Lapina da Firenze

Lapina da Firenze è un personaggio storico citato nel romanzo Il monastero dei delitti di Claudio Aita (Newton Compton).

Fiorentina del “popolo” di S. Lorenzo, sposata con un certo Lapo, divenne vedova nel 1327. Nel settembre dello stesso anno, il grande inquisitore di Toscana, fra Accursio Bonfantini, apriva un procedimento nei suoi confronti e la condannava per eresia.

L’eresia cui Lapina, secondo l’accusa, aveva aderito a partire dal 1319 è identificabile con quella denominata del “libero spirito” che si era infiltrata in particolare tra le beghine e i begardi di Francia, Germania e delle Fiandre e che venne condannata con la costituzione Ad nostrum di Clemente V (1312). Il testo più diffuso all’interno del movimento era il Miroir des simples âmes (Lo specchio delle anime semplici) di Marguerite Porete (finita sul rogo nel 1310) il quale, attraverso la descrizione delle sei tappe (“degrez” o “estaz”) del cammino dell’anima de libero spiritu, proponeva un percorso spirituale che, innestato sul tema biblico della libertà del cristiano, giungeva all’incontro con Dio.

Non è da escludere, comunque, che l’inquisitore, come già era avvenuto nel caso di altre donne agiate, mirasse ai beni della vedova. Infatti, tra le disposizioni inquisitoriali subite da Lapina, era annoverata la confisca della casa, posta nel popolo di S. Lorenzo. L’ufficio dell’inquisizione, come risulta dal libro di contabilità di Accursio Bonfantini, nel novembre 1327 aveva incamerato dalla vendita dei beni confiscati a Lapina 8 fiorini d’oro e 44 soldi piccoli.

Lapina, sicuramente spaventata dalle conseguenze di qualcosa che forse non aveva ben compreso (le braci del rogo di Cecco d’Ascoli erano ancora fumanti) si affrettò a chiedere l’assoluzione e a sottoscrivere docilmente quanto le veniva sottoposto dall’inquisitore. Venne pertanto liberata dal carcere, però con l’obbligo di portare sui vestiti ben evidenti il segno degli eretici pentiti, (lunghezza due palmi, larghezza quattro dita) color zafferano, una al petto l’altra alle spalle, da esibire in pubblico quale segno visibile di ritrattazione, fino ad eventuale dispensa; digiuno a pane e acqua tutti i venerdì per lo spazio d’un anno; attendere nei giorni festivi messa e predicazione; confessarsi, per il resto della vita, almeno due volte l’anno e ricevere il sacramento dell’eucaristia; recitare quotidianamente per cinque anni venticinque Pater noster e altrettante Ave Maria; tempi e luogo della carcerazione a discrezione degli inquisitori; interdizione inoltre d’indossare l’abito di qualsiasi ordine religioso.

In tutta la vicenda, dovette fungere da intermediario il figlio fra Filippo che nel 1318 l’abito domenicano nel convento fiorentino di S. Maria Novella ed ebbe in seguito una carriera di un certo rilievo all’interno dell’Ordine. Questi ebbe modo, tramite molteplici trapassi di rivendita, di riscattare in tempi brevi la casa del “popolo” di San Lorenzo e di rientrarne in pieno possesso.

La data di morte di Lapina non è nota