OLTRE
LA TORRE
PISA E LA
PROVINCIA SEGRETA: LONTANO DALLA PAZZA FOLLA, FRA PIEVI E BORGHI SCONOSCIUTI
Pensi a Pisa e immediatamente la tua mente corre veloce alla Torre pendente, sempre miracolosamente in equilibrio, quasi a sfidare le comuni leggi di gravità. Ed proprio in questa visione, assieme a quella degli edifici ad essa prossimi, che si cristallizza, nell’immaginario collettivo, la figura stessa di questa città e del suo territorio.
E, giustamente, chi oltrepassa la Porta di Santa Maria, che si apre nei pressi dell’angolo nord-occidentale delle antiche mura della città, porta con se, indelebile e prepotente, l’immagine del «Prato dei Miracoli» e della visione inaspettata e solo vagheggiata fino a quel momento, di quelle costruzioni di candido marmo che spiccano sul verde smeraldino del manto erboso, forse lì adagiate dalla mano di un Dio che volle, con questo, concederci una prova tangibile e definitiva della sua esistenza; e non riesci a trovare paragoni se non con certi antichi oggetti d’avorio, reliquari, scrigni od altro, cesellati con rara ed inusitata maestria da artisti rimasti anonimi, testimonianze mute di epoche favolose ed irrimediabilmente perse, custoditi nelle teche vitree ed asettiche di qualche collezione museale. Ma il grande fascino di questo complesso di edifici, la Cattedrale, il Battistero, il Campanile, il Camposanto, è dovuto anche al fatto che essi risultano disposti armonicamente, con un gioco di richiami che è, in sostanza anche quello dei momenti dell’esistenza umana (la nascita, gli eventi della vita, la morte) ai quali sono funzionali. E le superfici marmoree dei monumenti, con la loro selva di colonnine, archetti, lesene, vibrano nella luce diurna che le sfiora, scivolando via con giochi di ombre e di chiaroscuri sempre mutevoli, a seconda dell’ora, fino ad infiammarsi nelle tonalità calde e rossastre del crepuscolo. Dio è luce e, con consapevolezza estrema, gli architetti romanici cercarono di imbrigliare i raggi del disco solare, orientando rigorosamente gli edifici sacri lungo la direttrice est-ovest. Le personalità artistiche che operarono a Pisa furono, sicuramente, quanto di meglio poteva offrire il tempo, tanto che il complesso degli edifici, incredibilmente conservati, rappresenta senz’altro il più vasto e straordinario insieme di tutto il mondo romanico. Ed è una successione di nomi, come Buscheto, autentico fondatore di quel «romanico pisano» destinato ad avere tanta fortuna in seguito, Rainaldo, Diotisalvi, Bonanno, Giovanni di Simone, Nicola e Giovanni Pisano, che accompagna il sorgere delle candide costruzioni del Prato, in un periodo che va, grossomodo, dalla metà del secolo XI fino al secolo XIV; sono anni, almeno fino alla tragica sconfitta della Meloria del 1284, di grande prosperità e ricchezza per Pisa, regina dei mari, ed a cui, assieme alle merci preziose ed esotiche, confluiscono i frutti cospicui delle vittoriose razzie contro i Saraceni. Come capiterà con regolarità anche negli altri centri principali della Toscana, l’orgoglio cittadino si concretizzò nel prestigio e nella magnificenza delle costruzioni sacre. Il Duomo, iniziato nel 1064, per le sue dimensioni e per l’altezza doveva essere senz’altro il più grande edificio dell’epoca; lo stesso Campanile, iniziato nel 1173, mentre i lavori all’imponente Battistero procedevano ormai da vent’anni, avrebbe dovuto, con molta probabilità, risultare una delle più grandiose torri campanarie del tempo, superando in altezza la cupola della Cattedrale, se uno smottamento del terreno non avesse causato, assieme all’inizio dell’inclinazione della torre, l’interruzione dei lavori e l’abbandono del progetto; l’ultimo edificio in ordine di tempo e degno atto conclusivo del complesso, il Camposanto, appartiene ormai ad un ambito squisitamente gotico.
Molto altro si potrebbe dire riguardo alla moltitudine di tesori contenuti in questi meravigliosi involucri di marmo e che meritano senz’altro una visita attenta, dal magnifico pulpito di Giovanni Pisano, alla superstite porta bronzea di Bonanno che si apre nel braccio destro del transetto, alle miriadi opere d’arte contenute nel Battistero e nel Camposanto; per non parlare dei magnifici musei che si affacciano sulla piazza. Ma è necessario davvero dilungarsi su qualcosa che tutti hanno presente perché fa parte dell’iconografia che si ha non soltanto di questa città, ma dell’Italia intera?
Capita così che Pisa, rispetto alla quale il Prato dei Miracoli appare quasi defilato, situato com’è in un cantuccio delle antiche mura, è anche qualcos’altro, un’entità sconosciuta ed estranea ai più, ingiustamente dimenticata e quasi bistrattata dalle schiere di quei turisti che, ossequienti ai rigidi tempi imposti dai tour operators, con troppa fatica abbandonano il breve tragitto che intercorre tra il Prato ed i comodi pullman in attesa nell’adiacente parcheggio.
Al contrario, un tuffo in questa città di mare, senza più mare, immergendosi magari nel dedalo di strette viuzze addormentate del centro, oppure percorrendo i più trafficati lungarni è un susseguirsi di sorprese senza fine: chiese deliziose e tranquille, come quella magnifica gemma gotica che è S. Maria della Spina, o quelle del S. Sepolcro, di S. Frediano, di S. Paolo a Ripa d’Arno, solo per citarne qualcuna; oppure piazze di grande fascino come Piazza dei Cavalieri con i suoi monumenti, fra cui l’omonimo palazzo vasariano e quello dell’Orologio che racchiude la sinistra torre che, si narra, fu teatro della morte per fame del conte Ugolino della Gherardesca, dei suoi figli e dei suoi nipoti.
E’ veramente difficile staccarsi dalla Torre pendente e da Piazza dei Miracoli. ma è un atto di coraggio che verrà senz’altro ben ricompensato. E, a dir il vero, lo scintillio quasi accecante delle superfici marmoree getta troppa ombra non solo sul resto dell’antica repubblica marinara, ma su una provincia ricca e variegata, un territorio notevole, meritevole senz’altro di una visita non affrettata. E fra centri ingiustamente reputati «minori», fra pievi isolatissime e castelli diroccati, percorrendo ora lande desolate, ora campagne intensamente coltivate, ci si può concedere anche l’opportunità di partecipare pienamente, al di là delle insidie tipicamente cittadine e livellatrici dei fast-food, ai sapori di una terra che, per vocazione e per posizione, sposa sapientemente gli antichi aromi della cucina più tradizionalmente toscana a quelli del mare, con risultati di assoluta eccellenza, fino a giungere al profumo ineguagliabile del tartufo bianco di San Miniato.
E proprio Pisa può rappresentare, ma non necessariamente, un punto di partenza per itinerari di grande interesse. Se solo ci lasciamo condurre dalle acque dell’Arno, stanco ormai del lungo viaggio e bramoso quasi di spegnersi, di lì a poco, nell’abbraccio dei flutti marini, ci troviamo ad attraversare la piatta fascia litoranea, larga una dozzina di chilometri, che separa la città dal mare e che è per buona parte occupata dal parco naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli; si tratta di un’area vastissima, di importanza straordinaria per il suo patrimonio boschivo e faunistico e dove, fra i più tipici paesaggi arborei della costa tirrenica, fra la macchia e le distese solenni di pini marittimi, vivono cinghiali e daini, oltre ad una varietà infinita di uccelli acquatici. Tuttavia questo mare verdeggiante, vastissimo ed inebriante nei suoi profumi, un tempo nemmeno troppo lontano, non esisteva affatto e la linea costiera lambiva quasi l’abitato di Pisa, di questa città di mare, sì, ma dal mare sempre più rifuggita. E proprio nel punto dove nei secoli più bui del medioevo le onde si infrangevano sulla spiaggia, poco discosto dall’Arno, sorge, isolatissima, la Basilica di San Pietro a Grado. Proprio qui, secondo la tradizione, sbarcò l’apostolo Pietro, proveniente da Antiochia e diretto a Roma, dove avrebbe presto ricevuto la corona del martirio, e fondò una primitiva cappella. Solo leggenda, probabilmente, ma come spiegare altrimenti la presenza, fin dai primissimi secoli del cristianesimo, di un edificio religioso solitario al quale è sempre stato attribuito grande prestigio? Ormai solo le pietre pavimentali dell’attuale edificio romanico, grandioso e dalla rarissima forma a due absidi, custodiscono gelosamente il segreto, ricoprendo i resti delle costruzioni religiose che si sono susseguite tenacemente nei secoli precedenti sopra quella primitiva chiesa paleocristiana con la pianta che richiama chiaramente, mistero nel mistero, influssi dell’Asia minore. L’interno, solennemente ispirato alle basiliche classiche e decorato con affreschi trecenteschi di notevole pregio, tanto da essere paragonati a quelli di Cimabue ad Assisi, è di grande effetto, un tuffo in un passato sospeso, senza tempo; e, mentre la luce che scende dalle finestrelle colpisce le pareti dipinte con le immagini della predicazione di Pietro e le lunghe file di colonne dai capitelli sicuramente romani, ti sembra quasi di udire le voci, sommesse ed oranti, delle schiere di pellegrini che qui giungevano da ogni dove, ben prima che sorgessero gli alteri, e ben più conosciuti, edifici sacri della vicina Pisa.
La maggior parte della provincia, tuttavia, si sviluppa nell’entroterra. E vicinissimo all’abitato cittadino, dalla parte opposta rispetto al litorale, si snoda la massa compatta e scura del monte Pisano, a causa del quale, affermava Dante, «i Pisan veder Lucca non ponno». Famoso da sempre per le qualità delle acque che ne sgorgano (quelle di San Giuliano Terme sono ricordate già dallo scrittore romano Plinio) e per le bellezze naturalistiche, è un territorio assolutamente da visitare, con percorsi dove, fra scenari mozzafiato sulla pianura circostante, si incontrano chiese antichissime e solitarie e spettrali resti di imponenti fortificazioni medioevali e addirittura, più in basso, di acquedotti romani. Fra tutti, primeggia l’abitato di Calci che, vanta la pieve dei SS. Giovanni ed Ermolao, edificata fra il secolo XI ed il XII, ma soprattutto, poco appresso, il bellissimo complesso della Certosa, da tutti conosciuta senz’altro come la «Certosa di Pisa». Ad onor del vero questo edificio, fondato nel 1366, ma completamente rifatto nel Seicento e nel Settecento, non contiene opere di eclatante valore artistico; ma, se solosuperiamo l’imponente facciata barocca, al centro della quale, fra due maestosi orologi che segnano il tempo del mondo esterno, spicca il bianco del marmo di Carrara della facciata della chiesa, e ci avventuriamo all’interno di quello che fu un luogo deputato al silenzio ed alla preghiera, le sorprese sembrano non finire mai; e si ha l’impressione di trovarci a percorrere i meandri di un labirinto bizzarro, fra architetture dipinte con grande perizia che ingannano l’occhio incredulo, finestre che lasciano intravedere ambienti inesistenti, porte che non conducono a nulla, figure che sembrano pulsare di vita propria, fino a quando non t’avvicini e ti accorgi dell’inganno; e fra corridoi, dove anche il marmo è finto, scale e balconi impossibili, chiostri deliziosi e appartati, decorati con un gusto che molto concede all’eccentrico, ti lasci smarrire volentieri, quasi assaporando il piacere di vivere in una dimensione fantastica. Lo stesso granduca di Toscana dimostrava di apprezzare questo luogo, tanto da farsi costruire un appartamento, sin troppo mondano nelle decorazioni e negli arredi, alla ricerca di qualche attimo di tranquillità. Un sito quasi magico, dunque, un tempo percorso da schiere di monaci in fuga dal mondo. Tuttavia, la realtà fa capolino, ma senza sorprendere più di tanto, nel piccolo cimitero del chiostro dove, dietro alle figure ammonitrici dei teschi scolpiti sulla balaustra, si intravedono le poche tombe anonime e disadorne che per secoli e secoli sono bastate a contenere le spoglie di tutti i religiosi che qui si sono avvicendati.
Risalendo la valle dell’Arno, attraversando la campagna intensamente coltivata e con le tracce fin troppo evidenti dello sviluppo manifatturiero, frutto d’altronde della grande tradizione artigiana di questi territori, attraversiamo centri storici antichissimi e ben conservati, come quello di Cascina, con il vicino, grandioso episodio romanico della pieve di S. Casciano a Settimo, solenne e grandiosa nel suo schema basilicale a tre navate e con la facciata firmata (1180) da Biduino. Oppure quello di Vicopisano, un vero gioiello, con le tipiche torri e fortificazioni per il cui restauro ed ampliamento si scomodò addirittura il celebre Brunelleschi.
Ma il più notevole è senz’altro l’abitato di San Miniato, che presenta ancor oggi l’originario impianto urbanistico su tre poggi che dominano la pianura sottostante, con una strana forma lineare e serpentiforme che rispecchia quella ristrutturazione del borgo che si ebbe per volere di Federico II, che ne fece sede vicariale. E questo borgo, allora fieramente ghibellino, oggi così sommesso, anche per la sua posizione strategica che permetteva un controllo agevole sugli assi stradari della Via Francigena e della Via Pisana, nonché del traffico fluviale che allora percorreva l’Arno, di teste coronate ne vide davvero parecchie, da Federico Barbarossa, a Ottone IV, allo stesso Federico II (e non è certamente un caso, quindi, che il borgo sia stato a lungo conosciuto come San Miniato «al Tedesco»); fra i potenti vicari imperiali che vi dimorarono, esercitando la loro fiera autorità, vi fu anche quel Bonifacio, più noto per essere stato il padre di Matilde di Canossa. Anche per questo, fa uno strano effetto il silenzio ovattato che sembra dominare nel vecchio borgo sul crinale, mentre la frenetica vita moderna è ormai da tempo scivolata in basso, lungo le trafficate direttrici stradali, tanto da formare un nuovo centro, San Miniato Basso. Ma è forse anche grazie a questo che il suo fascino si è preservato ed emerge continuamente mentre percorriamo la praticamente unica via che lo attraversa, fra piazze tranquille su cui si affacciano chiese dimesse e usci di case e palazzi ricavati in pareti che molto concedono al rosso ormai spento dei mattoni; e una certa malinconia, il ricordo di una grandezza ormai definitivamente perduta si percepisce distintamente fra le facciate, segnate dal tempo, di quelle che furono ricche dimore; ed il numero notevole di edifici sacri appare quasi eccessivo per i bisogni della popolazione attuale a cui bisogna aggiunger la presenza addirittura di un seminario e di un palazzo vescovile. E l’impressione non si spegne dinnanzi all’imponente facciata in cotto del duomo (sec. XIII) decorata con 32 bacini di ceramica dipinta e dominata dalla possente massa della torre merlata; accanto, sul medesimo spiazzo erboso, il palazzo dei Vicari dell’Imperatore, dove forse vide la luce la contessa Matilde, e che oggi, impietosamente, è piegato ad usi ben più modesti. Ancora un breve tratto salita per giungere, infine, alla cosiddetta «Torre di Federico», ultimo lembo rimasto delle antiche fortificazioni volute dall’imperatore e d’altronde ricostruita dopo le terribili devastazioni belliche. Da qui possiamo godere di un panorama vastissimo ed appagante, che spazia dai colli fiorentini al mare, e lo sguardo gode volentieri, perdendosi fra i rassicuranti e familiari panorami toscani; ma un ultimo fugace pensiero si fa strada: proprio qui, probabilmente, venne incarcerato ed accecato crudelmente quel Pier delle Vigne, immortalato da Dante nel XIII canto dell’Inferno, suicida per disperazione.
Se, abbandonando per un attimo il corso dell’Arno, risaliamo quello di un suo affluente, l’Era, i paesaggi diventano man mano più aspri e selvaggi, a tratti quasi spettrali, ma di fascino estremo. La geologia sembra qui giocare, quasi vantandosi delle sue capacità, scavando e incidendo duramente l’argilla e la sabbia, oppure facendo affiorare il terreno in isolate protuberanze prive di vegetazione; un paesaggio tormentato, lunare, tanto da essere stato paragonato alle bolge infernali di dantesca memoria, ed è la zona delle balze, dei calanchi, delle biancane.
E, come l’apparizione agognata di un miraggio in mezzo a tanta magnifica desolazione, sull’alto d’un colle appare il profilo inconfondibile di Volterra. L’aspetto severo e imponente dell’abitato medioevale, dominato dalla mole arcigna della Fortezza fatta erigere da Lorenzo il Magnifico, pur ricordando la potenza del Comune medioevale e della sede vescovile, non rende affatto l’idea dell’importanza ancor maggiore dell’etrusca Velathri, la cui imponente cerchia muraria di ben sette chilometri abbracciava una città quattro volte più vasta dell’attuale, racchiudendo, si suppone, una popolazione di 25mila abitanti, una cifra inusitata per il tempo.
Molto, qui, parla ancora di quel lontano e favoloso passato, dalle tombe disseminate nei pressi, ai resti del teatro romano e delle terme scoperti, quasi per caso, pochi decenni or sono, al delizioso parco archeologico al sommo della collina, alla Porta dell’Arco, fondamentale testimonianza dell’edilizia etrusca, e così via. Ma una tappa obbligata è il museo «Mario Guarnacci», una delle più importanti raccolte etrusche d’Italia che custodisce reperti che sono diventati l’emblema di questo popolo come l’urna degli Sposi o la famosissima ed enigmatica «Ombra della sera». Lo stesso impianto viario attuale, pur così medioevale all’apparenza, ricalca in realtà tracciati molto più antichi. E visitare la Volterra attuale, perdendosi magari volutamente nelle viuzze più recondite e segrete, fra case-torri che incutono ancora l’originario timore e particolari infiniti di grande suggestione, è un’esperienza davvero entusiasmante, tale è la qualità di conservazione del borgo, costruito nella comune pietra giallo-grigia, e tanta la quantità e varietà di luoghi assolutamente da vedere; come, ad esempio, la Pinacoteca, ospitata in un bel palazzo cinquecentesco, e che vanta, fra capolavori di Luca Signorelli, del Ghirlandaio, di Taddeo di Bartolo, la famosa Deposizione dalla Croce del Rosso Fiorentino; oppure Palazzo Viti, anch’esso del secolo XVI o, ancora, la chiesa di S. Michele Arcangelo.
Ma il vero nucleo cittadino è rappresentato da Piazza dei Priori e da Piazza S. Giovanni, contrapposte, quasi a ribadire la distanza fra i due poteri, quello civile e quello religioso, che vi sono rappresentati. La prima, praticamente immutata nel corso dei secoli, è dominata dalla mole austera e virile del Palazzo dei Priori, appena ingentilita dagli stemmi che ne ornano la facciata, che ricorda vagamente il ben più noto Palazzo Vecchio di Firenze, ma che, in realtà, ne rappresenta un progenitore essendo stato costruito molto tempo prima, fra il 1208 e il 1254, e può ben a diritto, quindi, vantarsi d’essere il più antico palazzo comunale rimasto in Toscana. Sull’altra piazza campeggia la bella facciata del Duomo attribuita a Nicola Pisano. L’edificio, nonostante certi discutibili restauri successivi, è un contenitore di opere d’arte di alto livello, dal gruppo ligneo policromo della Deposizione, autentico capolavoro della scultura romanica, al bellissimo pergamo, ugualmente del secolo XII, all’affresco di Benozzo Bozzoli, rappresentante il corteo dei Re Magi che fa da sfondo ad un elegantissimo Presepio in terracotta dipinta, recentemente attribuito, come l’attigua Adorazione, ad Andrea della Robbia; e l’elenco potrebbe durare a lungo, in un tripudio di opere di pregio che vanno a sommarsi a quelle conservate nel Museo Diocesano di Arte Sacra presso il vicino Palazzo vescovile. Nel bel mezzo della piazza, proprio di fronte all’ingresso del Duomo, campeggia la mole ottagonale del Battistero, forse costruito su progetto del Brunelleschi, con al suo interno l’elegante fonte battesimale del Sansovino. Ma accecati e, forse frastornati, da tanta arte sublime, non dobbiamo per questo dimenticare l’attività considerevole di tante botteghe che ancor oggi lavorano, come al tempo degli Etruschi, con metodi che non sono sostanzialmente mutati, quella preziosa e raffinata pietra che viene estratta in cave che donano un ulteriore particolare al paesaggio: l’alabastro. Ed è ancora facile, magari allontanandosi dalle vetrine più appariscenti e centrali per seguire stradine secondarie, osservare i maestri artigiani che, utilizzando una perizia consumata che si tramanda da secoli, lavorare quel difficile materiale fino ad estrarne oggetti di rara bellezza.
Ma sicuramente l’immagine che, più d’ogni altra, rimane impressa nella memoria è quella dello sconvolgente spettacolo delle balze a cui si assiste dai pochi resti consunti delle ciclopiche mura etrusche, appena fuori Porta S. Francesco. E, mentre il vento ti sferza le guance e ti scompagina i capelli, portando con sé il sapore del mare poco distante, non riesci a deciderti se lasciar vagare lo sguardo sul panorama mozzafiato, apparentemente senza fine, oppure sullo scenario terribile e impressionante delle balze, voragine gigantesca che, in continuo ed inesorabile movimento, ha già inghiottito due chiese e parti della cinta muraria e delle necropoli. Sai perfettamente che, mentre godi di un paesaggio unico al mondo e ti senti in pace, sospeso in un’aura senza tempo, sotto di te le acque continuano la loro opera di lenta ma inarrestabile erosione dello strato argilloso, ed il nulla, impercettibilmente, avanza. E ti ritrovi, come davanti alla Torre drammaticamente pendente, come nella vita, sospeso fra eternità e distruzione.
Claudio Aita
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