna offensiva si scatenerà contro l’Azione cattolica accusata di contrapporsi all’organizzazione sindacale fascista. Ma alla testa del partito c’era un uomo a cui non si può non riconoscere obbiettivamente un notevole intuito politico ed una malleabilità di stampo machiavellico (sembra d’altronde che il Principe abbia effettivamente esercitato un certo peso sulle sue scelte). Fra le caratteristiche salienti di Mussolini infatti, oltre al cinismo e ad una capacità notevolissima di far presa sulle folle, vi era l’atteggiamento di chi non attacca se non quando percepisce con sufficiente sicurezza che l’avversario cederà. Egli comprende subito che la Chiesa cattolica non si sarebbe lasciata sottomettere facilmente ed allora abbandona il suo tradizionale anticlericalismo e cercando nel di frenare al riguardo le frange più irrequiete del suo partito. Occorre notare comunque che egli si asterrà sempre dal rendere pubblico qualsiasi suo atteggiamento ossequiente al cattolicesimo.

        Il punto di svolta può essere simboleggiato dal discorso di Benito Mussolini alla camera del 21 giugno 1921:

        "[…] Affermo qui che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata da cattolicismo. […] Sono molto inquieto, quando vedo che si formano delle Chiese nazionali, perché penso che sono milioni e milioni di uomini, che non guardano più all’Italia e a Roma; Ragione per cui io avanzo questa ipotesi; penso anzi, che, se il Vaticano rinunzia definitivamente ai suoi sogni temporalistici […] l’Italia profana o laica dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicismo nel mondo, l’aumento dei 400 milioni di uomini, che in tutte le parti della terra guardano a Roma, è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani […]".

        Dichiarerà il 21 novembre dello stesso anno a Losanna, ad un gruppo di giornalisti: "La religione è una forza fondamentale che va rispettata e difesa. Sono pertanto contrario alla demagogia anticlericale ed ateista, la quale rappresenta un vecchio gioco. Affermo che il cattolicismo è una grande potenza spirituale e morale e confido che i rapporti fra lo Stato italiano e il Vaticano saranno d’ora innanzi molto amichevoli".

        Sin dai primissimi anni del nuovo regime, il clero può notare un cambiamento radicale di condotta del potere rispetto alle amministrazioni dei decenni precedenti. Si percepisce una nuova attenzione nei riguardi del ruolo del cattolicesimo, fatto che può venire interpretato anche come un ritorno alle tradizioni precedenti la tempesta anticlericale:

        "Nei minori centri, nei paesi, scomparso il rispetto umano liberale o radicale o socialista, risorgevano vecchie tradizioni: favorite da ciò, che il fascismo non aveva quadri adeguati per coprire tutti i posti di comando, e se, dove non li aveva faceva ricorso ai signorotti locali, ai nobili che riconquistavano un lustro perduto, e così ridava il potere a quelle cerchie, che magari senza interna fede religiosa avevano conservato il culto di certe tradizioni. Il sindaco in camicia nera e con la sciarpa prendeva il posto d’onore nelle processioni, e soddisfaceva in chiesa all’offerta votiva che stata fatta per secoli e interrotta solo da qualche lustro; l’amministrazione comunale ridomandava l’onore della custodia di una reliquia tenuta per secoli e che vent’anni prima un amministratore socialista aveva riconsegnato all’autorità ecclesiastica: minuscole cose, ma di grande importanza per il clero e i fedeli locali; per un clero che, non va mai dimenticato, aveva ricevuto per mezzo secolo punture di spillo.

        Di nuovo non v’era pubblica cerimonia nella quale non s’invocasse la benedizione del vescovo o del sacerdote; di nuovo il vescovo era autorità cittadina, alla quale le autorità civili si recavano a rendere omaggio al loro arrivo, la cui raccomandazione poteva quasi quanto quella del deputato nelle prefetture e nei ministeri".

        E diverse altre sono le testimonianze in tal senso

        Si può notare che l’incontro fra cattolicesimo e fascismo era facilitato dal comune atteggiamento di fronte al cerimoniale ed alla religiosità del tempo, fatta di formalismi, di benedizioni e di obbedienza acritica e passiva nei riguardi della gerarchia.

        E’ comprensibile quindi che si tendesse a minimizzare i contrasti ideologici fra cattolici e fascisti, tanto più che questi ultimi apparivano come movimento di rivincita nei riguardi di socialisti e liberali. Lo stesso nazionalismo esasperato poteva venire confuso con un diffuso sentimento di patriottismo.

        Bisognerebbe tuttavia verificare se e fino a che punto fosse effettivamente presente nelle file del clero quella "lettura" del fascismo italiano, per cui esso poteva apparire "come una concreta possibilità di ricostruzione dello stato cattolico, come un avviamento reale verso l’attuazione di quella tesi che i principi della civiltà moderna avevano combattuto e negato".

        Questo atteggiamento di maggiore fiducia nei confronti del regime traspare evidente dalle pagine della Rivista del Clero italiano, anche se i riferimenti diretti, almeno fino al 1929, sono numericamente molto limitati (notiamo anzi che curiosamente il peso quantitativo dei testi concernenti il fascismo nella sua globalità, è molto inferiore a quello riguardante il socialismo):

        "L’on. Mussolini riconosce la potenza del cattolicismo. […] Mussolini si appoggia su questi perché li sente forti e vede nelle loro dottrine una forza che ha fatto le sue prove".

        "Tenuto conto della loro mentalità, gli uomini che sono oggi al Governo sono certamente […] assai più malleabili e più accessibili che non gli uomini del passato".

        "Alla concezione dello Stato ateo, che doveva ignorare o combattere la Religione ed il Vaticano, si sostituì l’idea che lo Stato non può trascurare la Chiesa […] Si ebbero così adagio adagio i segni quasi preannunciatori del passo decisivo: ripristinati i Cappellani della Marina e poi dell’Esercito; istituiti i Cappellani della Milizia Nazionale; impediti i metodisti americani di trasformare Monte Mario in una collina protestante di erigervi un tempio spettacoloso, che facesse da contraltare a S. Pietro; riformato il Calendario civile in modo che abbracciasse tutte le feste religiose; iniziata la serie delle provvidenze per il Clero e per i culto; affermato il principio di riforma amministrativa delle Congregazioni di Carità […]; ricondotto il Crocifisso nelle scuole e la Croce al Colosseo; resa possibile l’istruzione anche nelle scuole medie; riconosciuta giuridicamente l’Università Cattolica; esentati i seminaristi dal servizio militare; sconfessata ogni velleità di una legge per il divorzio e combattuta la nefanda propaganda malthusiana colpita la bestemmia dal Codice penale; insomma, tutto l’atteggiamento nuovo in fatto di politica religiosa fu la preparazione all’abolizione della legge delle Guarentigie".

        Mussolini è soprattutto l’uomo che ha permesso finalmente la soluzione dell’annosa Questione romana: "siamo stati, dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non aveva le preoccupazioni della scuola liberale, per la quale tutte le leggi, tutti quegli ordinamenti, - piuttosto disordinamenti – erano altrettanti feticci, tanto più intangibili e venerandi quando più brutti e deformi".

        "[…] Benito Mussolini è giunto al Trattato ed al Concordato con la Santa Sede, risolvendo la questione romana, che nessuno, prima di lui, era stato capace di affrontare seriamente e che faceva dire a Crispi che l’uomo di Stato, che fosse riuscito a condurla in porto, avrebbe avuto il nome di grande".

        "Bisogna quindi riconoscere per dovere di giustizia e di riconoscenza la nobiltà, la prontezza dell’atto compiuto dall’On. Mussolini, atto del quale i cattolici italiani gli devono essere profondamente grati".

        Sulla Rivista del Clero italiano, per tutto il periodo preso in esame, ma particolarmente negli anni seguenti al Concordato, compaiono sovente apprezzamenti per le benemerenze del regime. Si evidenzia in particolar modo il suo ruolo di custode delle tradizioni e dell’integrità dei costumi del popolo italiano.

        Sul piano strettamente morale, il comportamento e la legislazione del fascismo vengono nettamente contrapposti alle presunte realtà dei socialisti atei e dichiaratamente anticristiani, in primo luogo dei bolscevichi della Russia, ove dilagherebbe la corruzione dei costumi e la perversione sessuale avrebbe distrutto qualsiasi coesione del nucleo familiare.

        Si esprime inoltre soddisfazione circa la politica demografica del governo, che coinciderebbe con le preoccupazioni della gerarchia ecclesiastica per la diffusione delle pratiche di limitazione delle nascite che vanno sotto il nome di neomalthusianesimo:

        "A differenza di quanto avveniva in torbidi decenni passati, la lotta santa è oggi vigorosamente appoggiata e favorita dal Governo Nazionale, il quale saluta nelle famiglie numerose l’avvenire della patria. Iniziative pratiche, come la recente Giornata della Madre e del Fanciullo, vanno moltiplicandosi. E le sozze pretese di un egoismo nefando, che sfacciatamente e villanamente proclamavano il diritto di profanare il santuario famigliare, tacciono dinnanzi ad una nuova ondata rigeneratrice di moralità cristiana".

        Adesione viene espressa nei riguardi delle disposizioni circa l’ordine pubblico e della pubblicistica fascista che condanna nettamente certi aspetti di decadenza dei costumi quali balli e moda: questi ultimi sono argomenti centrali della predicazione morale del clero e della rivista da noi trattata in particolare. Particolare attenzione viene data anche alle disposizioni legislative nei confronti del suicidio, quali ad esempio il saggio decreto Mussolini del 1928 il quale vieta la pubblicazione di tali fatti sulle colonne dei giornali; si rileva tuttavia che il nuovo Codice penale, pur aumentando le pene, si limita a punire l’istigazione al suicidio ma non il tentativo di togliersi la vita.

        Molto stimate sono anche le restrizioni legislative nei riguardi dei culti non cattolici, contrapposte al cattolicesimo divenuto religione di Stato. Questo avviene, si rileva, anche perché la religione ed il culto non vengono più percepiti dal regime come un fatto che investe soltanto la sfera strettamente individuale, ma come un elemento concernente la vita sociale e di cui, conseguentemente, lo Stato, fascista, etico e totalitario, non può più disinteressarsi. La polemica verte principalmente nei riguardi del settarismo protestante di cui si sottolinea continuamente il pericolo derivante dalla sua subdola propaganda, finanziata principalmente, si rileva, dai gruppi finanziari anglo-americani e quindi pericolosa anche per l’integrità. Emerge un tono spesso assai drastico, nonché la compiacenza di sentirsi tutelati dal regime:

        "[…] Se si tien presente quali sono le forme, i metodi, i mezzi, gli ambienti e le persone, in cui e con cui si svolge in Italia la propaganda protestante e quali sono i principi e le norme della legislazione sui culti ammessi, quella propaganda deve ritenersi vietata: 1° perché e violazione della libertà di coscienza dei cattolici, che vengono indotti all’apostasia, non da una oggettiva e leale discussione, ma da una visione unilaterale delle dottrine, dall’insidia tesa alla fede ingenua, da motivi estranei alla convinzione intellettuale; 2° perché tale libertà di propaganda, se non con una esplicita, categorica disposizione di legge, è certamente in contrasto con tutta la legislazione attuale dello Stato Fascista interpretata secondo lo spirito da cui è informata e le finalità che essa si propone; 3° perché è condannata dalla parola stessa del Duce, autorevole interprete della legislazione fascista: "L’unità religiosa è una delle grandi forze morali di un popolo. Comprometterla o anche soltanto incrinarla è commettere un delitto di lesa Nazione"".

        Il nuovo clima politico e ideologico permette al clero nuovi campi di azione, in regime praticamente di monopolio:

        "[…] Nessuno potrà negare che la massoneria, oggi, in Italia, è costretta a dormire; che non c’è soffio di persecuzione anticlericale; che il rispetto umano d’antico stampo non ha più ragione di temere; che il Concordato con la Chiesa è lealmente applicato, con tutti i benefici ch’esso porta seco: maggiore libertà religiosa, difesa e rispetto delle funzioni e di ministri del culto, insegnamento catechistico imposto nelle scuole e favorite nelle associazioni giovanili, ecc. Ora tutto questo costituisce un terreno singolarmente propizio per l’azione evangelizzatrice della Chiesa, chè il Clero deve saper sfruttare il più largamente e intensamente che sia possibile, per adempiere niente più che la sua missione e il suo dovere".

        I nuovo campi di apostolato che si aprono di fronte al clero cattolico sono diversi e riguardano principalmente l’insegnamento scolastico, con l’inserimento dell’insegnamento religioso anche nelle scuole medie, il ruolo di cappellano nell’Opera Nazionale Balilla e il dopolavoro. Rinviando per maggiori dettagli ai singoli paragrafi, ci preme evidenziare in questa sede alcuni aspetti. Per quanto riguarda il cappellano dell’O.N.B., pur, nella soddisfazione dell’apertura del regime anche in questo campo, emerge la necessità di ribadire, almeno in certa misura, la differenza dei suoi compiti da quelli istituzionali dell’organizzazione giovanile fascista:

        "Il Sacerdote non deve dimenticare di essere nell’Opera un invitato a svolgere un ruolo ben nettamente segnato e che le finalità dell’istituzione sono squisitamente e prevalentemente politico-militari.

        […] Andiamo verso forme nuove di civiltà (Mussolini). A noi spetta di far sì che siano mete di civiltà cristiana. "Il vostro compito di Cappellani è chiaro, preciso, molteplice perché va allo spirito: custodire, perfezionare i sentimenti religiosi dei giovani ed allontanare da loro tutto quello che potrebbe indebolire le energie morali. Ed inoltre dovete andare alle loro famiglie"".

        Ma pochi mesi dopo si parla più apertamente di stretta collaborazione con il regime per forgiare "l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero":

        "Lo Stato etico, chiamando il Sacerdote a collaborare nell’educazione delle nuove generazioni, ha inteso senz’altro affidargli un compito ben più esteso e panoramico di quello di istruttore religioso. […] Il Regime ha coraggiosamente e laboriosamente rialzato e rafforzato l’autorità e la gerarchia dei valori nella vita nazionale. Chiesa e Stato si danno la mano nell’Opera Balilla per l’ardua missione di forgiare il cittadino perfetto e l’italiano nuovo. L’uno non può fare senza l’altra, cosicché si può ben parlare di coordinazione di poteri. Cooperazione che poggia sull’incrollabile piattaforma del divino precetto: Date a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio".

        L’organizzazione fascista del dopolavoro viene apprezzata soprattutto perché organizza i lavoratori negli spazi di tempo libero, inducendoli a disertare le osterie e a preferire "gli svaghi onesti, sani, affinatori dello spirito". Nonostante essa sia un’istituzione schiettamente civile e genuinamente fascista, si afferma che "se dei precursori si volessero per caso ricercare si rintraccerebbero particolarmente in tante anime di apostoli che in seno alla Chiesa Cattolica ebbero cura di presidiare le anime creando istituzioni e organizzazioni per i giovani e per gli operai e arricchendole di opere ricreative ed educative.". Ma la cooperazione del clero dev’essere dettata da una certa cautela:

        "Rapporti diremo così ufficiali, nessuno! Né di superiorità, né di inferiorità. Rapporti di benevolenza, di fiducia, di collaborazione, molti e pieni e cordiali […]. Non sapremmo quindi non confortare i sacerdoti a guardare senza diffidenze al dopolavoro e a non trascurare la cordialità dei rapporti coi loro dirigenti. E questo non per intromettersi nella gestione di istituti estranei al loro ministero parrocchiale ma per contribuire ad armonizzare le finalità di questo ministero con quelle della istituzione dopolavoristica. Lo spirito della Conciliazione tra Stato e Chiesa deve trovare anche qui i suoi riflessi pratici, per piuttosto riuscire a prevenire che per dover reprimere possibili contrasti".

        Il sacerdote cercherà di reclamare dai lavoratori una parte del loro tempo libero da dedicare all’istruzione religiosa e alla vita liturgica; in particolare durante i giorni festivi, sacri al Signore. L’opera del sacerdote si deve esplicare anche attraverso il controllo sulla vita morale dei dopolavoristi, suggerendo ad esempio sane letture, proponendo spettacoli edificanti, e dando indirizzo almeno parzialmente religioso alla attività ricreative sociali. Tutto questo, tenendo sempre ben presente che il regime riconosce i valori religiosi come elementi fondamentali di disciplina e di grandezza nazionale.

        Ma il quadro fin qui esposto non deve trarre in inganno. I motivi di contrasti non mancano e condurranno a crisi anche acute nei rapporti fra Chiesa e Stato.

        Come già detto, uno dei principali terreni di scontro, è rappresentato dall’associazionismo, soprattutto giovanile. Entrambi i contendenti hanno una concezione totalizzante dell’educazione: i fascisti con l’Opera Nazionale Balilla, i cattolici con le associazioni giovanili di Azione cattolica. Lo scontro era quindi inevitabile; inoltre l’organizzazione cattolica viene accusata di perseguire un inquadramento dei lavoratori antitetico a quello effettuato dal sindacalismo fascista, nonché di offrire cariche ad elementi già compromessi con il Partito Popolare.

        La crisi raggiunge il suo apice nel 1931. La scintilla occasionale fu un discorso del segretario del Partito Fascista, Giuriati a Milano, nel quale affermava fortemente il carattere totalitario dello Stato. Insolitamente, vi fu una risposta diretta da parte del pontefice, con una lettera indirizzata al cardinale Schuster. La tensione crebbe rapidamente, accompagnata da denunce della stampa nei riguardi di pretese riunioni segrete della gioventù cattolica. Vi furono violente manifestazioni anticlericali, con devastazioni di sedi e circoli cattolici. Il 29 maggio, Mussolini ordinò la chiusura di tutti i circoli giovanili ed universitari cattolici (forse anche per tenere la situazione sotto controllo, tacitando i fascisti). Forte fu la protesta del Pontefice, riassunta nell’enciclica Non abbiamo bisogno del 29 giugno 1931. E’ questa un atto d’accusa molto aspro nei confronti del regime. In questo documento (che sembra addirittura sia stato inviato con mille cautele ai vescovi, per paura di sequestri) si accusa il regime di violenze "fino alle percosse e al sangue" e di una campagna di stampa calunniosa e contraria "a verità e a giustizia". Tuttavia la Chiesa avrebbe sempre affermato, attraverso continui riferimenti personali dello stesso Pio XI, che l’Azione cattolica, sia per la sua stessa natura (partecipazione e collaborazione del laicato all’apostolato gerarchico), sia per precise disposizioni pontificie, "è al di fuori e al disopra di ogni politica di partito". La giustificazione fornita quindi dal fascismo di aver operato per la sicurezza dello Stato, non ha alcun fondamento. Un passo dell’enciclica, rivelatore della posta in gioco, è il seguente:

        "Una concezione dello Stato che gli fa appartenere le giovani generazioni interamente e senza eccezione dalla prima età fino all’età adulta, non è conciliabile per un cattolico con la dottrina cattolica, e neanche è conciliabile col diritto naturale della famiglia. Non è per un cattolico conciliabile con la cattolica dottrina pretendere che la Chiesa, il Papa, devono limitarsi alle pratiche esterne di Religione (Messa e Sacramenti) e che il resto della educazione appartiene totalmente allo Stato".

        Appariva chiaro che la Chiesa non si sarebbe piegata, mentre il regime mostrava i muscoli. Si giunse così, dopo vari colloqui, ad un accordo di compromesso. Si stabiliva l’esclusione dalle cariche direttive dell’Azione cattolica agli elementi che avessero assunto posizioni ostili al fascismo e si ribadiva l’esclusione da qualsiasi attività politica. L’organizzazione veniva sottoposta direttamente all’autorità del vescovo, i soci potevano venire raggruppati in sezioni professionali, ma solo per scopi religiosi e culturali: esclusa ogni attività di tipo atletico o sportivo; ogni attività sindacale era vietata; l’unica bandiera sociale doveva essere quella nazionale.

        Per quanto riguarda la Rivista del Clero Italiano, gli eventi riguardanti l’Azione cattolica non potevano non avere una vasta eco: non dimentichiamo il notevole peso quantitativo che gli articoli relativi alle organizzazioni cattoliche (in particolare della Gioventù Femminile) rivestono nell’ambito degli scritti complessivamente pubblicati. Merita ricordare, fra l’altro, che sarà proprio un articolo di Agostino Gemelli, pubblicato sul numero dell’agosto 1929, a causare l’unico caso di sequestro di un numero della rivista da parte del Prefetto di Milano, motivandolo con il fatto che nel testo incriminato "viene negato qualsiasi diritto anche di semplice partecipazione dello Stato alla educazione dei giovani". In effetti, lo scritto del Gemelli (che sintetizza una conferenza tenuta al Congresso Eucaristico regionale di Capua nel maggio dello stesso anno), riferendosi alla formazione giovanile, recita testualmente:

        "Alla Chiesa Cattolica spetta questo compito, in quanto ha avuto a sé da Dio affidato l’insegnamento della verità soprannaturale rivelata, che da Dio ebbe in deposito con la missione di custodirla, di difenderla e di comunicarla a tutti coloro che vogliono divenire figli di Dio, partecipi della Sua natura e della Sua gloria eterna. La Chiesa, adunque, è per diritto positivo divino un corpo essenzialmente insegnante, la cui giurisdizione si estende a tutti gli uomini, in tutti i secoli, ed il cui insegnamento comprende tutta la dottrina che Gesù Cristo le ha affidato. Nessun altro, né persona né governo, né associazione, né monarca, può arrogarsi questo diritto della Chiesa, né può limitarlo o regolarlo".

        Che il problema centrale del rapporto fra associazionismo cattolico e Stato sia ben presente dagli autori degli articoli della Rivista del Clero italiano (e diversi fra loro rivestono un ruolo di primo piano nelle associazioni di Azione cattolica), è testimoniato dal ripetersi incessante di dichiarazioni pontificie e riferimenti aventi lo scopo di ribadire la distinzione netta fra attivismo cattolico e attività strettamente politica. Espressioni come "Siamo sopra i partiti, noi!", "[Le associazioni cattoliche] devono mantenersi distinte e in nessun modo aderire ad altre associazioni che pure avendo fini buoni, hanno fini umani e terreni", "[Le organizzazioni di Azione cattolica] esercitano la loro missione al di sopra e al di fuori delle attività politiche", "Poiché l’Azione Cattolica è la partecipazione dei laici al ministero apostolico della Chiesa, non può e non deve scendere in competizioni politiche" compaiono molto frequentemente, soprattutto nei commenti a documenti pontifici, nel periodo che va dagli ultimi anni ’20 fino al 1931, anno che rappresenta un vero e proprio spartiacque per quanto riguarda i rapporti fra rivista e Azione. In anni di tensione sul piano educativo ed associativo, si cerca di delimitare le reciproche sfere di influenza, la Chiesa avocando a sé quella di tipo religioso e morale. Si ribadisce insistentemente, inoltre, la possibilità di collaborazione:

        "E’ giusto che lo stato si preoccupi che la gioventù venga educata a quel sano patriottismo che insegna a subordinar gli interessi privati, di una classe, di un partito, agli interessi della nazione: è giusto che nella gioventù si insinui quel senso di dignità, di fermezza, di coraggio, e nello stesso tempo di rispetto delle Autorità e dell’ordine, che sono dati indispensabili per un buon cittadino e salvaguardia necessaria della sicurezza e della tranquillità di un paese. Ed è ancora più degno di rilievo che si voglia a base di tutto, quell’educazione religiosa e morale, senza la quale non è possibile una vera e soda educazione, come non può essere saldo e sicuro l’edificio, quando il fondamento non è … fondamento, perché è senz’altro mancante.".

        La legge istitutiva dell’Opera Nazionale Balilla (3 aprile 1926) aveva causato notevoli malumori in campo cattolico anche per i riflessi che essa avrebbe potuto avere sulle organizzazioni di Azione cattolica, nonché per il contenuto stesso dell’insegnamento ivi impartito "di una dottrina, che abbiamo motivi di temere fondata, o culminante in una concezione dello Stato che […] abbiamo dovuto come non conforme alla concezione cattolica". Tali preoccupazioni erano state poi suffragate dai decreti di scioglimento dei giovani Esploratori Cattolici Italiani (decreti del 31 marzo e del 9 aprile 1928, che avevano fatto addirittura interrompere momentaneamentei negoziati per risolvere la questione romana). Da qui una serie di interventi atti a distinguere Azione cattolica dall’Opera Nazionale Balilla, la quale era indubbiamente inserita nell’organizzazione del partito fascista, pur rendendosi disponibile la gerarchia ecclesiastica a fornire sacerdoti per l’assistenza religiosa. Ma non mancarono conflitti e confusioni di competenze fra l’Opera Nazionale Balilla e soprattutto l’organizzazione Fanciulli Cattolici Italiani, fondata nel 1925, tanto che si ribadisce:

        "Di fianco e parallelamente alle istituzioni nostre a favore della fanciullezza, le quali hanno un fine esclusivamente religioso, può e deve sussistere l’Associazione F.C., che alla comune formazione religiosa vuol aggiungere qualche cosa in più: la formazione e la preparazione all’Azione Cattolica. Può e deve sussistere l’Associazione F.C., contemporaneamente all’Opera Balilla, la quale ha prevalentemente fini di educazione fisica e civile, quantunque (ciò che è lodevolissimo, giustissimo e necessario) non disgiunta, ma ispirata ed assistita da quella religiosa". L’intervento di soppressione dei Giovani Esploratori Cattolici veniva però interpretato in modo estensivo dalle autorità locali, colpendo spesso altre organizzazioni cattoliche e addirittura gli Oratori.

        Tale situazione permarrà fino al D.L. 9 aprile 1928 nella quali si vieta "qualsiasi formazione od organizzazione, anche provvisoria, che si proponga di promuovere l’istruzione, avviazione a professioni, arti o mestieri, od in qualunque altro modo, l’educazione fisica, morale e spirituale dei giovani, eccettuate le formazioni od organizzazioni facenti capo all’Opera Nazionale Balilla". Tuttavia in successiva circolare di Mussolini datata 14 maggio, eccezion fatta per gli Esploratori Cattolici, affermava che le associazioni prive di "inquadramento semi-militare", come quelle cattoliche e gli oratori, non erano contemplate in suddetto decreto-legge e rimanevano quindi libere di formarsi e di sussistere come avevano sempre fatto. La successiva parentesi concordataria, farà passare i contrasti in secondo piano, tanto da far dire al Pontefice che "Sono cessate le riserve rispetto all’Azione cattolica da parte dello Stato italiano".

        La crisi del 1931, con lo scioglimento delle Associazioni giovanili cattoliche italiane non vede particolari prese di posizione, limitandosi la rivista a pubblicare il discorso del pontefice. La notizia dell’accordo viene accolta con un brevissimo redazionale inneggiante ai "benefici risultati" anche per la stessa vita nazionale della "formazione soprannaturale delle anime giovanili". L’anno 1931 rappresenta una svolta per quanto riguarda le tematiche relative alle associazioni giovanili ed ai loro rapporti con il potere fascista: dopo la "normalizzazione" dei rapporti, infatti, esse sembrano letteralmente scomparire dalle pagine della Rivista del Clero Italiano.

        Praticamente assenti risultano i commenti alle imprese belliche del regime, guerre coloniali comprese; le uniche annotazioni indirette, servono principalmente ad evidenziare la negatività dello stato di fatto precedente l’intervento italiano. L’unico riferimento, praticamente, alla guerra d’Etiopia afferma che la conquista di quel paese africano da parte dell’Italia realizza un’aspirazione di un eroico missionario del secolo XIX, il Card. Guglielmo Massaia: "L’Abissinia, resa indipendente dal Turco e dai Ras locali, civile e veramente cristiana e costituita in regno sotto la protezione di qualche potenza europea, sarebbe l’unico mezzo per arrestare i progressi dell’islamismo nel continente africano, per portare la civiltà nell’Africa centrale e per abolire seriamente la tratta degli schiavi".

        Per quanto riguarda la situazione spagnola, si evidenziano esclusivamente i delitti contro la morale e la fede religiosa perpetrati dai socialisti, mettendo in evidenza, soprattutto i particolari più scabrosi, quali omicidi di persone inermi, dissacrazione di chiese e distruzioni di immagini sacre (ma eventi miracolosi vi puniscono spesso i sacrileghi).

        Dai fatti del 1931 in poi l’adesione del clero al regime è quasi totale. Sulla Rivista del clero italiano compaiono solo riferimenti favorevoli, in varie occasioni, al fascismo; tuttavia il loro numero non è particolarmente notevole, e si tratta principalmente di brevissimi riferimenti occasionali inseriti i testi di vario genere. Gli anni ’30 vedono la politica praticamente assente, concentrandosi l’attenzione più che altro su problemi morali, pastorali e catechetici.

        L’apparire nel 1938 delle leggi sul matrimonio e sul trattamento degli appartenenti alla razza ebraica, trova sulle pagine della Rivista del Clero italiano un atteggiamento, tutto sommato, benevolo. Il parere è senz’altro positivo per quanto riguarda i provvedimenti legislativi atti a limitare il celibato e a facilitare i matrimoni :"Tutto ciò corrisponde, in via generale, agli insegnamenti della morale e della sociologia cattolica". Le uniche riserve vengono espresse per i pericoli sotto l’aspetto morale delle limitazioni alla carriera dei non coniugati.

        Per quanto riguarda la nuova normativa sulla razza:

        "Anche i migliori divieti razziali, in ordine al matrimonio (ben lontani dalle inumane leggi di Norimberga) ci trovano consenzienti, finché rimangono sul piano politico, sia pure nella sua più ampia estensione. Provvidenziale la distinzione delle stirpi o "razze", e buona politica salvaguardare e sviluppare i sani e invidiati caratteri del popolo italiano, perché la sua missione nella vita e nella storia sia perennemente garantita e sempre più efficace e perfetta, come doveroso contributo al progresso universale e come titolo all’universale considerazione e rispetto. Impedire che questa caratteristica e questa graduale elevazione si spezzi o si confonda per sovrapposizioni dovute a debolezze proprie o ad invadenza altrui; impedirlo risalendo a tutte le cause, anche a quelle materiali, biologiche dei corpi sani e delle sane menti, non dimenticando alcun elemento conservativo e corroborante, e soprattutto l’elemento spirituale: ecco l’aspetto politico del problema razziale, in cui il Regime ha campo proprio per ogni provvedimento e ci trova tutti consenzienti e collaboratori.

        Caratteri e condizioni di appartenenza a razza non ariana, o in ispecie alla razza ebraica […], possono essere discutibili biologicamente, ma necessari giuridicamente".

        Le preoccupazioni riguardano semmai quei casi in cui la legislazione matrimoniale civile si trova in contrasto con la disciplina ecclesiastica (ad esempio nel caso di nullità e di non trascrivibilità di matrimonio contratto secondo le norme concordatarie fra una cattolica italiana e un cattolico italiano con un genitore di razza ebraica). Tale norma veniva considerata incompatibile con l’art. 34 del Concordato. Tuttavia il clero non si doveva mettere nelle condizioni di infrangere la legge; per ogni caso deve, canonicamente, rivolgersi al proprio Ordinario (per quanto i rapporti con gli Ebrei si rimanda comunque al par. 8.2 ).

        Sfogliando i fascicoli della Rivista del Clero Italiano che vanno dal 1938 al 1940 non abbiamo sinceramente notato tracce di quel disincanto seguito alla legislazione razziale ed all’asservimento alla politica nazista che viene attribuito ad alcuni settori del clero e delle masse cattoliche. Il fatto è, lo ribadiamo, che qualsiasi riferimento al regime, al di fuori del plauso di circostanza, viene praticamente a mancare. E’ significativo tuttavia, e qui si può forse riscontrare una qual certa presa di distanza dai valori del regime, che le preoccupazioni dello scorcio del decennio, si concentrino, con estrema insistenza sui costumi e sulla vita quotidiana. I temi sono i soliti degli anni precedenti, quali la denuncia della eccessiva promiscuità sessuale, l’influenza negativa di moda e ballo, i danni derivanti da sport e vacanze, l’educazione giovanile impostata sulla purezza. I mezzi positivi si limitano, generalmente alla riproposizione delle pratiche religiose tradizionali, quali rosario, preghiera, comunione frequente. Ciò che importa qui rilevare è che in un certo senso si cerca di rilanciare, nella sfera privata, quel modello di cristianità che era stato concepito a livello più ampio nei decenni precedenti.

        Nonostante i contrasti fra Santa Sede e Stato italiano riguardo la legislazione razziale, nel decimo anniversario dei Patti del Laterano del 1939, si rinnovarono nell’ambito cattolico le voci di apprezzamento per la missione del regime fascista. L’Università Cattolica del Sacro Cuore promosse per l’occasione la pubblicazione di una serie di studi sui rapporti fra Chiesa e Stato. Nell’introduzione, Padre Gemelli affermava che gli Accordi del Laterano racchiudevano in sé stessi un primo e fondamentale effetto: "[…] I Patti del Laterano significano il ritorno alla tradizione e alla missione cattolica da parte dello Stato italiano, dell’Italia nella sua organizzazione politico-giuridica, non dell’Italia come Nazione, come popolo. […] Nessuno può mettere in dubbio che il Fascismo, sia riconoscendo che la Religione cattolica è la Religione del popolo italiano, sia togliendo di mezzo con l’esercizio pieno della propria autorità le sette massoniche e i partiti anticlericali, realizzò le condizioni necessarie perché si attuasse la Conciliazione. Grazie a questo rinnovato clima nazionale, tutto o gran parte di ciò che le ideologie liberali, profondamente straniere all’Italia (almeno nella forma da noi attuata dal ’70 al ’22) avevano sovrapposto con artificiosa compressione del secolare armonico ritmo dei rapporti tra le autorità della Chiesa e le autorità civili in Italia, veniva tolto di mezzo e si instaurava un nuovo sistema di rapporti tra Chiesa e Stato".

        Terminando questo paragrafo trattando del nazismo, non possiamo non rilevare che i commenti sono sempre profondamente negativi anche se, rispetto al socialismo, viene considerato come un pericolo minore. Ciò che viene evidenziato in maniera quasi esclusiva è l’atteggiamento del partito nazista nei riguardi della Chiesa tedesca, soprattutto di quella protestante rispetto ala quale esso fungerebbe da catalizzatore dei fenomeni di disgregazione già in atto. Se si analizza il nazionalsocialismo "si vede che siamo in presenza di una posizione blasfema ed empia, la cui origine è da ricercarsi nei principi stessi del protestantesimo, nel libero esame che ha assuefatto i cosiddetti evangelici ad ogni aberrazione religiosa, nel conformismo che ha reso possibile al protestantesimo di accettare pratiche di vita che la parola stessa di Cristo condanna". Esso è il prodotto logico dell’apostasia protestante, la quale, causa il veleno razionalistico, si è orientata gradualmente verso l’abbandono delle stesse basi del cristianesimo. Nessuna sorpresa quindi che il movimento nazionalsocialista abbia trovato numerosi seguaci fra i protestanti. Lo stesso antisemitismo tedesco (ben diverso da quello italiano) sarebbe stato voluto da Lutero, deciso a scatenare una persecuzione contro gli Ebrei (per una disamina più particolareggiata si rinvia al paragrafo relativo al Protestantesimo).

      3. Socialismo e comunismo
      4. Questa tematica occupa un posto centrale, anche quantitativamente, nel contesto degli scritti pubblicati nella Rivista del Clero Italiano durante il ventennio 1920-1940. Tale attenzione è tutta, ovviamente, orientata in senso negativo e si avvale principalmente della penna di Francesco Olgiati, autore di una vasta pubblicistica sull’argomento. Bisogna ricordare che la rivista vede la luce in anni fortemente contrassegnati da disordini e da violenze che porteranno in breve all’ascesa al potere del fascismo. I bolscevichi hanno da poco conquistato il potere nell’ex impero zarista e uno dei loro punti programmatici è l’attacco frontale contro la religione oppio dei popoli e il pericolo rivoluzionario anche in Italia viene percepito come sufficientemente concreto. Il clero aveva inoltre una notevole esperienza diretta della componente anticlericale del socialismo italiano. E’ ovvio quindi che, anche dopo la comparsa dello squadrismo fascista, il socialismo venga sempre considerato, senza paragoni, il pericolo principale per il cattolicesimo.

        L’atteggiamento della Rivista del Clero Italiano evidenzia questi timori, e non esita ad accentuare i temi polemici e i particolari raccapriccianti, soprattutto nel contesto della predicazione, per coinvolgere emotivamente i fedeli nella condanna.

        Trattando delle elezioni del novembre1919 i socialisti vengono accusati di cinismo. "Sono essi che spezzano i crocifissi delle nostre scuole, che abbattono le croci dei nostri cimiteri, che saccheggiano le nostre chiese – settimo: non rubare – e oltraggiano, briachi, tutti i segni del Divino"; eppure non disdegnano di utilizzare Cristo e San Paolo per la loro campagna elettorale, e di eliminare qualsiasi riferimento alla loro politica anticlericale".

        Nella predicazione, si ribadisce l’inconciliabilità fra militanza socialista e cattolicesimo:

        "il socialismo è nemico della religione e che non si possono con coerenza frequentare le Chiese e le organizzazioni socialiste. […] Il socialismo si mostra nemico della religione nella sua propaganda e nei fatti quotidiani. Bisognerebbe essere ciechi per non constatare come là, dove è entrato il socialismo, la fede è andata scomparendo. Ed è chiaro. Il socialismo invece di promuovere il bene dell’operaio e del contadino, si preoccupa maggiormente di strappargli dal cuore la fede dei suoi padri. […] Noi non neghiamo che il socialismo in alcuni luoghi abbia migliorato le condizioni economiche del lavoratore; e se avesse fatto solo questo, tutti noi applaudiremmo. Ma il socialismo ha agito diversamente: dando cinque centesimi di più all’operaio ed al contadino, ha preteso comprare la coscienza e la fede del proletariato. I suoi sono i trenta denari di Giuda. I lavoratori cristiani debbono quindi combattere il socialismo, opporre le loro organizzazioni alle organizzazioni rosse e tutelare i loro interessi senza rinunciare alla fede".

        "Ogni benevolenza verso il socialismo, finché questo si mantenga socialismo – cioè una dottrina derivata dall’ateismo e una pratica sovvertitrice di ogni morale nell’individuo, nelle famiglie, nella società – è un’illusione deplorevole: e se tale illusione disgraziatamente invade le nostre popolazioni, porta queste indubbiamente alla rovina morale e religiosa"

        Si plaude con soddisfazione alle divisioni interne della sinistra italiana che culminano nella divisione del Congresso di Livorno del 1921: "Il povero proletariato è stato vittima d’una ubbriacatura solenne. Oggi i fumi del vino rivoluzionario stanno svanendo; ed il popolo, ritornando in sé s’accorge dalle baruffe della famiglia socialista, d’esser stato turlupinato". In questo momento di confusione vi sarebbero due posizioni alternative al socialismo: quella fascista, che non può avere effetti duraturi, e la tattica positiva cristiana che deve sfruttare il momento favorevole. Tuttavia i cattolici italiani non avrebbero ancora ben compreso il loro dovere su questo punto e si perderebbero in diatribe interne.

        Si tende generalmente a sminuire lo spessore intellettuale dei socialisti e, evitando qualsiasi confronto culturale diretto, la Rivista del Clero Italiano si limita a coprirne di ridicolo le tesi. Ciò, ovviamente, nel campo più strettamente predicativo e propagandistico. Si riconosce che il nemico socialista può giovarsi del fatto che la gran parte dei cattolici è purtroppo ignorante in campo religioso; i sacerdoti danno un’importanza forse eccessiva all’apologetica, mentre bisognerebbe dedicarsi anche ad una maggiore e più incisiva esposizione dei dogmi e della morale cattolica: "[…] anche il fuoco di fila degli avversari può essere reso innocuo dall’esposizione della dottrina cristiana. Bestemmiano contro quello che non conoscono; e le bestemmie stesse perdono ogni e qualsiasi influsso deleterio, per chi è munito di una seria istruzione religiosa".

        E’ interessante notare che tale genere di annotazioni sono ritenute ancora attuali nel 1938:

        "Bisogna istruire religiosamente il popolo nostro con una cultura religiosa facile nell’espressione, ma soda nel contenuto. Le classi popolari, specialmente, possono essere talvolta vittime di una propaganda individuale, nascosta e subdola, che, sfuggendo ad ogni sorveglianza, cerca iniettare l’ateismo nelle anime. Solo un’istruzione seria piò essere il contravveleno potente ed efficace".

        Si afferma che l’ignoranza religiosa dei socialisti è tale, che essi non reggerebbero un pubblico dibattito ad armi pari con un rappresentante del clero. I loro scritti sono pieni di "cretinismo", sono degli "scorpioni scientifici" digeriti dalla "dabbenaggine proletaria", ma sono distribuiti gratuitamente e abbondantemente negli stabilimenti e nelle case.

        L’applicazione sperimentale del socialismo in Russia, dimostrerebbe l’inapplicabilità più assoluta, anche in campo economico, delle teorie marxiste:

        "Il socialismo – prescindendo anche dalle sue dottrine disastrose in fatto di religione e di morale e restringendoci al solo lato economico – trascura i diritti dell’individuo, dimentica che la molla dell’interesse (data la natura umana come è in realtà) è di essenziale importanza. Ecco perché la sua attuazione porterebbe al fallimento economico".

        A ciò si aggiunge che la politica bolscevica, finalizzata all’estirpazione della religione, alla prova dei fatti, troverebbe un ostacolo notevolissimo nella religiosità del popolo russo. La popolazione dell’URSS, nonostante il divieto, fa raccolta di fondi per la costruzione di nuove chiese. La campagna per la cremazione dei cadaveri, nonostante le migliori intenzioni, si è dimostrata un completo fallimento. E tutto questo nonostante la persecuzione religiosa sistematica; essa viene aspramente denunciata, fra l’altro, nella lettera di Pio XI al Card. Pompili commentata sulla Rivista del Clero Italiano nell’aprile 1930:

        "La Russia intera è oggi trasformata nella tomba di Cristo. La canaglia comunista sta alla guardia della pietra sepolcrale e si prepara – dopo d’aver profanato il Natale – a parodiare le prossime feste pasquali, immemore che gli squilli della risurrezione echeggeranno ben presto. […]

        Papi e vescovi assassinati, o deportati e condannati a lavori forzati; la guerra a qualsiasi religione, ortodossa, cattolica, ebrea o protestante; la Lega dei senza-Dio militanti; templi profanati; chiese chiuse o adibite a cinema ed a teatri; i figli "istigati a denunziare i genitori, a distruggere e insozzare gli edifici e gli emblemi religiosi e soprattutto a contaminare le loro anime con tutti i vizi e con le più vergognose aberrazioni materialistiche"; le vessazioni più sataniche contro milioni di anime "spinte e quasi costrette a profanare il loro battesimo, la pietà tradizionale delle loro famiglie verso la SS. Vergine, e finanche gli ultimi vestigi dell’onore e del rispetto dovuto al santuario domestico"; tutto questo non rappresenta se non qualche attentato dell’orda barbarica nell’immenso territorio sovietico".

        Il regime non avrebbe quindi il favore della popolazione; si separano le responsabilità dei bolsevichi (che sputano sui crocifissi, fucilano i preti e compierebbero altre nefandezze di questo genere) da quelle del resto del paese che resterebbe tendenzialmente religioso. Lo stesso patriarca Sergio, che cercava il compromesso con il regime sovietico, avrebbe rischiato il linciaggio da parte dei fedeli inferociti; si tratta soltanto di un "ributtante Patriarca" nella persona del quale "Giuda ancora una volta è tornato al mondo".

        I comunisti si dimostrerebbero anche profondi corruttori della gioventù negli altri paesi, e la loro propaganda corruttrice si rivolgerebbe addirittura alle schiere infantili. E’ il caso della Germania, con quattro giornali comunisti per fanciulli (ve ne sarebbero ben cinquantanove sparsi nel mondo nel 1929), e tutti questi periodici condurrebbero un’intensa propaganda antireligiosa.

        Col pretesto di liberarla, la donna sarebbe invece condotta al massimo grado di depravazione e schiavitù. Per distruggere l’istituzione borghese della famiglia, il comunismo non esita a falsare la natura stessa della donna, cioè il suo sentimento materno.

        La densità degli scritti antisocialisti è molto maggiore nei primi anni ’20, quando il pericolo rosso è senz’altro più reale, e va scemando pian piano negli anni a venire, con il fascismo ben saldamente al potere; in questa fase gli articoli tendono semmai a mettere in luce maggiormente le aberrazioni e le violenze dei bolsevichi russi, e delle altre popolazioni che sarebbero sofferenti a causa della malvagità dei comunisti (Spagna e Messico, soprattutto, ma anche Cina ed altri paesi).

        I riferimenti al riguardo sono molteplici ed hanno lo scopo di creare un forte impatto emotivo nell’uditorio, cercando nel contempo di evidenziare una figura di eroe cattolico, il quale sacrifica volentieri la sua stessa vita pur professare la sua fede di fronte ai senza-Dio e di difendere dal sacrilegio gli oggetti ed i luoghi sacri. E’ il caso, ad esempio di un sacerdote polacco, che per cercare di difendere il tabernacolo della sua chiesa dalla profanazione di un cosacco si vede mozzare entrambe le mani. Ma esistono anche dei casi italiani:

        "La domenica 12 giugno 1920 Angelo Minotti, socio dell’Unione Giovani di Rho, si recava nel Santuario per spiegarvi il catechismo. Arrivati in folla i socialisti mentre gli uomini entravano in chiesa, bruciarono l’orifiamma che sul piazzale indicava la festa del S. Cuore e ingaggiarono la zuffa. Il Minotti fu colpito da una palla. Era reduce di guerra, aveva fatto otto anni di servizio militare e trenta mesi di prigionia. Sopravvisse una mezz’ora, e spirò come un martire".

        All’opposto, i comunisti sacrileghi vengono talvolti colpiti dalla furia divina: è il caso, ad esempio, del profanatore dell’immagine del Carmelo a Siviglia, che viene miracolosamente colpito da un colpo apoplettico.

        La predicazione si avvale, anche per un maggio impatto emotivo sull’uditorio, della menzione di casi di bambini, vittime innocenti dell’odio comunista:

        "Il fatto è accaduto il 9 ottobre scorso nel cortile della scuola comunale di Ivry, in Francia. Tre bambini comunisti interrogano un loro compagno Jacques Baduel: "Es tu communiste ou curé?". Il fanciullo che legge negli occhi una malignità crudele ha un tremito, ma poi timido e dolce risponde di essere "prete". Nella sua chiesa, all’oratorio non aveva visto nel suo curé che bontà… Ma non ha ancora finito di parlare che i suoi interrogatori gli si buttano addosso, lo percuotono con pugni e calci e finalmente gli sbattono la testa contro il muro così selvaggiamente da produrgli la frattura del cranio".

        Di tutt’altra pasta sarebbero gli eroi dei socialisti e degli anarchici. Francisco Ferrer, anarchico spagnolo fucilato dai governativi, non sarebbe stato altro che un volgare bandito ed assassino avvelenatore.

        I comunisti cinesi si distinguono per le loro efferatezze. Quando occupano una regione attuano, senza pietà delle stragi spaventose (l’Olgiati è puntuale nel riportarne dettagliati elenchi). Cacciati i missionari (quando non li uccidono), massacrano i lebbrosi per eliminarne la scomoda presenza. Facciamo presente che nello stesso periodo, compaiono diversi riferimenti di autorità rappresentanti il governo nazionalista cinese che esprimono sempre parole di apprezzamento per la benefica presenza dei missionari cattolici.

        L’esperienza comunista "è costata alla Russia un maggior numero di vittime di quanto siano state complessivamente, nella grande guerra, quelle di tutto il mondo"; "Orde composte da milioni d’orfanelli abbandonati girovaganti per tutta la Russia prima di essere decimati dal freddo, dalla fame, dalle epidemie".

        "Senza Dio non vi può essere morale". La conseguenza non può essere che la più sfrenata licenza: "L’unione sessuale è divenuta per la gioventù il principale divertimento, perché costa meno del teatro ed anche del cinematografo". E questi esempi sono una costante degli articoli pubblicati, soprattutto nella seconda metà degli anni ’30. L’immagine che si cerca di inculcare dell’educazione comunista è quella della depravazione più totale, per giunta intenzionalmente ricercata. All’uditorio non sorprenderà quindi apprendere, ad esempio, che nelle scuole russe le allieve vengano quasi sistematicamente violentate e che esse si prostituiscano nelle ore libere; oppure che una ventiquattrenne di Mosca abbia già al suo attivo ben diciannove divorzi. Non casualmente, infine, le predicazione spesso registra nella sua chiusa frasi celebranti il ruolo di baluardo antisocialista del fascismo del tenore della seguente: "In Italia vigila il suo Duce, Mussolini, perché il Comunismo non rappresenti comunque articolo di importazione e al fede del popolo italiano non abbia ad essere incrinata".

         

      5. Il Partito Popolare
      6. La fondazione del P.P.I. il 18 gennaio 1919, nell’immediato indomani del conflitto, rappresentava il tentativo di far fronte con strumenti più adeguati e moderni, come già era avvenuto in altri paesi europei, ai nuovi e contingenti problemi emersi dopo la guerra, senza per questo dover coinvolgere direttamente la Santa Sede in una situazione difficile e delicata. Si realizzò in questo modo quell’autonomia fra gerarchia ecclesiastica ed azione politica dei cattolici che era stata da molti auspicata nei decenni precedenti e fortemente voluta dal fondatore del partito, Luigi Sturzo.

        Negli ultimi mesi del 1918 Milano era divenuta il centro di un dibattito serrato sull’"anima cristiana" del P.P.I., dibattito che vide l’intervento di diverse personalità di rilievo del mondo cattolico (Agostino Gemelli, Francesco Olgiati, Virginio Bontadini, Stefano Cavazzoni, solo per citarne alcuni); tale dibattito si poté giovare delle pagine dei diversi giornali d’ispirazione cattolica. Unica assenza di un certo spessore fu quella di Filippo Meda, allora ministro delle Finanze, che aderì al partito solo nel 1919, in occasione delle elezioni politiche. La questione verteva principalmente sul significato da attribuire alla aconfessionalità che doveva contraddistinguere la nuova formazione politica.

        I primi segni della polemica si ebbero con la comparsa di alcuni articoli firmati da padre Gemelli nel novembre 1918, ma il dibattito raggiunse il culmine nel maggio dell’anno successivo, in occasione della preparazione del Congresso che si doveva tenere a Bologna nel mese di giugno.

        Nell’aprile 1919 Gemelli, ribadisce l’aspetto totalizzante della fede religiosa nell’ambito delle attività umane; fa presente fra l’altro che "[…] la religione, meglio il cristianesimo, come religione rivelata, ossia come somma di verità che Iddio ci fa conoscere, dev’essere l’anima della coltura; coltura è religione, poiché a noi interessa una sola cosa: sapere come dobbiamo vivere, che cosa fare in questa vita".

        Francesco Olgiati pubblica sul numero di maggio di Vita e Pensiero un articolo dal titolo emblematico: Gesù Cristo in soffitta? In esso affermava che:

        "[…] Noi cattolici abbiamo un movimento che spesso manca di anima. […] Ma sovente nell’attuazione pratica del nostro programma, noi cerchiamo invano lo spirito vivificatore che faccia della nostra azione un tutto organico. E questo avviene perché a somiglianza di molti socialisti che hanno messo Carlo Marx in soffitta, molti cattolici hanno messo in soffitta Gesù Cristo. […]

        Abbiamo anche alcuni, che separano la politica dalla religione, quasi che tutta l’attività di un cristiano – e di conseguenza – anche l’attività politica – non debba essere vivificata sempre dalla religione.

        Per dirla in una parola, la religione spesso non è più un’anima: è solo una vernice.

        […] Se vogliamo educare, se vogliamo plasmare le coscienze dei nostri concittadini, se vogliamo formare Italiani degni delle loro fulgide memorie, dobbiamo agire con un’anima schiettamente ed intensamente cristiana e tendere alla formazione cristiana dei nostri compatrioti".

        Analoghi concetti venivano ribaditi, fra l’altro e sempre dall’Olgiati, anche su l’Azione Giovanile, organo dei giovani dell’Azione cattolica milanese: "[…] Vi sono a Milano parecchi cattolici che credono utile tattica il rinchiudere la religione a domicilio coatto per prendere qualche pesce, ossia qualche socio e qualche voto in più. […] Vogliamo semplicemente che ogni questione politica sia riguardata e risolta da un punto di vista cristiano".

        Le proteste di esponenti del P.P.I., che si sentirono attaccati direttamente, non mancarono.

        All’interno del mondo cattolico milanese, alla vigilia del Congresso di Bologna, si delineavano quindi due orientamenti ben distinti: uno faceva capo al Gemelli ed all’Olgiati e rispecchiava l’impostazione delle associazioni giovanili di Azione cattolica improntate al rigorismo integrale che andava sotto il nome di massimalismo cristiano; l’altro, più squisitamente politico, faceva riferimento alla leadership del partito.

        Ad accentuare i contrasti fra le due correnti intervenne la pubblicazione da parte della Società Editrice Vita e Pensiero di un opuscolo dal titolo Il programma del Partito Popolare Italiano. Come non è e come dovrebbe essere, firmato dai soliti Padre Gemelli e Francesco Olgiati. Vi si affermava esplicitamente che soltanto una chiara ispirazione cristiana poteva caratterizzare la nuova formazione politica, distinguendolo dagli altri partiti; tuttavia tale caratteristica non emergeva assolutamente dal programma del P.P.I. L’attacco era inoltre personalmente rivolto a Luigi Sturzo e ad Agostino Cameroni accusati di non voler prendere assolutamente la religione come "bandiera di differenziazione politica", ma di cercare al contrario "di nasconderla in soffitta e di farla dimenticare". Il programma del partito doveva essere volto, non alla riforma dello stato liberale ormai agonizzante, ma alla costruzione di uno stato che, provvedendo ai bisogni dei cittadino, non ignorasse che essi "debbono tendere al raggiungimento del loro fine soprannaturale".

        "Noi vogliamo l’avvento di una società italiana nuova, cristiana; noi vogliamo l’Italia assestata in una forma di Stato, di uno stato democratico perché cristiano, di uno Stato che, in primo luogo, miri alla elevazione morale del popolo nostro e arrivi a questo anche attraverso l’elevazione economica e sociale. Non è così che ci insegna fare la vecchia sociologia medievale? E non sono queste le idee che i nostri Tapparelli e i nostri Toniolo [..] hanno volgarizzato, ma che i nostri uomini politici troppo di frequente e volentieri dimenticano per le questioni del momento?".

        Lo scritto ebbe una notevole diffusione in tutta Italia, provocando dibattiti e polemiche, soprattutto in ambito milanese. Tale situazione di conflitto si trascinò fino all’apertura del primo Congresso del P.P.I. a Bologna, il 14 giugno.

        Nel suo intervento padre Gemelli affermò di constatare che il partito "nelle linee programmatiche e nel fatto organizzativo prescindesse troppo da quella tonalità e da quella finalità cristiana che anche un partito politico, se organizzato da cattolici, deve tenere".

        Successivamente propose un ordine del giorno "diretto a riaffermare nel partito popolare il proposito di valorizzare in ogni sua attività quei valori morali scaturenti dal Cristianesimo, i quali soli possono risolvere i gravi problemi dell’ora e assicurare ai popoli un domani di pace e di tranquillità".

        Nella replica, Sturzo ribadì che "il partito nella sua costituzione, nei suoi criteri, nella sua anima è cristiano. […] Ci siamo differenziati dall’antica azione cattolica elettorale e non abbiamo preso come insegna la religione, perché noi crediamo che della religione tutti gli istituti pubblici siano pervasi come crediamo che tutta la vita privata sia imbevuta del suo spirito e della sua forza evangelica dopo che il mondo da pagano fu trasformato in cristiano. Ma non è il caso di creare un equivoco politico al paese e dare l’impressione che si voglia ripetere qui non un’organizzazione perfettamente politica, ma una seconda faccia dell’azione cattolica italiana. Per questo se gli amici dichiarano di accettare le mie dichiarazioni e la mia relazione, di prender atto dello slancio di fede, di amore e di sentimento religioso, di fiducia nel capo della religione, di vitalità riferentesi a tutta la nostra vita cattolica italiana, attraverso i secoli ed ultra, allora non facciamo questioni di ordine del giorno".

        Con queste parole di Luigi Sturzo la polemica poteva apparire conclusa: lo stesso Gemelli andò a complimentarsi con il segretario del partito. Tuttavia negli anni successivi non mancheranno le prese di posizione critiche nei riguardi della condotta del partito.

        Dopo il secondo congresso del partito, svoltosi a Napoli nel 1920, il Gemelli scrisse che: "[…] La grande massa degli intervenuti ha dimostrato una insufficienza assai pericolosa di preparazione politica. E le mancava perché le manca la necessaria cultura. Chiamiamo le cose con il loro nome: vi è troppo elevato il grado di ignoranza; e soprattutto di ignoranza di tutto un meraviglioso patrimonio accumulato nella parola del Pontefice, nella dottrina dei nostri maestri, nella esperienza di chi ci ha preceduto. Il P.P.I. se vuole avere vita feconda, deve, con urgenza, provvedere alla formazione culturale nel campo sociale e politico dei suoi uomini. E, poiché il P.P.I., come tale, non lo può fare, ecco la necessità che i dirigenti l’azione cattolica si pongano insieme con gli uomini che dirigono il P.P.I. a provvedere d’urgenza alla formazione intellettuale, morale e religiosa dei nostri uomini".

        Nel febbraio 1921, evidenziando il "disagio spirituale" che secondo loro attanagliava il partito, il Gemelli e l’Olgiati affermavano polemicamente:

        "[…] Allora quando lanciammo il nostro grido di allarme nell’opuscolo: Il Partito Popolare: ciò che non è e ciò che dovrebbe essere, noi fummo ingiuriati, fraintesi, anche derisi. […] Gli avvenimenti ci stanno dando ragione. […] Il Partito Popolare Italiano, perché non ha saputo affermare nella sua pienezza l’anima cristiana che lo deve informare, non ha potuto creare in sé l’armonia e la collaborazione di classi che esso, se vuole rispondere al suo programma, deve attuare nella società.

        […] L’ammonimento nostro al P.P.I. per un’infusione di un’anima cristiana era una logica conseguenza di quest’attività di pensiero e di opere. Ci si disse che avevamo torto. Non insistemmo; ci ritirammo alla nostra attività e ci ponemmo ad assistere. Non con le mani in mano, ma lavorando, e fu in questo periodo che abbiamo dato origine alla Società editrice Vita e Pensiero e alla Università Cattolica del Sacro Cuore, come ai due organismi che nel campo culturale debbono questa anima cristiana diffondere nelle menti e nei cuori dei giovani".

        Gli esempi potrebbero continuare. Non ci sentiamo di avvalorare pienamente, di conseguenza, l’affermazione per cui la polemica sull’"anima cristiana" del P.P.I. fosse da considerarsi "formalmente chiusa" alla fine del Congresso di Bologna del 1919 e che "padre Gemelli poteva ritenersi soddisfatto perché il dibattito congressuale adeva dimostrato come i suoi dubbi e le sue perplessità fossero ingiustificate".

        Dobbiamo inoltre notare che vi è un rapporto probabilmente diretto, anche alla luce di quanto affermato sopra, fra il carattere minimo di cui viene accusato da parte del Gemelli e dell’Olgiati il programma del P.P.I. (dovuto d’altronde al compromesso inevitabile fra le diverse componenti che vi confluivano) ed il massimalismo a cui s’ispira programmaticamente la Rivista del Clero Italiano, fin dal suo apparire pochi mesi dopo.

        L’affermarsi del fascismo, considerato dalla gerarchia ecclesiastica come l’unico baluardo credibile contro il crescente pericolo socialista e che ci si illudeva di strumentalizzare ai fini della cristianizzazione della società, vede la progressiva, ma rapida messa in mora e successiva liquidazione le Partito Popolare nel periodo fra il 1923 e il 1925, e l’affermarsi di prospettive diverse e più accentrate di presenza cattolica. Lo stesso Mussolini, accanto alle aperture nei confronti del cattolicesimo, mostrava chiaramente di non gradire la presenza del P.P.I. che, anzi, era divenuto un ostacolo per un rapporto più diretto e conciliante fra Stato e Chiesa.

        Sturzo prese posizione contro affermazioni di tal genere da parte della stampa fascista, nonché da diversi settori del cattolicesimo, nella sua relazione al Congresso di Torino del 12 aprile 1923. In esso affermava che non era possibile alcuna confusione fra popolari e fascisti: "[…] Questi lo hanno ammesso, han preso da noi il principio che la lotta di classe non è ragione fatale assoluta, ma un episodio contingente, limitato e superabile; hanno ammesso i nostri postulati della collaborazione di classe nella economia, e della ragione superiore della nazione e dello Stato, come sintesi politica anche delle forze economiche e sindacali; ma diverso è in loro il concetto di eticità da quello che deriva dal cristianesimo e che dà fondamento ai rapporti di giustizia e di carità. Questo punto è per noi spiritualmente sostanziale e caratterizza la ragione d’essere del Partito popolare, perché dà la struttura etica alla nostra concezione economico-sociale, e quindi alle lotte da noi impostate, alle soluzioni pratiche da noi volute, al finalismo sociale di tutta la nostra azione politica […]".

        Le parole di Sturzo gli valsero violenti attacchi da parte della stampa fascista; Mussolini utilizzò le conclusione del Congresso per porre fine alla collaborazione del P.P.I. al suo governo ed i rapporti con il fascismo si fecero sempre più tesi. Lo stesso atteggiamento della Chiesa contribuì alla fine politica del partito.

        Una delle crisi più acute avvenne durante la discussione della legge Acerbo, con la quale il partito fascista intendeva ottenere una maggioranza più forte in parlamento. Nel pieno della polemica, apparve sul Corriere d’Italia un articolo firmato da mons. Enrico Pucci, nel quale si invitava Sturzo a non creare imbarazzi alla S. Sede, in considerazione della sua doppia veste di sacerdote e segretario di partito. Nel frattempo il regime attaccava frontalmente il P.P.I. Il 1 agosto il Gran Consiglio del fascismo dichiarava Sturzo e il partito nemici del governo; il 24 agosto don Minzoni veniva assassinato; il 30 agosto il Popolo d’Italia scriveva che "il nemico oggi non è più il sovversivismo rosso, ma il popolarismo sturziano"; vi furono inoltre pressioni sul Vaticano, minacciando, in caso di mancato appoggio dei popolari alla legge, di scatenare una violenta campagna anticattolica. Sturzo, allora, presentò le dimissioni, per "non lasciare che l’offensiva contro la Chiesa, iniziata proprio in occasione dell’atteggiamento popolare contro la riforma elettorale politica, dalle insidie e dalle minacce andasse più oltre".

        In occasione del voto sulla legge Acerbo alcuni deputati popolari voteranno a favore invece di astenersi come deliberato in sede di gruppo. Fra di essi annoveriamo Egilberto Martire (che ci interessa in particolar modo per aver scritto sulla Rivista del Clero Italiano e su Vita e Pensiero), Stefano Cavazzoni e altri che furono costretti ad abbandonare dal partito, seguiti da altri. Questi ex-popolari confluirono nel Centro nazionale italiano il quale sosterrà nelle elezioni del 1924 la lista fascista. Tali deputati, con i quali la polemica popolare sarà molto aspra, vengono definiti clerico-fascisti.

        Le leggi soppressive del 1926 troveranno quindi un Partito Popolare già estremamente indebolito al suo interno. Dopo tale data la maggior parte degli esponenti del partito si ritireranno a vita privata. La loro attività cospirativa sarà quasi nulla, conseguenza questa dell’ossequio alla gerarchia ecclesiastica: non si poteva cospirare contro un regime che era sorretto in sostanza dalla S. Sede.

        Ci siamo dilungati sulle vicende del P.P.I. per il coinvolgimento in esse di personalità che ci interessano da vicino per il ruolo che hanno svolto all’interno della Rivista del Clero Italiano e dell’ambiente circostante, primi fra tutti Agostino Gemelli e Francesco Olgiati.

        Resta ora da analizzare l’eco suscitata dagli avvenimenti sopra esposti nelle pagine della Rivista.

        Dobbiamo constatare purtroppo che, nonostante la rivista veda la luce in anni segnati dalla nascita del Partito Popolare e dalle polemiche ideologiche riguardanti la sua aconfessionalità, mancano quasi completamente i riferimenti diretti, e ciò per tutto il ventennio da noi preso in considerazione. Ciò è particolarmente curioso sia per il ruolo di primo piano svolto da due direttori quali l’Olgiati e il Gemelli, sia per il peso rilevante che le prese di posizione riguardo il partito svolgono in un’altra rivista della medesima Casa Editrice, quale Vita e Pensiero. L’unica spiegazione plausibile pensiamo possa ricercarsi nella diversa caratterizzazione delle due riviste per quanto riguarda i destinatari delle stesse. Questa convinzione ci viene avvalorata dallo stesso articolo programmatico comparso sul primo numero della rivista, nel quale si afferma che non vi si deve cercare "la volgarizzazione dei problemi della vita contemporanea" poiché "per questo abbiamo anni or sono fondata la rivista Vita e Pensiero".

        Tracce, anche se numericamente limitate dell’argomento, le ritroviamo negli schemi di predicazione proposti, che sono rivolti all’Azione cattolica, soprattutto giovanile.

        In un articolo firmato da Piero Panighi del 1920, si ribadisce la separazione tra P.P.I. e Azione cattolica:

        "[…]Oggi l’azione politica dei cattolici si svolge nel Partito, che è fuori dei quadri dell’azione cattolica, ma pure ispira la sua azione e il suo programma ai principi fondamentali della dottrina cattolica. I cattolici assumono nettamente la loro responsabilità politica e non coinvolgono nelle loro tattiche, nei loro atteggiamenti l’Autorità Ecclesiastica, che rimane al di fuori e al di sopra delle competizioni della vita pubblica. Il Partito accetta nelle sue file tutti coloro che, pur non essendo cattolici militanti, simpatizzano e seguono il programma che si ispira ai principi cristiani. Perciò il P.P.I. non ha alcun rapporto né diretto né indiretto coll’azione cattolica".

        Tuttavia i circoli cattolici devono essere anche serbatoi di voti per il Partito Popolare: "Se le opere cattoliche avessero vissuto realmente la loro vita, avremmo trovata più forte e matura la coscienza dei cittadini italiani, che sarebbero stati minor preda della propaganda socialista e meno avrebbero disertato le urne! Il Partito Popolare Italiano ben può compiacersi dell’esito della battaglia elettorale del novembre scorso, se, da pochi mesi costituito, ha saputo triplicare il numero dei suoi rappresentanti in Parlamento. Ma l’esito delle ultime elezioni deve fare profondamente meditare quanti si dedicano all’azione cattolica e soprattutto quanti all’azione cattolica non hanno fin qui dato tutte le loro attività. Qui si tratta non tanto di contare dei voti, quanto di numerare le coscienze cristiane!! Sono troppo, troppo poche!! […]".

        Oltre a questo, ci si limita ad affermare che "la religione deve essere l’anima della politica". Negli anni successivi alla crisi del P.P.I., ed in particolare dopo il 1925, gli schemi proposti per la predicazione nei circoli di Azione cattolica, per quanto riguarda l’ambito politico, si incentrano ripetutamente sul solito argomento dell’estraneità dell’organizzazione da qualsiasi partito politico, dovendosi invece essa dedicare esclusivamente all’apostolato in, ossequiosa dipendenza dalla gerarchia ecclesiastica.

        Notiamo infine che l’argomento non viene mai nemmeno accennato nella predicazione rivolta alle varie tipologie di uditori che non rientrano specificatamente nell’ambito dell’Azione cattolica.

         

      7. Patria, pace e guerra

La concezione cattolica di Patria viene nettamente contrapposta, dalla Rivista del Clero Italiano, a quella dei socialisti che negherebbero l’idea stessa di patria ed a quella dei "nazionalisti", come ad esempio i fascisti, secondo i quali "al di sopra di tutto c’è la patria" e di conseguenza essa costituirebbe il fine ultimo dell’attività umana. Per i cattolici, invece, pur essendo doveroso, "[...] l’amore alla patria […] è subordinato all’amore a Dio ed al rispetto alla legge divina, la quale non vale solo per gli individui, ma anche per i popoli e per i governi. […] per essere veri italiani, per amare la patria di retto amore, bisogna essere cristiani; l’amore di patria non esclude l’amore alla umanità, anzi, siccome è basato su Dio, ed è una delle prime forme dell’amore del prossimo, lo implica e lo esige".

Una corretta educazione dovrebbe inoltre far sgorgare l’amore per la patria "dagli affetti e doveri" della famiglia di cui l’istituzione statale non sarebbe altro che un prolungamento.

Dobbiamo constatare che tale genere di affermazioni è quello tradizionale del gruppo gemelliano, e non dipende quindi in particolar modo dalla situazione contingente del periodo (tutti gli articoli sull’argomento vengono pubblicati dalla Rivista del Clero Italiano nei primi anni Venti), caratterizzato da un clima politico incandescente; gli stessi concetti vengono infatti espressi in termini molto simili fin dal 1915 da Vita e Pensiero, pur nel clima interventista dell’epoca.

Tuttavia il senso patriottico non viene affatto stigmatizzato. Così, ad esempio, in occasione della canonizzazione di Giovanna d’Arco, la Rivista del Clero Italiano scrive:

"L’altissimo onore che la chiesa ha tributato – dopo parecchi secoli – alla Pulzella d’Orléans non è soltanto la ricompensa postuma delle sublimi virtù della santa, è anche la consacrazione dell’amore di patria, elevato all’onore degli altari. […] Come italiani, dobbiamo trarre un insegnamento. La Francia è quello che è, ma in Francia il sentimento della patria, della nazione, è così profondamente radicato, che anche non pochi estranei alla fede religiosa, s’inchinano davanti all’apoteosi della "Santa della patria". Vediamo di fare altrettanto pel nostro paese. Vagheggiamo un’Italia bella e lavoriamo per realizzare questo ideale. Sarà tanto di guadagnato anche per noi".

Un argomento che viene sollevato, non a caso, in occasione della firma dei Patti Lateranensi, è quello della mancata corrispondenza fra patria e cattolicesimo, che sarebbe stata la causa prima della tiepidezza patriottica dei cattolici durante il Risorgimento nazionale:

"[…] l’amore di patria non sarà mai vivo e popolare tra noi fino al dì che non sia congiunto con l’amore della fede cattolica e del Papato, che sono stati i principali e antichi fattori dell’Italia nostra. Allora il clero, tutti gli ordini dei cittadini e anche gli artigiani e gli agricoltori scorgeranno in ogni grandezza, in ogni gloria, in ogni trionfo d’Italia, la grandezza, la gloria e il trionfo della loro fede; combattendo nell’esercito nazionale, combatteranno per la fede e per la patria. Allora nelle nostre feste con un medesimo amore festeggeremo la religione e l’Italia, e nei nostri canti poetici e popolari, il popolo canterà inni d’amore alla religione e alla patria".

I commenti, sulla guerra, al di là di spunti per la predicazione di carattere edificante, sono numericamente abbastanza limitati. Bisogna comunque ricordare che tale argomento era già stato affrontato ampiamente da Vita e Pensiero nel corso del primo conflitto mondiale con articoli abbraccianti gli argomenti più eterogenei, dalla psicologia dei soldati agli attacchi contro l’uso criminale dei gas da parte dei tedeschi, dal dovere dei cattolici di contribuire alla vittoria ai problemi igienici e alimentari dei militari.

Sorprende comunque il fatto che la Rivista del Clero Italiano, che era diretta dal Gemelli, il quale era divenuto un vero specialista in questioni militari, non dedichi uno spazio maggiore al tema.

L’argomento d’altronde non viene generalmente affrontato in modo esplicito, ma emerge in contesti che hanno altre motivazioni. Così si parla ad esempio di sacerdoti in guerra, riportando un sunto di un discorso del pontefice nel quale egli elogiava l’apostolato del clero in quel frangente; oppure si fanno brevi cenni sulle concezioni della chiesa in materia in occasione di recensioni di libri o di commenti di documenti pontifici.

Più genericamente si afferma il ruolo pacificatore della chiesa:

"Il Cattolicesimo lavora a fare regnare la pace nel mondo, colpendo le radici stesse dei conflitti sociali e politici. Se le nazioni cattoliche sono rimaste ancora a regolare i loro conflitti con le armi e non con l’arbitrato, ci si deve all’indebolimento dello spirito religioso, alla defaillance delle forze spirituali".

Ma, anche in questo caso si tratta di un riferimento isolato.

Un certo interesse destano, ovviamente, le disposizioni governative circa l’esenzione del clero dal servizio militare. In particolare si plaude al decreto legge del 15 marzo 1924, che rappresenterebbe, pur nei suoi limiti, "una concessione assai ampia alla rivendicazione della Chiesa". Esso non riguardava tuttavia che il tempo di pace, visto che, salvo eccezioni, i sacerdoti dispensati erano "obbligati a presentarsi alle armi in caso di mobilitazione per essere impiegati come cappellani militari o come aiutanti di sanità"; un motivo di maggiore soddisfazione veniva dato dal fatto che tale dispensa riguardava esclusivamente i ministri del culto cattolico. Tuttavia, si rileva, tale provvedimento, pur ispirandosi all’analoga legislazione austriaca, presenta alcune lacune per quanto riguarda i professori dei seminari ed il clero non in cura d’anime".

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, la Rivista del Clero Italiano lancerà un breve appello ai sacerdoti italiani, affinché collaborino alla causa comune, analogamente a quanto avrebbero già dimostrato durante il primo conflitto mondiale:

"Il Clero d’Italia non ha bisogno che il fuoco del suo zelo sacerdotale e del suo amor patrio vengano attizzati. Tutti sanno che i nostri preti in tutte le ore, ma specialmente nelle ore solenni del nostro Paese, con una spontaneità che li onora, con una operosità fervida che detesta le chiacchiere ed ama i fatti, con una tenacia silenziosa e modesta, ha sempre saputo portare un contributo di primissimo ordine, degno di ammirazione e di riconoscenza.

Dubitare che anche questa volta tutto questo si rinnoverà sarebbe ridicolo. E noi crederemmo di offendere il Clero italiano, se gli volessimo indirizzare da queste pagine una superflua parola incitatrice.

[…] L’ora della guerra non è l’ora delle discussioni e dei dissensi, ma della concordia, dell’obbedienza, dell’azione. Il sacerdote in mille modi può lavorare in questo campo dello spirito, rimanendo fedele al suo ministero pastorale. Vi sono i richiamati, da salutare e da preparare con opportune funzioni religiose al compimento del dovere. Vi sono le famiglie dei combattenti, da incoraggiare, sostenere, confortare, consolare e rasserenare. Vi sono i figli lontani sotto le armi, ai quali il Parroco invia una sua parola più frequentemente che gli è possibile, assicurandoli che il loro Pastore li ricorda e prega per loro. V’è la propaganda dell’idea cristiana del sacrificio, unica via per raggiungere le grandi mete e per essere seguaci di Cristo. […] V’è l’aiuto a tutte le iniziative, che giovano a soccorrere ed a sollevare. […] V’è, soprattutto, la preghiera. Con lo stesso fervore, col quale il popolo nostro ha pregato in questi mesi per la pace, deve oggi, insieme con noi, innalzare la sua invocazione per la vittoria, che coroni la giustizia e sia prossima, piena ed apportatrice di una pace duratura".

A parte questo appello, la rivista si limiterà comunque a chiudersi in questo periodo nell’ambito degli argomenti di tipo strettamente morale. La Rivista del Clero Italiano reagirà alla guerra soprattutto accentuando maggiormente il tentativo di educare i singoli, riducendo all’ambito individuale il programma che precedentemente era stato indirizzato al miglioramento della società nel suo complesso. Non sorprende, quindi, in questo contesto nemmeno il fatto che il 1940 venga totalmente dedicato all’istruzione catechistica.

 

 

 

    1. La questione sociale, i rapporti con il mondo produttivo

 

Gli anni Venti vedono la riproposizione, delle tematiche tradizionali in campo sociale ed economico. Nel periodo intercorrente fra l’inizio delle pubblicazioni e l’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI (15 maggio 1931), la Rivista del Clero Italiano, si limita ribadire, coerentemente con l’auspicio dell’instaurazione del regno sociale di Cristo, che soltanto una società autenticamente cristiana e ossequiente al magistero ecclesiastico sarebbe in grado di fornire una soluzione duratura alle sue tensioni interne. In quest’ambito, comunque, gli articoli si limitano ad illustrare la Rerum Novarum di Leone XIII, con i corollari usuali della condanna delle dottrine socialiste e liberiste in ambito economico, alle quali la dottrina sociale cristiana viene contrapposta come "terza via", e dell’impossibilità di risolvere la questione sociale senza ricorrere alla Chiesa.

Una presenza maggiore dei temi economico-sociali nella Rivista del Clero Italiano si ha soltanto negli anni seguenti, sull’onda emotiva della profonda crisi economica mondiale, a partire dagli ultimi mesi del 1931, ovvero immediatamente dopo l’enciclica di Pio XI sulla grave situazione economica, la Nova impendet del 2 ottobre. In essa il pontefice, in considerazione della situazione di indigenza di tante famiglie colpite dalla piaga della disoccupazione, lanciava, anche in vista dell’inverno ormai imminente, un appello ai cattolici per "[…] una crociata di carità e di soccorso. La quale, mentre provvederà a sfamare i corpi, darà insieme conforto e aiuto alle anime, farà in esse rinascere la serena fiducia, sgombrandone quei tristi pensieri che la miseria suole infondere negli animi. […] E’ dunque una crociata di pietà e di amore e senza dubbio anche di sacrificio quella a cui tutti richiamiamo, quali figli di uno stesso Padre, membri di una medesima grande famiglia ch’è la famiglia stessa di Dio, tutti partecipi quindi come i fratelli di una stessa famiglia, sia della prosperità e della gioia, come dell’avversità e del dolore che colpisce i nostri fratelli. A questa crociata richiamiamo tutti come a un sacro dovere inerente a quel precetto tutto proprio della legge evangelica e da Gesù proclamato come suo precetto massimo e primo fra tutti i precetti, anzi compendio e sintesi di tutti gli altri, il precetto della carità […]".

La risposta della Rivista del Clero Italiano sarà immediata, con un numero (quello di dicembre) dedicato esplicitamente alla "Crociata della carità". Rileviamo comunque la tendenza, che rientra nella tradizionale polemica antisecolare fatta propria anche dall’enciclica, di attribuire la causa prima della situazione economica all’allontanamento della società dalla dottrina cristiana; non sorprende quindi che la soluzione del problema economico venga intravista soprattutto in una profonda riforma morale e che, accanto alle iniziative caritative, si faccia appello in primo luogo alla penitenza individuale:

"Sopportiamo tutti in ispirito di penitenza i disagi, le privazioni e i sacrifici, che a tutti più o meno impone questa triste condizione di cose; e chi può ne assuma dei volontari. Se tutti in ispirito di penitenza e di carità sapessero ridurre le superflue spese di lusso, dei divertimenti, delle intemperanze in genere, si moltiplicherebbero anche i mezzi per soccorrere tanti fratelli indigenti.

E sarebbero molti di meno gli indigenti da soccorrere, se le masse popolari e lavoratrici, dall'esempio delle classi agiate e dalla vigile energia delle Autorità, fossero trattenute dallo sperperare lo scarso guadagno nel lusso, nei balli, negli spettacoli, per serbare il possibile risparmio alle necessità ed alle sorprese della vita familiare".

Un esempio concreto viene indicato nelle primitive comunità cristiane:

"I primi cristiani opposero sì alla corruzione pagana la penitenza, ma la resero ammirabile agli occhi dei gentili colla carità. Guardate come si amano! Esclamavano questi vedendo convertiti in beni comuni e in sussidi ai poveri i risparmi della mortificazione e della penitenza. Erano i tempi in cui S. Luca poteva scrivere che tra i cristiani non vi erano indigenti, perché erano tutti mortificati, distaccati dai beni terreni, e soprattutto così pieni di carità da essere un cuor solo e un’anima sola nella novella famiglia cristiana. […] Noi torniamo dunque al passato, ne rievochiamo i grandi esempi: possiamo perciò sperare anche i frutti salutari che allietarono le antiche età. Diffondiamo dunque l’idea della penitenza rivestita del manto regale della carità".

La Rivista del Clero Italiano rivolge un appello ai cattolici affinché, in consonanza con tutta la tradizione caritativa propria del Cristianesimo, appoggino tutte le iniziative pubbliche e private (vengono raccomandate in particolar modo le Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli).

Il tema viene ripreso, con un altro fascicolo dedicato espressamente all’educazione dei fedeli alla carità, argomento considerato necessario in considerazione del fatto che "i poveri in questi ultimi anni, a causa della crisi economica, sono cresciuti a dismisura"

"Nelle presenti circostanze piene di tanti dolori e di tante miserie quale sarà, quale dev’essere l’atteggiamento del clero? Duplice: continuare la tradizione caritativa della Chiesa ed educare i fedeli al senso della carità verso i poveri. Dobbiamo in secondo luogo, educare i nostri fedeli al senso, al dovere della carità, per averli collaboratori e compagni nelle opere di soccorso al povero, affinché di fronte ai bisogni moltiplicati si moltiplichino le iniziative benefiche ed aumenti l’ardore della carità".

Compito peculiare del sacerdote sarebbe quello di far presente ai fedeli che esiste un vero e proprio precetto dell’elemosina, che non si ridurrebbe quindi ad una semplice esortazione; egli dovrebbe quindi educare il popolo alla pratica della carità la quale, oltre che come mezzo di soccorso per i poveri, costituirebbe anche un metodo per educare allo spirito di sacrificio.

Dobbiamo comunque notare che, nel complesso, dalle pagine della Rivista del Clero Italiano emerge un certo sforzo per diffondere il concetto di carità; è a tale scopo che si forniscono ai sacerdoti conferenze o schemi di predicazione per i fedeli. Notiamo comunque che tale opera di sensibilizzazione è rivolta anche al clero, con l’esposizione degli esempi costituiti dai santi. Fra quelle proposte, emergono in particolare le figure del Curato d’Ars e Federico Ozanam con le sue Conferenze di San Vincenzo. In questo periodo la rivista tende ad accentuare notevolmente l’importanza della carità per la vita sacerdotale, tanto da giungere a considerarla come l’elemento più caratteristico, come ad esempio nel passo seguente:

"Il più bell’elogio che può accompagnare la salma di un sacerdote al camposanto è la commiserazione dei poveri da lui beneficati che accorrono a coprire la sua indigenza col fare una questua per i suoi funerali".

Non è casuale inoltre il fatto che, in un periodo di forte disoccupazione, la Rivista del Clero Italiano accentui la sua attenzione nei confronti del mondo produttivo e soprattutto, visto il suo ambito di diffusione, si rifletta maggiormente sui rapporti specifici fra sacerdote e lavoro.

Si prende nota di uno stato di cose che è diverso da quello di qualche anno prima:

"Ieri, da noi in Italia, dovevamo combattere il socialismo, il bolscevismo, l’anarchia, che minacciavano di distruggere i valori etici e religiosi. Fortunatamente per saggezza di governanti, il pericolo è superato. Ma ecco la parziale disoccupazione, la crisi che domani sarà vinta, ma che oggi solo lentamente, nonostante tutta la buona volontà, gli sforzi e le provvidenze governative, va risolvendosi".

Ma gli strumenti messi in campo sono sempre quelli tradizionali, visto che, anche in una tale situazione "la prima cosa indispensabile è riconoscere Cristo Re delle anime e della Società. Non vi è altra via di salvezza": la penitenza viene vista sempre come mezzo privilegiato per superare l’attuale stato di cose, e ciò si risolve per i lavoratori nell’accettazione acritica del loro stato:

"Ed ecco il bisogno che noi per i primi, facciamo penitenza per noi e per il nostro popolo, e con il nostro esempio suscitiamo quei sentimenti di ritorno completo a Dio, di serena accettazione delle condizioni presenti, che dimostreranno un’altra volta la misericordia del Cuore di Gesù verso i prodighi e saranno una novella prova della Provvidenza che veglia ininterrotta sui suoi figli. Ai lavoratori facciamo apprezzare la nobiltà del lavoro, ricordiamo gli esempi già citati di Gesù e della sua Chiesa, insistiamo nel mostrare le soddisfazioni del lavoro cristiano, quando è compiuto in grazia di Dio. […] Ma ai lavoratori bisognerà aggiungere che si deve ritornare ad una vita più frugale, più modesta, più semplice. Le esigenze che il dopoguerra ha creato, ha triplicato almeno il bilancio domestico, non per il crescente prezzo, ma per le aumentate ed eccessive comodità. Non si possono più mantenere; bisogna persuadersene. E’ vero che non si ritorna indietro nel cammino della civiltà. Ma non è andare ritroso, privarsi di ciò che è lusso, spreco, divertimenti inutili e forse dannosi; di ciò che non raffina l’anima, ma l’indebolisce e l’infiacchisce".

Non è casuale il fatto che in questo periodo, nell’ambito della predicazione, si celebri con particolare evidenza la figura di S. Giuseppe, il quale è stato assunto dalla Chiesa come simbolo del santo lavoratore, che avrebbe santificato lo stesso suo lavoro, attuandolo come un dovere. E al lavoratore si richiede di vivere la propria attività nobilitandola di una luce soprannaturale:

"[…] se il lavoro dell’operaio cristiano non dovesse riuscire fruttuoso, non causerebbe per questo disperazione e schianto di scoraggiamento. Poiché la fede c’insegna che la vita presente non è tempo di quiete, ma di fatica. […] L’operaio cristiano non è quello che vorrebbe farci credere il senza-Dio, ma il soldato forte che combatte fino alla morte aspettando la corona dal cielo".

In definitiva dalle pagine della Rivista del Clero Italiano, nell’ambito economico, non emergono che raccomandazioni di ordine morale. Non meraviglia quindi che siano di tale genere anche le poche rivolte direttamente alla classe padronale:

"Ai padroni […] dichiariamo che deve essere per loro gioia il potere moltiplicare, anche con l’esatta applicazione delle disposizioni statali, la possibilità di aumentare il numero dei lavoratori: che non è solo carità dispensare pane e medicine, ma altresì procurare nuove occasioni di lavoro, anche quando non si sente il bisogno: che fra i peccati che gridano vendetta in cielo, è compreso quello del defraudare la mercede all’operaio, e certo non sfuggirà alla sanzione divina chi, eludendo la vigilanza delle stesse leggi, approfitterà della richiesta del lavoro per diminuire oltre giustizia gli stipendi, e permetterà si rinnovi, sia pure parzialmente quella gara di richiesta, quella concorrenza del bisogno, per cui viene preferito chi, spinto dalla fame, offre la sua prestazione per una cifra irrisoria".

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