Introduzione

Le colline oscure - romanzo noir

Cosa rappresenta per uno studioso il rinvenimento di un manoscritto? Un momento di gioia, il conseguimento di un premio a lungo ricercato? Oppure un evento capace, come talvolta succede, di dare un senso, una giustificazione ad un'esistenza interamente spesa alla ricerca e alla documentazione, uno sprazzo di luce in una vicenda terrena altrimenti ben avara di emozioni. Un contributo, magari, da lasciare alla riconoscenza dei posteri?

Anche chi scrive ha avuto la ventura di assaporare la gioia della scoperta, ha goduto dell'inebriante privilegio di poter inserire un nuovo tassello nel vasto e colorato mosaico della conoscenza, piccolo o grande che esso fosse. Niente di eclatante, intendiamoci. Eppure, pur con le dovute proporzioni, quei momenti di euforia sono talmente ben impressi nella mia memoria da rappresentare ancora oggi un deposito di sensazioni positive a cui poter attingere negli immancabili momenti di difficoltà e di sconforto che questa vita non ha ritegno ad elargirti, giorno dopo giorno.

Con un'unica, una sola, significativa eccezione. Proprio er quanto concerne il testo che il lettore troverà pubblicato in questo libro, la mia esperienza di scopritore non ha corrisposto a niente del genere. Al contrario, molti sono i dubbi, le domande irrisolte che ancora affollano ed inquietano la mia mente. Quesiti che si sono intrufolati nel flusso della mia esistenza quando un sacerdote (del quale taccio il nome per motivi di opportunità che il lettore ben comprenderà, ma che è un mio carissimo amico) mi volle far consultare un manoscritto del quale era appena venuto in possesso. Forse il termine, in questo caso, risulta un po' altisonante anche se tecnicamente ineccepibile. Si trattava, infatti, soltanto di un centinaio di pagine all'incirca, fittamente scarabocchiate, che il prete aveva rinvenuto ben celate e ripiegate con cura nel piccolo vano di un tabernacolo. Una scoperta che aveva avuto luogo una domenica mattina mentre si accingeva a celebrare la messa in una piccola chiesa di campagna, un edificio sacro posto in un luogo molto isolato della sua vasta parrocchia. Per quanto si fosse scervellato, non era riuscito a indovinare chi fosse stato a nasconderlo proprio lì e a quale scopo poi. Decise, comunque, di non informare di questo fatto le forze dell'ordine anche perché, dopo un'attenta ricognizione, riscontrò che niente era stato sottratto o danneggiato né in chiesa, né tanto meno nei locali annessi. E nel tabernacolo, in quel momento, non era custodita nessuna ostia. Era successo ben di peggio in altre chiese del circondario e non era quindi il caso di alzare un polverone per un fatto, tutto sommato, molto circoscritto. Avrebbe, ovviamente, fatto controllare e rinforzare le chiusure di porte e finestre per evitare il ripetersi di simili avvenimenti in futuro. Ma, per il momento, poteva bastare.

Il religioso aveva dato una scorsa veloce al testo e si era tranquillizzato, non trovandovi niente di blasfemo o minaccioso come aveva temuto in un primo momento. Ne aveva anzi ricavato l'impressione che si trattasse semplicemente di una burla o, più probabilmente, del parto di qualche suo parrocchiano che non ci doveva stare granché con la testa. Li conosceva uno per uno i suoi fedeli e, ne era sicuro, prima o poi, l'anonimo scrittore e frequentatore di chiese abbandonate sarebbe uscito allo scoperto. Anni di esperienza pastorale, di rapporti con i parrocchiani, soprattutto con quelli più problematici e maggiormente bisognosi semplicemente di una sua parola, glielo suggerivano.

Fu una sera, mentre eravamo a cenare nella sua canonica che frequento con piacere di tanto in tanto per coltivare un'amicizia a cui tengo molto, che me ne accennò. La scintilla fu, probabilmente, una battuta, il frutto dell'atmosfera rilassata del momento. Fatto sta che in breve mi ritrovai quel pacco di fogli fra le mani. Mosso da viva curiosità per il modo in cui ne era venuto in possesso e soprattutto per quanto vi era contenuto, riuscii a convincere il prete a lasciarmelo per dargli un'occhiata meno superficiale. Glielo avrei riportato con comodo, promisi, con per di più un mio parere in merito.

A dire la verità, ero seriamente convinto che, scorrendolo, avrei semplicemente trascorso una serata divertente ridendo magari degli strafalcioni e delle ricostruzioni visionarie che vi avrei trovato. Un'ottima alternativa alla noia di una serata passata davanti alla televisione, magari sorseggiando un buon bicchiere di vino, e niente di più.
Ma era destino che così non doveva essere. Al contrario, dovetti subito constatare che le mie previsioni erano state decisamente mal formulate. E il preventivato divertimento, man mano scorrevo le pagine del manoscritto, si tramutava piuttosto in autentica inquietitudine. Per giunta il testo, me ne accorsi immediatamente, non era certamente opera di un dilettante, magari picchiatello, ma di un uomo di notevole cultura: uno scrittore di talento, per giunta decisamente ben introdotto nelle materie umanistiche e che si dimostrava pure un profondo conoscitore di libri antichi e di eventi storici. Le cronologie proposte, inoltre, si incastravano alla perfezione negli avvenimenti come io li conoscevo, anche in quelli secondari e sconosciuti ai più, mentre gli accadimenti che potevano apparire fantasiosi erano, nonostante ciò, verosimili e congrui con il contesto. Ho effettuato molte ricerche in merito, ma non sono riuscito mai a trovare un elemento che mi permettesse di mettere decisamente in fallo l'anonimo autore di quelle pagine. Eppure confesso che avrei voluto con tutto me stesso che ciò accadesse. Per quanto mi riguarda, lo stile del testo ben si armonizza con quello di un autore che, da quanto mi vien dato di capire, deve essere quantomeno un laureato in materie umanistiche oltre che un esperto di libri antichi, in sintonia con quanto, d'altronde, egli afferma nello scritto.

Devo ammettere che ho trovato la vicenda narrata molto appassionante, sebbene alquanto incredibile, abnorme e, anche per questo, come logica imporrebbe, assai improbabile, come il lettore potrà ben giudicare, procedendo nella lettura. Un romanzo, insomma, e come tale ho deciso, dopo qualche iniziale resistenza da parte del mio amico sacerdote, di pubblicarlo.
Una narrazione che, al di là del giudizio di merito, risulta però decisamente inquietante, una vicenda che scava nelle plaghe più riposte del solare paesaggio toscano per trovarvi un mondo arcano, notturno, angosciante. Un pianeta nascosto dove nulla è davvero ciò che può apparire a prima vista.

Come il lettore potrà notare scorrendo le pagine di questo libro, il manoscritto del quale stiamo parlando, curiosamente, tratta a sua volta del ritrovamento di un altro testo, stavolta medievale, del quale vengono riportati ampi stralci. Un rinvenimento, questo, che, secondo la narrazione, arriva a sconvolgere l'esistenza stessa del suo scopritore.
Non voglio anticipare niente del contenuto di quello che per me è, lo ribadisco, soltanto un racconto fantastico. Il lettore sappia semplicemente che in queste pagine vedrà scorrere misteri tali da riscrivere, se fossero veritieri, interi capitoli racchiusi nei nostri polverosi libri di storia. Capaci di sconvolgere molte di quelle che reputiamo essere certezze ormai ben consolidate.
Ovviamente, non posso accettare a livello razionale il contenuto del testo come fosse veritiero. Sarei un folle e non uno studioso se lo facessi. Eppure ad una prima osservazione l'intera narrazione appare talmente verosimile da porre solo per questo molti interrogativi. Per quel che mi riguarda, ho riflettuto molto sulla questione e sono giunto alla conclusione che il fascino di questo racconto sta nel fatto che esso, in fin dei conti, non fa altro che fornire delle spiegazioni ad alcuni dei misteri fondamentali dell'uomo e della sua storia. Spiegazioni a ciò che ognuno di noi ricerca, giorno dopo giorno, disperatamente e senza possibilità alcuna di successo.

Forse per questo, per il bisogno di risposte, nel profondo dell'animo vorrei davvero che la soluzione dell'enigma abitasse proprio nella porta accanto alla mia, magari nella stessa Toscana, come sostiene esplicitamente l'anonimo scrittore del quale stiamo trattando così vicina da poterti addirittura sfiorare, eppure irraggiungibile allo stesso tempo. Lo storico, però, obbedisce ad altre regole, ha bisogno di certezze alle quali aggrapparsi, come un naufrago in un mare tempestoso ed assassino. Con il dubbio, però, che per una verità conquistata se ne abbandoni un'altra molto più importante, che per una pietra di infimo valore, si perda di vista la preziosità del diamante.
Anche in considerazione della notevole qualità stilistica del materiale, ho scelto di effettuare relativamente poche e marginali modifiche allo scritto, sforzandomi di mantenerlo il più possibile aderente al testo originale. I brani del manoscritto medievale sono riportati in corsivo, per distinguerli dal contesto, e tradotti per una loro maggiore leggibilità. Per lo stesso motivo ho provveduto a trasformare le unità di misura, ove presenti nei testi medievali, nel comune sistema metrico decimale. Gli interventi più consistenti, comunque, sono stati effettuati nella resa dei dialoghi. In sostanza, ho voluto trasformare il manoscritto in un'opera di narrativa, in un romanzo come è programmaticamente dichiarato in copertina.

Ho posto molta cura, infine, per ragioni evidenti, nell'eliminare qualsiasi riferimento a persone che potessero essere identificate in qualche maniera. Lo pseudonimo che ho utilizzato per indicare l'autore del testo, Gabriele Brandano, è ovviamente un nome di pura fantasia, così come tutti quelli dei personaggi che il lettore inconterà nelle pagine seguenti. Qualsiasi eventuale caso di omonimia è del tutto casuale e assolutamente non voluto. Se ciò fosse, me ne scuso in anticipo.

Mi si potrà accusare di furto o di plagio, ma non è così. Se l'anonimo autore volesse farsi avanti, sarò ben lieto di cedergli la paternità e i diritti dell'opera pubblicata che, in fin dei conti, gli appartengono dal punto di vista legale. In cambio, però, di una sincera risposta a tutti i quesiti che vorrei sottoporgli.
Sarà solo una mia sensazione, eppure sono profondamente convinto che questo non accadrà, che non avrò mai la possibilità di conoscere l'identità, il volto autentico di chi ha nascosto il suo disperato manoscritto nel segreto di una piccola chiesa isolata nella campagna fra Castelfiorentino e Certaldo.

Ho meditato molto sul contenuto di queste pagine, perdendo anche per questo, forse non dovrei ammetterlo così candidamente, innumerevoli ore di sonno. I quesiti che si ripresentavano irrisolti erano sempre gli stessi. Se solo ci fosse qualcosa di vero in quelle che a prima vista possono apparire solo le farneticazioni di un folle? Se l'antico manoscritto, l'opera la cui paternità viene qui attribuita ad un frate medievale, non costituisse un'invenzione ma fosse qualcosa di reale? Se il mistero, il mistero assoluto, con le sue lunghe ombre, fosse veramente sepolto in qualche luogo segreto della campagna toscana? Se ci fosse una linea occulta che collega le vicende di questo mondo?

Sinceramente, l'uomo razionale che abita in me, respinge tutto questo in blocco. Con assoluta tranquillità, per giunta. Ma, come recita uno dei personaggi di questo allucinato romanzo: "Il mistero non puoi eliminarlo. Per quanto ti sforzi di cancellarlo, di allontanarlo dalla tua esistenza, esso ritorna sempre. Il mistero è parte di noi, del nostro essere, come l'aria che respiriamo." Sia come sia, la prima decisa impressione che ho ricevuto è stata, comunque, quella di trovarmi di fronte allo scritto di un uomo solo, estremamente solo, con un bisogno disperato di infinito. Un essere, quindi, molto vicino alla nostra comune esperienza.

Non sono in grado di sapere se l'anonimo autore abbia trovato, alla fine del suo tormentato percorso, una risposta definitiva alle sue domande. Di sicuro, in qualche maniera, ha incontrato Dio sulla sua strada, violentemente, come Paolo sulla via di Damasco. La scoperta del divino, in questo caso non deve aver rappresentato l'accesso alla felicità, ma solo ulteriore, infinita angoscia. Tanto che, alla fine, viene da chiedersi se il rimanere nell'ignoranza delle cose ultime costituisca davvero un errore, un fatto negativo. Questo è l'interrogativo che rimane irrisolto e sospeso alla fine di tutto, di questa esperienza, vera o falsa che sia, di questo romanzo, di un'intera esistenza. Ha senso impiegare una vita per squarciare il velo del mistero, per poi scoprire troppo tardi che dietro a quel sottile diaframma vi è semplicemente l'incubo? E che quel Dio al quale rivolgevi le tue preghiere e le tue invocazioni, nel quale riponevi ogni tua speranza, non è affatto quell'Essere amorevole che avevi immaginato fino ad allora. Ed è, in ogni caso, troppo distante per essere coinvolto o interessato, in qualsiasi maniera, alla tua disperazione, per poter udire il tuo grido di dolore.

Al lettore affido la sentenza finale. Sperando che, giunto al termine di queste pagine, sia ancora in grado di esprimere un giudizio equilibrato.
Da parte mia, e chi avrà la bontà di leggere il testo fino alla fine ne comprenderà il motivo, riprendo spesso in mano quel manoscritto consegnatomi dal mio amico prete e che avrei dovuto, invece, restituirgli. E ne scorro inquieto le righe, alla ricerca di un senso riposto, di un segno, di qualcosa insomma che spero, con tutto me stesso, di non trovarvi mai.



Claudio Aita






I


Nihil autem opertum est quod non reveletur
neque absconditum quod non sciatur

Non vi è nulla di coperto che non verrà svelato
nulla di nascosto che non sarà conosciuto
(Lc 12,2)


Come posso spiegare? Personalmente, ho sempre avuto un debole per la Toscana, per la rassicurante dolcezza che promana dai suoi paesaggi fatti di colline verdeggianti di olivi. Onde di terra sulle quali si infilzano le torri arcigne di manieri antichi o i campanili romanici di pievi solitarie appena celate allo sguardo da schiere di cupi cipressi. Mentre, solo poco più in là, al culmine delle prospettive geometriche dei vigneti sonnecchiano le case coloniche con le loro facciate in pietra che si infiammano nel sole agonizzante della sera. Lo confesso, quasi stessi ammettendo un delitto: ho amato, con l’incolpevole ingenuità di un bambino, queste immagini, che sanno forse un po’ troppo di cartolina, ma che ho continuamente accarezzato e ricercato, quasi si trattasse di uno strumento per soddisfare un bisogno fisiologico ed irrinunciabile. Visioni, per quel che mi riguarda, sempre coinvolgenti; sufficienti, ogni volta, a far scattare una molla, un meccanismo celato nel profondo di un animo come il mio che pareva quasi non attendesse altro. Passeggiare, girovagare, smarrirmi in questa sorta di giardino incantato e primigenio è sempre equivalso, per un solitario come me, a respirare a pieni polmoni quella pace e quell’armonia che non poteva non regnare nell’universo. Un assaggio di paradiso benignamente concesso soltanto a chi, come il sottoscritto, era riuscito a rinvenire uno spicchio di Eden nelle ruvide pieghe di questo nostro misero mondo. Un premio che poteva arridere soltanto a chi aveva saputo cercare con meritevole perseveranza.

Le colline oscure - romanzo noir

Ma ora so che, in verità, si trattava soltanto di un sogno, di una mera illusione durata fino a poco, pochissimo tempo fa. Fino a quando, cioè, questo luogo di beatitudini si è rivelato per quello che era: un’inquietante anticamera delle più oscure profondità infernali. Una scoperta che per me è equivalsa alla perdita di una purezza virginale, ad un evento traumatico senza alcuna possibilità di riscatto o redenzione. Come tornare indietro, poi, se tutto mi appare ormai divelto, lacerato nel profondo, violentato, abbattuto, sradicato da una tempesta improvvisa e devastante? No, d’ora innanzi, niente potrà essere più lo stesso. Per il semplice e terribile fatto che ora io so! Perché ora ho preso piena coscienza, mio malgrado, di ciò che costituisce la realtà più autentica di quello che mi ha sempre circondato, per quanto ciò possa apparire inconcepibile e assurdo. Perché ora sono perfettamente consapevole di cosa si nasconde effettivamente dietro l’ipocrita volto di una terra apparentemente meravigliosa; e di quali osceni ed inenarrabili abissi si possono scoprire grattando appena quella sua patina scintillante da Disneyland consumata quotidianamente da orde di turisti provenienti dai quattro angoli del pianeta.

Ora so, lo ripeto, so tutto. Ma l’atto stesso del conoscere costituisce di per sé una maledizione senza possibilità di appello. Lo affermo con la consapevolezza più piena, e rimpiango allo stesso tempo, amaramente, le mie dolci illusioni di solo poco, pochissimo tempo fa. Mentre ora, ogni qual volta ripenso a quei dolci rilievi, ai borghi partoriti dal medioevo, a quei grumi di case di pietra che fino a pochi giorni fa riuscivano a riscaldarmi il cuore nei momenti di difficoltà, a quei vasti panorami che percepivo come complici delle mie scorribande solitarie, mi assale ormai un fremito di autentico orrore, sento raggelarmi il sangue, accelerare il battito cardiaco, tremare le vene e i polsi.

Mi ritrovo così, dopo una vita nella quale ho sempre negato, senza esitazioni, l’esistenza razionale di una qualsiasi entità superiore e ad apostrofare come ridicole superstizioni le pratiche religiose, ad invocare disperatamente il nome di Dio e la sua protezione. Perché la mia mente sconvolta ha ormai le prove inconfutabili che non si trattava affatto di sciocchezze da donnicciole odoranti di sacrestia. No, affatto, nella maniera più assoluta! Tutto corrisponde, invece, a verità, per quanto assurdo ciò possa apparire a prima vista. Ma quel Dio al quale mi rivolgo insistentemente, lontano e terribile più che mai, non mi ascolta e non intende, temo, perdonarmi. Resta immobile e lontano, ostinatamente sordo al grido disperato di un uomo ormai abbandonato ed evitato da tutti. Chissà. Sarà forse anche per questo, per la mancanza di qualsiasi interlocutore, di qualsiasi persona disposta ad ascoltarmi, che mi accingo a narrare in queste pagine i terribili ed inauditi eventi che hanno segnato indelebilmente, minandola nel profondo, la mia vicenda terrena. Sperando soltanto che il tempo che mi è concesso possa risultare sufficiente. Un impulso naturale, quindi, ma anche una necessità irrefrenabile. Un tentativo per attenuare l’insostenibile tensione di questo momento, mentre fuori tutto è buio e i miei sensi sono tesi fino allo spasimo a percepire nelle tenebre il minimo segno rivelatore dei miei inseguitori.

Forse mi trovo a scrivere queste righe anche e soprattutto per il bisogno di far sì che la verità, per quanto sconvolgente ed orribile, non vada perduta nel caso, sciagurato ma non improbabile, che io venga ucciso. Ma, per Dio!, se qualcuno, in qualche modo, verrà in possesso di questo manoscritto maledetto, potrà mai credere a quello che vi è contenuto? Potrà mai dare fede ad affermazioni che possono apparire le farneticazioni di un folle?

Un altro dubbio, ancora più atroce mi assale con prepotente insistenza: sarà davvero il caso che qualcun altro venga messo a conoscenza degli arcani segreti che questa terra custodisce da tempo immemorabile? Non vi è il pericolo che il risultato di tutta la mia fatica possa finire, alla fine, proprio nelle mani sbagliate? O che possa creare altro infinito dolore? Davvero, non lo so. Così come, dopo tutte le vicende di questi giorni, non sono più in grado di determinare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Posso solo affidarmi, semplicemente, alle mani di Dio, nella speranza che possano tramutarsi da terribili e punitrici in paterne e dispensatrici di misericordia. Convinto, come sono, che, alla fine, si realizzerà ciò che la sua volontà, o semplicemente il fato impietoso, avrà stabilito. Ma il tempo sta per scadere. Tutto, ormai, è compiuto.

Anche per questo, ti scongiuro, improbabile lettore di queste pagine, non ti limitare alla prima impressione. Non ti fermare, non giudicare frettolosamente quello che vi troverai scritto, anche se ciò ti risulterà estremamente difficoltoso ed indigesto, me ne rendo conto. Se saprai scrutare queste pagine con cuore sincero e sgombro da pregiudizi, ti convincerai che esse racchiudono una terribile e oscura verità. Ma sta attento! Non farti scoprire dalle terribili forze che agiscono nelle tenebre. Non rivelare mai ciò che sai. Non ne immagini le conseguenze.
E tu, mio Dio, fa che tutto questo, tutta la sofferenza di questi giorni, abbia, alla fine un senso. Se un senso, tutto questo mai potrà avere.

Sono rimasto solo. Rifugiato come un malfattore o un clandestino in un decrepito edificio addossato ad una chiesetta isolata nel deserto della campagna che si stende fra Castelfiorentino e Certaldo. So per certo che non vi abita nessuno e che la pieve non viene officiata se non la domenica mattina, per l'unica messa settimanale. In ogni altro giorno la porta dovrebbe rimanere sbarrata. Ho quindi la prospettiva di avere dinnanzi a me almeno qualche ora di relativa tranquillità. Magari un'intera notte. Sono stanco, estremamente provato nel fisico e nello spirito. Scrivo con fatica alla flebile e tremolante luce di una candela che ho preso in chiesa. La piccola finestra della stanza dà sulla vallata, dalla parte opposta rispetto alla strada bianca e polverosa che ho percorso a piedi: non c’è il pericolo che questo fievolissimo lume, che per giunta tengo coperto, possa venire notato. Non mi ricordo più da quanto tempo, ormai, non mangio. Sarà forse a causa dell'insopportabile tensione nervosa, ma non sento quasi più i morsi della fame.

Le colline oscure - romanzo noir

Davanti a me, adagiata delicatamente sul tavolo, la foto sgualcita di mio figlio. Dio mio, quanto mi manca! E quanto mi manca Anna... Di lei, me ne accorgo solo ora, non possiedo nemmeno un’immagine, solo ricordi tristi che si rincorrono impietosi nella penombra a disegnare il suo viso. Già. Già, quegli occhi azzurri e profondi come un mare ormai troppo lontano e che non potrò rivedere mai più.

Eccomi qui, quindi, con l’unica compagnia del mio dolore e orfano di qualsiasi speranza. Disperato, ma tuttavia ben deciso a non arrendermi e a giocare le poche carte che ancora mi restano. Sono pienamente consapevole che la posta in gioco è troppo importante e mi sento schiacciare dall’enormità della mia responsabilità. Finora ho dato prova della mia abilità, devo ammetterlo. Sono stato attento, estremamente attento. Niente automobile, niente carta di credito, niente telefono cellulare, niente computer, niente rete. Insomma, non ho lasciato alcun indizio. Non riesco davvero ad immaginare come possano riuscire a rintracciarmi. Eppure so che non devo sottovalutarli. Non posso abbassare la guardia, nemmeno per un istante a rischio della mia vita e a discapito di qualcosa di molto più importante. Loro dispongono di infiniti mezzi ed hanno occhi ed orecchie ovunque. Me l'hanno già dimostrato in innumerevoli occasioni. Devo essere circospetto, oltre ogni limite. Anche per questo ho rinunciato al mio computer portatile. Il che, pur uno come me che di tali trabiccoli è sempre vissuto, rappresenta una delle rinunce più costose. Meglio, la vecchia, cara, candida carta e l’anima nera di una penna.

Così, ben oltre il Duemila, eccomi qui, chino alla tremolante fiamma di candele d’altri tempi, a riempire fogli e fogli di testo. Solo ora mi rendo conto di quanto l’uso del computer mi abbia disabituato alla scrittura. Faccio fatica, i caratteri mi vengono storpiati e disomogenei. Ma non dispongo di altri mezzi. Spero solo che la carta sia sufficiente.

Al momento non so ancora a chi lasciare questo manoscritto e dove, soprattutto, nasconderlo, nel caso venissi scoperto. Ci ho riflettuto parecchio. Il primo luogo che mi è venuto in mente è il vano del tabernacolo, dove solitamente si ripongono le ostie. Penso anche di aver capito dove sia nascosta la chiave della porticina dorata. Sono certo che Iddio mi perdonerà per questa profanazione senza malignità alcuna, ma credo che al momento non contenga ostie consacrate. Da quel che so, di solito si evita di lasciarle nelle chiese più isolate, anche per evitare che vengano sottratte da qualche invasato per condire le proprie messe nere e la propria voglia di scopare. Ci penserò. Sicuramente, il tabernacolo verrà aperto la domenica mattina. Potrei così ragionevolmente contare sulla circostanza che il manoscritto verrà scoperto da un sacerdote, quindi presumibilmente da qualcuno in grado di recepire meglio di altri il messaggio che vi è contenuto. Se il comune Signore lo vorrà, ovviamente. Ma non posso perdermi ad investigare la mente divina. Non posso sprecare altro tempo. La notte è fonda, il tempo stringe e il freddo diventa sempre più pungente. E questa notte, scura come l’inchiostro che compone queste parole potrebbe essere l’ultima della mia vita.


[ndr: Il manoscritto originale, a questo punto, presenta un salto intenzionale di alcune righe]


Tutto iniziò… No, meglio procedere per gradi, senza tralasciare nulla.
Il mio nome non ha importanza e forse è meglio, per il bene di molte persone, che non si venga mai a sapere. Posso solo dire che, ormai tanti anni fa, mi trasferii in Toscana, esattamente a Firenze, per seguire (e quale luogo poteva essere più appropriato?) i corsi universitari di materie storiche e laurearmi brillantemente con una tesi in Storia medievale. Allora, preso dall’euforia giovanile e dalla speranza in un futuro che mi appariva più che mai radioso, come è sempre il cielo che sovrasta questa terra, non potevo davvero immaginare che si trattava semplicemente del primo tassello di un percorso già segnato e che, come una macina da mulino impazzita, avrebbe alla fine mandato in frantumi la mia esistenza e tutto il mio essere.

Eppure solo il cielo sa quanto abbia lottato, in quale misura abbia desiderato quella laurea che avevo ormai caricato di tali significati simbolici sino a farne una sorta di mezzo di riscatto, un veicolo di promozione sociale e di catarsi personale. Quanta fatica, quanti sacrifici protratti per anni e anni. Figlio di nessuno e senza numi tutelari, costretto a svolgere lavori di merda per sopravvivere, con il solo risultato di essere costretto ad allungare la durata dell’Università. Mentre gli altri, i miei compagni, mi passavano avanti, negli studi come nella vita, figli di qualcuno e che venivano valutati più favorevolmente per aver terminato il loro percorso di studi prima di me. E che si erano, nel frattempo, pienamente goduti la loro vita, la loro giovinezza, i festini, le bevute, le scopate.

Io no. A me tutto questo non era concesso. Costretto dalle circostanze ad un’esistenza frugale ed estremamente stancante fatta di studio, lavoro, brevi periodi di sonno, impossibilità di frequentare gran parte dei corsi universitari, vedevo, nonostante i miei sforzi, dilatarsi inesorabilmente i tempi. Con l’unico risultato di essere obbligato a rimandare continuamente la realizzazione dei miei sogni, la mia mitica “età dell’oro”, ad un futuro sempre più indefinito e lontano. Mentre, al presente, procedevo imperterrito sulla mia strada, stringendo rabbiosamente i denti, convinto che, alla fin fine, la vita doveva pur sorridermi. Tutti questi sforzi, non potevano che costituire una cambiale che sarebbe stata incassata, prima o poi. Il lavoro paga sempre. Questo mi ripetevo, per motivarmi e giustificare i sacrifici del presente. Così riuscii, seppur in ritardo, a laurearmi con il massimo dei voti. Doveva pur valere qualcosa, quel maledetto pezzo di carta! La dea bendata, fino ad allora sempre latitante, o semplicemente troppo indaffarata a rincorrere individui con ben altre genealogie, doveva pur accorgersi del semplice e inequivocabile fatto che il sottoscritto esisteva.
Purtroppo, come dovetti constatare, nell’affanno quotidiano non vi sono cambiali da riscuotere, ed in quel tritacarne che è la vita non vi è giustizia alcuna, se non per i ricchi ed i potenti. Non avevo compreso che nella realtà e in questo misero paese in particolare, il duro lavoro non conta nulla. Nulla, soprattutto, rispetto ad un genitore ben introdotto, con le conoscenze giuste, ben inserito in un sistema che tutto controlla e che a te non fa altro che sbatterti le porte in faccia. Così, i proclami, gli appelli ad un futuro migliore, alla speranza, me li ripetevo con sempre minore convinzione. Anche la fede in un destino glorioso, alla fine, era crollata miseramente sotto i colpi inferti da una realtà assai più spietata di quanto avessi mai preventivato.

Il tempo passava ed io mi sentivo sempre più stanco e disilluso. Stanco, soprattutto di vivere di ristrettezze economiche e di lavori saltuari e troppo spesso malpagati. Avevo sempre più la sensazione di essere stato tradito. Comprendevo, alla fine, di aver sacrificato l’intera mia esistenza all’inseguimento di un’occasione che non si era mai presentata. O che, forse, non avevo saputo cercare. Intento, com’ero, ad aspettare il mio Godot.
Una situazione che si era trascinata insoluta per tanti, troppi anni. Trasformandosi, alla fine in un naufragio che aveva finito per coinvolgere anche la donna che nel frattempo avevo sposato, la quale, alla fine, se n’era andata lontano portandosi via nostro figlio. Un evento divenuto ormai inevitabile, per quanto penoso.

Quando ci ripenso, soprattutto adesso, mi rendo conto di quanto non avessi messo particolare impegno o convinzione, nel cercare di fermarla. A quale scopo poi? Da tempo eravamo diventati degli estranei e lei era ormai definitivamente cambiata, come fanno sempre le mogli nel corso degli anni.
Certe volte mi ritrovavo ad osservarla, a sua insaputa, chiedendomi che rapporto ci potesse mai essere fra quella creatura aliena, quell’ectoplasma che si materializzava in quel momento, lì, dinnanzi ai miei occhi e la ragazza che avevo conosciuto non molti anni prima e della quale, almeno così ritenevo, mi ero innamorato. E mi chiedevo, per l’ennesima volta, cosa mai avesse potuto attirarmi in quell’essere, quali particolarità fisiche o qualità mi avessero, in fin dei conti, ammaliato. Ma non riuscivo più a darmi una risposta convincente. Pareva quasi che la patina del tempo, la polvere depositata dalle stagioni che si succedevano impietose avessero reso ogni cosa così opaca e triste. Tutto era, lentamente, quasi impercettibilmente, franato, scivolando pian piano verso la più squallida abitudine. Il nostro rapporto stava crollando con molta discrezione, corroso da un tarlo, un cancro inarrestabile e fatale. Sgretolandosi come le Balze di Volterra, e come queste divorato dallo scorrere silenzioso e implacabile delle acque sotterranee. Strano che questa sia la prima immagine che mi viene in mente; ma chi a Volterra c’è stato, comprenderebbe immediatamente il paragone con la splendida e impressionante desolazione delle Balze che precipitano nel vuoto, avanzando inarrestabili e in silenzio da tempo immemorabile, divorando necropoli millenarie, antiche chiese in pietra, brandelli di mura ciclopiche. Uno spettacolo terribile e grandioso che mi ha sempre affascinato. Un ricordo indelebilmente scolpito nella mia memoria, il mio corpo ritto in piedi sul bordo del precipizio, sospeso fra l’eternità e la distruzione, mentre un vento insolente mi scompaginava i capelli e si insinuava indiscreto fra le vesti. Portando con sé i sapori del panorama infinito che si presentava dinnanzi agli occhi e la salsedine del mare che si percepiva, invisibile, appena dietro l’orizzonte. Si, il paragone mi pare calzi a pennello. Ma non divaghiamo.

Il nostro matrimonio agonizzava, quindi, o era già morto da tempo. Eppure io non me ne accorgevo, o fingevo di non rendermene conto, proiettato com’ero a rincorrere le mie chimere con una tenacia che lo scorrere del tempo riusciva solo a temprare ulteriormente. Ormai, eravamo divenuti degli estranei, e il nostro rapporto una tolleranza reciproca condita da un affetto sempre più formale, da frasi di circostanza, da effusioni sempre più rarefatte. La nascita di un figlio aveva soltanto potuto interrompere temporaneamente il flusso inarrestabile degli eventi.

Alla fine, lei se n’era andata, come in uno squallido spettacolo da cinema di periferia. Probabilmente, era stato meglio così. Soprattutto per lei che almeno ora poteva concedersi quella vita (“normale”, come amava rinfacciarmi) che io non avevo potuto o voluto donarle. E permettersi finalmente l’ambito tour domenicale dello shopping e degli outlet, a braccetto del suo nuovo e più omologato compagno. Per poi frequentare le agognate serate danzanti nello scintillio artificioso e ipocrita di qualche circolo di periferia: un, due, tre… un, due, tre….

Magari sdraiarsi all’ombra indiscreta di un anonimo ombrellone conficcato nella sabbia rovente di una altrettanto anonima spiaggia inondata dal solleone estivo; fra il volume maleducato delle radio e gli schizzi di sabbia sollevati dai bambini che corrono verso il mare e che ti si attacca alla pelle resa appiccicosa dal sudore e dalla crema abbronzante.

No, di tutto questo, e lo ammetto con ieratica tranquillità, non me n’era mai fregato niente. Assolutamente niente. Così come non mi è mai importato più di tanto, me ne accorgo forse soltanto ora, cercare di frenare la deriva del mio matrimonio. Meglio arrendersi all’evidenza e constatare che la situazione non presentava più vie d’uscita. Si trattava sostanzialmente di un malato divorato da una malattia incurabile. Era solo questione di tempo: un mese, tre mesi, forse un anno, chissà... Poi non sarebbe stato possibile far altro che constatarne il decesso. L’accanirsi, in queste situazioni, rasenta l’immoralità. E poi, in cuor mio, forse non vedevo l’ora di vederne la fine.
Inutile chiedersi di chi fosse la colpa, se colpa può esserci in un rapporto sbagliato fin dal suo nascere. Si era trattato, in definitiva, soltanto di un grande, doloroso equivoco. Come tutta la mia mediocre, misera esistenza.

Che altro dire? In questi anni sono vissuto in una solitudine dignitosa, addirittura eroica. Pochi, pochissimi soldi, frutto di collaborazioni saltuarie, di lezioni private e poco più. I contributi pensionistici, le assicurazioni potevano attendere. Tante, troppe le promesse. Alcune interessate, false, ipocrite. Altre più sincere, come quella di Ezio, il libraio antiquario con il suo negozio in centro, il quale mi comunicò un giorno di volermi assumere perché gli interessavano le competenze che avevo potuto acquisire nel settore dei libri antichi, ma che, non riuscì, suo malgrado, a farlo. Problemi di bilancio, le tasse, le leggi sbagliate emanate dal governo, queste, secondo lui, le motivazioni… Tuttavia, da allora in poi, forse anche per mettere a tacere i suoi sensi di colpa, Ezio, non aveva mai mancato di farmi avere qualche lavoretto, magari pagato sottobanco.

La situazione non era certamente il massimo per uno che, come il sottoscritto, aveva ormai superato abbondantemente la soglia della quarantina. Eppure, assieme alle lezioni private, a qualche collaborazione editoriale, mi permetteva di tirare avanti senza eccessivi problemi. Seppur permettendomi soltanto una vita frugale, stoica, quasi benedettina. Una miseria discreta, quindi, una precarietà che si riflette negli oggetti che mi circondano. Non possiedo quasi nulla che non rechi il segno di una rottura, di un graffio, di qualche accidente fisico. Come la mia auto, sgangherata fino all’inverosimile, regolarmente guasta e che, purtroppo, non ho i mezzi economici per sostituire.

Un grazie di cuore, quindi, anche a Ezio e al suo negozio di antiquariato librario. Dove l’incubo ebbe inizio.





II



Il ricordo di quella sera è ancora impresso nella mia mente. Indelebile come un profondo graffio nella pelle. Un mercoledì di solo pochi giorni fa. Eppure, mi pare sia trascorso un tempo infinito. Nella memoria rivedo l’immagine di me stesso, mentre passeggiavo nervosamente, avanti e indietro, nella stanza che costituisce gran parte di quello che mi ostino a definire appartamento; svuotando, un bicchiere alla volta, la bottiglia che campeggiava sul tavolo, fra le pile dei libri e i resti della cena. Un chianti corposo, me lo rammento ancora, dal sapore morbido e dai riflessi color rubino. Insomma, un vinello come piace a me, che senti scendere in gola senza bruciarti, mentre una piacevole sensazione di calore e di torpore si irradia in tutto il corpo intontendoti con discrezione e signorilità. Un vino sicuramente non eccezionale, pochi euro alla bottiglia, ma che costituiva ormai uno dei pochi vizi che potevo concedermi.

Le colline oscure - romanzo noir

Fra un sorso e l’altro, fra una sigaretta che accendeva la successiva, rimuginavo su quella strana telefonata appena ricevuta da Ezio. Un colloquio breve ma che, ciò nonostante, mi aveva lasciato estremamente perplesso, anche perché il libraio era stato decisamente sbrigativo nei modi ed avaro nei dettagli.

Tanto avevo riflettuto sulla questione che, alla fine, mi rendevo conto di aver ormai raggiunto quella soglia di sopportazione all’alcool oltre la quale era meglio non avventurarsi per non rischiare di sentirmi male come mi era già purtroppo successo in altre occasioni. Forse era il fegato che si era ormai deciso ad abbandonarmi al mio destino, pensai. Fatto sta che la mia tolleranza, in tempi non troppo lontani, era decisamente più elevata. Ora, invece, dovevo constatarlo amaramente, era sufficiente una singola bottiglia a mettermi in difficoltà. Un brutto segnale. Brutto davvero...

Tornando ad Ezio, quel poco che mi aveva rivelato era stato tuttavia sufficiente per scatenare in me il desiderio di saperne di più. Maledetta curiosità: chi l'ha detto che è patrimonio esclusivo delle donne? Un motivo d'ansia, quindi, ma anche un’insperata occasione per distogliere la mia mente da pensieri tristi per concentrarli su un oggetto diverso. Un puro esercizio retorico, però, basato su ben pochi elementi. Per saperne di più, sarei stato costretto, in ogni caso, a pazientare fino alla mattina successiva, quando mi sarei recato alla libreria, come convenuto.

A quanto mi aveva riferito, Ezio aveva ricevuto la visita di un personaggio quantomeno bizzarro, se non addirittura inquietante, con l'intenzione di vendergli un manoscritto apparentemente molto antico, anche se non in ottime condizioni di conservazione. Un tale che non si era mai tolto cappello, soprabito e occhiali da sole, nonostante che nell’ambiente non facesse affatto freddo e l’illuminazione non risultasse eccessiva. Uno, insomma, che non aveva la minima intenzione di farsi riconoscere. Pur fra mille esitazioni del visitatore, vistosamente nervoso, il libraio aveva ottenuto che gli si lasciasse il volume per alcuni giorni, in modo da poterlo osservare con calma ed eventualmente farlo esaminare da un esperto. Il suo dubbio, mi disse, era che si potesse trattare di un falso o, peggio, dell’oggetto di un furto. Beninteso, la ricerca dell’anonimato poteva avere ben altre motivazioni e non indicava necessariamente un intento illecito. Gli era accaduto, ad esempio – mi raccontò - di aver ricevuto la visita di persone un tempo molto agiate, di nobili decaduti, che vendevano i loro tesori quasi vergognandosene. Giungendo addirittura a mascherarsi per non correre il rischio di venire identificati. E giurava che di fatti del genere, soprattutto negli ultimi tempi, gliene erano accaduti diversi. Segno della maggiore povertà dell’Italia di questi ultimi anni. Ah, se i governi avessero fatto il loro dovere, invece di continuare ad aumentare le tasse...
Conoscevo l’antifona ormai a memoria. Ezio ci teneva a sottolineare che aveva immediatamente pensato a me che, pur non essendo un’autorità accademica, in materia di codici e di manoscritti, gli avevo dimostrato in più occasioni di intendermene, e non poco. Senza considerare che, commentai fra me e me, rispetto agli esperti di grido avevo il vantaggio di essere molto più a buon mercato.

Dopo aver riattaccato, riflettei ancora a lungo sulla cosa. Accesi la televisione e mi lasciai cadere sulla poltrona con il bicchiere in una mano e la bottiglia nell’altra. Mai avrei potuto immaginare che la telefonata appena ricevuta avrebbe cambiato per sempre, sconvolgendolo, il corso della mia esistenza.

Mi svegliai che era già tardi. La testa mi martellava, lo stomaco bruciava e l’alito non doveva essere quello dei miei giorni migliori. Ingurgitai una caraffa di caffè nero e fumante e un’aspirina. Mi feci la doccia e la barba, infilai il mio computer portatile, l’agenda e poco più nella borsa e uscii di casa. Mentre raggiungevo il centro di Firenze nella solita bolgia infernale, sudicia e maleodorante dell’autobus stipato fino all’inverosimile, mi ripetevo l'ormai abusato cantilenante predicozzo circa la necessità sempre più impellente di condurre un’esistenza con meno eccessi e che alla fine il mio fisico martoriato inevitabilmente mi avrebbe presentato il conto. Salatissimo.

La libreria antiquaria era ubicata in una via appena defilata, una di quelle che ancora resistono agli assalti delle orde organizzate dei turisti e che conservano un ultimo barlume di vita popolare. Un’oasi nella quale senti ancora palpitare la vita, odi il rumore degli attrezzi degli artigiani, ormai anziani, intenti ad un lavoro secolare che non sanno più a chi tramandare. Dove l'odore del legno e del ferro si mischia a quello intenso che proviene dalle finestre più in alto che sa di pietanze messe a cuocere lentamente sul fuoco. E percepisci le voci arrabbiate delle mamme che sgridano i loro figlioli che rispondono alzando la voce a loro volta. Le parole ti giungono sgrammaticate, storpiate, orfane di lettere, con quella parlata popolare che riesce sempre a strapparti un sorriso. Un’isola fra le poche che sopravvivono in una città che ha ormai rigettato la sua anima o l’ha venduta, come Faust, al demone del facile ed immediato profitto. Una città logorata, consumata, giorno dopo giorno, dallo scalpiccio di milioni di turisti ignoranti che nessuno vuole o è in grado di fermare. Firenze agonizza sulle bancarelle che spacciano borse cinesi per autentici prodotti “made in Florence”, nei fast food che puzzano di fritto, sui cofani delle macchine troppo grosse per le strette vie medievali, nell’ordinaria sporcizia delle piazze e delle strade, nei monumenti che si sgretolano e si sfaldano fra l’indifferenza generale. Venduta, pochi euro alla volta, da amministratori gretti e corrotti e da bottegai la cui prospettiva temporale non va oltre la chiusura giornaliera di cassa.
Questione di poco tempo e questo moloch onnivoro e distruttivo si sarebbe impossessato anche della via, per ora tranquilla, sulla quale si affacciava il negozio di Ezio.

Sulla porta di vetro solo una discreta scritta in caratteri d’oro: “X, Libreria Antiquaria. Dal 1896”. Gettai il mozzicone della sigaretta per terra, mi passai una mano nei capelli, mi sistemai il bavero alla bell’e meglio ed entrai. Il suono sgraziato di una campanella risuonò nel vasto ambiente debolmente illuminato. Pesanti librerie di legno scuro stavano appoggiate alle candide pareti, ostentando boriose il loro contenuto fatto soprattutto di volumi settecenteschi e ottocenteschi con le loro pesanti rilegature di cartone o pelle.
Su di un lato stava un lungo e poderoso bancone; sull’altro, alcuni tavoli rettangolari, attorniati da eleganti sedie imbottite, e sui quali, appoggiati su leggii, erano posti antichi codici aperti su pagine riccamente decorate. Insomma, l’ambiente pareva promanare quella severità contenuta, quel piacevole ed inebriante profumo di legno antico di certe sagrestie. Stampe ingiallite dagli anni, spiccavano con le loro cornici sul candore dell’intonaco. Si trattava in particolar modo di antiche vedute di Firenze e carte geografiche di entità politiche ormai divorate dal tempo.

L’esile e stempiata figura di Ezio fece capolino dalla porta spalancata che si apriva nella parete di fondo.
«Ciao, Gabriele, ti aspettavo. Come stai?».
«Sopravvivo, al solito» risposi.
Un sorriso di circostanza si stampò sul volto del libraio, poco sotto le pesanti lenti degli occhiali.
«Vieni. Ti faccio vedere».
Mi introdusse nel retro. Qui l’asettica pulizia monacale del negozio lasciava il posto ad un apparente disordine, scandito dal ritmo delle scaffalature che contenevano un quantitativo impressionante di codici, manoscritti, incunaboli, libelli, documenti, volumi, pigiati senza un ordine apparente. Un caos indescrivibile, ma di indubbia seduzione, nel quale solo Ezio, probabilmente, riusciva a destreggiarsi senza difficoltà alcuna.
Mi fece accostare ad uno vecchio scrittoio incastrato in mezzo agli scaffali. Sopra vi stava un volume aperto, di dimensioni abbastanza contenute, con le pagine irregolari e molto macchiate.
«Eccolo qui!» esclamò il libraio con un tono solenne e compiaciuto, indicandomelo.

Iniziò a raccontarmi, con maggiori dovizia di particolari, quanto mi aveva soltanto accennato per telefono la sera precedente. Non era la prima volta, mi ripeté, che gli capitava di trovarsi di fronte qualcuno che volesse trattare un affare con lui senza fornirgli le sue generalità. I motivi, lo sapeva ormai per esperienza, potevano essere i più disparati e stravaganti. Quasi sempre, tuttavia, gli aspiranti piazzisti di antichi testi erano risultati essere alla fine, nient’altro che degli individui assolutamente innocui e per bene, per quanto squattrinati e costretti a piazzare sul mercato i gioielli di famiglia, o presunti tali. Lui, beninteso (ci teneva a precisarlo) mai e poi mai si sarebbe reso complice di un ladro, ricettando l’oggetto del furto. Gli era accaduto diverse volte di vedersi proporre l’acquisto di qualche volume di provenienza quantomeno sospetta. A differenza di qualcun altro, lui non ne aveva mai voluto sapere. Anzi, in qualche caso, aveva addirittura informato i carabinieri della cosa, ottemperando al suo dovere di cittadino rispettoso delle leggi. Questo ci teneva a sottolinearlo. Da parte mia, mi limitavo ad assecondarlo senza particolare convinzione, facendo ogni tanto segno di sì col capo.

In ogni caso, mi spiegò, possedeva un suo sistema, ben collaudato. Quando riscontrava esserci da parte sua un qualche interesse a concludere l’affare, poneva l’anonimo venditore di fronte ad un’unica e salomonica alternativa: o forniva le sue generalità, confortate da un documento d’identità, o non se ne faceva nulla. Dinnanzi ad un simile e ineludibile aut aut, e cozzando contro il suo fermo atteggiamento, tutti, inevitabilmente, finivano per cedere, senza eccezioni. Niente dati, niente soldi… non occorreva essere dei geni per capirlo. E lui, mi diceva, aveva anche ben presenti i suoi obblighi fiscali, lui che le tasse le pagava... Non come certi suoi colleghi senza scrupoli che in nome del facile guadagno preferivano fingere di ignorare la provenienza di ciò che acquistavano. No, lui no. Lui, una coscienza degna di tale nome ce l’aveva, nonostante che le leggi e il fisco invitassero alla disonestà. No, lui preferiva pagare di più, ma rimanere tranquillo e dormire il sono del giusto. E guardare diritto negli occhi il finanziere che ti controlla i registri contabili.

Anche nel caso del libro che avevamo davanti a noi, su quel tavolo, ne era certo, sarebbe andata a finire nella stessa identica maniera. Inutile mascherarsi con cappello, occhiali da sole e soprabito degno di un agente segreto ormai passato di moda. L’anonimo venditore dalla voce innaturalmente stridula, posto di fronte al rischio concreto di non concludere la vendita, alla fine si sarebbe anche lui infilato la mano in tasca, accompagnandola magari con un ampio sospiro ed un minimo di imbarazzo, e ne avrebbe tratto fuori il suo bel documento d’identità con tanto di foto senza occhiali da sole e quant’altro. Nel frattempo, Ezio aveva chiesto all’ancora sconosciuto interlocutore a lasciargli il manoscritto per qualche giorno per poterlo meglio analizzare, verificarne l’autenticità ed attribuirgli un valore. Questi, vista l’insistenza del libraio, seppur dopo tante esitazioni ed in cambio di una ricevuta sventolata davanti agli occhi, di una vaga promessa di acquisto, aveva acconsentito.

Mi sedetti. Cominciai a sfogliare le pagine con molta cautela, sotto lo sguardo ansioso di Ezio. Esaminai con attenzione, la legatura, il tipo di carta, il testo, i singoli caratteri. La mia prima impressione fu quella di trovarmi di fronte ad un testo autentico, per giunta molto antico. La calligrafia, il tipo di materiale membranaceo potevano essere compatibili con un manoscritto del secolo quattordicesimo o quindicesimo. Difficile dirlo con sicurezza, purtroppo. La pessima qualità di conservazione del materiale, la mancanza assoluta di qualsiasi miniatura, disegno o iniziale di sorta non agevolavano certamente il compito.

Le colline oscure - romanzo noir

Le pagine, ad una prima e superficiale analisi, apparivano davvero molto datate anche se la rilegatura di cartone rigido era sicuramente molto posteriore, settecentesca, forse addirittura ottocentesca. Un oggetto, quindi, che molto probabilmente aveva fatto parte della biblioteca di qualche ricco collezionista che aveva anche provveduto a restaurarlo e dotarlo di una copertina magari simile agli altri volumi in suo possesso.
«Il tale non ha rivelato nulla circa la sua provenienza?» chiesi al libraio.
«Mi ha solo accennato al fatto che fosse un bene di famiglia» replicò. «Ma questa è una di quelle giustificazioni che vengono utilizzate quasi regolarmente. Da prendersi con beneficio di inventario, quindi».

E si rimise ad osservarmi in silenzio. Il che, devo ammettere, mi metteva alquanto a disagio. Come si fa, dico io, ad eseguire con la necessaria calma l’analisi di un testo con gli occhi di un altro puntati continuamente addosso?
«Allora, cosa ne pensi?» mi chiese dopo un lasso di tempo che mi parve interminabile.
«Mah!» gli risposi. «Il manoscritto sembrerebbe effettivamente antico, sia per quanto riguarda il materiale, sia per il tipo di grafia».
Notai che il mio interlocutore diventava sempre più impaziente ed interessato.
«Avrei bisogno però di un po’ di tempo per poterlo osservare con tranquillità e cercare di tradurre almeno qualche brano del testo per avere maggiori riscontri» continuai, fissandolo negli occhi. «Potrebbe trattarsi di un manoscritto di un certo valore, non solo in senso strettamente economico. Ma ho davvero necessità anche del materiale di consultazione che ho a casa. L’ideale, per quanto mi riguarda, sarebbe poterlo portare con me. Con tutte le cautele del caso, ovviamente…».
Ezio si fece subito pensieroso. Lo vidi esitare.

«Va bene!» esclamò alla fine, sospirando. «Però domani mattina devi assolutamente riportarmelo. Guarda, che se non mi fidassi di te...».
«Dai! Mi conosci da molto tempo, o no?» replicai. «Non ti preoccupare».
Quasi per tranquillizzarlo, avvolsi il volume con un panno, molto lentamente, a gesti volutamente misurati. Poi, sempre sotto lo sguardo severo del libraio, lo infilai con mille precauzioni nella mia borsa che ben si adattava alle dimensioni dell’oggetto. Gli firmai una ricevuta.
«Mi raccomando,» ribadì Ezio per l’ennesima volta «stai attento! Domani mattina me lo devi restituire in tutte le maniere, altrimenti mi metti nei guai».
«Non crearti problemi inutili», gli risposi alla fine, quasi spazientito. «Non è certamente la prima volta che mi porto un manoscritto a casa per esaminarlo. Te lo ripeto, stai tranquillo! Domani mattina riavrai il testo assieme alla mia scheda di valutazione. Te lo giuro!».
Poi aggiunsi: «A meno che non me lo freghino per strada...».
Notai immediatamente imprimersi un’espressione di viva preoccupazione sul volto del mio interlocutore.
«Scherzavo...» seguitai immediatamente. «Dovranno passare sul mio cadavere per togliermelo. A domani, allora, in mattinata però, sul tardi...».
«A domani...» replicò Ezio, stringendomi timidamente la mano.

Giunsi a casa in compagnia dei residui del mio mal di testa e di un più persistente bruciore allo stomaco. Appoggiai delicatamente il libro sul tavolo pulito, avvicinai la lampada e mi accinsi a studiare il testo in religioso silenzio. Misurai il volume. Le dimensioni erano ventidue centimetri e mezzo di altezza per sedici centimetri di larghezza. Contai i fogli. Erano centosedici, per un totale di duecentotrentadue pagine, considerando il recto ed il verso di ogni foglio.
Dovetti constatare che la lettura risultava decisamente difficoltosa, più di tanti altri volumi che avevo avuto occasione di consultare in precedenza. Non per il testo, che non presentava abbreviazioni particolari tranne quelle usuali, ma per il fatto che l’anonimo scrittore, nell’atto di scrivere, pareva essere stato dominato da una furia tale da deformare i caratteri stessi e legandoli con tanti svolazzi da risultarne un ghirigoro a tratti apparentemente inestricabile. Davvero una bella sfida.
Osservai con maggiore attenzione e con l’ausilio di una lente d’ingrandimento. La superficie della pergamena risultava estremamente disomogenea tanto che l’inchiostro, abbastanza sbiadito e quasi sicuramente di origine vegetale, era stato assorbito in maniera disuguale da un punto all’altro, fino al formarsi di aree piene di sbavature e di macchie scure.
Ciò era da imputarsi, me ne accorsi quasi subito, al fatto che l’autore aveva sicuramente utilizzato un libro preesistente, raschiandone le pagine con una lama per poi immergerle, forse, nel latte o in qualche altro liquido sbiancante. Niente di strano in questo. Il riutilizzo di materiale precedente era prassi molto comune nel medioevo, sia per il costo non indifferente della materia prima, sia perché a quel tempo capitava che i manoscritti, ad un certo punto, venissero giudicati non più utili o attuali. Sono i codici noti con il nome di “palinsesti” e, per fortuna, l’utilizzo di particolari tecniche che prevedono l’utilizzo di raggi ultravioletti e, fino a poco tempo fa, di reagenti chimici ha permesso di recuperare testi preziosi e unici che, altrimenti, sarebbero andati persi per sempre.

Il lavoro di riciclaggio della pergamena, nel caso del testo che avevo sotto mano, non doveva essere stato fatto comunque nel migliore dei modi, vuoi per imperizia, vuoi forse per l’urgenza di disporre del materiale su cui scrivere. Ed in effetti, la superficie della carta risultava troppo disuguale e a tratti eccessivamente porosa, quindi non sufficientemente levigata in maniera uniforme con la pietra pomice. Un lavoro non accurato, quindi, frettoloso, al punto che, talvolta, si intravedevano ancora le sagome, le ombre dei caratteri sottostanti. Se a ciò si aggiungeva il cattivo stato di conservazione del manoscritto, ognuno può comprendere quanta difficoltà incontrassi nella lettura e nella comprensione del testo.

Il libro era di dimensioni, tutto sommato, abbastanza contenute. Mi venne anzi il sospetto che esso fosse stato ricavato addirittura da un codice precedente, ritagliandone le pagine, ma non avevo elementi per provarlo. E che finalità poteva avere una tale operazione fatta su un materiale estremamente prezioso come la pergamena? Forse solo per disporre di un testo facilmente trasportabile, un pocket book dell’epoca? Un’ipotesi decisamente strampalata ma che aveva un suo fascino, dovevo ammetterlo.

La calligrafia, comunque, appariva tutto sommato compatibile con quella di un manoscritto molto antico. Una grafia simile alla gotica corsiva, o perlomeno a una delle sue tante varianti. Pur nel tratto evidentemente veloce, quasi che lo scrittore avesse avuto fretta di concludere. Eppure, pur nella mancanza di precisione del segno, nel piegarsi a volte eccessivo dei caratteri, negli svolazzi spesso chiusi da occhielli delle “b” e delle “l”, delle “d”, nelle lunghe aste delle “s”, si riconosceva facilmente la mano di un uomo colto ed esperto nell’arte della scrittura. Come dire? Nell’apparente caos che dominava le pagine, vi era in realtà un senso di ordine in potenza. In quella che sembrava a prima vista sciatteria della scrittura, emergeva qua e là un carattere composto con maggior cura e grazia, a testimonianza della maestria calligrafica del suo artefice. Quasi che, fra le mille parole scritte di getto, l’ignoto scrivano avesse voluto ritagliarsi qualche brevissimo istante di riflessione. Eppure i caratteri, nonostante tutto, apparivano regolarmente distanziati, come fossero inseriti in una griglia invisibile.

Si trattava, insomma, di un affascinante, complicato puzzle che però iniziava pian piano a prendere forma, a ricomporsi dinnanzi ai miei occhi, man mano che riuscivo ad interpretare la realtà dei segni e a dargli un senso d’assieme. Come l’incipit, il brano iniziale farcito di citazioni riprese dal libro dei salmi, come avrebbe fatto d’altronde un buon monaco medievale.

Cito, in parte a memoria, in parte ricavando il testo dai pochi appunti che ho ancora con me. Ma è un estratto che fornisce un’idea attendibile del contenuto e del tono del manoscritto:

Signore vieni presto in mio aiuto! I miei nemici hanno teso lacci per me, hanno collocato insidie sul ciglio della strada. Nelle tue mani stanno le mie sorti; liberami dal potere dei miei nemici e da coloro che m’inseguono. Salvami per la tua misericordia! Ti ho servito, o Signore o Signore, nell’ombra, come tu hai voluto non a mia, ma a Tua gloria. Mi sono abbandonato a Te fin da quando, ancora fanciulletto, fui rivestito dell’abito di san Francesco. Mai mi ribellai, anzi sempre seguii con mansuetudine la Tua volontà, sin da quando mi chiedesti di diventare custode dei Tuoi segreti. Terribile fardello che hai voluto affidarmi nonostante la mia indegnità e che ho sopportato nonostante talvolta ciò mi risultasse estremamente duro.
Ma mai come in questo momento, o Signore, l’anima mia è triste da morire. Vorrei supplicarti, come facesti Tu nel giardino degli Ulivi, di allontanare da me questo calice amaro oltre ogni umana sopportazione. Ma sia fatta non la mia, ma la Tua volontà. Al tuo servo non importa morire se questo può servire ad evitare che ciò di cui sono il custode cada nelle mani delle orde del Maligno. Tanta terribile potenza non può andare a vantaggio di altri. O davvero, Signore, è venuto il momento della venuta dell’Anticristo? è già giunta l’ora che l’umanità debba patire le tribolazioni della fine dei tempi? Concedimi un segno, Signore, Ti supplico. Apri la mente del Tuo umile servo che ti invoca. In Te mi rifugio: che non sia confuso per sempre.
Signore, ho eseguito quello che mi hai ordinato, con spirito di obbedienza e carità. Hai voluto mondarmi dai miei peccati affinché potessi accostarmi alla Tua santità senza venirne travolto, per un ultima volta. Ora fai sì che occhio umano non disveli ciò che Tu hai voluto celare. Fino alla fine dei tempi, quando tornerai con tutta la Tua gloria a giudicare i vivi ed i morti. Concedi quindi al tuo indegno servo di potersi finalmente addormentare dopo aver ultimato il suo compito.
Come tu mi hai indicato, mi accingo a narrare in queste pagine le terribili vicende di me, umile strumento che, nonostante la sua pochezza, hai degnato di vedere il Tuo Volto. Qui, nascosto come un assassino, nelle asprezze dell’orrido sasso della Verna, dove il nostro santo fondatore, Francesco, ricevette impresse nelle sue carni, ferito nel corpo e nell’anima, il sigillo delle Tue sofferenze, le stimmate. In questo luogo, nascosto dalla carità dei miei confratelli, a oltre milletrecento anni dall’incarnazione di Nostro Signore, mi accingo a terminare il mio esilio terreno. Ed a lasciare, per chi Tu riterrai degno e quando i tempi saranno pienamente maturi, la chiave degli arcani.
Mentre fuori, i miei nemici complottano contro di me, mi inseguono e mi assediano. Signore, in Te mi rifugio. Protendi verso di me il tuo orecchio, vieni presto a liberarmi. Non mi respingere nel tempo della vecchiaia, quando vien meno il mio vigore non mi abbandonare. E ora mi rivolgo a Te, umile lettore che mai potrò conoscere. Osserva con cuore puro i segni che il Signore, nella Sua infinita saggezza, vorrà porre dinnanzi ai tuoi occhi per condurti alla comprensione della verità. Cerca i Suoi segni, per insignificanti che siano, per accedere alla Verità che si cela dietro ciò che appare ai nostri sensi. E se Lui vorrà, non resistere. Ma invocalo: ‘insegnami la tua via, o Signore’. Allora, infatti, il tempo sarà maturo e finalmente Satana sarà lasciato libero dal carcere


Già queste prime righe del manoscritto erano riuscite a lasciarmi perplesso. Qual’era il senso di queste allusioni? Era un concentrato di citazioni bibliche, assemblate alla bell’e meglio, come capitava spesso nelle cronache monastiche ed in altri scritti. Ma qui, si superava davvero ogni limite.

Tale fu la mia prima impressione di allora. In tutta sincerità, mi sembravano le farneticazioni di un monaco inebetito. Eppure è strano: a solo pochi giorni di distanza, quelle parole mi fanno un’impressione profondamente diversa, e risuonano ben più temibili. Le stesse frasi, con identico spirito, potrei pronunciarle, in questo preciso momento, anch’io. Sorprendente davvero il fatto che a distanza di secoli mi ritrovi, ora, in questo angolo abbandonato di campagna toscana, nella stessa identica situazione dell’anonimo frate autore del manoscritto: solo, senza speranza, braccato da esseri malvagi, e intento a stendere una specie di memoriale per un ipotetico ed anonimo lettore. Strano, addirittura folle. Tuttavia fra noi due vi è una profonda, sconvolgente, differenza. Io, al contrario di lui, sono pienamente consapevole che ormai il tempo ultimo sta per scadere. Non posso fornirne le prove, ma se il lettore di queste, a me sconosciuto, vorrà seguire il mio racconto, si renderà pienamente conto che qualcosa di terribile e definitivo sta per accadere.

Ma torniamo al corso degli eventi. Continuai a leggere il testo ricevuto in prestito da Ezio fino a notte fonda, fino a quando, cioè, le palpebre non mi si chiusero, definitivamente schiacciate da un peso insostenibile. Avevo avuto a disposizione un lasso di tempo insufficiente per poter procedere ad una lettura approfondita e, soprattutto, completa del testo. Eppure, più che dall’aspetto esteriore dello scritto, ero rimasto colpito dal suo contenuto. Chi poteva mai essere l’anonimo scrittore? A quali segreti faceva riferimento con quel linguaggio enigmatico e ridondante? Avevo continuato a scorrere il testo, sempre con molta fatica, sorbendomi quantità abnormi di caffeina pur di rimanere sveglio. Ciò che vi si affermava appariva esagerato, addirittura esplosivo, per quel che ne capivo. Un contenuto, anzi, talmente clamoroso da costituire già solo per questo una prova evidente della falsità del manoscritto. E questa fu, in definitiva, la mia ultima conclusione. Il testo era eccessivo, troppo eclatante per poter essere vero. Senza alcun riscontro. Punto e basta.

Bisognava ammettere, in ogni caso, che l’autore di un tale inganno doveva possedere un’abilità assolutamente fuori del comune. Possibile che fosse riuscito ad imitare così perfettamente la calligrafia in modo tale poter mettere in difficoltà un esperto come me, se tale mi potevo definire? Non solo. Il linguaggio, la terminologia impiegata, la costruzione delle frasi, pareva veramente quello di un religioso dell’epoca. Avevo di fronte un falsario, quindi, abile oltre che estremamente colto, che aveva probabilmente attinto alle cronache monastiche per comporre un testo filologicamente coerente. Con una padronanza, per giunta, notevole del latino medievale. Molti falsi clamorosi, che avevano fatto epoca, per quanto ben costruiti, erano stati realizzati, per quel che ne sapevo, in maniera ben più grossolana. Il materiale utilizzato, poi, quella pergamena? Per quanto mi sforzassi di dimostrare l’incontrario, mi appariva sempre più come autentico. Una follia, uno spreco assurdo e inqualificabile, a meno che...
Ma sì, era ovvio! Non avevano badato a spese. Non avevano esitato a riciclare addirittura un autentico codice antico, grattandone le pagine in maniera grossolana, per realizzarne uno nuovo. Ma a che scopo, poi? Non si rovina un codice autentico e magari di valore, per sostituirlo con un falso che può venire riconosciuto come tale. Un autentico mistero. A meno che non vi sia la volontà di montare un “caso” clamoroso per ben altri scopi che non siano quelli della vendita di un libro antico. L’abile falsario voleva assurgere agli onori della cronaca, diventare famoso e partecipare ai talk-show televisivi? Non gliene fregava nulla di pochi spiccioli. Mirava a ben altro. Doveva essere andata per forza così, non c’era dubbio alcuno, conclusi.
Ma in questo caso perché proporlo ad un libraio come Ezio piuttosto che a qualche trasmissione televisiva, a qualche giornalista di grido, o roba del genere? Forse era stata soltanto una prova, un test per verificare per vedere se il loro bluff poteva reggere e, una volta appurato che la cosa funzionava, con qualche scusa avrebbero mandato a monte la trattativa e si sarebbero ripresi il volume. Chissà? Inutile farsi domande alle quali non ero in grado di fornire una risposta. In ogni caso, potevo terminare qui la mia opera. Un altro caso chiuso brillantemente dall’ispettore Brandano! Si potevano e si dovevano fare altre verifiche, magari effettuate da persone più titolate di lui ed in possesso di strumentazioni ben più sofisticate. Ma la questione era, per me, di una chiarezza addirittura cristallina.

I testi che ero riuscito a interpretare e tradurre narravano di vicende di templari, di monaci, di Celestino V, del tragitto avventuroso del sudario di Cristo trafugato a Bisanzio dai Crociati e poi portato, dopo un itinerario complicato e pericoloso, proprio in Toscana. Figuriamoci! Il falsario si era decisamente imbevuto il cervello di tanta letteratura alla moda, di santi Graal, di racconti da gossip medievale e televisivo. Oppure aveva preparato un materiale che avrebbe aperto una porta, per così dire, già ben spalancata e frequentata. Potevano dare in pasto al pubblico ciò che esso gli chiedeva. Per quanto mi riguardava, di Cristi e Vangeli apocrifi, apostoli, cavalieri, Maddalene fuggite in Europa con la prole di Gesù, di priorati di Sion e quant’altro ne avevo già avuto abbastanza. Mi era capitato davvero tante volte di sentire racconti strampalati su argomenti del genere. E ne ero regolarmente rimasto disgustato. D’accordo che tutti cerchino di dare un senso alla proprio esistenza che, altrimenti, risulterebbe decisamente piatta e squallida.
Ma la disperazione per la propria condizione umana, spesso, non fa altro che ingrassare approfittatori, fattucchiere e predicatori fra le cui braccia ci si butta sempre ben volentieri. E di tale fatta doveva essere l’anonimo falsario, che però, bisognava ammetterlo!, aveva della stoffa autentica, un certo lignaggio, a differenza di tanti suoi colleghi. Con delle trovate addirittura geniali, come dimostrava la scelta di riutilizzare un materiale autentico Eppure in questa occasione aveva cercato di mettere troppa carne al fuoco ed aveva finito inevitabilmente per scottarsi.

Scrissi di getto un abbozzo di relazione, stappai una bottiglia come premio per il mio buon lavoro e me ne andai a dormire soddisfatto. Caro, anonimo falsario, non eri riuscito a fregarmi!




III



Il mattino seguente, verso le undici, mi accingevo ad imboccare la strada sulla quale si affacciava la libreria antiquaria di Ezio, fischiettando allegramente un motivetto che in altre circostanze avrei liquidato semplicemente come idiota. Mi ero confezionato un bel discorsetto da sciorinare al libraio per chiedergli, stavolta, di scucire qualche soldo in più: non gli avevo, in fin dei conti, evitato una sonora turlupinatura? Magari era l’occasione adatta per mercanteggiare circa la possibilità di lavorare qualche ora fissa presso di lui, magari con un brandello di contratto in mano. Chissà... Fosse andata come voleva il destino, era una mattina nella quale mi sentivo in pace con me stesso, come non mi accadeva da troppo tempo. In quel momento di estasi ero proprio orgogliosamente consapevole delle mie capacità e del mio valore, convinto che le scelte che avevo fatto nella vita, per quanto difficili e, spesso, avventate, erano state probabilmente quelle giuste. Insomma, stavo attraversando un momento magico, quale non vivevo più da un’eternità.

Ciò nonostante, avevo la sensazione che qualcosa non tornasse. Una nota stonata in una giornata luminosa che, come un tarlo, si era intrufolata nella mia testa, scavando senza sosta fra le pieghe del cervello. Accidenti alla mia ansia, possibile che riuscissi a rovinare anche una circostanza positiva come questa?

Girai l’angolo ed intravidi un insolito movimento nella via. Che ci faceva lì tutta quella gente? E poi, la polizia, l’ambulanza parcheggiata proprio davanti la vetrina della libreria? Accelerai il passo, mi feci strada fra la folla dei curiosi. Entrai quasi d’istinto, fino a quando un poliziotto mi si parò dinnanzi e mi bloccò senza alcun riguardo. Qualcosa era successo nel retro del negozio. Cercai di divincolarmi dalla presa, volevo andare a vedere cos’era avvenuto. Chiesi informazioni, senza ottenere risposta alcuna. Finalmente, riuscii a parlare con un commissario di polizia, tale almeno fu la qualifica con la quale mi si presentò.
«Suicidio? No, mi creda, non è possibile!» Esclamai stupefatto.
«Eppure è così.» mi rispose. «Abbiamo trovato un biglietto contenente una sola parola, ma fin troppo esplicita: “Perdonatemi”. Ma perché è così persuaso che non si tratti affatto di suicidio, signor...., signor....?»
«Brandano. Mi chiamo Gabriele Brandano. Il fatto è che lo conoscevo e, in tutta sincerità, non mi è mai sembrato, come dire?, il tipo capace di togliersi la vita. Era attaccatissimo ai suoi libri che costituivano tutto il suo mondo. In un certo senso era felice di quello che faceva. No, non lo avrebbe mai fatto, mi creda. Non qui, soprattutto, in mezzo a ciò cui teneva di più, le uniche cose che amasse davvero, i suoi volumi. E che non lo facevano mai sentire solo.»
«Lo conosceva bene, quindi? Mi dica, quando l’ha visto l’ultima volta?»
«Proprio ieri mattina. Ogni tanto mi chiamava per qualche consulenza. Sa, io mi occupo di libri antichi.» Vidi materializzarsi una smorfia quasi di compassione nel volto del mio interlocutore. «Avrei dovuto tornare proprio oggi, a quest’ora. Ma, le ripeto, non ho notato nessun segnale che facesse presagire...»
«Lo vedeva spesso?» mi interruppe bruscamente il commissario, senza farmi terminare la frase.
«Una o due volte al mese, di solito.» risposi.
«E lei afferma con così tanta sicurezza che una persona che vedeva, tutto sommato, abbastanza di rado, non aveva motivo alcuno di suicidarsi?»
«No, non mi fraintenda. Non posso certamente sostenere questo.» replicai con una punta di irritazione. «Sto soltanto affermando che l’ho incontrato, proprio qui, ieri mattina e ho chiacchierato, glielo ribadisco, con una persona che non sembrava affatto uno di quelli che di lì a poche ore si ammazzano in preda alla disperazione.»
«Ma non può nemmeno sostenere l’incontrario, se mi consente...»
«Ovviamente no».
«Conosceva qualcuno che lo frequentasse più regolarmente?» mi chiese l’ispettore, abbassando il tono della voce.
«A dire il vero, non ne ho idea. So che viveva da solo ed era molto discreto. Sua moglie era morta di un tumore diversi anni fa e non avevano avuto figli».
«Già la solitudine, spesso non perdona...» sentenziò il commissario. «Aveva dei problemi con le donne, che lei sappia? Vede, un uomo solo può ritrovarsi suo malgrado in situazioni molto complicate e che risultano dopo un po’ difficili da gestire. Oppure aveva dei debiti, delle difficoltà economiche? Il negozio andava bene?»
«No, non credo avesse dei problemi di questo genere. Né con le donne, né con il suo lavoro. Non me ne ha mai fatto cenno. Però non mi sembrava che se la passasse male, anche se non si concedeva mai nulla, sempre tappato in casa o in libreria.»
«Mah... Verificheremo comunque la sua situazione finanziaria e i conti in banca».
«A che ora è morto?» domandai.
«Non lo sappiamo con sicurezza ancora, ma probabilmente verso sera. Un cliente, visto che stamattina non apriva e che non rispondeva né al telefono né al citofono, ci ha chiamato. Abbiamo dovuto forzare la porta che era chiusa a chiave dall'interno.»
Proprio in quel momento, due portantini uscivano lentamente portando fuori il corpo del povero Ezio racchiuso in una grigia cassa metallica.
«Come...» chiesi.
«Si è impiccato,» rispose il poliziotto «con una corda attaccata ad una scaffalatura.»

Poi, afferrandomi per un braccio, aggiunse: «Lei, l’ha visto ieri mattina, mi ha detto. Venga con me, di là, nel retro, la prego. Mi dica se nota qualcosa che ci possa aiutare. Anche se per me, glielo ripeto, quello che è accaduto è di una chiarezza estrema. Glielo dice uno che di impiccati e di “sparati”, nel corso degli anni ne ha visti parecchi».
Andammo nell’altro vano. Sul tavolo c’era una bottiglia di whisky, vuota.
«Se l’era scolata prima di suicidarsi,» sentenziò il commissario.
«Ma non mi pareva che Ezio bevesse!» risposi meravigliato, ottenendone solo uno sguardo compatito.

Affermai anche che, a quanto mi risultava, il libraio non toccava alcool nemmeno a tavola. Dichiarai anche che, ma questa era solo una mia sensazione, percepivo che c’era qualcosa di diverso da quando ero stato lì solo il giorno prima, pur se non potevo essere più preciso. Mi sembrava che qualcosa fosse cambiato. Niente da fare, era come battere contro un muro di gomma. Il solerte poliziotto, in cuor suo, aveva già archiviato la pratica e chiuso il cassetto a chiave. Alla fine, con un’espressione fra il rassegnato e lo spazientito, segnò su un taccuino il mio nome, indirizzo e recapito telefonico, nel caso avesse avuto ancora bisogno di me, e mi invitò ad uscire. Cosa che feci subito. Da parte mia, non avrei sopportato oltre questo colloquio. Avrei voluto urlargli in faccia che Ezio non poteva essersi ammazzato e che lui era un perfetto imbecille, anzi il re degli imbecilli. Ma, cazzo!, possibile che non potesse vedere tutte le stranezze in questa situazione che io gli stavo facendo notare.

Mi sentivo mancare il respiro. Uscii all’aperto, senza preferire più una parola, come inebetito, con le orecchie che mi ronzavano. Non risposi alle domande che mi venivano rivolte dalla piccola folla di curiosi che si era formata davanti alla vetrina, uomini e donne avide di particolari e che cercavano di sbirciare attraverso i vetri. Avevo disperatamente bisogno d’aria. Tirai diritto. Passai in mezzo alla gente dando qualche gomitata e mi spinsi qualche decina di metri più in là. Ero confuso. Non sapevo davvero che fare, cosa pensare. Accesi una sigaretta e ne aspirai avidamente il fumo. Lo stesso cielo azzurro dei giorni precedenti, era ormai scivolato verso una tonalità grigia, triste ed evanescente. Che alternativa c’era al suicidio? Eppure ci doveva essere, perché non riuscivo davvero a figurarmi un Ezio che, dopo aver tracannato un’intera bottiglia di whisky, in preda all’ebbrezza e alla disperazione, salisse su una sedia, si infilasse un cappio al collo e si lasciasse scivolare verso il nulla. Lasciando poi un biglietto di addio che non faceva davvero onore alla sua cultura. Uno che è vissuto tutta la vita in mezzo ai libri non lascia un biglietto d’addio così anonimo, scrive quanto meno un poema.

Ma se avesse avuto ragione quel coglione di commissario? Che qualcosa di terribilmente drammatico fosse accaduto nelle ore successive alla mia visita; un evento tanto grave ed insopportabile da sconvolgere la mente del povero libraio? Se fossi stato lì, se solo avessi capito in tempo, se avessi afferrato un segnale, forse avrei potuto aiutarlo. Mi scappò da piangere. Aprii la borsa per cercare un fazzoletto. Solo allora, toccandolo, mi ricordai del manoscritto. Nella concitazione degli eventi, me ne ero completamente scordato e non ne avevo nemmeno fatto cenno alla polizia. Ma, riflettei, dopo essere stato trattato con tanta superficialità, come avrebbero preso le mie illazioni su manoscritti, false rivelazioni, personaggi mascherati da agenti segreti e così via? Il solerte funzionario mi avrebbe, come minimo, riso in faccia.
Dovevo riordinare le idee. Avrei contattato la polizia, in un secondo momento, con calma.

Qualcosa non tornava in tutta questa storia e più il tempo passava, più me ne convincevo. Nessuno al mondo sarebbe riuscito a cacciarmi dalla mente questa impressione. Forse ero in errore, magari si trattava soltanto del parto della mia fantasia, colpita violentemente dalle forti emozioni di quei momenti; eppure avevo avuto la netta sensazione che i libri del vasto retrobottega non fossero disposti nello stesso esatto ordine del giorno prima. Una persona in procinto di morire, di solito, ha altro cui pensare che risistemare gli scaffali, per Dio!

Mi appoggiai al muro, accendendomi una sigaretta con il mozzicone della precedente. Non saprei dire quanto rimasi lì fermo, riflettendo a capo chino. Osservai la polizia apporre i sigilli alla porta e andarsene via. Poi, la folla, un po’ alla volta, svanì.

Le colline oscure - romanzo noir

Era quasi l’una ormai. La strada era ormai percorsa dai soliti passanti frettolosi di una qualunque giornata lavorativa. I pochi negozi si apprestavano a chiudere per la pausa pranzo, quando qualcosa di inaspettato mi fece trasalire.
Intravidi, come un’apparizione inattesa, dapprima indistinguibile, poi sempre più chiara, un personaggio esile, con un lungo soprabito, un cappello decisamente fuori moda e grossi occhiali da sole, che si avvicinava a passi veloci alla porta della libreria antiquaria per poi fermarsi esitante dinnanzi ai sigilli lasciati dalla polizia. Lo osservai guardarsi attorno, visibilmente perplesso. Nel frattempo, mi stavo già avvicinando, cercando di non dare nell’occhio. Ma le mie intenzioni dovevano essere sin troppo evidenti, tanto che la misteriosa figura, si avvide subito della mia presenza. Questione di pochi attimi ed entrambi eravamo a correre trafelati, io dietro, l’altro davanti, per le strette vie del centro, fra automobili mal parcheggiate, turisti addormentati in fila dietro le loro guide.

Certo che il peso dei miei anni e, soprattutto quelli di una vita certo non gestita in maniera ottimale dal punto dell’efficienza fisica, avevano lasciato il segno. Per di più, avevo il fardello della mia borsa, che non potevo sicuramente lasciare per terra alla mercè di chiunque, e che ostacolava i miei movimenti. Dovevo prenderlo, dovevo smascherarlo, fargli sputare tutto quanto sapeva.
Trascinarlo in questura, meglio se con qualche livido in corpo. Dovevo anzitutto venire a conoscenza della verità, qualunque essa fosse e scoprire qual’era, alla fin fine, lo scopo di quel tentativo di falsificazione. Avevo bisogno, soprattutto, di capire se davvero Ezio si era suicidato o se, come sospettavo, si trattava semplicemente di una messinscena che poteva ingannare un superficiale ispettore di polizia, ma non un osservatore attento come il sottoscritto.

Avevo l’impressione che il cuore mi scoppiasse nel petto, mentre rincorrevo il mio obiettivo, che si dimostrava assai più agile e scattante di me nonostante fosse impacciato dal suo abbigliamento. Mai come in quella occasione mi rendevo conto di quanto fosse difficile correre nel centro di Firenze, fra quelle vie assurdamente strette, invase da giapponesi ben inquadrati a due a due dietro la loro guida che punta il suo assurdo ombrello chiuso verso il cielo, come tanti bimbi in gita dietro la maestrina, o agli infernali ignavi di Dante intenti ad inseguire una banderuola senza senso. Scansando motorini e biciclette condotte contro mano, vecchi rincoglioniti con la loro macchina fotografica al collo, zingari che ti chiedono l’elemosina con fastidiosa insistenza. Una lotta impari, davvero per un over quaranta come me, con qualche chilo di troppo e molto esercizio in meno nelle gambe. Mentre il mio obiettivo si allontanava, svoltando dietro l’ennesimo angolo, dovetti rallentare e fermarmi per riprendere fiato. Sentivo che il cuore stava impazzendo e i polmoni non riuscivano a riprendere il ritmo regolare. Mi appoggiai al muro, ansimante, mentre qualche passante mi guardava preoccupato, evitando però di fermarsi. Ma ciò che mi rodeva davvero era che avevo perso il mio uomo. E con lui avevo definitivamente smarrito la speranza di poter gettare un po’ di luce sui mille misteri di queste ultime ore. Mi maledii per tutte le volte che non mi ero deciso a fare un po’ di attività sportiva, nonostante le innumerevoli promesse. Ma recriminare non mi portava in nessuna direzione e, soprattutto, non mi avrebbe mai condotto dall’anonimo personaggio.

Lo sforzo era stato eccessivo. Stavo male, decisamente male. Non riuscivo a riprendere un ritmo di respiro normale. Credetti, per un momento di stare per morire. Accidenti a me e alla mia vita sregolata. Il mio muscolo cardiaco batteva all’impazzata, irregolarmente, sobbalzando, martellando fin nella gola come un cavallo infuriato. Mio Dio, non potevo crepare proprio lì, in quel momento!
Nello spazio di un attimo, vidi scorrermi dinnanzi agli occhi tutta la mia esistenza, con le immagini nitidissime di un film poco entusiasmante. Fotogrammi dei quali avevo smarrito le tracce nel fondo polveroso dei cassetti della memoria. Rividi la mia infanzia, la rabbia repressa per le umiliazioni subite sui banchi di scuola e mio padre perennemente ubriaco. Mia moglie che mi dava dell’incapace e mio figlio che mi guardava e rideva spensierato. Io povero studente lavoratore, i pugni chiusi in tasca e il lucido desiderio di uccidere mentre il padrone di turno mi insultava ed io rimanevo in silenzio, impotente. Come fosse allora, rivissi il momento della discussione della mia tesi di laurea, sotto le volte affrescate e davanti a un muro di professori attempati. Più che la gioia per l’obiettivo raggiunto, di quel momento ricordavo solo la stanchezza, immensa, incommensurabile. E la sensazione di essere un sacco vuoto, cui era stato tolto l’ultimo barlume di consistenza, adagiato in un cantuccio, accantonato da tutti.

Strano davvero, pensai, che, proprio quando il cuore pareva non volerne più sapere di tenermi attaccato a questa esistenza senza gloria, mi venisse in mente tutto questo. Così come mi sovvenissi soprattutto della circostanza che alla mia laurea ero solo. E che immediatamente dopo, confuso e infinitamente stanco, mi tuffai nella prima bettola che trovai per strada, ad ubriacarmi.
Un film noioso, durato ben oltre quarant’anni. Immagini che mi scorrevano davanti agli occhi, impietose e senza possibilità di replica, mentre cercavo disperatamente di riprendere fiato in una città zeppa fino all’inverosimile di occhi a mandorla, yankees dallo stomaco traboccante di birra e hot dog, con le macchine fotografiche penzoloni, che mi guardavano schifati. Così come mi fissava impietosito il solito accattone extracomunitario all’angolo, mentre ripeteva il suo: «Una moneta. Dammi una moneta, per favore!»
Eppure, dopo un lasso di tempo che pareva non finire mai, compresi che forse non era ancora giunta la mia ora e che una bicicletta o l’iscrizione ad una palestra sarebbero stati senz’altro un proficuo investimento.

Lentamente, molto lentamente, il battito si stava regolarizzando e diminuiva di intensità, il respiro rientrava nei suoi parametri abituali. Mai come in quel momento comprendevo appieno l’importanza di atti talmente banali da venire troppo spesso dimenticati, come il semplice fatto di respirare o di rimanere vivo.
Ciò nonostante, la piacevole sensazione di sollievo, non bastava a consolarmi del fatto che mi ero lasciato sfuggire chi, molto probabilmente, avrebbe rappresentato la soluzione del mistero. Un’occasione che molto difficilmente mi si sarebbe ripresentata. Che fare a questo punto? Avrei potuto recarmi alla stazione di polizia e raccontare tutto al solito solerte funzionario. Con l’unico risultato, temevo, che mi avrebbe sonoramente riso in faccia per poi riaccompagnarmi alla porta con una pacca sulla spalla. No. Sarei tornato a casa e mi sarei buttato sul letto a meditare. Dopo un buon bicchiere di vino: ne sentivo veramente il bisogno.
Quel giorno, Firenze mi appariva più triste che mai, con il cielo diventato ormai plumbeo e dal quale scendeva una pioggerellina impalpabile e fastidiosa che avvolgeva ogni cosa ed infradiciava i vestiti.

Un fatto che mi ha sempre colpito di questa città, io che provengo da una terra dove le piogge sono rigorosamente frequenti e torrenziali, era l’incapacità, non so davvero per quale particolare accidente, di partorire una pioggia degna di questo nome, eccezion fatta per i temporali estivi, d’altronde sempre molto brevi. Confesso che, per quanto ne abbia cercato le cause in qualche singolare caratteristica del microclima che si forma sulle rive dell’Arno oppure nella cappa formata dal calore emanato dal tessuto urbano, non sono mai riuscito a darmi una spiegazione pienamente soddisfacente del fenomeno. Un marchio che per me contraddistingue Firenze, assieme al suo pane assurdamente insipido o ai suoi insulsi marciapiedi, talmente stretti quasi fossero stati concepiti per respingere i pedoni, più che per accoglierli.

I venditori di borse cinesi spacciate come prodotti locali avevano tirato le tende sopra i loro banchi di vendita e continuavano imperterriti la loro attività. I punkabbestia con i loro cani, ubriachi già a quest’ora, continuavano a chiedere soldi ai passanti sotto il loggiato di piazza della Repubblica, accanto alle zingare sedute con i loro bambini in braccio sugli scalini dell’ufficio postale. Sul selciato, un gruppo di turisti, imperterriti con i loro impermeabili colorati, fingeva di essere interessato alla scontata e ripetitiva spiegazione della loro guida. Poco discosto da loro, la scintillante giostra per bambini, aveva smesso di girare, ripetendo con la sua forma la sagoma della cupola del Brunelleschi che si stagliava sullo sfondo con il colore spento del cotto della sua superficie.

Già, com’era triste Firenze in quella mattina, smorta e malinconica come una Venezia persa nella nebbia di una mattina lontana. Una città unica, nel bene e nel male, bellissima oltre ogni misura e allo stesso tempo piena di merda, un luogo da amare sopra ogni cosa e da odiare nel più profondo dell'animo. Tutto all'eccesso, al limite in questa città, Firenze, città di Dio, di santi, delle vette insuperate dell'arte e del sapere. Firenze, città del Male, di delitti efferati, di corruzione e di ingiustizia, regno delle maggiori bassezze di cui l'uomo può essere capace.



...........(continua)
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