Capitolo I
IL PROGETTO DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA E LA "RIVISTA DEL CLERO ITALIANO"

 

    1. L’ambiente
    2.  

      La Rivista del Clero Italiano inizia le sue pubblicazioni a Milano nel gennaio 1920, a poco più di un anno dal termine del conflitto, in un periodo caratterizzato da forti tensioni sul piano politico-sociale.

      Pur forte di una sua tradizione peculiare, risalente almeno fino a S. Ambrogio, la diocesi milanese si trova, nel periodo fra le due guerre da noi preso in considerazione, inserita in un ambito culturale e di iniziative, a livello non solo religioso, che trascendono notevolmente l’ambito locale. "Ferrari, Ratti, Tosi, Schuster: sono nomi noti, anzi, con una eccezione, sembrano appartenere più alla vicenda della Chiesa contemporanea che alla storia dell’arcidiocesi ambrosiana".

      Il periodo fra le due guerre vede il succedersi delle seguenti figure di arcivescovi sulla cattedra milanese: Andrea Carlo Ferrari, Achille Ratti, Eugenio Tosi, e dal 1929 Ildefonso Schuster. Il primo non è però più la personalità brillante del periodo precedente; le forze fisiche declinanti e la malattia lo emarginano man mano limitandone le possibilità di governo. Il Ratti, chiamato subito al soglio pontificio con il nome di Pio XI, resta alla guida dell’arcidiocesi per un periodo estremamente limitato. Tosi è attivo soltanto per pochi mesi; la malattia lo emarginerà fina alla morte avvenuta nel 1929. Di conseguenza, in un periodo denso di avvenimenti quali la guerra con il periodo tumultuoso degli anni successivi, l’avvento del regime fascista e la crisi dello stato liberale, l’arcidiocesi milanese manca di un indirizzo continuativo. La situazione cambia tuttavia completamente con l’avvento di Schuster, in uno scenario modificato notevolmente anche grazie alla conciliazione ed al nuovo clima di collaborazione che si instaura fra la S. Sede ed il regime fascista.

      Accenniamo solo brevemente alle singole figure, trattando a parte del Ratti, per il suo ruolo più ampio rivestito come pontefice, e per la sua eccessivamente breve permanenza sulla cattedra ambrosiana.

      Andrea Carlo Ferrari (1850 – 1921) viene eletto cardinale e arcivescovo di Milano nel maggio 1894. Una caratteristica del suo impegno pastorale, che destò agli inizi un certo clamore, è costituita dall’intenso calendario di visite pastorali da lui effettuate capillarmente nella diocesi; un tale sforzo al riguardo non veniva ricordato dai tempi di Carlo Borromeo; per questo tale aspetto viene spesso messo in evidenza dai biografi; scrive, ad esempio, Francesco Olgiati nel 1915:

      "Pochi come lui sentono vivissimo ed intenso il bisogno di essere in continuo contatto con i suoi figli; lo provano, fra l’altro , le tre Visite Pastorali, che nel corso di vent’anni ebbe a compiere nella vasta archidiocesi milanese, la quale da S. Carlo in poi, non era mai stata completamente visitata da nessun Vescovo. Non vi è paesello della diocesi, per quanto remoto e posto in luogo disagiato, che non abbia visto ripetute volte il suo Pastore […]".

      Dal punto di vista strettamente politico, sensibile alle esigenze di conciliazione fra Stato e Chiesa, nel 1896 prese l’iniziativa di incontrare il re Umberto I nella villa reale di Monza, cosa che causò vibrate proteste da parte degli intransigenti. Nel 1897 cercò inoltre, d’accordo con il gruppo orbitante attorno a Filippo Meda, di ottenere dalla Santa Sede un’attenuazione parziale e limitata nel tempo del non expedit, onde poter contrastare degnamente l’avanzata dei socialisti, ma ne ricavò soltanto un netto rifiuto.

      Gli avvenimenti del maggio 1898 rappresentarono un periodo molto delicato nella vita pastorale del Ferrari, il quale, "male informato" secondo i cronisti cattolici, si allontanò da Milano per una visita pastorale proprio il giorno in cui iniziarono i disordini. Questo gli valse forti attacchi da parte di quegli ambienti che accusavano gli intransigenti di essere causa degli incidenti. Lo stesso Leone XIII non nascose la sua disapprovazione

      Il Ferrari svolse una notevole attività nell’ambito dell’educazione giovanile, promuovendo gli Oratori parrocchiali. Nel 1918 contribuì a fondare la Gioventù Femminile Cattolica Italiana e ne affidò la direzione ad Armida Barelli.

      Il periodo della lotta contro il modernismo vide coinvolta in modo particolare l’arcidiocesi ambrosiana. Il Ferrari era favorevole, pur non potendo essere sospettato per diversi suoi atti di filomodernismo, ad una certa "sana modernità di metodo" nell’insegnamento teologico, la quale, pur conservando la tradizione, mettesse però l’insegnamento in consonanza con i progressi scientifici. La stessa "sana modernità " doveva essere anche ispiratrice della linea pastorale. Queste indicazioni misero in allarme gli ambienti antimodernisti, tanto che il seminario milanese ricevette ben tre visite apostoliche fra il 1905 ed il 1908. In seguito ad una campagna di stampa scatenata contro l’Arcivescovo dal giornale "La Riscossa", gli antimodernisti intensificarono i loro attacchi contro il Seminario milanese: alcuni docenti dovettero abbandonare l’insegnamento e l’organo ufficiale della Facoltà Teologica milanese "La Scuola Cattolica" venne accusato di filomodernismo. Uno sfogo pubblico del Ferrari, nel quale egli difendeva con forti accenti il suo operato, il suo Seminario ed il giornale "L’Unione", gli valse un intervento risentito di Pio X, che gli mandò immediatamente un visitatore apostolico, il quale si dimostrò fortemente critico nei suoi riguardi. Conseguenza immediata furono le dimissioni di Giuseppe Nogara da direttore de "La Scuola Cattolica".

      Nel dopoguerra due furono le iniziative più rilevanti: l’appoggio determinante alla fondazione dell’Università Cattolica (vedi pag. *) e il progetto della Casa del Popolo (in seguito battezzata "Opera Cardinal Ferrari"). Quest’ultima istituzione iniziò con lo scopo di intervenire per alleviare i problemi derivati dall’ormai consistente flusso migratorio interno alla diocesi e per garantire interventi di natura sociale, assistenziale, ecc., non senza intenzioni antagoniste nei riguardi di analoghi istituti di stampo socialista.

      Al breve governo pastorale della diocesi da parte di Ratti (dall’ingresso ufficiale in diocesi l’8 settembre 1921 al 6 febbraio 1922) succede il 7 marzo 1922 Eugenio Alessandro Maria Tosi (1864 – 1929).

      La sua linea pastorale fu fortemente aderente all’indirizzo cristocentrico additato da Pio XI. Contribuì ad organizzare il I Congresso Nazionale della Regalità di Cristo presso l’Università Cattolica (1926) e fu fra i fondatori dell’Opera della Regalità di Cristo (1928). Favorì il movimento liturgico ambrosiano che troverà dal 1925 nella rivista "Ambrosianus" il suo portavoce. Prestò particolare attenzione alla stampa cattolica, della quale intuì l’efficacia nell’opera di cristianizzazione, attraverso sostegni anche finanziari e promuovendone l’attività. Politicamente non si espose particolarmente, cercando invece di mantenere legami cordiali con le autorità. In quest’ottica preferì dimostrarsi spesso concorde con la politica del regime fascista, appoggiando, ad esempio, la campagna del grano o la politica demografica; nel contempo risultò essere quasi insussistente il suo favore per il P.P.I. Il periodo, dalla fine del 1928 fino alla sua morte avvenuta il 7 gennaio 1929 fu profondamente contrassegnato dalla malattia.

      Ildefonso Schuster (al secolo Alfredo Ludovico), arcivescovo di Milano dal 26 giugno 1929, è una delle figure principali della chiesa italiana nella prima metà del XX secolo. Nacque nel 1880, figlio di un soldato pontificio di origini zuave, morì nel 1954 a Venegono Inferiore, provincia di Varese. A differenza di molti dei suoi predecessori, non era quindi lombardo. Era entrato precocissimo (undici anni) nel monastero benedettino di San Paolo Fuori le Mura, di cui nel 1918 viene nominato abate-vescovo. La sua personale esperienza nell’ordine di San Benedetto è centrale per comprendere anche il suo atteggiamento di fondo verso la diocesi ambrosiana. La funzione economico – sociale – culturale dei monasteri medioevali fu un po’ il modello a cui si ispirò, cercando di ricreare le stesse condizioni di guida nella società moderna, proponendo inoltre un ruolo abbaziale nella figura arcivescovile.

      Egli aveva comunque già potuto conoscere l’ambiente ecclesiastico milanese nel corso degli anni venti quando, in qualità di Visitatore Apostolico, ebbe l’incarico di riferire sui seminari diocesani e si adoperò per l’edificazione del nuovo Seminario Arcivescovile a Venegono Inferiore, fuori della città, scelta fatta d’accordo con papa Ratti, ma ben rispondente ai suoi ideali monastici.

      Quando venne nominato arcivescovo di Milano, l’abate benedettino aveva quindi già acquisito un’esperienza effettiva della vita della diocesi. Rispettò profondamente il rito ambrosiano e ne favorì lo studio anche attraverso iniziative di ricerca e di divulgazione.

      I suoi rapporti con il regime fascista, già dal discorso di insediamento, sono improntati ad un ossequio formale, evitando comunque in genere particolari riconoscimenti: "L’arcivescovo è disposto a riconoscere a Cesare il suo, ma ha una fermissima opinione su quel che è di Dio. Libertà della Chiesa, libertà di testimoniare la fede con le associazioni, la stampa, l’educazione della gioventù: il terreno su cui contendere è già, così, vastissimo; ed il compromesso del ’31 rappresenta il male minore, il necessario raccoglimento in attesa della riconquista immancabile". Si lasciò comunque andare anche ad atteggiamenti favorevoli all’imperialismo statale, come, ad esempio, nel discorso in cui inneggiava alla bandiera italiana che in Etiopia "reca il trionfo della croce di Cristo, spezza le catene, spiana le strade ai missionari del Vangelo" e all’esercito italiano che "apre le porte alla fede cattolica ed alla civiltà romana"; oppure, ancor più esplicitamente, quando in una predica in duomo, commentò: "Benito significa Benedetto".

      Alcuni suoi atteggiamenti lo posero di fatto in contrasto con il fascismo al potere, costringendolo a prendere posizioni contrastanti talvolta con il militarismo e la retorica ufficiale predicante il mito della forza ed educante i giovani alla sopraffazione ed alla violenza. Gli stessi gerarchi sembra avessero motivo di lamentarsi circa la carenza di un suo appoggio pieno ed entusiastico al regime. Verso la fine degli anni Trenta i rapporti tenderanno a farsi più tesi: "Schuster avverte quello che chiama "il gelido vento di tramontana" che penetra nella fedele cittadella ambrosiana. Rifiuta dunque il razzismo in tutte le sue implicazioni, scongiura come può la fatale attrazione del paese nella spirale della guerra. Poi non rimane che prendere atto della radicale divaricazione degli itinerari". Un discorso contro la politica razziale del regime, tenuto nel Duomo di Milano il 13 novembre 1938, suscitò un certo scalpore. Fra l’altro vi si affermava: "E’ nata all’estero e serpeggia un po’ dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della Chiesa cattolica, ma materializzando nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega alla umanità ogni altro valore spirituale; e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. E’ il così detto razzismo". Le proteste del regime per questo intervento furono decise soprattutto quando il testo del discorso venne pubblicato dal quotidiano milanese "L’Italia".

      Rilevante fu l’impegno del cardinale per la divulgazione liturgica, cercando di rendere comprensibile la liturgia al popolo, attraverso la diffusione di opuscoli e l’uso della lingua italiana.

      Gli anni del secondo conflitto mondiale sono quelli in cui Schuster cercò, con tutti i mezzi a sua disposizione, di contenere i danni derivati dalla guerra e dalle violenze dei nazifascisti. Uno degli episodi più significativi della sua preoccupazione pastorale alla fine del periodo bellico, messo in particolare rilievo dalla biografia cattolica, fu il suo sforzo di salvare Milano dalla distruzione, cercando di convincere Mussolini a recedere dall’intenzione di organizzare l’estrema difesa all’interno delle mura ambrosiane.

      Passando a trattare del Ratti, con l’elezione al soglio pontificio, si instaura una collaborazione strettissima fra Roma e l’arcidiocesi ambrosiana. D’altronde in diverse occasioni, anche prima della sua elezione papale, egli aveva dimostrato la sua predilezione per Milano e la sua speranza per il ruolo particolare che essa poteva svolgere nell’ambito del cattolicesimo. Esempi ne sono la diffusione della "Giornata universitaria" a livello nazionale, a sostegno anche finanziario per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la quale viene posta fra gli "altri grandi intenti religiosi, quali per esempio Terra Santa e Santa Infanzia" come scrive il Card. Gasparri. Lo stesso ambiente dell’Università Cattolica si impegna in diverse campagne quali la diffusione del culto del Sacro Cuore di Gesù, il voto teologico per la Festa della Regalità del Sacro Cuore (istituita da Pio XI con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre 1925) con i relativi Congressi Nazionali tenuti presso l’ateneo e la stessa statua di Cristo Re inaugurata sulla facciata dell’Università Cattolica, l’impegno per il riconoscimento del dogma della Mediazione Universale di Maria, ecc. Si realizza in pratica una comunanza d’intenti volta a "far tornare Cristo a regnare" sul Mondo ed "è proprio sul terreno della cultura, intesa come completo disegno di valori, certezze e speranze, che il cattolicesimo ambrosiano conduce la sua battaglia, sapendo trarre da un organico sistema esistenziale i motivi ispiratori per una concreta azione nella sua realtà temporale".

      Vi è una comune percezione negativa della situazione mondiale uscita dal conflitto e incapace di risollevarsi senza l’intervento salvifico di Cristo. Dirà, ancora nel 1931, Il cardinale Schuster: "Quello che costituisce la caratteristica internazionale di questo importantissimo momento storico, si è la generale sfiducia degli spiriti nel risolvere coi semplici mezzi umani questa crisi mondiale che volentieri Noi chiameremo la crisi della nostra stessa civiltà". Il disordine mondiale derivato dall’abbandono di Dio si paleserebbe nella situazione attuale della Russia bolscevica, del Messico, della Spagna, del Reich tedesco e così via. Tuttavia si ha, evidente, la percezione del fatto che l’epoca contemporanea, nell’assistere al crollo delle false ideologie passate sia ormai matura per un ritorno alla religione: "Il fatto del risveglio religioso nelle anime è così luminoso, che nessuno lo può mettere in dubbio. Mentre scrittori avversi come Guglielmo Ferrero, dalle colonne del Secolo confessano il crollo di tutte le ideologie passate e di ogni teoria, invano cercando una tavola di salvezza: mentre le nazioni tornano a guardare a Roma e con la Revue des deux mondes si riconosce che il vero e l’unico vincitore della guerra resta il Vaticano; Giovanni Papini lancia la sua Storia di Cristo, che in pochi mesi ha l’onore di tre edizioni con ben 70.000 copie vendute. E non è solo il convertito di ieri che inneggia a Cristo; ma in tutte le città d’Italia, la folla che già acclamava allo straccio rosso ed invocava Lenin, si prostra e plaude all’Ostia eucaristica […]".

      La sensazione di vivere in un’atmosfera "messianica" sarebbe suffragata da una serie di "segni dei tempi". Uno di essi sarebbe costituito dall’eccezionale successo dei Congressi Eucaristici nazionali ed internazionali (Roma, Amsterdam, Chicago, Sidney, Cartagine…): "La piccola Ostia, simile a una immacolata bandiera, vede oggi intorno a sé uno spettacolo di fede nuova. Il tempo del giansenismo citrullo e crudele è finito. […] Dovunque noi possiamo salutare un risveglio di devozione eucaristica". Dopo il Congresso Eucaristico di Roma (1922) "Persino la stampa romana non nostra, ma liberale e, spesso anche anticlericare non potè sottrarsi al fascino ed al fremito. […] Persino gli avversari s’inchinano, adunque, soggiogati da Colui, che , anche nell’Orto degli Olivi, fece cadere a terra con una semplice parola: "Sono Io". A Verona, frattanto, veniva sottoscritto da tutti i partiti – dai socialisti, ai liberali ed ai fascisti – un nuovo patto cavalleresco contro la bestemmia. Tutti, anche gli increduli hanno aderito al movimento, genialmente iniziato dai giovani cattolici veronesi. […] Gesù ritorna nelle anime. Ritorna nelle scuole.".

      Si esprime spesso l’impressione che gli Anni Santi, in particolare quello del 1925 abbiano avuto una riuscita superiore a qualsiasi speranza, con il contorno inevitabile di conversioni e di fatti edificanti: "Mai, come in quest’Anno Santo, è apparsa fulgidamente la unità e la santità della Chiesa. Mai come oggi noi abbiamo contemplato l’universalità di questa gran Madre, che le sue sue tende spiega dall’uno all’altro mar. Frattanto – mentre nell’eterna città si pregava – a Malines, intorno al Card. Mercier, gli studiosi anglicani si raccolsero con i teologi cattolici, per preparare un ritorno dell’Inghilterra alla Roma di Pietro. […] Il senatore Antonio Fradeletto, che in un discorso del 1893 proclamava il fallimento del Cristianesimo, ha pubblicato il suo nuovo volume: Il ritorno a Cristo, che vuol essere la confessione di un’anima inquieta, educata un dì nella fede cristiana, allontantatasi in seguito, ed ora, dopo una vagabonda ricerca di vero e di bene ricondotta verso il Maestro divino. […] è "un caso di coscienza – per dirla con lo stesso Fradeletto – che si connette ad uno stato spirituale largamente diffuso nell’ora che volge"".

      Come vedremo ampiamente trattando del fascismo, la stessa presenza del regime viene vissuta, da larghi strati del cattolicesimo, come "provvidenziale" per quanto riguarda la ripresa del ruolo egemonico della Chiesa nella società, e questo fatto, accompagnato dalla constatazione del maggior ossequio che il fascismo dimostra verso la Chiesa (che viene immediatamente messo a confronto con la situazione di difficoltà ed umiliazione quotidiana vissuta da buona parte del clero solo pochi anni prima per colpa dell’anticlericalismo diffuso), determinerà in molti sacerdoti l’illusione della possibilità di poter "cristianizzare" lo stesso fascismo, usandolo per i propri scopi. Alcuni eventi, come il conflitto per il controllo sull’associazionismo che raggiungerà il suo culmine nel 1931, o le leggi razziali del 1938, costituiranno comunque dei segnali d’allarme in tal senso, anche se la politica demografica o morale del governo non potrà che destare il pieno consenso da parte del clero.

      Tuttavia è indubbio che il cattolicesimo italiano, nel suo complesso, si sia appoggiato al fascismo, ed in questo fatto vi è forse una consonanza più profonda.

      Le motivazioni che giustificano il sostegno dato dalla Chiesa al fascismo non si possono comunque ridurre all’aspetto della lotta contro il pericolo socialista o a quello morale. Il regime ha senz’altro impedito la conquista del potere da parte dei senza-Dio e permesso il ristabilimento dell’ordine e della disciplina; ha dopo il 1929 e nonostante incidenti di percorso ribadito il ruolo centrale per il paese della fede cattolica; ma "[…] dietro l’adesione di tanta parte del mondo cattolico al fascismo stava quella classista e conservatrice che l’aveva già a suo tempo avvicinato alla classe dirigente liberale, per far fronte al pericolo di sinistra: proprio perché una saldatura era già avvenuta, anche i cattolici poterono accogliere come salvatori coloro appunto che nelle intenzioni dei gruppi dirigenti liberali erano salvatori della proprietà, dell’ordine, dei valori perenni della nazione".

      Gli stessi atteggiamenti liberticidi del regime, potevano essere apprezzati in quanto tendenzialmente in accordo con i principi tradizionali del giusto ordinamento sociale cattolico: ci si riferisce in particolare a tutte quelle norme che istituivano e tutelavano l’ordinamento corporativo (Lo stesso Pio XI citerà nell’enciclica Quadragesimo anno del 1929 il sistema corporativo fascista come esempio di almeno parziale attuazione della dottrina sociale cristiana, evidenziandone i vantaggi per la società).

      Tale era d’altronde anche il parere di Palmiro Togliatti secondo il quale questa saldatura a livello di potere era "il coronamento di un processo al quale due generazioni di uomini di Stato italiani e quattro pontefici hanno collaborato, sotto la spinta di una situazione politica e sociale la quale non si sviluppava verso un rafforzamento del proprio equilibrio ulteriore, ma si sviluppava verso la rivoluzione. Mussolini, come al solito, realizza un successo in quanto conduce a termine con spregiudicatezza quello che altri avevano intuito, preparato, incominciato a tradurre in atto.[…] la Chiesa, oggi, era irresistibilmente tratta ad unirsi al fascismo, perché irresistibilmente tratti ad unirsi nel fascismo sono oggi tutti gli strati della borghesia italiana, tutti coloro che sono interessati alla difesa della società capitalistica".

       

    3. Agostino Gemelli.

 

      1. La formazione
      2. Agostino Gemelli, al secolo Edoardo, è una figura centrale nella storia della chiesa italiana, e non solo, della prima metà del secolo; la sua influenza giunge ben addentro alle stesse istituzioni repubblicane, in considerazione anche del fatto che quote significative dei quadri dirigenti democristiani del primo dopoguerra provengono dall’Università Cattolica e sono state direttamente formate dal suo insegnamento: è il caso, ad esempio, di Amintore Fanfani, più volte Presidente del Consiglio e legatissimo al Gemelli, cui concederà nel 1953 in qualità di ministro della Pubblica Istruzione, caso unico in Italia, il Rettorato a vita, anche superati i limiti di età.

        Non sorprende quindi che la sua figura abbia potuto attirare simpatie estreme o esplicite accuse di filofascismo. Arturo Carlo Jemolo, ad esempio, afferma che "Il clima politico del fascismo non poteva dispiacergli, anche se la sua incondizionata devozione alla Chiesa lo trattenesse dall’approvare tutto". Gli stessi Alleati, d’altronde, nel clima dell’epurazione postbellica cercheranno a più riprese di eliminarlo dalla scena, considerandolo un elemento compromesso con il regime; ci vorrà tutto l’impegno contrario dell’Università Cattolica, in particolar modo dell’amico Olgiati, ed un intervento diretto del Vaticano per evitargli grossi problemi.

        La sua biografia si è poi configurata nel tentativo di avvalorare o meno l’ipotesi formulata da Giulio Andreotti di una mentalità di padre Gemelli "che si può chiamare una specie di machiavellismo cattolico, del fine giustifica i mezzi, sia pure applicato con le migliori intenzioni". I suoi fautori hanno utilizzato invece a scopo difensivo la sua presunta incapacità di realismo politico: "E in realtà egli era negato alla politica. Era sacerdote e frate, anzitutto. […] Se padre Gemelli avesse avuto anche un poco di senso politico non avrebbe commesso nessuno degli errori che gli rimproverarono poi i non credenti, giustamente, perché uomo ai vertici, rappresentativo e di scuola".

        La sua figura ha comunque talvolta lasciato perplessi anche i suoi difensori. Ad esempio il suo carattere fortemente autoritario, che secondo Arturo Carlo Jemolo avrebbe addirittura ostacolato il suo sogno di supremazia dell’Università Cattolica sugli altri Atenei italiani, viene universalmente riconosciuto: "Quell’uomo era accusato di avere una "mentalità fascista" che era, allora, accusa mortale. Ora, se per fascismo si voleva dire autoritarismo, ordine, disciplina, prepotenza (anche) di azione e di governo, sì, padre Gemelli, era fascista". Si preferisce al contrario evidenziare la sua levatura sacerdotale: "Padre Gemelli fu essenzialmente e prima di ogni altra cosa, un ministro di Dio: un sacerdote con una fede umile e gigantesca assai più grande delle sue opere, e con una visione soprannaturale della vita a cui ancorava e da cui traevano forza e luce le sue doti e le sue capacità naturali"; il suo francescanesimo; la sua devozione mariana (fu strenuo difensore della realtà dei miracoli di Lourdes); l’abbandono disinteressato ed eroico di una carriera promettente anche per le larghe simpatie di cui godeva e per notevoli risultati scientifici già consolidati; ma soprattutto si preferisce parlare del Gemelli "costruttore di opere" come egli stesso si definisce nel suo testamento.

        Edoardo Gemelli nasce a Milano il 18 gennaio 1878 da famiglia della media borghesia anticlericale (il padre è iscritto alla massoneria). Tra i suoi compagni di liceo troviamo Lodovico Necchi, con cui stringe subito amicizia e che, al di là di un rapporto spesso tempestoso fra i due, sarà l’artefice della sua conversione al cattolicesimo e poi suo assiduo collaboratore (ad esempio nella direzione della rivista Vita e Pensiero, o nella fondazione dell’Università Cattolica). Il Necchi era un esempio di fede e cultura intransigente cattolica alle quali univa un carattere mite ma risoluto. I due erano uniti da stima reciproca, ma erano fieramente divisi dalla lotta per le idee. Entrambi condividevano l’opinione che l’unificazione italiana fosse stata un’impresa minoritaria, fatta senza tenere in alcun conto gli interessi delle masse popolari, bensì soltanto quelli di un’élite borghese. Necchi era integralista e fautore della restaurazione del potere temporale pontificio; Gemelli era invece all’epoca repubblicano e convinto ammiratore degli ideali giacobini della Rivoluzione Francese.

        Tale è anche quando si iscrive al primo anno della Facoltà di medicina di Pavia assieme al Necchi per l’anno accademico 1896-97. Lo troviamo successivamente militante nella gioventù socialista, dopo aver ascoltato un comizio di Enrico Ferri, leader della corrente di socialisti intransigenti che rifiutavano qualsiasi accordo con gli altri partiti della sinistra. Partecipa agli incidenti di Pavia del 5 maggio 1898.

        A Milano ha l’opportunità di conoscere Anna Kuliscioff che, laureata in medicina, concepisce la cura dei malati nell’ambito più generale della difesa degli oppressi. Attraverso la sua conoscenza, il Gemelli conosce Turati il quale lo utilizza come collaboratore al settimanale socialista pavese "La Plebe", fondato nel 1890, che aveva bisogno di un rilancio. La sua attività giornalistica parte dalla seconda metà del 1897 e giunge fino alla prima metà del 1899. Il Gemelli non si limita al giornalismo in senso stretto, ma corregge bozze, raccoglie sottoscrizioni, compone piombi, ecc. La conoscenza non comune che acquisisce nell’ambito della composizione tipografica, sarà importantissima per la sua futura attività di pubblicista cattolico.

        Nel 1898 lo troviamo impegnato attivamente, anche con comizi, a sostegno del candidato socialista per le elezioni suppletive. Il risultato del suo sforzo è comunque fallimentare. In quel periodo Gemelli legge avidamente testi materialisti e positivisti e l’incontro con Ardigò "[…] rassoda in Gemelli la convinzione che il cammino prescelto, itinerante tra scienze della natura (medicina, biologia, antropologia), è quello giusto. Esso si continua direttamente in quella via maestra del pensiero che è la filosofia: le scienze, tutte le scienze, conducono a essa. Dunque la filosofia è "scientifica", positiva, strumento per comprendere il mondo esplorato dalle scienze e insieme arma per cambiarlo. Il progresso cammina dunque coi passi delle scienze e della loro filosofia più che coi balzi della lotta di classe?". Sempre nel 1898 avviene un incontro ancor più importante: quello con Camillo Golgi, professore di Patologia generale e di istologia, massima autorità scientifica e accademica dell’ateneo pavese e che riceverà il Nobel nel 1906. Il laboratorio del Golgi, a Palazzo Botta, è una fucina di ricerche d’avanguardia e un avamposto del progresso scientifico. Il Gemelli comincia così la sua vita di studioso come biologo che lavora instancabilmente e con entusiasmo nelle ore rubate al sonno e agli svaghi; l’impegno trasfuso lo porteranno, oltre ad una conoscenza approfondita delle metodiche di laboratorio, a conseguire risultati di un certo rilievo. L’impegno nella ricerca scientifica ed il fatto che il Golgi fosse il leader del partito moderato pavese, contribuiscono ad allontanarlo dall’ambiente gravitante attorno a "La Plebe".

        Il 24 maggio 1898 viene ammesso al Collegio Ghislieri, riservato agli studenti più meritevoli, dal quale tuttavia viene espulso nel 1902 per intemperanze. Questo fatto gli crea notevoli difficoltà economiche e logistiche, non potendo, fra l’altro, fare continuamente la spola fra Pavia e Milano. In compagnia dell’inseparabile amico-avversario Necchi si trova anche per questo a frequentare il seminario di Pavia retto dall’allora canonico Pietro Maffi, futuro vescovo di Pisa e fondatore nel 1900 della "Rivista di fisica, matematica e scienze naturali". Il Maffi aveva creato all’interno del suo istituto un gabinetto di fisica e storia naturale, nonché una specola astronomica. Con sua notevole sorpresa, il Gemelli trova quindi nei professori del seminario dei buoni interlocutori sul piano scientifico e nel loro esempio vede un chiaro esempio di concordanza tra scienza e religione.

        Dopo essersi laureato brillantemente in medicina nel 1902 svolge il tirocinio presso l’Ospedale Militare di S. Ambrogio, reparto infettivi, dove ritrova il Necchi, anch’esso laureato, ed alcuni chierici che prestano servizio come infermieri. Ed è in quest’ambiente (che più tardi ospiterà i locali dell’Università Cattolica, e in ciò il Gemelli vedrà un piano preciso della Provvidenza) che matura la sua conversione al cattolicesimo. Dirà egli stesso: "Un giorno portarono nel reparto un soldato di cavalleria nel quale la tubercolosi aveva fatto opera di devastazione. Egli stesso sapeva che quella camera in cui venne collocato era l’anticamera della morte. Alla visita serale di uno dei giorni seguenti, quel malato, un abruzzese semianalfabeta, mi disse: "Senti, volontario; io muoio lontano da tutti i miei. Se fosse qui la mia mamma mi darebbe un bacio. Me lo vuoi dare tu?" Confesso che all’interno dell’anima ho combattuto una battaglia breve ma dura. Il malato era coperto di piaghe; ad ogni istante rovesciava. Io, che ero all’inizio del processo della mia conversione mi sono detto: "Sei un vile; che cosa farebbe Gesù Cristo che è morto per gli uomini?". E abbracciai e baciai quel morente […]. Mai […] come quella volta compresi che l’esercizio della medicina è anche sacerdozio"Questo racconto, che ricorda l’episodio di S. Francesco con il lebbroso, va comunque inserito in un quadro agiografico che vuole istituire analogie fra la vicenda personale di Gemelli e quella del Santo di Assisi, analogie che riguardano anche le modalità di abbandono del tetto paterno. Si può comunque ragionevolmente ritenere, al di là della mitizzazione degli avvenimenti, che egli abbia potuto trovare nell’esempio del Necchi, e ancor più in quello dei chierici infermieri, l’esempio di una medicina concepita come testimonianza e servizio disinteressato.

        Il percorso di conversione si conclude il 9 aprile 1903, giovedì santo, nella basilica di S. Ambrogio, dove riceve i sacramenti accanto all’ormai compagno di fede Necchi, al confessore Arcangelo Mazzotti, ed alcuni frati minori. Le ulteriori tappe sono l’ingresso al Terz’ordine francescano assieme al Necchi il 17 luglio; il 18 ottobre presenta domanda di ammissione al noviziato; il 16 novembre, in licenza straordinaria in attesa del congedo, entra in convento a Rezzato e veste il saio il 23 novembre. Le conseguenze immediate del suo gesto, che desta un certo clamore, sono l’abbandono del favore da parte del Golgi, il sarcasmo feroce degli ex compagni socialisti che montano una campagna di stampa ostile nei suoi riguardi, e la decisa opposizione della sua famiglia, soprattutto della madre, che cerca in tutti i modi di toglierlo dal convento, tentando, secondo diversi biografi, addirittura di rapirlo.

        Il periodo conventuale vede una notevole attività scientifica del Gemelli, favorita dalla protezione accordatagli da Lodovico Antomelli, ministro provinciale dei francescani. Riceve infine l’ordinazione sacerdotale nel 1908 dalle mani del cardinal Ferrari, il quale dimostrava d’altronde una speciale predilezione per il neoconvertito.

        E’ grazie all’iniziativa dell’Arcivescovo, che Agostino Gemelli incontra nel 1907 Desiré Mercier, arcivescovo di Malines e cardinale primato del Belgio, che era stato titolare dal 1880 a Lovanio della cattedra di filosofia tomistica, poi diventata per merito suo Institut supérieur Lèon XIII, avente lo scopo, conformemente alle direttive papali espresse nella Aeterni Patris, di restaurare e diffondere la filosofia neotomista. Il Gemelli era un lettore regolare della Revue néoscolastique de philosophie pubblicata dal 1894 a Lovanio, ma "in Mercier Gemelli ammira non solo il filosofo neotomista e l’organizzatore di cultura cattolica, ma anche l’attento studioso di una scienza relativamente giovane, che cattura, letteralmente, il suo interesse di biologo e di medico: la psicologia".

        Si tratta, in definitiva di un incontro fondamentale per il Gemelli, il quale si reca personalmente a Lovanio per visitare l’Institut supérieur Lèon XIII, visita che, come affermerà, gli chiarirà le idee riguardo cosa fare "per il progresso degli studi scientifici nel campo cattolico".

        Ricco di queste frequentazioni, il 13 gennaio 1909 pubblica a Firenze, assieme a Guido Canella, professore di pedagogia e morale, il primo numero della Rivista di Filosofia Neoscolastica, ispirata alla Revue del Mercier e sostenuta da Pio X. Nello stesso anno aveva iniziato un’appassionata campagna in difesa dei miracoli di Lourdes e che vede al suo fianco l’intervento del Necchi.

        Nel 1910 è incontra con Armida Barelli, che sarà per lui una collaboratrice di fondamentale importanza, nonché la compagna di tutte le sue iniziative.

        Questo periodo, molto intenso culmina con la nomina nel 1911 a "lettore generale di filosofia" per l’Ordine francescano (nomina sollecitata dallo stesso Gemelli per avere un titolo accademico ufficiale per presentarsi ai convegni) e la libera docenza in psicologia sperimentale conseguita nel 1914 presso l’Università di Torino.

         

      3. La scoperta del neotomismo e la "Rivista di Filosofia Neoscolastica"
      4. Una rinascita del pensiero tomista si era già avuta in Italia nella prima metà dell’Ottocento, quando, quando alcuni ambienti cattolici, alla scolastica "eclettica" sopravvissuta attraverso il tomismo gesuita impartito nelle università pontificie, cominciarono a preferire un insegnamento direttamente ispirato al pensiero di san Tommaso d’Aquino, ritenendolo una base più solida per l’insegnamento della dottrina cristiana.

        L’enciclica Aeterni Patris del 1879 di Leone XIII, aveva rappresentato poi un vero e proprio rilancio anche da parte della stessa gerarchia della filosofia tomista reputata come la più adeguata per la riforma di una società in via di secolarizzazione.

        Ma sarà soprattutto l’esperienza di Lovanio a concretare l’invito del pontefice a rinnovare il tomismo tradizionale, con la figura del Mercier (che d’altronde aveva conosciuto personalmente Leone XIII) che possiamo qualificare come il "padre" della neoscolastica:

        "[…] Sarebbe stato appunto Desiré Mercier a essere nominato, nell’agosto 1882, professore all’Università di Lovanio, con l’incarico di tenervi un Cours de haute philosophie de saint Thomas, attraverso il quale si mirava essenzialemnte a far rivivere i capisaldi dottrinali della filosofia tomista, orientati però alle esigenze più autentiche del pensiero moderno. Si trattava, in altri termini di superare il tomismo sociologico, tradizionale, agiografico e celebrativo, i vista di un "tomismo critico", il cui ideale sarà ricompreso nella successiva denominazione di "neo-tomismo" o "neo-scolastica"".

        Il successo dell’iniziativa porterà il Mercier nel 1894 alla fondazione di un Institut Supérieur de Philosophie a Lovanio e della già ricordata Revue Néo-Scolastique de Philosophie.

        Una caratteristica innovativa del nuovo istituto (molto apprezzata d’altronde anche dal Gemelli) sarà la difesa del tomismo ma contraddistinta da un’apertura dialettica, senza particolari pregiudizi, nei confronti del pensiero moderno e soprattutto delle discipline scientifiche.

        Come abbiamo già accennato il Gemelli conosce personalmente il Mercier. Lo troviamo d’altronde a Lovanio nel 1907 e nel 1910, molto interessato all’Università Cattolica ed alle sue realizzazioni pratiche, come il laboratorio di psicologia. Non dobbiamo dimenticare che da questa frequentazione emergerà con chiarezza il progetto di ateneo cattolico del Gemelli, che si rifarà al modello lovaniense.

        Per quanto riguarda l’aspetto che in questa sede ci preme maggiormente, il Gemelli rimase affascinato dalla filosofia tomista, riconoscendo ad essa il merito di aver costituito per secoli il sostegno valido di un mondo di valori. Egli vede nel suo rilancio non solo la possibilità di contrastare l’ormai declinante filosofia positivistica e l’affiorante pensiero idealista, ma anche lo strumento capace di formare l’anima vitale del mondo contemporaneo.

        Dobbiamo comunque rilevare che Gemelli sarà soprattutto uno scienziato e un uomo di fede, non un filosofo nel senso tradizionale. Per lui infatti il luogo deputato alla mediazione tra scienza e esperienza religiosa non sarà la filosofia, come per il Mercier, bensì quello della azione culturale concreta. Sarà lui stesso a ribadire, in diverse occasioni, la dimensione pratica della sua attività. Nel suo testamento, ad esempio, affermerà che "agli occhi degli uomini io appaio principalmente come uno che ha fatto delle opere".

        Ed è anche in quest’ottica che può essere letta la fondazione nel 1909 della "Rivista di Filosofia Neoscolastica", assieme a Giulio Canella; i biografi sono infatti abbastanza concordi nell’inserire la rivista nell’ambito delle iniziative aventi, per così dire, in una fase preparatoria per la realizzazione del progetto che già il Gemelli doveva ritenere come fondamentale per la realizzazione di una nuova sintesi di pensiero capace di contrastare il materialismo imperante nella scuola: quello dell’Università Cattolica:

        "Ci voleva un’Università Cattolica. Ma poiché il monopolio statale sempre più rigido e sempre più spinto verso il "tralignamento della legge Casati", ne impediva la creazione, era impressione anche del P. Gemelli che si dovesse procedere per gradi, preparando prima l’ambiente favorevole con un vasto movimento di cultura cattolica, quindi con organismi a tendenza universitaria. Le tappe preparatorie furono appunto la Rivista di Filosofia Neoscolastica, la Società per gli studi filosofici e psicologici, la rassegna Vita e Pensiero, la Pro Cultura di Milano, le quali tutte ebbero, tra il 1909 e il 1920, nel Gemelli un ardito fondatore e un geniale organizzatore".

        La nuova rivista, allineata pienamente sulle posizioni della gerarchia, incontra il pieno sostegno dell’allora pontefice Pio X, che ne diventa addirittura il primo finanziatore.

        A noi interessa qui rilevare anche che la Rivista di Filosofia Neoscolastica costituirà l’occasione per la formazione di quel nucleo di persone che sarà il nerbo di tutte le iniziative editoriali (e non solo) del Gemelli in generale e della Rivista del Clero Italiano in particolare. Ci riferiamo, al di là della collaborazione di Vico Necchi, di Giacinto Tredici e di Emilio Chiocchetti (il primo sarà codirettore di Vita e Pensiero, gli altri due scriveranno su questa rivista e sulla Rivista del Clero Italiano), al fatto che è in questa sede che avverrà l’incontro e la prima collaborazione di padre Gemelli con Francesco Olgiati e Armida Barelli.

        Sul recupero della visione unificante del mondo tipica della società medioevale, che il Gemelli ed il suo gruppo contrapporranno alla società moderna in via di disgregazione parleremo comunque diffusamente nel prossimo paragrafo.

         

      5. Il medioevalismo in padre Gemelli
      6. Il mito della società medioevale, come società ideale a cui tendere, rappresenta la risposta di larghi settori del cattolicesimo fin dall’epoca della Rivoluzione francese alla secolarizzazione:

        "In linea generale tale prospettiva si radicava nella concezione che la chiesa, in quanto "società perfetta", costituisce il modello cui deve riferirsi ogni consorzio umano che voglia essere autenticamente civile. A questa convinzione si legava poi la tesi che la cristianità medievale – con la sua integrale subordinazione di tutti gli aspetti della vita dell’uomo a fini religiosi – aveva rappresentato la realizzazione storica più vicina all’ideale di civiltà cristiana".

        La compattezza della societas christiana sarebbe poi venuta meno, dopo la ventata umanistica, soprattutto a causa dalla "sciagura" del Protestantesimo, i cui errori avrebbero condotto alla Rivoluzione francese, la quale avrebbe a sua volta portato successivamente al liberalismo ed al socialismo.

        Inevitabile compito dei cattolici sarebbe stato quindi quello di operare attivamente per la ricostruzione di quel rapporto fra chiesa e società che aveva contraddistinto l’epoca medioevale.

        Tale atteggiamento si accompagnava di conseguenza con la lotta contro il laicismo, ovvero contro quelle forme di vita collettiva decisamente autonome rispetto ad ogni ingerenza dell’autorità ecclesiastica.

        Emerge in genere, soprattutto nell’ambito dell’intransigentismo cattolico, la consapevolezza che i mali del mondo sono la naturale conseguenza dell’abbandono del riconoscimento del cristianesimo come punto di riferimento per le società umane. Tale tesi viene d’altronde fatta propria anche da Leone XIII nella Rerum Novarum (1891), nella quale si afferma, fra l’altro, la necessità del ritorno alla vita ed alle istituzione cristiane come unico rimedio ai problemi del mondo contemporaneo. In tale ottica va considerata anche la già ricordata enciclica Aeterni Patris (1879), che imponeva il neotomismo come dottrina ufficiale del cattolicesimo: si tratta in questo caso della riproposizione di una filosofia di matrice medioevale da contrapporre all’insieme del pensiero che avrebbero invece condotto, tramite la negazione della supremazia della chiesa, al disordine sociale contemporaneo.

        Pio X radicalizzerà ulteriormente questo genere di argomentazioni schierandosi "con le più rigide tesi intransigenti di carattere teocratico: solo la ricostituzione di una città cattolica – una società in cui l’autorità suprema della chiesa (suprema perché posta al di fuori e al di sopra della storia) ne diriga e ne indirizzi la vita – può portare a forme di convivenza sociale che meritano il nome di civiltà".

        E’ in questo contesto che si inserisce l’appello di Agostino Gemelli per la costruzione di una cultura che, riallacciandosi alla tradizione medioevale, trovasse il suo punto di riferimento nel magistero ecclesiastico. Ci riferiamo all’articolo programmatico pubblicato sul primo numero della rivista Vita e Pensiero del 1 dicembre 1914, del quale si disse che "sulla musoneria sorniona del tempo fece l’effetto di uno schiaffo solenne". E’ stato notato che tale appello "non si fondava solo sul ripudio delle acquisizioni intellettuali del mondo contemporaneo, ma anche sulla denuncia dello svuotamento relativistico del cristianesimo operato dalla critica storica e filologica dei modernisti".

        Per la sua rilevanza, e per il suo contenuto oltremodo illuminante circa il pensiero gemelliano e del suo gruppo di collaboratori, di cui costituisce una sorta di manifesto programmatico che va ben al di là della sola rivista, riteniamo preferibile estrapolare direttamente da questo lungo articolo:

        "Ecco il nostro programma! Noi siamo medioevalisti. Mi spiego. Noi ci sentiamo profondamente lontani, nemici anzi della cosidetta "cultura moderna", così povera di contenuto, così scintillante di false ricchezze tutte esteriori […] Ci muove a pietà questa povera coltura moderna. Essa è un aggregato meccanico di parti, non intimamente elaborate, messe insieme senza connessione intima, organica.

        […] Noi vogliamo invece diffondere una coltura organica, una coltura che sia il complesso armonico di tutta la nostra attività spirituale, una coltura capace di permettere alla personalità umana di svolgersi, creando il pensiero. Noi vogliamo una coltura che risponda alle esigenze più legittime, alle aspirazioni più profonde ed inestinguibili dello spirito umano, col riconoscere i valori supremi della nostra vita. E una cultura avente questi caratteri noi crediamo non possa essere data che da chi chiede i principi di vita al Medioevo".

        Ma il Gemelli si rende perfettamente conto che un ritorno puro è semplice alla società medioevale è improponibile. Si affretta infatti a precisare:

        "Non vogliamo un puro ritorno al Medioevo, non diciamo che si debba rivivere senz’altro il passato. La storia del passato non si ripete mai. Noi siamo medioevalisti, perché abbiamo compreso essere necessario che l’anima che ispirava la coltura medioevale – proprio quell’anima, ma maturata – ispiri pure la nostra coltura, vivifichi il nostro pensiero contemporaneo. Noi ritorniamo cioè al Medioevo non per arrestarci e cristallizzarci in esso, ma per trovare in esso le armi efficaci a conquistare l’avvenire, ossia per far sì che, come la Chiesa Cattolica era allora l’anima della coltura, lo sia, o meglio lo divenga anche oggi".

        Emerge dal contesto dello scritto una critica serrata nei confronti della scienza moderna che, nonostante le sue promesse, non sarebbe assolutamente in grado di risolvere i problemi principali dell’.

        Ed ecco allora la necessità di rivolgere lo sguardo al passato:

        "Ci siamo chiesti: quale epoca ha mostrato, più di ogni altra, di avere compreso le esigenze delle indagini storiche? Quale epoca è nel medesimo tempo arrivata a ritrovare, attraverso lo studio del mondo della natura e dello spirito, una concezione in armonia con gli insegnamenti del Cristianesimo?

        Questa domanda ci condusse allo studio dei dottori medioevali.

        […] E ripensammo quel pensiero; rivivemmo quella vita; e ancor più ci apparve in tutta la sua bellezza la concezione cristiana dell’Universo, come fu concepita dai dottori Scolastici; e non solo essa ci apparve come una concezione capace di rispondere alle esigenze di quei tempi, nei quali fu costrutta, ma anche come una concezione che in sé conteneva tutti i germi di vero, sviluppati poi nei secoli seguenti dai diversi pensatori; una concezione capace ancora oggi di rivivere in funzione delle esigenze del pensiero moderno, capace di assimilare in sé le scoperte delle scienze, capace di fornire i primi principi della vita. Così, ciò che era prima oscuro, ci apparve allora illuminato da una luce improvvisa; sotto e attraverso ciò che sembrava pura formula, sentimmo palpitare la vita del pensiero.

        Così siamo diventati Medioevalisti".

        In definitiva l’accusa che viene principalmente rivolta alla scienza ed al pensiero moderni è quella della mancanza di una qualsiasi forma di connessione intima fra gli oggetti di studio. La "cultura moderna" si accrescerebbe semplicemente per sovrapposizione, senza alcuna possibilità di sintesi. Una tale cultura, sentenzia il Gemelli, oltre ad accrescere il suo nozionismo di carattere enciclopedico, non aumenta il sapere dell’uomo: perché una cultura sia veramente efficace, bisogna che miri all’educazione globale, non alla semplice istruzione. La cultura moderna avrebbe sancito semplicemente il predominio degli interessi materiali su qualsiasi altra esigenza di carattere spirituale, impoverendo l’animo umano, invece di arricchirlo.

        Per questo motivo il riallacciarsi alle correnti vive del Medioevo non può che portare un miglioramento della cultura:

        "Noi nello studio delle correnti religiose e speculative del Medioevo abbiamo trovato davvero tesori spirituali che rappresentano il massimo dispiegarsi ed evolversi dei principi del Cristianesimo, tesori che al chiudersi del Medioevo furono sopraffatti […] da altre correnti. Noi, risalendo al Medioevo, non facciamo altro che ritrovare la tradizione cristiana nelle sue più alte, più grandi, più elevate manifestazioni. E non è necessario risalire più addietro, perché nella vita religiosa e speculativa del Medioevo rivivono le esperienze storiche del Cristianesimo dei secoli che precedettero quell’epoca. Non rimane quindi che riprendere quelle correnti stesse medioevali, per far sì che la forza di educazione intellettuale e morale che esse racchiudono possa ulteriormente svilupparsi e sviluppandosi dare sicuri frutti di vita cristiana".

        L’appello causò anche molti dissensi, anche in ambito cattolico, costringendo il Gemelli a ritornare più volte sull’argomento. Anche Giovanni Semeria, che si ritroverà pochi mesi dopo accanto a padre Gemelli al fronte, non manca di esprimere il suo pieno disaccordo.

         

         

      7. La consacrazione al Sacro Cuore

 

Grande importanza ebbe il tema della consacrazione al Sacro Cuore per Agostino Gemelli, tanto da fargli affermare che, per lui, tale devozione costituiva un "chiodo fisso".

Fu sua l’iniziativa di una consacrazione dei soldati italiani al Sacro Cuore, rifacendosi all’esperienza francese del 1916, che d’altronde rientrava nell’aspetto tradizionale della devozione (vedi pag. *). Dobbiamo tuttavia osservare che il Gemelli, con questo progetto non si voleva limitare semplicemente all’aspetto nazionalistico della devozione, ma utilizzarlo per un’azione di proselitismo fra le masse:

"Scriviamo […] per stringere in fascio tutte le energie di sacerdoti e di laici che vogliono, per questa ragione, lavorare per il trionfo di Gesù nel nostro paese. Scriviamo per studiare insieme il modo di riuscire, attraverso e grazie al sacro Cuore di Gesù, a rendere più cristiana l’Italia, E poiché oggi i giovani, le speranze del domani, gli uomini che domani lavoreranno nel campo materiale e nel campo intellettuale sono soldati, incominciamo oggi il nostro lavoro dai soldati".

Questo progetto sarebbe stato suggerito al Gemelli da Armida Barelli.

Dopo un notevole sforzo organizzativo, la consacrazione solenne di tutti i soldati al Sacro Cuore venne effettuata il primo venerdì del 1917, coinvolgendo circa due milioni di militari.

La soddisfazione dei promotori per il successo dell’iniziativa si ricava, ad esempio, dal seguente brano apparso sulla rivista Vita e Pensiero:

"Il risultato fu magnifico. […] Fu tale il risultato, che il vescovo da campo affermava che si ebbe più e meglio di una vera Pasqua, e mentre con giusta prudenza, il Comitato promotore si proponeva di procedere alla consacrazione di soldati isolati, si è avuta in quasi tutte le nostre unità la consacrazione collettiva con partecipazione di generali e con il risultato di numerosissime comunioni".

E, a conferma di quanto detto poco sopra:

"[…] Evidentemente questo non basta. Anche il popolo nostro deve partecipare attivamente a questa consacrazione, mettendosi pur esso sotto la fiammeggiante divisa del Sacro Cuore".

Il Gemelli pensava di poter continuare la sua opera attraverso il completamento e il rinnovamento delle consacrazioni, ma le autorità militari italiane si espressero negativamente in merito, forse in considerazione del fatto che l’utilizzo di immagini, quali il Sacro Cuore al posto dello stemma sabaudo sul tricolore, poteva far insorgere sospetti di riferimenti temporalisti; egli fu quindi costretto a chiudere l’Opera della consacrazione dei soldati.

Il suo obiettivo divenne a quel punto quello della consacrazione nazionale e di tutti gli eserciti alleati. Il Gemelli perseguì fortemente anche questo scopo, ma stavolta si trovò tuttavia di fronte alle titubanze dello stesso Benedetto XV, il quale si rendeva ben conto del fatto che il suo appoggio ad una tale iniziativa avrebbe potuto essere letta come un atto a favore di uno dei due schieramenti.

Un aspetto che ci sembra opportuno affrontare a questo punto, anche per capire meglio l’importanza dei temi quali la devozione al Sacro Cuore e la Regalità di Cristo nella stessa economia della rivista da noi studiata, è quello dei rapporti che legarono padre Mateo Crawley-Boevey (vedi pag. *), con il gruppo dirigente dell’Università Cattolica (non casualmente dedicata al Sacro Cuore), e con Gemelli in particolare.

Che questo rapporto sia stato un qualcosa di più di un semplice fatto occasionale, ci viene testimoniato, fra l’altro, da Primo Reina che collaborerà attivamente alla Rivista del Clero Italiano fra il 1935 ed il 1937:

"L’amicizia spirituale che unì per molti anni quelle tre grandi anime [Crawley, Gemelli, Armida Barelli] fu certamente uno dei mezzi di cui si servì la Divina Provvidenza per creare in Italia, fra le due grandi guerre, una corrente spirituale a largo raggio abbracciante quasi centomila famiglie, che nell’adorazione notturna nella propria casa concretò il dovere della riparazione per i peccati dei singoli e della società".

Anche se l’attività del Gemelli a favore della consacrazione al Sacro Cuore risale a diversi anni prima, i biografi sono concordi nel datare il suo incontro con il Crawley nel 1922; diverse fonti sottolineano inoltre il ruolo fondamentale sostenuto a questo riguardo dalla Barelli, la quale avrebbe incontrato il religioso peruviano una prima volta in occasione del Congresso eucaristico internazionale di Roma del 1922.

La stessa Barelli avrebbe addirittura richiesto a Pio XI la venuta in Italia in quell’anno del religioso peruviano:

"In un’udienza concessa il 9 settembre 1922 da papa Pio XI, Armida Barelli chiese al Santo Padre la grazia di far venire padre Mateo in Italia perché parlasse del Sacro Cuore ai gruppi della Gioventù Femminile, che essa aveva fondata nel 1918".

Nel 1924 Il Crawley prepara un ritiro delle dirigenti della G.F.C.I. capitanate dalla Barelli e a cui partecipa anche Francesco Olgiati.

Il rapporto personale fra Gemelli e il Crawley, visto anche una certa affinità fra i due personaggi, si sarebbe tramutato presto "in un senso di profonda amicizia". Di certo padre Mateo si trova a Milano nel 1922, ospite dell’Università Cattolica, dove ha l’occasione di predicare. Nel 1924 il Gemelli e la Barelli cureranno, fra l’altro, la traduzione in lingua italiana delle sue prediche.

Frutto tangibile di questo incontro, e che vedrà la luce pochi anni dopo, sarà l’Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, diretta dal Gemelli, dalla Barelli, da Francesco Olgiati, e con la partecipazione nel comitato promotore dello stesso Crawley. Qui ci preme notare soltanto che compito specifico di quest’iniziativa sarà la diffusione a livello nazionale, oltre che genericamente della devozione al Sacro Cuore e del riconoscimento della Regalità di Cristo espressa dalla Quas primas, delle opere di padre Mateo, prima fra tutte in ordine cronologico quella dell’adorazione notturna nelle famiglie, che verrà lanciata proprio utilizzando la Rivista del Clero Italiano (Vedi pag. * e segg.).

 

 

 

 

    1. L’Università Cattolica del Sacro Cuore

 

L’Università Cattolica del Sacro Cuore venne inaugurata ufficialmente il 7 dicembre 1921, alla presenza di Achille Ratti, da poco mesi succeduto al cardinal Ferrari alla cattedra ambrosiana e che sarebbe salito al soglio pontificio pochi mesi più tardi, in qualità di rappresentante di Benedetto XV, di una folta schiera di personalità del mondo politico, fra cui don Luigi Sturzo e Filippo Meda, nonché di una folta schiera di esponenti del mondo cattolico ed accademico.

Si trattava della realizzazione concreta di un progetto lungamente accarezzato da larghi strati del cattolicesimo italiano, fin dalla metà dell’Ottocento, per reagire all’anticlericalismo, espressione della classe dirigente di stampo massone, che sembrava dominare l’insegnamento in Italia. La stessa legge Casati del 12 novembre 1859, con le successive modifiche, avrebbe, invece di preparare gradualmente la parità scolastica come era nelle intenzioni del legislatore, favorito la completa laicizzazione della scuola e permesso l’assoluto monopolio statale nell’insegnamento superiore, anche in ambito universitario. La politica anticlericale dello stato avrebbe determinato gradualmente la scomparsa completa della presenza della Chiesa negli Atenei italiani, giungendo alla soppressione formale delle facoltà di Teologia con la legge Correnti del 10 maggio 1872.

In quest’ambito va anche inquadrato l’evento della chiusura, avvenuta coattivamente il 12 marzo 1876, con l’applicazione della legge Casati nel senso di un monopolio dello stato nell’ambito dell’insegnamento superiore, della cosiddetta Università Pontificia, con sede a Roma in palazzo Altemps. Quest’istituzione, che aveva iniziato solo cinque anni prima la sua attività, non aveva d’altronde mai ricevuto una qualche forma di riconoscimento statale. Ciò non toglie che l’impressione di questo avvenimento fosse notevole fra i cattolici italiani.

E’ appunto in questo contesto che emerge prepotentemente, nel mondo cattolico, la consapevolezza della necessità di una struttura accademica alternativa a quella statale, così permeata di valori, così si afferma, contrari a quelli cristiani. A ciò contribuisce anche l’esempio di altri stati europei ed extraeuropei, dove i cattolici avevano potuto creare vere e proprio Università Cattoliche, senza le difficoltà che caratterizzavano invece la realtà italiana. Il caso più famoso era senz’altro quello dell’ateneo di Lovanio fatto risorgere dai vescovi belgi nel 1834 sulle rovine dell’antica università fondata da Martino V nel 1425. Ma esempi positivi venivano anche dalla Francia, dove i cattolici con alla testa monsignor Dupanloup in testa erano riusciti nel 1873 ad ottenere l’insegnamento confessionale e a introdurre quattro vescovi nel consiglio superiore scolastico, nonché a fondare nel 1876 l’Université Catholique de l’Ouest ad Angers; Atenei cattolici erano sorti anche nel Canada (Università Cattolica Laval, Quebec, nel 1852) e negli Stati Uniti (Università Cattolica di Notre-Dame, Indiana, nel 1842 e Università Cattolica di Washington, nel 1866).

E’ dal 1869, nell’ambito della "Gioventù Cattolica Italiana" appena fondata da Giovanni Acquaderni (che aveva, fra l’altro, visitato Lovanio nel 1863) e soprattutto in occasione del primo Congresso Cattolico Italiano di Venezia del 1874 che si comincia a delineare con una certa consapevolezza un progetto di Università Cattolica italiana. Tale Congresso si era chiuso con un programma che prevedeva la fondazione di istituti provvisori di studi superiori che avrebbero dovuto formare la base istitutiva del futuro ateneo (progetto che verrà poi ripreso dal Toniolo e dal gruppo gemelliano, come avremo occasione di constatare) e l’appuntamento ad un secondo Congresso che avrebbe dovuto discutere di un programma concreto di università. Tuttavia l’eco destata dalla soppressione, immediatamente successiva, dell’Università Pontificia di palazzo Altemps, fece accantonare il progetto che per alcuni decenni rimarrà allo stato di semplice aspirazione.

Esso verrà riproposto con una certa convinzione soltanto nel 1897, in occasione del XV Congresso cattolico di Milano; in tale occasione sarà soprattutto Davide Albertario, esponente di spicco dell’intransigentismo cattolico e all’epoca direttore dell’"Osservatore Cattolico", a condurre un’analisi lucida circa le possibilità della creazione di un ateneo cattolico in Italia. Egli, in definitiva si dichiara decisamente pessimista sulla possibilità immediata di fondare un’Università Cattolica; tuttavia, riallacciandosi alle conclusioni del Congresso di Venezia del 1874, fa approvare un ordine del giorno nel quale si rilancia l’ipotesi di fondare istituti superiori nelle città sedi universitarie; inoltre si invitano i "dotti cattolici" a conseguire la libera docenza nelle università statali e si raccomanda vivamente di diffondere l’idea e di raccogliere fondi per la sua realizzazione. Emerge tuttavia la forte preoccupazione di agire per gradi e con prudenza, preparando l’ambiente, il personale docente ed istituti di transizione.

La lotta per l’Università Cattolica si confondeva comunque con quella per la libertà di insegnamento, poiché da essa si riteneva dipendesse in definitiva la possibilità di educare cristianamente la gioventù cattolica, sottraendola all’influsso nefasto della scuola di stato. In quest’ambito soltanto la creazione di un Ateneo cattolico poteva garantire l’elaborazione di una cultura cattolica e la formazione di un ceto dirigente cattolico veramente capace di diffonderla. Non sorprende quindi che i maggiori fautori della libertà di insegnamento (Tovini, Paganuzzi, Toniolo, etc.) fossero i più convinti sostenitori dell’ideale universitario cattolico. Di conseguenza, tale speranza appare collegato fin dall’inizio all’ala che potremmo definire come "militante" del cattolicesimo italiano.

L’idea di Università Cattolica nasce nell’ambito dell’intransigentismo cattolico; tuttavia alla sua elaborazione parteciperanno molti elementi delle "correnti transigenti e conciliatoriste", nonché esponenti di quel cattolicesimo liberale che era semplicemente fautore della libertà di insegnamento.

Quando l’idea di Università Cattolica verrà ripresa agli inizi del Novecento, questa sarà fortemente connessa alla personalità di Agostino Gemelli, il quale incontra il card. Mercier nel 1908 (vedi pag. *). Il suo primo intervento sull’argomento avveniva comunque nell’ambito del primo Congresso della FUCI di Milano nel 1907. In esso il francescano auspicava l’istituzione di un istituto di perfezionamento avente come scopo la pura ricerca, che era considerata, di per se stessa, come la migliore apologia del cattolicesimo.

Il periodo della guerra e quello immediatamente successivo, avevano comunque visto modificare profondamente l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni; inoltre era entrato in crisi il monopolio della classe dirigente liberale. Restavano tuttavia immutate le difficoltà legislative che avevano impedito la fondazione di un ateneo cattolico, ma elementi sufficientemente perspicaci del mondo cattolico, soprattutto se inseriti ad alto livello nel mondo politico, come Filippo Meda, potevano avere motivo di prevedere che in un futuro non molto lontano sarebbe stato possibile ottenere il riconoscimento giuridico di una libera istituzione universitaria promossa da cattolici.

Non è casuale il fatto che lo stesso Gemelli, già l’indomani della vittoria, lanci un appello ai cattolici italiani per la riconquista della libertà di insegnamento:

"[…] all’inizio della nuova era, che il termine della guerra apre innanzi a noi come una vigna che attende i lavoratori, io lancio questo grido: "Cattolici d’Italia, unitevi nella conquista della libertà!" […] E ingaggiamo battaglia, raccogliendo il grido che Giuseppe Toniolo, dal suo letto di dolore e di morte, lanciava ai cattolici italiani; grido che io ho avuto la fortuna di udire dalle sue labbra commosse: "Lottiamo per la libertà d’insegnamento; cerchiamo di ottenere in Italia questa elementare libertà, per potere ai nostri figli insegnare la dottrina di vita, la dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo"".

E’ in questo nuovo contesto che nel corso del 1919 si concreta il proposito di fondare l’Università Cattolica non appena le condizioni lo permettessero. Il 2 aprile, presso la sede della casa editrice "Vita e Pensiero" si riunisce per la prima volta il comitato promotore dell’Università Cattolica, nelle persone di Gemelli, Lodovico Necchi, don Giovanni Rossi, Giuseppe Nogara, allora professore nel seminario di Milano, Armida Barelli e il "rag. Bontadini"; assenti Francesco Olgiati, Filippo Meda e il conte Ernesto Lombardo, il quale aveva già finanziato l’acquisto degli immobili. Presidente onorario era il Card. Ferrari, allora arcivescovo della diocesi ambrosiana, che si adoperò attivamente, fino alla sua morte avvenuta l’anno seguente, per il progetto universitario, finanziandolo e soprattutto effettuando opera di persuasione al riguardo presso Benedetto XV.

E’ soprattutto il Meda che si preoccupa di stabilire le basi giuridiche del nuovo Ateneo. Egli infatti concepisce il progetto di chiedere l’erezione in ente morale di un istituto di studi superiori, che per statuto promuovesse e finanziasse iniziative scientifiche e culturali e tra le quali, nelle intenzioni dei promotori, poteva trovare posto anche un istituto universitario.

L’erezione in ente morale dell’istituto, intitolato al Toniolo, viene ottenuta già con R.D. del 24 giugno 1920 recante la firma di Benedetto Croce. Ottenuta anche l’approvazione canonica, ritenuta indispensabile dal Comitato promotore, la nuova Università Cattolica poteva iniziare la sua attività, come già detto, il 7 dicembre 1921.

Nuove possibilità si aprirono nel 1923 con la riforma della scuola italiana voluta da Giovanni Gentile. Essa prevedeva la possibilità di istituire università libere, promosse da enti morali, con ordinamento didattico almeno in parte conforme a quello degli atenei statali, ma per il resto dotate di piena autonomia. Le istituzioni universitarie che avessero adempiuto a tali condizioni potevano essere riconosciute dallo Stato e avrebbero potuto quindi conferire titoli di studio con pieno valore legale.

Il Gemelli ed i suoi collaboratori, sentito il parere di Pio XI, optarono per la richiesta del riconoscimento statale, ritenendo che la perdita parziale di autonomia, anche per quanto riguardava la nomina dei docenti, sarebbe stata più che compensata dai vantaggi assicurati dall’approvazione da parte dello Stato. Era inoltre opinione diffusa nel gruppo direttivo dell’Università Cattolica che solo inserendosi a pieno titolo nel mondo accademico italiano, l’Ateneo dei cattolici avrebbe potuto esercitare un influsso effettivo sulla vita nazionale.

Il riconoscimento giunse con il R.D. del 2 ottobre 1924. Nel frattempo lo stesso Pio XI era intervenuto per rendere maggiormente stabili le entrate finanziare dell’Ateneo (che fino ad allora si era retto grazie soprattutto alle iniziative della Barelli, coadiuvata dalla Gioventù Femminile Cattolica Italiana da lei diretta, e dalle quote versate dagli studenti e dagli "Amici dell’Università Cattolica ") con l’istituzione permanente della "Giornata Universitaria". Lo stesso Gentile si era attivamente adoperato per il riconoscimento, esprimendo tuttavia forti perplessità per la denominazione eccessivamente confessionale di Università "del Sacro Cuore", consigliando espressamente di eliminarla dallo Statuto.

I biografi cattolici hanno molto insistito, concedendo d’altronde molto all’aspetto agiografico, sulla riunione del Comitato promotore alla presenza del pontefice, in cui tutti i membri, compreso Pio XI erano convinti della necessità di effettuare il taglio, seppur a malincuore. Solo Armida Barelli sostenne tenacemente che l’istituto doveva, anche nella denominazione, tenere pienamente fede alla sua ispirazione originaria, e riuscì a far ritornare sulle loro decisioni tutti gli altri. In effetti lo Statuto venne approvato ugualmente.

Gli anni seguenti, dopo la necessaria ristrutturazione dei corsi per adeguarli ai dettati ministeriali, l’Università Cattolica conobbe una notevole espansione, tanto da dover essere trasferita, nel giro di pochi anni, nella nuova sede, presso l’antico monastero di S. Ambrogio; accanto ad essa vennero inoltre istituiti due collegi universitari, il Marianum e l’Agostinianum, il che permise l’accesso ai corsi di studenti provenienti da ogni parte d’Italia.

Una caratteristica peculiare dell’Ateneo cattolico milanese e che lo distingueva nettamente dalle altre Università Cattoliche degli altri paesi, era la notevole autonomia rispetto all’autorità vescovile; in effetti lo Statuto privilegiava notevolmente il rapporto diretto con la S. Sede, tramite il Comitato Toniolo che nominava il Rettore e aveva la maggioranza nel Consiglio di amministrazione dell’Università.

Secondo il Gemelli ed i suoi collaboratori, l’Università Cattolica doveva anzitutto rappresentare il luogo privilegiato per confermare con i fatti l’assoluta conciliabilità fra scienza e fede. Tale aspirazione, che costituisce un tema fondamentale nella conversione del Gemelli, è presente fin dal primo maturare di un’idea di ateneo cattolico, all’indomani della guerra:

"I cattolici debbono avere la loro università, ossia un loro focolaio di attività scientifica […] per dar modo agli scienziati cattolici di esercitare la loro funzione nel campo della scienza. Se tanto numerosi sono coloro che si valgono della scienza per combattere la nostra religione e che affermano che il progresso scientifico è in ragione inversa dell’intensità e della diffusione del sentimento, religioso, è necessario che i cattolici mostrino con il fatto, con la pura indagine scientifica, che tutto ciò non è vero. […] la scienza cattolica, con il contribuire a scoprire orizzonti sempre nuovi alla scienza, dà innanzi tutto agli uomini onesti la dimostrazione di fatto che lo spirito della fede non è contrario a quello scientifico; la sua serenità ed oggettività sarà una prova di fatto che non vi è conflitto tra scienza e fede; collaborando ad accumulare i materiali per le sintesi obbiettive dimostrerà con i fatti che il conflitto esiste tra alcuni scienziati e la fede".

La necessità della fondazione di un Ateneo cattolico verrebbe dettata, secondo il Gemelli, anche dal fatto che, vista la situazione del sistema universitario nazionale, gli scienziati cattolici sono costretti "a vivere di ripieghi nell’ambiente universitario, o a chiudersi nell’infecondità della vita privata".

L’Università Cattolica doveva inoltre, secondo le intenzioni del Gemelli essere, in un certo senso, il fulcro della riconquista cristiana dell’Italia, tramite la formazione della classe dirigente del movimento cattolico italiano e l’elaborazione di un pensiero unificatore che si riallacciasse alla grande tradizione universitaria medioevale ecclesiastica. Francesco Olgiati sintetizza così, alcuni anni dopo la fondazione, gli obiettivi del nuovo Ateneo:

"Le speranze dell’Università Cattolica […] si possono riassumere così:

  1. Elaborare il sistema nuovo, che , tenendo conto di tutti i progressi compiutisi dal secolo XIII ai giorni nostri, rappresenti la nuova sintesi, continuatrice dell’altra, fatta dal genio di S. Tommaso nel Medio Evo e preparata dalle Università d’allora.
  2. Formare, a poco a poco, una schiera di professori, i quali consacrino tutte le loro energie e la vita, alla realizzazione di quella sintesi e si impongano – con la serietà del loro sapere e con la vastità delle loro cognizioni – all’attenzione del mondo scientifico.
  3. Educare una generazione di giovani, che, studiando nella Università Cattolica del S. Cuore, comprendano la bellezza di simile programma, non si appaghino della laurea, non si esauriscano in un piccolo sogno di interessi egoistici, ma sappiano organizzare cristianamente la loro anima, i loro studi e domani tutta la loro esistenza.

Se, con l’aiuto del Cuore di Gesù, il nostro Ateneo, attraverso la rude battaglia ed il faticoso lavoro, raggiungerà questa vetta, l’Italia contemplerà la lampada nuova, che diffonderà la luce della fede, della scienza e della bontà".

Il ruolo positivo della nuova istituzione nell’ambito della cultura nazionale risulterebbe anzi ancora più evidente considerando che gli anni della sua fondazione sono quelli in cui si discute con una certa insistenza di decadenza dell’università, e non solo in Italia. Le motivazioni di questa situazione vengono ravvisate nel fatto che le università erano divenute "fabbriche di diplomi e di titoli professionali" a scapito della loro funzione che avrebbe dovuto invece essere quella di "essere fucina di dottrine, organismo in cui si elaborano le ricerche di pensiero, così da poter essere uno degli organi propulsivi e fondamentali della vita nazionale".

L’Università Cattolica del Sacro Cuore mantenne, sin dal suo sorgere, un rapporto privilegiato con l’associazionismo cattolico. Ciò rientrava inevitabilmente nei piani del Gemelli, il quale si riprometteva da quest’istituzione un ruolo egemonico nella formazione dei quadri dirigenti dell’Azione cattolica. Bisogna inoltre ricordare che tale preminenza era anche favorita dal fatto che diverse personalità del gruppo dirigente dell’Ateneo, come Armida Barelli, Francesco Olgiati, Giuseppe Nogara, svolgevano al contempo un ruolo molto importante nell’ambito dei gruppi femminili di associazione cattolica. Piero Panighi, amministratore dell’Ateneo, era invece presidente dell’associazione Uomini cattolici; ciò non eviterà comunque l’insorgere di motivi di frizione con questi ultimi fino agli anni Trenta.

Dobbiamo inoltre constatare che l’obiettivo di formazione dei futuri quadri dirigenti dell’Azione cattolica, viene considerato di primaria importanza, anche rispetto alla stessa istruzione professionale:

"L’Università Cattolica non vuole ospitare qualsiasi studente, che voglia arraffare in qualche modo una laurea per entrare nella vita professionale; vuole formare delle coscienze, educare delle volontà, forgiare dei caratteri che oltre ottenere una laurea sentano la bellezza dell’ideale cattolico, ad esso dedichino il fiore della loro giovinezza, la generosità dei loro cuori. Vuole, insomma, creare dei militi dell’azione cattolica, che servano con amore ed entusiasmo la Chiesa ed il Papa. Quei militi che, addestrati bene, rapidamente potranno diventare i capitani e formare quello Stato Maggiore dell’azione cattolica che il S. Padre nel suo ben noto discorso ha detto di attendere".

Possiamo in sostanza osservare che l’Università Cattolica, divenne, nelle intenzioni del Gemelli, lo strumento per la realizzazione del suo progetto di riconquista cristiana della società. La stessa intitolazione dell’Ateneo al Sacro Cuore non poteva destare molti dubbi circa le intenzioni programmatiche del gruppo fondatore. Non è casuale il fatto che la sua opera, dopo la guerra, si identifichi con quella dell’Ateneo da lui fondato. Né meno significative sono molte delle iniziative che scaturiranno dall’ambito universitario per coinvolgere tutto l’ambito cattolico italiano.

Emblematica è al riguardo il notevole impegno svolto dall’Università Cattolica a favore dell’istituzione della Festa di Cristo Re. Sarà infatti il corpo docente dell’Ateneo, su proposta dei professori di filosofia, ad emettere un voto teologico sulla Regalità di Cristo che verrà presentato al pontefice nel 1925 (vedi pag.*). Contestualmente saranno gli Amici dell’Università a raccogliere una supplica a Pio XI, corredata di oltre 50 mila firme, per l’istituzione della festività. Sarà inoltre nei locali dell’Università Cattolica che avranno luogo i Congressi Nazionali della Regalità di Cristo (nel 1926 e nel 1930), e nello stesso stabile avrà sede l’Opera della Regalità di Cristo, avente lo scopo programmatico di diffondere la devozione. L’emblema di questo impegno sarà l’erezione della statua di Cristo Re nel 1930 sulla fronte della nuova sede universitaria (vedi pag. *).

 

 

 

    1. "Vita e Pensiero"

 

 

Abbiamo già discusso della fondazione della rivista, trattando diffusamente dell’articolo inaugurale del Gemelli del 1 dicembre 1914 dal titolo emblematico di Medioevalismo (vedi pag. *). La rivista Vita e Pensiero ("Rassegna italiana di Coltura", come si specifica nel sottotitolo) nasce, infatti, come espressione concreta di quel progetto. Lo stesso padre Gemelli, che ne sarà il direttore assieme a Francesco Olgiati e Vico Necchi, ne delinea il programma in quello stesso scritto:

"Questo periodico nasce scrivendo in testa al proprio programma: Medioevalista nella sostanza, modernissimo nella forma.

E lo vogliamo medioevalista, perché siamo nemici della coltura moderna. […] Non invano noi nasciamo proprio nei giorni in cui cade il cinquantesimo della promulgazione del Sillabo di Pio IX, nel quale […] è condannato l’errore di coloro che affermano che "il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo, colla moderna civiltà"".

Il nome della nascente rivista viene proposto, come avverrà d’altronde anche per la altre, dal Necchi: essa infatti avrebbe avuto il compito di volgarizzare la cultura cristiana, analizzando i fenomeni più svariati della vita contemporanea, alla luce però del pensiero cattolico.

 Vita e Pensiero avrà un certo successo, superiore alle aspettative degli stessi fondatori, tanto che si dovettero stampare tre edizioni del primo numero e due del secondo; il numero degli abbonati raggiunse in poche settimane quota settecento.

Molti gli autori che scriveranno vi collaboreranno. Solo per ricordare alcuni dei nomi di coloro che collaboreranno anche alla Rivista del Clero Italiano, oltre ovviamente a Francesco Olgiati e Agostino Gemelli (quest’ultimo, comunque, scriverà maggiormente su Vita e Pensiero), possiamo citare Filippo Meda, Adriano Bernareggi, Giovanni Cavigioli, Giovanni Semeria, Pio Bondioli, Giuseppe Borghezio, Mariano Cordovani, Giulio De’ Rossi, Benedetto Galbiati, Angelo Ficarra, Giuseppe Ghedini, Egilberto Martire, Giuseppe Nogara, Pellegrino Paoli, Piero Panighi, Samuele Roveda, Giulio Salvadori, Giacinto Tredici, Ernesto Vercesi, Luigi Vigna, Silvio Vismara, Francesco Vistalli, Michele Ziino; e l’elenco risulta ancora ampiamente incompleto. Possiamo già da ora comunque rilevare che alla rivista collaboreranno una buona parte delle migliori penne del campo cattolico del periodo; inoltre, e ciò è molto rilevante ai fini della nostra trattazione, constatiamo che saranno proprio questi scrittori che si presteranno a scrivere per la Rivista del Clero Italiano, costituendo numericamente la parte di gran lunga più importante degli autori della rivista argomento del nostro studio.

Vita e Pensiero nasce a pochi mesi dall’ingresso in guerra dell’Italia, e questo fatto ne condizionerà fortemente i primi anni di vita. Ad un anno dall’inizio delle pubblicazioni, la realtà del conflitto viene vista come una conferma della giustezza dell’analisi gemelliana sulla crisi della società contemporanea allontanatisi dai valori cristiani:

"[…] Debbano cioè quanti sentono la gravezza dell’ora presente, quanti hanno il cuore angosciato dalla guerra, quanti provano come noi il bisogno di liberarsi da questa cappa di piombo, che tutto arresta e stronca e uccide, lavorare fin d’ora a preparare una società nella quale non sia possibile il ripetersi di queste catastrofi. Per mostrare la necessità di questo lavoro e per questo solo noi scriviamo. E poiché noi siamo persuasi […] che questo non può essere realizzato che in una società cristiana, in una società che riconosce come suo fondamento Dio e la sua morale, che sia governata da sanzioni divine, che abbia per fine supremo esclusivamente la gloria di Dio ed il trionfo della bontà, così all’iniziare un nuovo anno di lavoro in questa rivista sentiamo il bisogno di raffermare quel programma di vita che un anno fa spiegavamo come una bandiera, levata in alto colle nostre braccia stesse".

La rivista, durante la guerra, effettuerà comunque uno sforzo considerevole per l’illustrazione ai cattolici della realtà del conflitto. Gli articoli che verranno pubblicati in notevole numero sull’argomento abbracciano gli argomenti più disparati: dallo studio della psicologia del soldato all’illustrazione delle armi impiegate dai diversi contendenti, dal commento sulla diplomazia internazionale ai problemi igienici e sanitari in tempo di guerra, e così via. Un ruolo particolare verrà svolto in questo campo dai due direttori, il Gemelli e il Necchi, che si trovano al fronte e che potranno quindi fornire, censura permettendo, una certa quantità di informazioni di prima mano. Abbiamo potuto enumerare nove articoli di Vico Necchi sul conflitto e ben trentasette del Gemelli.

Sarà comunque proprio dalle pagine di Vita e Pensiero che il Gemelli lancerà, proprio all’indomani della fine del conflitto, conscio di un clima ormai più maturo, i suoi appelli a favore della libertà di insegnamento.

Nel 1918 era intanto nata la casa editrice "Vita e Pensiero". Il suo programma si articolava fondamentalmente in quattro punti, avendo essa lo scopo:

"[…] a) di contribuire nel nostro paese, all’indomani della pace, alla diffusione della coltura cristiana, mediante la pubblicazione di opere originali e di buone traduzioni, che valgano a far conoscere la verità del Cattolicesimo; b) di aiutare gli studiosi nella pubblicazione dei loro lavori; c) di curare la pubblicazione di testi sussidiari della scuola e di classici del nostro pensiero; d) di assumere la amministrazione di riviste e periodici".

Il programma pubblicistico della nuova Casa editrice si inserisce quindi coerentemente in quello gemelliano di riscossa culturale che avrebbe dovuto caratterizzare il dopoguerra. Né è casuale il fatto che la notizia della sua fondazione venga associata ad un appello del Gemelli (che scrive sotto pseudonimo) per una "rinascita spirituale dell’Italia", in tempi che vengono reputati ormai sufficientemente maturi:

"[…] dopo la guerra non può essere più così, dicono alcuni, e fra questi voi di Vita e Pensiero, che vi preoccupate di preparare la rinascita cristiana dell’Italia nostra. Come si potrà dopo la guerra, dite voi, misconoscere il valore della fede? […] No, dunque dite, dopo la guerra bisogna ricondurre il popolo a quella fonte della fede, alla quale si attinge la forza per il sacrificio; e il compito sarà reso più facile dalla esperienza che esso ha fatto in questi anni di guerra.

[…] Bisogna avere il coraggio di riconoscere pubblicamente e anche direi officialmente il valore della religione. […] Sì, vi è un’esperienza di guerra che bisogna saper cogliere e rendere feconda: ed è che l’uomo ha imparato nella guerra a riconoscere la sua limitazione, la miseria delle sue conoscenze, la povertà delle sue forze. Ecco il risultato che la guerra offre a chi sa esperimentare in modo adeguato i dolori e i sacrifici che in essa si vivono".

Gli stessi concetti verranno ribaditi anche negli anni immediatamente successivi. In particolare a noi interessa rilevare il tono dell’invito che la rivista Vita e Pensiero lancia nel gennaio 1920 in concomitanza dell’inizio della pubblicazione della Rivista del Clero Italiano (che si va ad aggiungere alle altre pubblicazioni della Casa editrice, ovvero la Rivista di Filosofia Neoscolastica, Vita e Pensiero e il Bollettino del Sacro Cuore), che viene rivolto al clero perché si faccia carico dell’opera di ricristianizzazione del paese, ma su questo rinviamo al prossimo paragrafo.

 

 

 

    1. La "Rivista del Clero Italiano": scopi e collaboratori del primo ventennio (1920-1940)
    2.  

      1. Ruolo e motivazioni della rivista
      2. La Rivista del Clero Italiano vede la luce all’indomani della fine del conflitto. Trattando di Vita e Pensiero, abbiamo già affermato come nel periodo finale del conflitto e nell’immediato dopoguerra, su tale rivista trovino spazi appelli per la riconquista cristiana dell’Italia, riconquista che avrebbe dovuto approfittare, secondo il Gemelli ed il suo gruppo, delle condizioni più favorevoli per i cattolici. E’ in questo clima, che vede già un notevole dispiegamento di forze per la costituzione in Italia di un’Università Cattolica che avrebbe dovuto, secondo le intenzioni dei promotori, costituire il centro di elaborazione e di diffusione di una cultura cattolica adeguata ai tempi, che trova posto logicamente una rivista dedicata espressamente al clero italiano.

        Nel redazionale apparso su Vita e Pensiero del 15 gennaio 1920 e avente lo scopo, presentando la nuova annata della rivista, di lanciare l’ormai tradizionale invito alla collaborazione per il "ritorno alla religione", leggiamo parole che sono rivolte espressamente ai sacerdoti:

        "[…] Bisogna investire tutto il nostro paese con questa azione di preghiera, di comunioni eucaristiche, di predicazione dei novissimi, che faccia aprire gli occhi agli sventurati che vanno alla rovina. Bisogna gridare, chiamare questi sordi, che non vogliono sentire, con la parola del Signore; bisogna a questi ciechi, che non vogliono vedere, mostrare la religione come la sola via di salvezza. […] Ai nostri lettori lanciamo un grido: lavoriamo per la ricostruzione spirituale d’Italia che è la sola via per farla giungere alla grandezza!"

        Ricordiamo inoltre che la nascita della nuova rivista è quasi contemporanea al sorgere del Partito Popolare (fondato nel gennaio 1919 e che nel giugno dello stesso anno vedeva svolgersi il suo primo Congresso); il 1919 era stato caratterizzato anche da una rilevante polemica intercorsa fra Gemelli e Olgiati da una parte e Luigi Sturzo dall’altra: oggetto del contendere era la cosiddetta "anima cristiana" del Partito Popolare e Gemelli aveva aspramente criticato, fra l’altro, il carattere "minimo" del programma della nuova formazione politica (di questa polemica tratteremo diffusamente nel paragrafo 2.2.3 al quale quindi rinviamo). Non è del tutto fuori luogo, quindi, vedere una relazione fra questo contesto ed il titolo dell’articolo (ovvero: Il nostro massimalismo) con il quale la Rivista del Clero Italiano debutta ufficialmente:

        "Vi è necessità oggi di un massimalismo cristiano, non nel senso che in fatto di Cattolicismo ve ne sia uno minimo ed uno massimo; il programma del Cattolicismo è uno solo: il Vangelo; e la sua norma è una sola: il Papa. Parliamo di massimalismo per affermare un programma di azione, del quale questa rivista vuole essere una espressione".

        L’esempio più eclatente di questo massimalismo sarebbe costituito da Cristo stesso, che si è sacrificato fino all’estremo, esempio che il clero dovrebbe seguire, per svolgere un’opera di apostolato in modo da far "ritornare più cristiana l’Italia nostra".

        La nuova rivista avrebbe quindi la specifica funzione di fornire al clero gli strumenti operativi per questo scopo particolare:

        "Facciamo adunque dell’apostolato; conviene muoverci; forse l’ora è tarda e a ciascuno di noi sacerdoti incombe parte della responsabilità di ciò che sarà domani il nostro Paese. E, per rispondere a questo bisogno di apostolato, che è nelle anime di tutti noi sacerdoti che soffriamo nel vedere l’abdicazione del nostro Paese al Cattolicismo, noi iniziamo questa rivista.

        Non si cerchino adunque in questo periodico gli articoli dedicati allo studio delle gravi questioni religiose; abbiamo per questo in Italia riviste autorevoli e diffuse largamente, come la Civiltà Cattolica e la Scuola Cattolica, che per lungo corso di anni hanno accumulati materiali preziosi.

        E nemmeno si cerchi la volgarizzazione dei problemi della vita contemporanea. Per questo abbiamo anni or sono fondata la rivista Vita e Pensiero, che prosegue il suo cammino, diffondendosi oltre ogni nostra speranza, specie tra i giovani […].

        La nostra invece è rivista di azione, di battaglie sacerdotali. Essa si rivolge, esclusivamente, ai sacerdoti; e ad essi ripete la necessità di stringersi in fascio per una azione collettiva, non solo in difesa della fede nostra e degli istituti ecclesiastici e sociali, ma anche per aiutare i fratelli nel sacerdozio nella formazione loro e nella preparazione a questa opera di difesa".

        Lo stesso successo della nuova rivista viene attribuito al suo taglio eminentemente pratico:

        "Il favore che il periodico nostro ha trovato nel clero d’Italia non poteva essere maggiore. Si sentiva il bisogno di un organo, che non avesse alte pretese culturali e scientifiche, che anzi le escludesse di proposito, per essere modestamente un’arma utile all’apostolato pratico, alla battaglia quotidiana, alle necessità impellenti di ogni ora".

        E’ in quest’ottica che si comprende il particolare contenuto della Rivista del Clero Italiano nel periodo da noi analizzato. Essa privilegia in definitiva tutti quegli strumenti immediatamente utilizzabili dal clero nella sua opera di apostolato; tale è il caso, ad esempio, della predicazione che occupa uno spazio notevole nell’ambito della rivista e che viene presentata generalmente sotto la forma di "schemi" immediatamente fruibili; gli argomenti scelti si rivolgono spesso a colmare quelle che si ritengono essere delle lacune nella formazione culturale dei sacerdoti, in modo da permettere loro di poter tenere testa agli attacchi anticlericali (ed in tale contesto possiamo citare il caso degli scritti di Silvio Vismara, nei quali si difende senza mezzi termini l’operato della Chiesa nei suoi periodi più bui, come nel caso dell’Inquisizione). Il taglio particolare dato alla rivista giustifica quindi le assenze di argomenti molto rilevanti anche per il clero, ma che vengono trattati più diffusamente da altre riviste, ad esempio da Vita e Pensiero: ci riferiamo, ad esempio, a tutta l’analisi politica che risulta praticamente inesistente, al di là dei tradizionali spunti predicativi antisocialisti, così come a tutto quell’insieme di informazioni di cronaca o di informazione scientifico-culturale che non abbia risvolti immediati in ambito strettamente pastorale.

        La rivista si vuole rivolta in particolar modo a sostegno dei sacerdoti di livello più basso, i quali spesso mancherebbero degli strumenti adeguati per la loro opera di apostolato. Nel dicembre 1922, ad esempio si scrive, con una certa soddisfazione:

        "I tre anni di vita che si chiudono su questo numero della Rivista del Clero Italiano […] valgono a dimostrare come non sia stato vano il lavoro ostinatamente perseguito finora per forgiare e mettere nelle mani del Clero, specialmente giovane e sovraccarico di lavoro o lontano dai centri di coltura, uno strumento che alla semplicità unisse una praticità intuitiva e fosse accessibile anche alle disponibilità economiche delle borse d’evangelica povertà".

        La rivista non sarebbe inoltra rivolta al clero con maggiori occupazioni intellettuali, bensì "a coloro che, assorbiti da mille cure pastorali, non hanno tempo di dedicarsi a lunghi studi".

         

      3. I collaboratori

 

Se tentiamo un’analisi dal punto di vista quantitativo, possiamo senz’altro affermare che, nel periodo oggetto della nostra ricerca, ovvero il ventennio 1920-1940, le pagine della Rivista del Clero Italiano hanno visto l’avvicendarsi di un numero abbastanza rilevante di scrittori provenienti dai più diversi ambiti del mondo cattolico.

In questi ventun anni, se eliminiamo articoli redazionali, e pseudonimi, abbiamo potuto rilevare la presenza di ben 331 diversi autori, anche se il loro peso quantitativo è, ovviamente, molto disuguale. Di questi, avvalendoci anche di materiale esterno alla Rivista del Clero Italiano, ne abbiamo potuto identificare con una certa sicurezza 180, pari al 53,47% del totale. Questo numero comprende 100 religiosi secolari, 26 laici e 54 religiosi regolari.

Fra i regolari abbiamo constatato una netta predominanza dei frati francescani (in numero di 21, pari ben al 39% del numero complessivo); ciò non sorprende, anche in considerazione del fatto che lo stesso Gemelli è un minore ed ha una notevole considerazione del suo ordine, tanto da firmarsi semplicemente con "francescano". Dobbiamo notare comunque che la presenza francescana all’interno della rivista sarebbe ancora più consistente se si considera che molti fra essi (come Arcangelo Mazzotti, Pellegrino Paoli, e lo stesso Agostino Gemelli) trovano ospitalità con una certa frequenza. Annoveriamo inoltre una certa presenza di gesuiti (8 autori), di barnabiti (4), salesiani (5). Rappresentati anche domenicani, paolini, benedettini olivetani, giuseppini, etc.

Molti autori si firmano come "parroco" (22), "arciprete" (6) o "prevosto" (10). Risultano inoltre ben rappresentati i vescovi (14), i canonici (9) e i professori dei seminari (33).

A ribadire i legami della rivista con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, annoveriamo ben 23 autori che si dichiarano espressamente come docenti di quell’Ateneo, oltre a 4 professori universitari di altre sedi italiane. Fra i laici che specificano la loro attività, i più rappresentati sono i medici e gli avvocati. Notevole è inoltre la presenza di parlamentari, come avremo occasione di constatare.

Unica rappresentante femminile risulta essere Armida Barelli.

Passando a trattare dei singoli autori che di volta in volta firmano gli articoli pubblicati dalla Rivista, notiamo la presenza quantitativamente molto notevole del gruppo fondatore dell’Università Cattolica e della rivista consorella Vita e Pensiero. Assolutamente assente risulta Vico Necchi, che pure era direttore di Vita e Pensiero nonché assiduo collaboratore e confratello di padre Gemelli.

Di Agostino Gemelli abbiamo già parlato in precedenza. Notiamo soprattutto che il suo intervento sulla Rivista del Clero Italiano non è quantitativamente così rilevante come ci si potrebbe aspettare, anche in qualità di direttore della Rivista assieme a Francesco Olgiati e Luigi Vigna; dobbiamo rilevare che il numero degli articoli senz’altro firmati dal Gemelli (in numero di 45 di cui ben 17 concentrati nel primo biennio di pubblicazione), è inferiore a quelli da lui pubblicati su Vita e Pensiero; giova tuttavia rilevare che i suoi interventi si inseriscono spesso in contesti particolarmente significativi.

Molto rilevante quantitativamente la presenza di Francesco Olgiati (1886-1962) che costituisce, assieme al Gemelli, il vero ispiratore della Rivista del Clero Italiano. Il numero dei suoi scritti apparsi sulla rivista è senz’altro notevole (ben 217 scritti nel ventennio, senza considerare i redazionali); si tratta in genere di schemi di conferenze o di predicazione ad uso dei sacerdoti nei quali emerge spesso la sua vena polemica antisocialista. Gli schemi di conferenze e di predicazione pubblicati sulla rivista verranno inoltre raccolti in volume a parte e, si afferma, "saranno guida preziosa per intere generazioni di giovani sacerdoti e laici".

Ordinato sacerdote nel 1908, viene chiamato pochi mesi dopo dal Gemelli a collaborare alla Rivista di Filosofia Neoscolastica, da lui appena fondata. Da quel momento l’opera dell’Olgiati sarà strettamente connessa a quella del francescano. Assieme fondano nel dicembre 1914 la rivista Vita e Pensiero, della quale l’Olgiati sarà direttore assieme a Gemelli e Vico Necchi.

Da cattolico intransigente, lo vediamo nel 1919 affiancare il Gemelli nella polemica circa l’"anima cristiana del Partito Popolare" (vedi par. 2.2.3), come convinto assertore della confessionalità del partito.

Nello stesso anno fa parte del Comitato promotore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore alla quale sarà strettamente legato e all’interno della quale insegnerà fin dagli inizi; nel 1959, alla morte del Gemelli, assumerà la presidenza dell’Istituto Toniolo.

Sarà inoltre l’Olgiati a preparare un memoriale, dal titolo L’Università Cattolica del S. Cuore dal 25 luglio 1943 alla liberazione dell’Italia settentrionale, nel quale egli difende Agostino Gemelli dalle accuse di filofascismo mossegli dal comando alleato che ne chiedeva l’epurazione e ad interessarsi personalmente presso il pontefice per un intervento della S. Sede che sarà risolutivo al riguardo.

In definitiva i due si trovarono a lavorare sempre in stretta simbiosi, nonostante le spigolosità caratteriali che vengono unanimamente attribuite a padre Gemelli. Lo stesso francescano, al di là del suo "autoritarismo", ammetteva tranquillamente l’importanza per lui rivestita dall’Olgiati:

"Da quel giorno [del primo incontro nel giugno 1908, nella parrocchia di Legnano] incominciammo a lavorare insieme e si lavorò parecchio; da allora dividemmo speranze, timori, gioie, tutto ciò che Iddio ci ha dato a conforto, a prova, a stimolo, a premio del nostro apostolato culturale. Ripeto quello che ho avuto occasione di recente di scrivere: molti si stupiscono ed anche mi lodano per iniziative prese e condotte avanti, per lavori fati, per opere di bene compiute. In realtà tutto ciò si deve ai buoni amici che Iddio mi ha dato e con i quali ho lavorato unito in fedeltà d’animo, in comunione di fede, in intimità di vita spirituale. Tra costoro Mons. Francesco Olgiati occupa un primo posto".

Egli viene anche definito come "confidente" del Gemelli.

Francesco Olgiati, a differenza del Gemelli che è maggiormente inserito in un contesto pratico, svolge una notevole attività di ricerca in campo filosofico.

Un aspetto della sua peculiare cultura filosofica è la sua attenzione alla storia della filosofia e della cultura moderna. Questo è tanto più significativo se si considera che si era formato in un’epoca caratterizzata dalla battaglia antimodernista, in un periodo quindi dove questo genere di interessi era spesso osteggiato dalla stessa gerarchia.

In Olgiati lo studio dei filosofi moderni si accompagna ad una notevole produzione saggistica, come quella su Marx (1918), Ardigò (1921), etc.

Intransigente e legato alla filosofia neoscolastica, di cui condivide i presupposti antipositivistici, l’Olgiati si dimostra spesso polemico nei confronti delle posizioni avversarie; tuttavia egli non arriva generalmente agli eccessi verbali che contraddistinguono, ad esempio, gli altri membri del gruppo orbitante attorno alla Rivista di Filosofia Neoscolastica:

"In effetti non manca mai in Olgiati un sincero sforzo di comprensione, alla ricerca del "principio ispiratore", il nucleo centrale ed unificante del pensiero speculativo di ogni filosofo; alla ricerca di un nocciolo metafisico d’ogni filosofia, ch’egli chiama l’anima di verità".

Inoltre egli non respinge in blocco il pensiero moderno, sostenendo, fra l’altro, "che non era necessario rifiutare le conquiste del pensiero moderno per difendere il valore soprastorico della filosofia tradizionale della scolastica, del tomismo". Il pensiero moderno, secondo l’Olgiati, aveva semplicemente espresso valori diversi rispetto alle epoche precedenti, come la scienza e la storia. Il torto dei pensatori moderni stava semplicemente nell’averli resi assoluti.

L’Olgiati, con la collaborazione fattiva di Emilio Chiocchetti (anche lui d’altronde collaboratore alla Rivista del Clero Italiano), introduce nell’ambito della filosofia neoscolastica la categoria di storicità:

"Olgiati dichiarava di voler presentare i grandi temi della metafisica con una continua attenzione allo sviluppo storico del pensiero filosofico; anche nell’esposizione della filosofia scolastica, a differenza di quanto avveniva nelle scuole romane e nella stessa Lovanio, egli optava per il metodo storico: "invece cioè di enunciare e discutere subito la dottrina di san Tommaso – egli scriveva – io ne ho ricercato la genesi nella storia della filosofia dimostrando che tutta la speculazione dell’antichità è un’unica pianta che, con un graduale sviluppo, giunge alla metafisica dell’essere tomista quasi a ultima conclusione".

Ad un filone più apologetico o catechistico appartengono alcune sue opere come il Sillabario del Cristianesimo (1924), il Sillabario della morale cristiana (1929) ed il Sillabario della teologia (1952), che ebbero un notevole successo (quantificabile anche dal numero delle edizioni: oltre trenta per il primo, con 250mila copie vendute, ed oltre quindici per il secondo), esercitando un certo influsso nell’ambito cattolico del tempo, soprattutto giovanile. Il presupposto di queste opere stava nella constatazione dell’ignoranza religiosa dei fedeli, alle quali l’Olgiati cercava di porre rimedio, esponendo in maniera semplice e lineare i principi della fede cattolica. Probabilmente egli aveva intenzione di pubblicare un Sillabario concernente la pedagogia, ma questo aspetto viene comunque da lui svolto, oltre che nell’ambito dell’Università Cattolica, da una serie di scritti appositamente dedicati all’argomento, come i Primi lineamenti di pedagogia cristiana (1923) e Il problema educativo e il soprannaturale (1928), nei quali comunque domina il concetto, sintetizzato dall’appello alla "purezza", secondo il quale il giovane cattolico dovrebbe porsi ad un livello superiore ai valori espressi dalla cultura laicista.

Un altro ambito dei suoi molteplici interessi, che merita di essere ricordato, è l’Azione cattolica, sulla quale scriverà anche un volume (La storia dell’Azione cattolica – 1922), soprattutto dei settori giovanili. Da ricordare inoltre il contributo svolto dall’Olgiati nella fondazione della Gioventù Femminile Cattolica Italiana.

Del terzo direttore della Rivista del Clero Italiano, ovvero di Luigi Vigna (1876-1940), scarseggiano purtroppo le notizie biografiche e bibliografiche. Anch’egli come gli altri due collaborò fin dal 1909 alla Rivista di Filosofia Neoscolastica e dal 1917 a Vita e Pensiero.

Molto rilevante, anche dal punto di vista numerico, il suo contributo alla Rivista del Clero Italiano, che ammonta a ben 202 articoli, senza considerare i redazionali. Si tratta in genere di scritti che denotano il suo interesse per l’istruzione catechistica, al riguardo della quale egli sviluppa un metodo di insegnamento intuitivo (vedi pagg. * ss.) da contrapporre a quello tradizionale basato principalmente su un’impostazione di tipo mnemonico; Gemelli e Olgiati affermeranno che la sua opera in ambito catechistico "ha segnato un’epoca nuova nel nostro Paese ed ha realizzato un progresso notevolissimo".

Accanto alle figure dei tre direttori, è doveroso menzionare anche quella di Armida Barelli (1882-1952), la quale riveste un’importanza notevole nell’ambito della Rivista del Clero Italiano, sia dal punto di vista strettamente organizzativo, sia per quanto riguarda i contatti che la rivista stessa intreccerà con l’Azione cattolica, ed in particolare con la Gioventù Femminile Cattolica Italiana, fondata nel 1918 dalla Barelli stessa.

La sua rilevanza è comunque di estrema importanza per quanto riguarda tutte le iniziative di Agostino Gemelli, che aveva incontrato nel 1911 e per il quale aveva collaborato come traduttrice nell’ambito della Rivista di Filosofia Neoscolastica. Da allora essa costituirà la sua compagna inseparabile e l’ispiratrice e la realizzatrice dei suoi progetti. Lo stesso Gemelli, nel suo testamento affermerà espressamente che tutte le sue iniziative "non sarebbero né nate, né fiorite senza lo zelo, la pietà, l’intelligenza, e soprattutto la vita sovrannaturalmente ispirata della signorina Barelli".

Nel 1917 è segretaria del Comitato per la consacrazione dei soldati al Sacro Cuore. Successivamente diventerà, in pratica, l’artefice dell’incontro del Gemelli con il religioso peruviano Mateo Crawley. Sarà in seguito soprattutto lei ad insistere con forza perché la nascente Università Cattolica venisse espressamente dedicata al Sacro Cuore, nonostante le titubanze di tutti gli altri membri del Comitato promotore e dello stesso pontefice. Nell’ambito dell’Ateneo essa svolgerà l’attività di "cassiera" (ruolo che estensivamente comprendeva non solo la tenuta della cassa, ma anche tutta l’opera di finanziamento dell’istituzione); con questa mansione potrà gestire direttamente, ad esempio, le "Giornate universitarie" che risulteranno fondamentali per la sopravvivenza dell’Università Cattolica.

L’attività della Barelli si svolgeva parallelamente su due fronti: da una parte l’attività organizzativa e amministrativa dell’Università Cattolica e delle sue attività culturali (fra cui vanno annoverate le riviste Vita e Pensiero e, appunto, la Rivista del Clero Italiano); dall’altra l’impegno nell’Azione cattolica ed in particolare nella GFCI. E’ anche per il suo contributo, quindi, che assistiamo ad una particolare compenetrazione fra le due istituzioni, tanto che le associazioni cattoliche assicureranno all’Ateneo studenti e sostegno logistico, mentre l’Università Cattolica fornirà i quadri dirigenti all’Azione cattolica.

La Barelli collaborerà inoltre anche all’Opera della Regalità di Cristo, fondata nel 1929. (Vedi pag. *).

Il suo contributo alla Rivista del Clero Italiano, al di là degli indubbi meriti organizzativi, è comunque marginale e si limita al 1920 (un intervento sulla GFCI e due appelli ai lettori)

Un ruolo importante, nell’ambito della rivista viene svolto da quel gruppo di persone che, assieme alla triade Gemelli-Olgiati-Barelli, danno vita all’Università Cattolica e che ne costituiscono il primo nucleo del gruppo docente, con l’unica eccezione di Ludovico Necchi.

E’ questo il caso di Adriano Bernareggi (1884-1953), il quale svolge anche una notevole attività pubblicistica su altre riviste. Dal 1923 al 1926 insegna diritto ecclesiastico nell’Università Cattolica. Nel 1936 viene nominato vescovo di Bergamo. La sua attività pastorale in quest’ambito, con i continui appelli alla cristianizzazione del "sociale" gli valsero comunque un violento attacco da parte del fascismo locale; deciso fu comunque, in quel contesto, l’intervento a suo favore da parte della Santa Sede. Il suo impegno, che si riflette comunque anche nella sua produzione pubblicistica, ha un carattere eminentemente pratico, senza nulla concedere d’altronde alle tematiche politico-sociali. Per quanto riguarda la Rivista del Clero Italiano, dobbiamo notare che la quantità dei suoi scritti è di un certo rilievo (33), anche se, per buona parte, si tratta di interventi di tipo giuridico. Di maggiore interesse invece l’analisi sui problemi vocazionali e seminariali.

Tale è il caso anche di Giuseppe Nogara (1872-1955) che era già stato direttore della Scuola cattolica, edito presso il seminario ambrosiano, carica dalla quale aveva dovuto dimettersi nel 1912, accusato di simpatie verso il modernismo. Nel 1928 viene nominato vescovo di Udine dove potrà dimostrare una certa intransigenza dal punto di vista morale nonché un certo ossequio nei confronti del regime.

La sua collaborazione alla Rivista del Clero Italiano (20 articoli fra il 1921 ed il 1928) riflettono comunque il suo interesse nei confronti dell’Azione cattolica, di cui fu d’altronde assistente generale nel settore femminile.

E dirigente dell’Azione cattolica, anche se nell’ambito maschile, è anche Piero Panighi (1883-1946), il quale svolse anche un ruolo fondamentale, dal punto di vista organizzativo nella neonata Università Cattolica. I suoi scritti apparsi sulla rivista fino al 1930 (17) sono quasi completamente dedicati all’Azione cattolica.

Marginali gli apporti di altri componenti di quello che potremmo definire come "nucleo storico" dell’Università Cattolica. Per quanto riguarda, ad esempio, elementi come Giacinto Tredici e lo stesso Filippo Meda (1869-1939), il loro contributo quantitativo è pressoché nullo.

Assieme a quest’ultimo, dobbiamo comunque notare una presenza significativa, al di là del contributo personale di articoli, di esponenti del PPI. Si tratta di elementi spesso di un certo rilievo nel quadro politico nazionale. Tale è il caso soprattutto del Meda, il quale si trova a ricoprire anche incarichi governativi di notevole rilievo come ministro Finanze con Boselli (1916-1917) e Orlando (1917-1919), oppure come ministro del Tesoro nel governo Giolitti (1920-1921), e che rifiutò addirittura le proposte che gli vennero fatte di formare un suo governo negli anni 1921-1922, inimicandosi in tal modo lo stesso Sturzo e larga parte del PPI. Fondamentale sarà il suo contributo per la nascita dell’Università cattolica. Il suo spazio nell’ambito della Rivista del Clero Italiano è comunque notevolmente secondario; molto più notevole, sia per la quantità che per la qualità degli scritti, la sua collaborazione con la rivista Vita e Pensiero.

Altri esponenti del PPI che si ritrovano a scrivere per la Rivista del Clero Italiano, anche se generalmente in modo occasionale, ma che spesso hanno avuto un notevole rilievo all’interno del partito e nelle liste del quale sono stati spesso eletti al parlamento, sono Rodolfo Bettazzi (1861-1941), Carlo Bresciani (1876-1962), deputato dal 1921 al 1926, Giampietro Dore (1893-1974), Calisto Giavazzi (1875-1945), deputato dal 1921, Federico Marconcini (1883-1974), deputato dal 1921 al 1926, Egilberto Martire (1887-1952), deputato filofascista e favorevole, al contrario del Gemelli e dell’Olgiati all’aconfessionalità del PPI.

Analogamente dobbiamo rilevare la presenza, anche se occasionali, di autori che si troveranno a svolgere un ruolo politico nel secondo dopoguerra, nelle liste della Democrazia Cristiana. Il caso più eclatante, anche se si limita ad un solo intervento sulla Rivista del Clero Italiano, è quello di Amintore Fanfani, per il quale, giova qui notarlo, il Gemelli nutriva una vera e propria predilezione, tanto da affidargli già nel 1930, nonostante la giovane età, la direzione della Rivista Internazionale di Scienze Sociali, da poco acquisita. Ricordiamo comunque anche Alessandro Buttè (1903-1976), parlamentare dal 1953 al 1968, Edoardo Clerici (1898-1975), deputato alla Costituente, Igino Giordani (1894-1980), convinto assertore dell’inconciliabilità fra cristianesimo e fascismo e futuro direttore del "Popolo", deputato alla Costituente e parlamentare dal 1948 al 1953, Giovanni Battista Migliori (1893-1978), parlamentare dal 1948 al 1968.

Si tratta in definitiva della riprova del fatto che la Rivista del Clero Italiano ha visto il confluire degli apporti più disparati del mondo cattolico. Ovviamente la parte quantitativa più rilevante è costituita dagli esponenti del gruppo orbitante attorno all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dobbiamo comunque rilevare che questa situazione, unita alla constatazione del fatto che molti degli scritti pubblicati nei primi anni hanno una provenienza "settentrionale", e in particolare "lombarda", subisce nel corso degli anni un’evoluzione verso una maggiore apertura anche verso altri settori del cattolicesimo italiano.

Se scorriamo l’elenco dei nomi dei collaboratori, anche saltuari o addirittura occasionali, della rivista, possiamo quindi trovare nomi, oltre a quelli sopra riportati, come Carlo Gnocchi (1902-1956), che vediamo operare in qualità di cappellano dell’Opera Nazionale Balilla; Giovanni Semeria (1867-1931), il quale collabora comunque con assiduità anche a Vita e Pensiero; il già ricordato Mateo Crawley-Boevey, impegnato alla diffusione del Sacro Cuore, etc.

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