Il problema del male e la filosofia di Geremia Solaris

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Giudizio Universale Battistero di San Giovanni
Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (particolare)
Firenze, Battistero di San Giovanni

Come i miei quattro lettori ben sanno, per me scrivere un thriller è a anche un modo per riflettere sul problema del male. Un romanzo può servire anche a questo. Personalmente, ho sempre coltivato l’ambizione di scrivere qualcosa che potesse trascendere il solito giallo di consumo. Sarà, ovviamente, il lettore a giudicare in merito.

La realtà del male è, oserei dire, un dato di fatto. Geremia Solaris, il protagonista della Città del Male e di Ritorno a Moloch, che sto terminando di scrivere, è un essere sconfitto dalla vita. Non ha ormai nulla da chiedere a un’esistenza e a un futuro che per lui, semplicemente, non esiste più. Ma proprio per questo riesce ad analizzare la realtà con quel distacco e quel disincanto tipici di chi non è più partecipe dell’affanno della vita di ogni giorno.

Io mi limito, per così dire, a trascrivere le sue riflessioni, talvolta ingenue, ma che tradiscono l’amarezza che deriva dall’esperienza vissuta sulla propria pelle. È quella che mi piace definire la “filosofia” di Geremia Solaris e che traspare spesso nei suoi dialoghi e nei suoi pensieri. Le sue constatazioni talvolta possono apparire ovvie ma si tratta di domande che nascono spontanee dopo aver toccato gli abissi dell’orrore e che non ottengono risposte soddisfacenti.
In un dialogo di Ritorno a Moloch, ad esempio, Geremia afferma candidamente che questo mondo potrebbe essere un paradiso. «Su questo pianeta noi potremmo vivere felici, anche se con qualche problema da risolvere come la morte e la malattia. Ma in pace con gli altri uomini e con il nostro ambiente. Niente guerre, violenze, sfruttamento, sopraffazioni. Gli anni della nostra esistenza potrebbero essere addirittura piacevoli e senza sofferenze inutili se solo lo volessimo. E basterebbe poco».

Potremmo cambiare la nostra realtà. Ora e subito. Semplicemente modificando le nostre abitudini. E vivere finalmente in armonia con il creato e con noi stessi. Perché, invece, questo non solo non accade ma non è mai successo in tutta la storia dell’uomo? «Perché mai ci ostiniamo a impiegare il nostro tempo a fare altro a reperire risorse per soddisfare bisogni inconsistenti, per riempire le nostre vite di oggetti inutili, mentre potremmo vivere tutti in maniera un po’ più frugale e lavorare poche ore alla settimana. Senza condurre il nostro pianeta verso la certezza della catastrofe. Abbiamo, invece, necessità del vestito firmato, dell’ultimo modello di cellulare, dell’automobile che ci è indispensabile, spesso, per andare a lavorare in modo da guadagnare i soldi per acquistare l’automobile che ci serve per andare a lavorare… Automobili sempre più grandi e vuote. Una spirale infernale e senza fine, E continuiamo a far finta di nulla, che tutto questo sia la normalità».
E più oltre: «E il denaro? Ti sei mai chiesta a cosa cazzo serve il denaro? Si tratta di pezzi di carta, in fin dei conti. Anzi, nemmeno più quello. Ormai è solo una stringa di caratteri che le banche fanno viaggiare in rete. Si tratta di fumo, insomma, anzi molto meno. E tutto quello che facciamo, le nostre vite, i nostri rapporti sociali, tutto è condizionato da questo. Ovvero dal nulla. È un’autentica follia, se solo ci pensi un attimo».

Per Geremia, alla fine, non c’è che una risposta a questo dilemma senza soluzione. Ed è la presenza concreta del male in questo mondo. Concreta perché altrimenti la realtà della nostra esistenza, della storia, dei rapporti economici e sociali non trova spiegazione. Che cosa poi sia questa realtà malefica che da sempre domina su tutto e decide i destini del mondo e dei suoi abitanti, nemmeno Geremia Solaris può saperlo. Può solo prendere atto che l’umanità è partecipe di questo male, che non può farne a meno. Gli uomini hanno un difetto congenito che si portano dietro da sempre. Probabilmente ha ragione la dottrina cattolica quando parla di “peccato originale”, di questa macchia, questa tara che ci portiamo dietro da quando veniamo al mondo, forse anche prima.
Noi, povere creature terrestri, siamo talmente assuefatti a questa dimensione maligna che non esitiamo a estirpare, come se si trattasse di un corpo estraneo, tutti coloro che si scagliano contro questo stato di cose oppure che, più semplicemente, si propongono come modelli per una diversa proposta di vita. Che si chiamassero Gesù, Gandhi, Dolcino e via di questo passo, hanno tutti fatto una brutta fine. E anche personaggi come Francesco (che non a caso cito spesso) si sono ritrovati resi inoffensivi e svuotati di ogni carica rivoluzionaria.

Avremo, comunque, modo di riparlarne. Da parte mia, ho inserito all’inizio del testo di Ritorno a Moloch, il secondo episodio della saga maledetta di Geremia Solaris, un passo di Genesi che reputo molto significativo e, per certi versi, addirittura programmatico.

Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra
e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre.
Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra
e se ne addolorò in cuor suo.
(Genesi 6, 5-6)

Parole che non danno molta speranza. Quella speranza nell’uomo che anche Dio ha ormai perso.

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