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Europa, un sogno naufragato sulle spiagge di Barcellona

Europa, un sogno naufragato sulle spiagge di BarcellonaDispiace, e molto, vedere il ruolo di questa Europa che si affretta, senza esserne sollecitata, a ribadire che non accetterà nessuna richiesta di autodeterminazione che vada a scalfire l’integrità territoriale dello stato spagnolo (il minuscolo non è un refuso).

Mi ricordo ancora le grandi speranze che i movimenti autonomistici (quelli seri, voglio dire, non le caricature di tono leghista che girano oggigiorno) nutrivano nei confronti di un’Europa che avrebbe consentito il superamento di quelle costruzioni statali frutto degli imperialismi ottocenteschi e delle loro naturali estensioni permeate di fascismo. Costruzioni che non hanno fatto altro che seminare lutti e distruzioni e che si basano sugli interessi economici di ristrette minoranze e che si sostengono grazie al potere coercitivo di eserciti e polizie.
A questo gli autonomisti, molto più modernamente contrapponevano quell'”Europa dei popoli” che avrebbe potuto finalmente garantire, abolendo i confini artificiosi sanciti dalle guerre, i diritti di tutti, minoranze comprese, in una nuova struttura da porsi al di sopra di costruzioni ormai obsolete e basate sulla prevaricazione della “maggioranza” (anzi della sola parte più ricca e influente di essa). Una struttura, insomma, nella quale tutti avrebbero potuto riconoscersi e, per questo, capace di attenuare i conflitti. Può apparire una contraddizione, ma sono state le culture minoritarie le maggiori sostenitrici dell’unione europea.

Erano gli anni Settanta e Ottanta. A distanza di qualche decennio, cos’è rimasto di questo sogno? Quella che doveva essere, nelle intenzioni, l’Europa della nazioni (ovvero dei popoli: rimando a un buon vocabolario) è diventata una misera Europa degli stati, ovvero delle lobbies finanziarie globali, delle banche, delle massonerie. In poche parole, l’espressione delle caste e non dei cittadini (ormai ridotti a sudditi esautorati ormai anche del diritto di eleggere chi veramente decide le politiche che li riguardano).

Non è un caso, quindi, che le gerarchie dirigenti europee si sentano obbligate ad attaccare e bloccare sul nascere qualsiasi iniziativa volta a mettere in discussione lo status quo dei singoli stati. Utilizzando ogni mezzo, a partire dalle reiterate minacce economiche. È successo con la Scozia, sta accadendo in maniera più sistematica con la Catalogna. Senza nemmeno tentare di proporre una mediazione che potrebbe concretizzarsi nella proposta di uno stato federale, ad esempio. Scelta talmente ovvia da essere stata adottata in molte altre realtà. Che le istituzioni e le cancellerie europee sentano il bisogno di pronunciarsi, con grande decisione, a favore dell’integrità e dell’intangibilità degli stati centralisti, senza essere stata chiamato a farlo, la dice lunga. Soprattutto se consideriamo che gran parte degli stati attuali basa la sua esistenza su atti di disubbidienza come quello tanto esecrato del popolo catalano. Ma questa perdita di memoria, concedetemelo, appare molto sospetta.

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