Claudio Aita, Le Colline Oscure è il suo secondo romanzo. Precedentemente ha pubblicato una collana di testi sui rapporti fra religioni e cultura alimentare che ha avuto un notevole successo. Che rapporto c’è, se esiste, fra questi due generi così diversi?
Diciamo che il tratto comune è la ricerca della verità, del senso dell’esistenza, partendo dalle vicende di ogni giorno. Nel caso dei testi che lei ha citato, sull’ebraismo e l’islamismo (quello sulla cultura alimentare ortodossa è in corso di pubblicazione) si trattava di un percorso di conoscenza di un contesto religioso partendo dall’esperienza materiale quotidiana, dalla cucina, dal senso dei precetti alimentari. Si trattava di un percorso più diretto. Nel caso dei romanzi, ho per così dire affidato l’incarico ad un personaggio che, per certi versi, mi assomiglia, ma vive di vita propria. Io mi limito a sbirciare il suo operato, ad accompagnarlo nel suo percorso di ricerca. Ma anche nei romanzi vi è molta teologia, molte citazioni tratte dalla Bibbia, dai Padri e dalle cronache medievali. Un romanzo, un thriller, è anche un’occasione per affrontare quesiti fondamentali per la nostra esistenza. Un tentativo di cercare delle risposte. Anche per un non credente come il sottoscritto o come un "ateo non praticante", come ama definirsi Gabriele, il personaggio chiave di Le Colline Oscure.
Cos’è Le Colline Oscure, un thriller, un racconto esoterico, un romanzo storico, un giallo a sfondo religioso, o cos’altro?
Il libro è un po’ tutto questo e forse niente di tutto questo. Personalmente, se dovessi attribuirgli un’etichetta di genere, mi troverei in grosse difficoltà. Si tratta di qualcosa di trasversale, se mi consente il termine, rispetto a questi generi. Diversi lo hanno definito tranquillamente come un thriller, magari alla Dan Brown cui potrebbe avvicinarsi per la trama. A differenza di Dan Brown, tuttavia, cerco di rendere il contesto storico di riferimento, con il maggior rigore possibile. Volendo potremmo inquadrarlo nel genere noir, nel giallo e così via. Ma ognuna di queste definizioni sarebbe una forzatura.
Ci può descrivere la trama del romanzo in poche parole?
Non è semplice, perché il racconto si svolge su più livelli. Diciamo che la vicenda si snoda attorno ad un manoscritto trecentesco che capita casualmente nelle mani del personaggio e che narra le vicende della Sindone nel suo periodo buio, ovvero dal Sacco di Costantinopoli del 1204 quando scompare dalla storia, alla metà del Trecento, quando ricompare in Francia. Un testo, quindi, dal contenuto clamoroso se venisse confermato. Ma si può uccidere per un testo che parla semplicemente della Sindone o in quel manoscritto vi è molto di più? Scoprire questo segreto sarà il compito, assolutamente non voluto di Gabriele, il protagonista del romanzo. La sua vicenda sarà la scoperta di una verità sconvolgente, che distruggerà la sua esistenza ed ogni sua certezza. Nulla, assolutamente nulla, è ciò che appare a prima vista.
Templari, frati francescani, sette segrete, personaggi storici, riferimenti biblici, addirittura la Sacra Sindone... non Le sembra di aver messo troppa carne al fuoco?
Effettivamente, ho avuto grandi difficoltà a pigiare tutto quanto in 320 pagine scritte, per di più, fittamente. E c’è molto di più di quello che ha detto, mi creda! Ho cercato soprattutto di inserire la trama in un contesto storico coerente. I fatti che cito sono tutti eventi storici oggettivi, inconfutabili. Emergono coincidenze spesso insospettate. Lo sa, solo per citare un esempio, che Celestino V incontrò davvero i cavalieri templari in circostanze molto singolari? E che dopo questo incontro, che gli permette di salvare l’Ordine da lui fondato dalla soppressione, l’eremita abruzzese fa delle scelte quanto meno sconcertanti. Potrei citare molti altri casi. Il fatto è che i misteri della storia confluiscono attivamente nella trama. Trattandosi spesso di aspetti poco conosciuti ai più, mi preoccupo di spiegare gli eventi senza però appesantire o spezzare il ritmo del racconto.
Anche i luoghi della vicenda sono estremamente vari.
Certo, si va da Costantinopoli a Lione, dalle Meteore all’Aquila. Si tratta, spesso, di luoghi legati alle vicende della Sacra Sindone. In realtà la trama, per così dire, "contemporanea", si svolge a Firenze e in Toscana, in luoghi dal grande valore anche simbolico come San Galgano e La Verna. Non a caso, il racconto inizia nella campagna nei pressi di Castelfiorentino, "le colline oscure", da cui ho tratto il titolo.
I personaggi delle sue vicende non hanno mai niente di eroico, mi sembra. Sembrano piuttosto dei perdenti.
Questo è vero, anche se non li definirei dei perdenti. In realtà, le figure che popolano i miei romanzi sono degli esseri problematici, degli sconfitti dalle vicende della vita, senza possibilità di riscatto. Capita anche per i personaggi storici che cito. Mettiamo San Francesco che nella trama di Le Colline Oscure ha un ruolo importante. Quello che dipingo non è il Francesco effeminato, quello tanto caro a Zeffirelli per intenderci, felice di dialogare con gli uccellini e via di questo passo. No. Il mio Francesco è quello di La Verna, appena quarantenne e già praticamente cieco e afflitto da dolori terribili. È un Francesco che è consapevole che gli stanno rubando i suoi frati e tutto quello per cui ha lottato per tutta la vita, che il progetto di vita alternativo al suo mondo che ha preparato è stato ormai stravolto da una gerarchia che ha interesse di utilizzare i suoi frati contro l’eresia dilagante. Tutto è stato inutile e lui lo sa. Il suo movimento è diventato simile a tanti altri, perdendo mano mano lo spirito originario. Si tratta del Francesco più vero, quello che nelle biografie non comparirà mai. Non per nulla, alla sua morte, verrà attuata una campagna di distruzione sistematica di tutte le sue biografie non ufficiali, e molti dei frati francescani che cercheranno semplicemente di vivere secondo lo spirito di Cristo e di Francesco, finiranno sul rogo. Insomma, si tratta di un Francesco sofferente, tormentato, tradito e solo. Lo stesso vale per Gabriele, il personaggio principale, un precario dei nostri tempi nonostante la sua notevole cultura, con un matrimonio naufragato alle spalle e problemi con l’alcol.

Continuando a parlare di santi, la copertina del libro raffigura un simbolo del sacro toscano, la chiesa abbaziale di San Galgano, nel Senese. Che ruolo svolge nel contesto del romanzo?
Il luogo, ma anche la vicina Rotonda romanica di Montesiepi, la cui volta è raffigurata nella quarta di copertina, è davvero incredibile. Vi si sente palpitare un mistero senza tempo. San Galgano mi ha sempre affascinato e ci torno ogni volta che posso. La copertina è quindi anche un atto di amore verso questa terra. San Galgano svolge un ruolo fondamentale nella vicenda. Ma da qui faccio anche transitare la Sacra Sindone e nel libro ne spiego i motivi. Oltre che agli edifici, e agli enigmi che contengono, mi ha interessato porre l’accento sulla stranissima vicenda di Galgano, questo cavaliere la cui vicenda ha molte analogie con quella di Francesco, che abbandona la vita secolare e pianta la sua spada nella roccia, trasformando un oggetto di morte nella croce di Cristo. Un gesto sconvolgente per l’epoca che sancisce il rovesciamento dei valori della società, esattamente come fece Francesco. Galgano diventerà santo e venerato in un tempo incredibilmente breve, un vero record, senza però aver fatto, apparentemente, niente di particolarmente eclatante per meritarlo. Tanto che il processo di canonizzazione, in mancanza d’altro, dovrà basarsi sulla testimonianza della madre di Galgano, ancora vivente, che non avrà niente di meglio da riportare che i sogni del figlio. Stranezze che, assieme a tante altre, vengono trattate nel libro.
La trama del libro ruota attorno alla Sacra Sindone. C’era bisogno di tirare in ballo una reliquia così importante?
In realtà il Sacro lenzuolo viene descritto sempre con estremo rispetto e con grande cautela. Anzi, il racconto mi ha permesso anche di descrivere tutti gli aspetti che testimoniano coerentemente della sua autenticità. Un romanzo, un giallo può essere anche un mezzo di divulgazione.
Lei crede, quindi, che la Sindone sia l’autentico sudario di Gesù?
Certamente, e lo affermo con tranquillità da non credente. Il fatto è che troppi elementi testimoniano in questo senso, ovvero che si tratta di un manufatto realizzato un paio di millenni orsono per accogliere il corpo di un uomo che è stato torturato e ucciso in maniera estremamente traumatica esattamente come descritto dai vangeli. Se ne potrebbe discutere a lungo, e non è qui il caso di farlo, ma gli elementi concordano in una maniera impressionante. L’unico elemento discordante è la famosa datazione con il radiocarbonio, ma se andiamo ad analizzare come è stato effettuato, anche senza presumere la malafede degli analisti, non possiamo attribuirgli una grande importanza dal punto di vista scientifico. Gli stessi autori della datazione, comunque, hanno ammesso pubblicamente che avrebbero potuto essersi sbagliati. Il che mette una pietra tombale sulla questione. Purtroppo, ancora oggi, molti continuano a pensare alla Sindone come a un falso trecentesco, mentre abbiamo prove evidenti, che cito nel libro, della sua esistenza molto tempo prima. Inoltre è impossibile che qualcuno avesse potuto avere un tale bagaglio di conoscenze storiche, anatomiche, scientifiche, archeologiche da produrre un falso del genere. Insomma, per farla breve e citando un passo del mio libro, "la Sacra Sindone non è un mistero, ma il mistero assoluto".
Lei parla da non credente, ma nei suoi romanzi i personaggi si trovano spesso costretti a ricercare una verità che non è solo l’eventuale soluzione del mistero che li coinvolge, piuttosto è la verità ultima delle cose. Ci riescono? Ci riesce Gabriele, il personaggio principale di Le Colline Oscure?
Ci riescono, in qualche modo. Ma arrivare alla fine di un percorso di ricerca, giungere alla comprensione della verità, non implica necessariamente il raggiungimento della felicità o di uno stato migliore di esistenza. Squarciare il velo del mistero, toccare con mano ciò che sta al di là, potrebbe essere talmente devastante da farti rimpiangere la tua perduta ignoranza. E forse quel Dio che cerchi, quell’essere che pensavi amorevole e interessato alle tue vicende, forse non è così buono come immaginavi.
Ha un modello letterario di riferimento?
Sono molti. Penso che uno scrittore debba comportarsi come una spugna, confrontarsi, assimilare il contributo di chi ha scritto prima di lui, prima di mettersi a scrivere. In realtà, devo ammettere che leggo molti saggi e pochi romanzi, soprattutto di genere. Ma il mio punto di riferimento, il mio vero maestro di stile è H.P. Lovecraft.
Nel romanzo, la ricerca della verità si accompagna anche a una storia d’amore.
È vero. Compare questa figura femminile che darà una speranza al personaggio, a Gabriele, così provato dalla vita e dal naufragio del suo matrimonio. Ma che questo amore porti al riscatto di Gabriele si dimostrerà solo un’illusione. L’ultima.
Insomma, l’amore, la ricerca della verità non servono quindi a niente?
Abbiamo il dovere di cercare la felicità e il senso della nostra esistenza, ad ogni costo. E’ quello che ci contraddistingue come esseri umani dotati di dignità. Devo cercare anche se so che la mia ricerca non porterà a nulla. Uno che si sveglia su una barca trascinata dalla corrente che fa? Guarda fuori, cerca di capire cosa ci fa lì, in che direzione sta andando, da dove viene, cosa lo circonda. Sarebbe assurdo se non lo facesse. Eppure tantissimi di noi, si accontentano della loro ignoranza e non alzano il capo oltre il bordo della barca, accontentandosi di quello che vi trovano. Io sono convinto che la nostra ricerca non potrà mai portare a nulla. Ma dobbiamo aggrapparci a qualcosa, magari con la forza della disperazione. Chi possiede il dono della fede, ovviamente, qualsiasi cosa questo voglia significare, ha la vita facilitata. Ma, per me, si tratta solo di un’illusione. Alla fine del nostro percorso non c’è che il nulla.
Può anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo?
Il prossimo libro sarà simile a questo come ambientazione. Si tratterà però di una riflessione sul problema del male. Sulla realtà tangibile del male. E, magari, dell’amore che supera i confini della morte. Non voglio dire di più.