Quel tragico filo sottile che unisce vita e scrittura. Storie di madri e di mogli

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Quel tragico filo sottile che unisce vita e scrittura. Storie di madriCi sono dei collegamenti fra la vita di uno scrittore, il suo vissuto, quello delle persone che lo hanno circondato e la finzione del racconto? E fino a che punto è giusto accedere ai propri ricordi personali?

Quella che vedete è una fotografia nella quale sono ritratti mia madre a sinistra e mio padre sulla destra accanto al corpo della piccola Maria Luisa il giorno del suo funerale. Un dramma infinito se consideriamo che, solo pochi anni prima, avevano perso anche la piccola Carmen, di soli quattro mesi.

Non le ho mai conosciute, ma dedicherò il libro Ritorno a Moloch a Carmen e Maria Luisa, a due presenze che se ne sono andate via, dopo pochi piccoli passi. Due fantasmi silenziosi cui non è stata concessa alcuna possibilità. Così come è successo a mia madre. Una donna che ha sofferto molto nella vita, nel fisico e nello spirito.

Devo confessare che anch’io, che pure ho rischiato seriamente di morire ancora prima di nascere,  sono stato profondamente ingiusto nei suoi confronti. Solo ora, ripensandoci, mi rendo conto quanto abbia contribuito a farla soffrire. Come fanno i ragazzi che, inevitabilmente, si scagliano contro i genitori. Fa parte della vita, forse è giusto che sia così. Ma ora, con gli anni che ti fanno capire molte cose che prima ti sfuggivano, potresti chiarirti, parlare finalmente con libertà,  cercare di porre riparo ai danni fatti. Magari regalare qualche sprazzo di felicità. Ma dall’altre parte non c’è più nessuno ed è sempre troppo tardi per qualsiasi riscatto. È lo stesso dramma che Geremia Solaris, il protagonista di La Città del Male e Ritorno a Moloch vive nei confronti di Sara, la moglie scomparsa pochi anni prima e della cui morte si sente responsabile. Colpevole di quello che non ha fatto, di quello che non ha detto. Colpevole, senza possibilità di redenzione. È sempre troppo tardi.

Nel brano che segue, tratto da Ritorno a Moloch, il libro che sto finendo di scrivere in queste settimane, Geremia, sempre più ripiegato su sé stesso, si ritrova a scartabellare fra le fotografie di quella scatola che è l’unica cosa che gli è rimasta dei suoi genitori dopo che suo padre ha dilapidato i suoi beni per mettersi in casa una donna subito dopo la morte di sua moglie. E questo è un dato autobiografico autentico che mi ha ispirato. Davvero, l’unica cosa rimasta dei beni di mio padre è una scatola di cartone piena di vecchie fotografie. Fra le quali ho pescato questa. Visto che si tratta pur sempre di un brano di fantasia, l’immagine che vedete ha rappresentato soltanto una fonte di ispirazione. Infatti, molti dati, come potete notare, nella finzione del racconto sono stati modificati. E la figura di mio padre non è perfettamente sovrapponibile a quella del padre di Geremia. Ma cosa vedete nel volto di mia madre e in quello di mio padre? Dolore, rassegnazione, qualcosa di non risolto o che altro? E poi, perché mi viene così spontaneo associare il dramma di quell’immagine al volto di mia madre? Dove finisce la finzione e dove inizia la realtà, vera o immaginata che sia?

Geremia ebbe un attimo di esitazione. Poi prese le due foto e le posizionò accanto a quella di Sara. Continuò a scartabellare fino a quando non trovò un’immagine di sua madre, velata, con il pallore dell’incarnato che risaltava nella sfumatura del bianconero. Era bella, di quella bellezza schiva tipica delle donne di montagna. Quanti anni avrà avuto al momento dello scatto? Ventotto, forse trenta azzardò. Il volto dai delicati lineamenti appariva segnato dal sommarsi di stanchezza e dolore. Il capo coperto era rivolto verso quell’oggetto che teneva leggermente rialzato con le mani. Qualcosa che si riconosceva per quel che era: una piccola bara bianca con dentro un fagottino annegato in un mare di trini. Geremia osservò attentamente la minuscola figura che sembrava dormire, con indosso un vestitino e una cuffietta sicuramente fatti a mano. Sospirò. Era sua sorella, della quale non ricordava nemmeno il nome, morta a pochi mesi. Non sapeva nemmeno di cosa. Non l’aveva mai chiesto. Stava osservando uno di quelle tragedie infinite che ti rivelano una volta per tutte qual è l’autentico rapporto di Dio con le sue creature. E sua madre era stata solo una piccola, insignificante pedina di questo gioco inutile e crudele. Lei se ne stava lì, prostrata, come una di quelle raffigurazioni della Madonna con in grembo il cadavere della sua creatura appena partorita e uccisa. Ma con la differenza che sua madre aveva già vissuto il dramma di svariati aborti spontanei, di un’altra bambina morta prematuramente all’insignificante età di quattro mesi. Ma anche di quest’ultima non si ricordava il nome e la causa del decesso. Da quel che gli era stato raccontato, aveva rischiato di perdere anche lui, immediatamente dopo la nascita per grossi problemi respiratori. Lui che, da quel che sapeva, i medici avevano già dichiarato morto ben prima del parto. Una sentenza che, invece, era riuscito a smentire, anche a costo di rischiare di morire soffocato al momento del parto. Vaffanculo ai medici. Anche se, a ripensarci, si era probabilmente trattata di una scelta sbagliata, di un accanirsi per ottenere il peggiore dei risultati possibili.

Dietro a sua madre, che doveva essere seduta, stava la figura di suo padre, incravattato e con i capelli cosparsi di brillantina. Con un’aria impacciata e lo sguardo che puntava da un’altra parte. Mentre gli occhi di lei non riuscivano a staccarsi da quel corpicino freddo e inerme, occhi che tradivano stanchezza, dolore e, chissà, forse anche sensi di colpa. Si riteneva in qualche modo responsabile di quello che era successo?

Geremia avrebbe desiderato tornare indietro, ricacciarsi in gola le troppe parole di rabbia che le aveva rivolto. Solo ora si accorgeva di quanto le avevano fatto male. Ma ormai era troppo tardi. È sempre troppo tardi per rimediare. Altre due puntine. Un’altra fotografia appesa.

(Claudio Aita, Ritorno a Moloch, di prossima pubblicazione)

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