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Patria e matria. Lezioni di superficialità

patria matria filo spinato murgiaPatria e Matria. Oddio, il solito tormentone gender che continua a spuntare fuori a sproposito, tanto per banalizzare qualsiasi cosa? O per dire a tutti i costi qualcosa in ossequio alle tendenze modaiole? Eppure, quel termine “matria” in gente come me fanno scattare una molla nel profondo, fanno riaffiorare concetti che vengono da lontano. E che vanno affrontati, invece, con quella serietà e con quel rispetto che, evidentemente, non costituiscono più valori condivisi.

Mi riferisco, come molti di voi avranno capito alla recente esternazione di Michela Murgia sull’Espresso. Premetto che non seguo assiduamente la scrittrice sarda, frequentando altri generi sicuramente meno altolocati dei suoi. Non ho idea da dove abbia tirato fuori questo sostantivo. Fatto sta che è una parola che, come ho già detto, viene da molto lontano. A casa ho un libro che consiglio a tutti per evitare di incappare in certi incidenti di pensiero che hanno dilagato in questi ultimi mesi. Si tratta del saggio di Sergio Salvi, Patria e Matria. Dalla Catalogna al Friuli, dal paese basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell’Europa Occidentale contemporanea (Vallecchi, 1978). Il Salvi è un ricercatore serio e autore di altri libri sull’argomento. Scopo del testo è di far comprendere che l’identificazione fra Stato (Patria) e nazionalità (Matria) è quanto di più falso e artificioso sia dato avere.

“Molti […] ignorano, perlomeno per quanto riguarda il loro e il nostro paese, la categoria della nazionalità e appaiono feticisticamente ancorati a una idea, ormai discutibile, di stato-nazione che è del tutto ottocentesca. Vedono, sì, delle differenze nazionali, ma solo in quanto statali. […] Ci rifiutiamo di considerare lo stato (la “patria”) come la sola unità di misura, come esempio unico e obbligato di società globale.”
(Sergio Salvi, Patria e Matria, pagina 40)

Approfondire i concetti di stato e di nazione ci porterebbe molto lontano. Devo solo constatare che in questi tempi (soprattutto sui social) si sono sprecati gli interventi di persone che, in buona fede ma senza alcuna cognizione di un argomento molto serio, si sono sentite autorizzate a prendere posizione. Non avendo chiari i concetti di fondo, non potevano capire in effetti di cosa stavano parlando. Lo stato è lo stato. La patria è la patria. Chi mette in discussione la sacralità e indivisibilità dello stato è un sovversivo del “buon ordine” e come tale deve essere punito. Punto e basta. Da friulano posso sempre chiedere che qualcuno mi spieghi perché devo rispettare acriticamente un’entità che vanta a malapena centocinquanta anni di esistenza e devo dimenticarmi di  appartenere a un’altra entità che di anni ne vanta novecento. Poi, su tutto si può discutere, ma che nazione e stato non siano affatto la stessa cosa, è un dato di fatto. Così come esistono lingue e culture minoritarie. Anche in Italia, come ammette la Costituzione stessa.

Sempre da friulano, quando ho letto nei titoli dei giornali che la Murgia, una sarda e quindi appartenente a un’altra cultura minoritaria, parlava di “matria”, ho subito pensato che avesse recepito quanto ho appena detto e volesse comunicare qualcosa di importante vista anche la concomitanza con gli eventi catalani. Non posso nascondere la mia delusione quando ho letto il contenuto dell’articolo. Se la scrittrice afferma (cosa che sottoscrivo in pieno) che il concetto di “patria”, ormai obsoleto, ha provocato solo danni, il resto del discorso è un insieme di concetti confusi, il solito polpettone di filosofia “gender” dei quali (pur ammettendo che si tratta di un argomento che non va sottovalutato), in tutta sincerità, non se ne può più. Come ormai avviene a tutti i livelli in Italia, un’opera di banalizzazione. Un po’ come avviene coscientemente a livello politico dove, per distogliere l’attenzione dai veri problemi (la crisi economica, la corruzione, le ineguaglianze sociali sempre più accentuate, ecc.) si pone l’accento su argomenti che, pur nella loro importanza, non sono quelli più urgenti. E che, soprattutto non vanno a toccare i rapporti economici e i privilegi della casta. Si parla continuamente di gender, omofobia, ius soli, ecc., ma ci si dimentica delle aziende che chiudono, delle persone che non ce la fanno più, della mancanza di lavoro, della concentrazione della ricchezza in sempre meno mani, del fallimento dell’istruzione, dei delitti delle banche, delle mafie. Pare quasi che i nostri politici si sveglino al mattino con ben altre emergenze.

La Murgia partecipa ormai attivamente a questo processo di banalizzazione delle tematiche serie anche quando tira fuori dal cassetto concetti che dovrebbero appartenerle. E con questo atteggiamento muore la figura dello scrittore che dovrebbe essere il pungolo della società, uno spirito critico del potere, la “voce di uno che grida nel deserto” direbbe l’evangelista. Ma anche qui domina, ormai, l’omologazione.

Concludo con una citazione un po’ datata. Immaginatevi l’Italia e leggete queste parole:

“Recinta o da asprissimi monti, difficilissimi ad essere superati da nemici, o dal mar Mediterraneo, che… le serve da muraglia fortissima.

Di cosa stiamo parlando? Non ci crederete, forse, ma della Toscana e queste parole sono state scritte nel 1589, epoca in cui l’Italia non esisteva e nemmeno gli italiani. La dimostrazione le certezze dell’oggi, la fede nello stato, non saranno le stesse del domani. La mia personale speranza è che questo capiti il più presto possibile. Gli stati ottocenteschi hanno già provocato troppi danni devastando, con il loro imperialismo, il pianeta e causando, per ora, ben due guerre mondiali (tralasciando tutte le altre). E c’è ancora qualcuno che crede che la “patria” sia un valore assoluto per il quale è giusto morire.

 

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