Libri romanzi noir Toscana e misteri, la Sacra Sindone, monaci, templari, santi celebri e strane congregazioni. Cucina e religioni. La pagina ufficiale di Claudio Aita

Una biografia, fra vita e scrittura

Nascere in un luogo dal nome impronunciabile, ma che contiene la parola tedesca "buch", "libro", è, senza dubbio, un segno del destino, forse una maledizione.
Un’infanzia trascorsa in una famiglia di poveri emigranti friulani è una finestra che ti si schiude precocemente sul mondo. Una realtà che ti appare con evidenza quando, sui primi banchi di scuola, vieni apostrofato come "sporco italiano", come "altro"; e alla quale reagisci con quella violenza che ti scaturisce naturale dal profondo, come può essere violento ed impotente un bambino di sette anni in terra straniera, costretto a parlare tre lingue per comunicare.
Una realtà che ti risulta meno chiara quando rientri in quella che ti hanno sempre detto essere la tua terra solo per sentirti chiamare, stavolta, "sporco svizzero" dai tuoi nuovi compagni. Ma allora, pensi, quale è la tua patria, la tua casa, se mai una patria ed una casa esistono in questo misero mondo? Non capisci, reagisci con quella solita rabbia nei confronti di un mondo che è lì solo per stritolarti, per farti del male, per ucciderti con calcolata lentezza.

Come dimostrerà, gettando via finalmente il velo dell’ipocrisia, soltanto pochi, pochissimi anni dopo quando la furia del terremoto si accanirà sulla casa acquistata dai tuoi genitori con una vita di sacrifici ed emigrazione. Chi non ha mai vissuto per lungo tempo nella precarietà della tenda e delle baraccopoli, sballottato di qua e di là, con la terra che vibra in continuazione, non può capire il senso di smarrimento, la perdita di punti di riferimento che ne consegue. Con il velo della morte che ti sfiora da vicino, troppo vicino. Per due volte.

Anni difficili, proprio quelli nei quali si forma il carattere di un uomo e la sua repulsione nei confronti del mondo e delle sue falsità. Con una madre provata dalla malattia e un padre che si nasconde dietro ad una bottiglia.
Poi gli anni di studio, l’università fatta con la forza della disperazione. La laurea con il massimo dei voti. Sacrifici protratti per anni e anni, costretto a svolgere lavori di merda per sopravvivere e mantenere la mia famiglia, con il solo risultato di essere costretto ad allungare gli anni di studio. Mentre gli altri, i miei compagni, mi passavano avanti, negli studi come nella vita, figli di qualcuno che venivano valutati con più favore per aver terminato il loro percorso di studi prima di me. E che si erano, nel frattampo, pienamente goduti la loro vita, la loro giovinezza, i festini, le bevute, le scopate.

Anni, i seguenti, contraddistinti da un’esistenza necessariamente frugale e stancante, rimandando continuamente la realizzazione dei miei sogni, la mia mitica età dell’oro che, mi ripetevo per convincermi, non poteva non arrivare. Tutti questi sforzi non potevano che rappresentare una cambiale che sarebbe stata incassata, prima o poi. Il lavoro paga sempre. Questo mi ripetevo, sempre meno convinto. Purtroppo, come dovetti constatare per anni e anni, non vi sono cambiali da riscuotere ed in quel tritacarne che è la vita non vi è giustizia alcuna, se nono per i ricchi ed i potenti. Non avevo capito che, in questo misero paese, il duro lavoro non conta nulla. Nulla rispetto ad un genitore ben introdotto, con le conoscenze giuste, ben inserito in un sistema che a te, non fa altro che sbatterti le porte in faccia. Così i proclami ad un futuro migliore, alla speranza, me li ripetevo con sempre minore convinzione.
Ho fatto tutti i mestieri, dal magazziniere, al custode, all'operaio, al contabile, al programmatore, al redattore. Fino al facchino pagato 500 euro al mese per quattordici ore al giorno, perché anche questa è la realtà della civilissima Firenze, insultato, senza dignità, con quella disperazione senza fine che ti assale e ti toglie ogni speranza e respiro; che non comprendi finché non la vivi sulla tua pelle.

Finché, sull’orlo dell’abisso, mentre soltanto il fatto di avere un figlio ti trattiene dal farla finita, una mano amica, quella di un editore seppur anche lui in difficoltà. Ed è stato l’inizio di un’avventura che, seppur fra tante, tantissime, difficoltà continua anche oggi con pochi soldi, diciamolo, ma con grandi prospettive e molto entusiasmo.
Il libro, insomma, è stata la mia catarsi, il mio veicolo di riscatto. L’attività editoriale, ovviamente, è sempre un settore a rischio, ma stimolante. Una maledizione, una malattia che ti cattura, ti prende nella tua totalità senza possibilità di riscatto. Redattore, autore di libri, responsabile ed ora socio ed amministratore delegato di una piccola ma prestigiosa Casa editrice fiorentina. Forse un giorno, chissà, questo sarà lo spunto per uno dei personaggi dei miei libri.



La scrittura, i libri cosa sono, cosa possono essere? Un semplice sfogo? Il bisogno irrefrenabile di raccontarsi, di crearsi una propria ed inattaccabile sfera di vita? Una fuga verso quell’ignoto, verso quella dimensione "altra" rispetto alla misera realtà quotidiana e sociale, cui tutti tendiamo, disperatamente, consapevoli però che si tratta di una mera illusione. Eppure non possiamo fare a meno di mantenere la porta socchiusa sull’ultima flebilissima speranza.
I personaggi dei miei romanzi costituiscono davvero una parte di me. Ed in effetti, pur vivendo di vita propria, si sono impossessati delle mie angosce, di ciò che rimane delle mie speranze, dei miei pensieri più intimi, della logica dei miei pensieri, di ogni mia fibra. A mia volta, io condivido le loro vicissitudini, percepisco la realtà attraverso i loro sensi, mi sostengo sulle loro gambe, in una simbiosi, una complicità assoluta. Io vivo in loro e loro in me. Ognuno ha bisogno dell’altro per sostenersi, per continuare a lottare ed a sperare. Per questo, i miei libri sono anche, in certa misura, "autobiografici", pur nella trama del genere.

Nei miei libri, il lettore troverà ad agire personaggi tormentati, rosi nel profondo dal tarlo del dubbio e dal male di vivere. Non ho mai sopportato, in tutta sincerità, quei protagonisti, tanto cari a certi autori di gialli e dintorni, sempre inossidabili, eternamente brillanti e sicuri di sé, superficiali e, concedetemelo, a volte noiosi e prevedibili, nonostante l’imprevedibilità della trama.
I miei, al contrario, si trovano ad imboccare, spesso senza averlo desiderato, un itinerario che li porterà alla scoperta di una verità che è al contempo un percorso interiore e tormentato.

Ma non si tratta mai di personaggi vincenti, almeno nel senso corrente del termine. Perché il raggiungimento della conoscenza ultima non porta necessariamente alla felicità. Spesso è anche ricerca del senso delle cose, addirittura del divino.
Come recita l’introduzione del romanzo "Le Colline Oscure" (pag. 13) parlando dell’anonimo autore del manoscritto di cui si parla nel testo:

"Non sono in grado di sapere se l’anonimo autore abbia trovato, alla fine del suo tormentato percorso, una risposta definitiva alle sue domande. Di sicuro, in qualche maniera ha incontrato Dio sulla sua strada, violentemente, come Paolo sulla via di Damasco. La scoperta del divino, in questo caso, non deve aver rappresentato l’accesso alla felicità, ma solo ulteriore, infinita, angoscia. Tanto che, alla fine, viene da chiedersi se il rimanere nell’ignoranza delle cose ultime costituisca davvero un errore, un fatto necessariamente negativo. Questo è l’interrogativo che rimane irrisolto e sospeso alla fine di tutto, di questa esperienza, vera o falsa che sia, di questo romanzo, di un’intera esistenza. Ha senso impiegare una vita per squarciare il velo del mistero, per poi scoprire troppo tardi che dietro a quel sottile diaframma vi è semplicemente l’incubo? E che quel Dio al quale rivolgevi le tue preghiere e le tue invocazioni, nel quale riponevi ogni tua speranza, non è affatto quell’Essere amorevole che avevi immaginato fino ad allora. Ed è, in ogni caso, troppo distante per essere coinvolto o interessato, in qualsiasi maniera, alla tua disperazione, per poter udire il tuo grido di dolore."