LE PIETRE DELLO SCANDALO
RIVISITANDO I LUOGHI DI UN UOMO SCOMODO: FRANCESCO D’ASSISI

L’incontro con Francesco è un qualcosa che lascia, inesorabile e duraturo, il segno. Ben lo sa chi, abbandonato il caos dei centri maggiori, decide di risalire, come per una sorta di attrazione indefinibile ma ancora attuale, le pendici dell’Appennino per visitare, spesso immersi nel verde intenso ed onnipresente delle selve, i luoghi prediletti dal santo e dai suoi primi compagni. Si tratta, solitamente, di architetture in pietra, estremamente semplici e spoglie, avvicinandoci alle quali viene spontaneo abbassare il tono della voce, rallentare per un attimo il passo frenetico, magari non ostentare la macchina fotografica. Ed il senso di disagio reverenziale aumenta ulteriormente oltrepassando le scarne soglie e penetrando nell’intimità della penombra. Gli interni sono di una povertà assoluta; gli arredi costituiti da poche, umili presenze di pietra e di legno. Viene naturale chiedersi come fosse possibile vivere in tale stato di indigenza; un qualcosa di inammissibile secondo i parametri del nostro mondo contemporaneo, dove povertà è necessariamente sinonimo di fallimento. Ma se solo ci lasciamo avvolgere dall’affascinante e semplice atmosfera di questi posti, se volgiamo un attimo il nostro sguardo, solitamente distratto, allo splendore naturale e paesaggistico che si intravede oltre i vetri delle piccole finestre, allora, senza bisogno di parola alcuna, iniziamo a comprendere.

Scandaloso per noi moderni, Francesco lo fu anche per il suo mondo, caratterizzato dalle violenze, dalle eresie e dai rivolgimenti sociali causati dall’affermarsi della nuova realtà borghese. Egli ebbe l’inusitato coraggio, in sostanza, di rifiutare radicalmente i criteri di giudizio ed i valori professati dalla sua società, cercando con l’esempio mansueto di riportarlo all’osservanza più autentica della verità evangelica. Pur figlio agiato di un ricco mercante di stoffe, non esitò a ricercare il senso più pieno della sua nuova missione fra quelli che venivano sfuggiti da tutti: i lebbrosi. Cacciati da ogni dove, obbligati a segnalare il loro passaggio con un campanaccio che recavano al collo, essi rappresentavano per l’uomo medioevale l’orribile personificazione del peccato. Rovesciando ogni valutazione corrente, per il futuro santo scoperta di Cristo crocifisso e di questi reietti sarà una cosa sola.

In realtà la conversione di Francesco, che pur prima aveva condotto una vita spensierata e gaudente, tanto da meritarsi il soprannome di «re dei conviti», non fu un evento improvviso ma un processo che maturò nel corso di diversi anni, da quando, ventenne prigioniero di guerra dei Perugini (1202) si ammalò gravemente, all’atto di pubblica rinuncia ai beni paterni davanti al vescovo di Assisi (1206) scelta fatta senza esitazione alcuna per poter finalmente seguire in piena libertà un ben altro Padre. Gli anni seguenti lo videro cercare affannosamente la sua personale via per servire Cristo. Con tale irrefrenabile desiderio tentò di riparare con le sue stesse mani piccoli edifici sacri in rovina, male interpretando le parole miracolosamente proferite dal crocifisso della piccola chiesa San Damiano, fino a quando, il 24 febbraio 1208, ascoltando il vangelo nella piccola e diroccata cappella di S. Maria degli Angeli, rimase illuminato dal capitolo X di Matteo: e fu la scelta della predicazione itinerante che caratterizzerà in maniera definitiva i suoi anni successivi. Sarebbe qui troppo lungo narrare del successo insperato del suo ordine, al quale si affiancherà presto il ramo femminile delle Clarisse e quello laico del Terz’Ordine, le vicissitudini per l’approvazione delle regole fra mille cautele e sospetti da parte della gerarchia, il viaggio presso il sultano, e così via. Ciò che importa comunque sottolineare è che Francesco non fu sicuramente il personaggio sdolcinato e muliebre che la tradizione agiografica, spesso troppo deterioramente popolare, ci ha fin qui tramandato. In realtà la sua proposta di rinnovamento della società era assolutamente incompatibile con la realtà del suo tempo e troppe erano le pressioni dell’autorità ecclesiastica che auspicava un ordine francescano, a dispetto delle intenzioni del suo fondatore, ricco e potente per poter meglio combattere la lotta mortale contro l’eresia dilagante. Non sorprende quindi che si sia subito cercato di creare una biografia di Francesco più accomodante a tali fini, arrivando persino ad ordinare (purtroppo, riuscendoci) la pressoché totale distruzione dei racconti della sua vita non dotati del carattere di ufficialità. Ma qualche raro scorcio documentario ci illumina ancora sulla realtà di dolore, anche fisico, che dovette caratterizzare gli ultimi anni di vita del santo. Forse, al di là dell’ubbidienza che pur sempre professò nei confronti della Chiesa, qualche sospetto di aver fallito in qualcosa dovette fare breccia nel suo animo; molto probabilmente non lo sapremo mai. Sicuramente dovette dargli conforto la partecipazione alle sofferenze di quel Cristo che in tutta la sua vita cercò di imitare, con le stimmate che ricevette nel 1224 sul monte della Verna.

Ed è strano che la sua pietra tombale sia costituita da quell’immensa e meravigliosa opera architettonica che giganteggia, simile ad una fortezza, sulla pianura sottostante l’abitato di Assisi, la doppia basilica con il suo complesso monastico, edificata pochissimi anni dopo la morte di Francesco avvenuta nel 1226. L’umile e frugale santo d’Assisi, molto probabilmente non l’avrebbe voluta, così come la dovettero osteggiare fortemente quei settori del monachesimo francescano che miravano alla piena osservanza del messaggio originale della regola. E fu l’inizio di feroci lotte intestine, di persecuzioni fino all’uccisione ed all’imprigionamento che durarono per secoli, di attese di un rinnovamento miracoloso che non arrivò mai. Strano destino, davvero, quello di Francesco.

E pur tuttavia un qualsiasi itinerario sulle orme del santo non può che partire da qui, da questo stupendo edificio che, seppur ferito dal recente sisma, contiene tanti e tali tesori artistici da rappresentare uno dei momenti più importanti e significativi dell’arte mondiale. Le pareti della basilica inferiore, romanicamente bassa e raccolta, come si conviene ad un ambiente deputato al culto del santo, e di quella superiore, gotica, slanciata e spaziosa, luogo concepito per la più ordinaria attività religiosa, sono un tripudio di colori e di forme che portano la firma, fra gli innumerevoli altri, di Cimabue, di Pietro Lorenzetti, di Simone Martini, di Jacopo Torriti; fino ad arrivare al grandissimo e vasto ciclo pittorico giottesco, autentica pietra miliare nella storia dell’arte e che costituì, da allora in poi il punto di riferimento per ogni immagine di Francesco nell’immaginario collettivo.

E sotto questo vortice di meraviglie che disorienta, quasi annientandolo, il visitatore, esattamente dove i bracci della basilica si incrociano, riposa il corpo mortale del santo, custodito nel semplice sarcofago di pietra ritrovato nel 1818.

Una basilica grandiosa, quindi. addirittura lussuosa ed opulenta, a maggiore gloria di Dio, si sarebbe sostenuto un tempo. Ma il cuore di Francesco, quello più autentico e schivo, batteva più a valle. Un cuore minuscolo, undici metri di lunghezza per sei di larghezza, che partecipò più di qualsiasi altro edificio alla vicende umane del santo e dei primi tempi del suo ordine: la cappelletta della Porziuncola. Anche se essa si trova ora racchiusa, come in uno scrigno, all’interno della basilica di S. Maria degli Angeli, eccessiva costruzione iniziata nel Cinquecento ed ultimata recentemente con una discutibile facciata neo-barocca, colpisce ancora oggi per il senso di intimità raccolta che ne promana affascinando il visitatore. Un tempo immersa nel verde di un bosco di querce, fu il luogo prediletto da Francesco che vi risiedette più a lungo che altrove. Fu proprio all’interno di queste povere mura che udì quel brano evangelico che gli indicò, finalmente, il cammino da intraprendere e che Chiara, la sua inseparabile compagna di fede, si consacrò a Cristo; la piccola costruzione fu teatro, nel 1221, di quella spettacolare riunione dei francescani, nota come «capitolo delle stuoie», che vide la partecipazione di ben cinquemila religiosi, segno tangibile del successo ormai inarrestabile del nuovo ordine; nell’annessa Cappella del Transito, infine, il 3 ottobre 1226, Francesco, ormai da tempo sofferente nel corpo e praticamente cieco, rese l’anima a Dio, adagiato sulla nuda terra.

Così come nude appaiono ancora oggi, nonostante qualche intervento successivo, le architetture dell’umile, e forse per questo ancor più commovente, Porziuncola. E la tipica essenzialità e povertà propriamente «francescane» delle origini è ancora perfettamente leggibile nei resti del Tugurio di Rivotorto, ad appena due chilometri di distanza, luogo dove, ce lo ricorda una targa in latino, «ebbe inizio l’Ordine dei Minori».

Appena fuori l’abitato di Assisi si trova la chiesetta di San Damiano, uno dei siti più sacri alla memoria di Francesco che, dopo averla restaurata, ne fece la residenza di Chiara e delle prime sue compagne. Qui il crocifisso parlò al santo, e qui egli compose quel Cantico delle creature che riesce ancora a coinvolgere il moderno lettore, vibrando nella profondità dell’animo. Molte le opere d’arte ivi contenute, ma senz’altro suggestiva è la visita ai vari ambienti, al chiostro, al refettorio, al dormitorio delle clarisse: un sermone silenzioso e toccante, ancora una volta, sulla povertà assoluta.

Lo stesso centro abitato di Assisi, con le sue viuzze strette e caratteristiche, con quegli scorci fugaci che si aprono improvvisi su graziose abitazioni dai colori delicati e con i suoi monumenti che testimoniano una grandezza antichissima ed un passato violento e bellicoso, ricorda ad ogni istante la presenza del suo figlio più illustre. Ed ecco allora, fra frotte di turisti e di pellegrini, apparire la facciata, autentico gioiello dell’arte romanica, del duomo di San Rufino, silente testimone del battesimo di Francesco che proprio lì convinse la giovane Chiara a donarsi completamente alla causa della realizzazione del Regno di Dio. Nei pressi della Piazza del Comune sorge, invece, la Chiesa Nuova costruita nel luogo dove, secondo la tradizione, si ergeva la casa dei Bernardone, la famiglia del futuro santo. Si è arrivato addirittura, con evidenti forzature, a voler modellare la biografia di Francesco su quella di Gesù. Non sorprenda quindi che la leggenda identifichi il luogo presunto dei natali del santo in una stalla, l’attuale Oratorio di S. Francesco Piccolino.

Ma, al di là di racconti sin troppo fantasiosi, è tutto il tessuto urbano di Assisi, con i suoi monumenti come quel tempio di Minerva, incredibilmente conservato e che suscitò grande emozione in Goethe, che ci parla di Francesco; i nostri piedi calpestano il selciato delle strade e delle piazze che videro l’espressione della sua esuberanza giovanile con, forse, i primi segni di quella sensibilità che lo avrebbe condotto ad un destino totalmente diverso da quello desiderato per lui dal padre. E gli stessi avvenimenti militari che nel 1200 contrapposero sanguinosamente i partigiani del papa a quelli dell’imperatore, dovettero vederlo parte attiva. Si è supposto anche che, lavorando al rafforzamento dell’apparato difensivo della sua città, ancor oggi poderosamente presente, Francesco abbia potuto acquisire quelle competenze costruttive delle quali fece sfoggio nella ricostruzione di San Damiano e della Porziuncola. Merita una visita, inoltre, la basilica che conserva le spoglie di Chiara, tentativo d’altronde non particolarmente felice di imitazione della basilica francescana.

Ma una visita ad Assisi non può prescindere da una salita, senz’altro preferendo la fatica di una camminata ad un più confortevole ma troppo breve tragitto in automobile, per raggiungere quello che è uno dei luoghi più affascinanti ed esemplari del francescanesimo: l’Eremo delle Carceri. Qui Francesco si ritirava in solitudine, per dedicarsi alla penitenza ed alla meditazione. I modesti edifici in pietra rosa sorti attorno alla piccola grotta originaria ed alla primitiva cappella, in epoche molto diverse, si integrano armoniosamente con la lussureggiante vegetazione arborea delle pendici del Subasio. Tutto è piccolo, raccolto, armonioso e colmo di una bellezza austera.

Assisi è il centro assoluto dell’ordine minorita, ma Francesco fu predicatore itinerante ed instancabile, portando il suo messaggio fin nelle lande più sperdute dell’Appennino. Ed ecco spiegato il motivo per cui queste zone montuose dell’Italia centrale conservino tanti ricordi dell’umile fraticello d’Assisi e dei suoi compagni. Talvolta sono resti di piccoli edifici monastici, di grotte dove il santo sostò nel suo peregrinare; oppure di luoghi legati a momenti ben determinati della sua vita. Spesso si tratta semplicemente di leggende che narrano fatti miracolosi. Per buona parte, questi racconti popolari non si discostano molto dai soliti stanchi motivi che caratterizzano in genere l’agiografia medioevale e successiva. A volte, tuttavia, essi assurgono ad una delicatezza estrema, riuscendo a coinvolgere ancora l’apatico uomo moderno.

Ed è così che, simile ad una bella fiaba, ci rapisce il racconto della prima rappresentazione vivente del presepe, organizzata da Francesco nella notte di Natale del 1223 a Greccio, sui Monti Sabini, fatto che vide la partecipazione commossa degli abitanti della zona e, secondo la leggenda, dello stesso Bambino Gesù. La grotta dell’evento prodigioso è ancora là, incastonata nel complesso del Santuario del Presepe, abbarbicato sulla parete rocciosa.

E felicissima, anche per il suo contenuto modernamente animalista, è la storia del lupo di Gubbio, «grandissimo, terribile e feroce», che il santo d’Assisi rese facilmente mansueto. Leggenda sicuramente, ma si narra come la bestia, non più temuta, venisse, una volta venuta a morte, tumulata sotto l’attuale Via Savelli Della Porta, esattamente dove, nel 1872, venne casualmente rinvenuto lo scheletro d’un lupo.

Gubbio merita senz’altro una visita non affrettata per gli innumerevoli tesori artistici e architettonici che custodisce e che attestano addirittura, come i resti di mura ciclopiche, la sua importanza fin dai tempi più remoti ed oscuri. Ma, al di là dei reperti di età romana ed etrusca e delle notevoli testimonianze medioevali, la città umbra ha un’importanza particolare nella storia di Francesco. Fu qui, infatti, che si rifugiò per sfuggire all’ira paterna, sperando di trovare ospitalità presso l’amico Francesco Spadalunga (e l’attuale basilica di S. Francesco sorge sul luogo dov’era la sua abitazione) e dove iniziò a vivere di elemosina ed a frequentare i lebbrosi.

Innumerevoli sono i luoghi legati alla vita del santo, non solo in Umbria, ma anche nelle regioni limitrofe. Impossibile citarli tutti o anche soltanto suggerire un percorso predefinito. Francesco, in queste zone è di casa, la sua presenza si respira, si può dire, come l’aria che scivola lungo i dolci declivi di queste verdi montagne. Non c’è che l’imbarazzo della scelta e, forse, sarebbe meglio affidarsi al metodo già utilizzato da Francesco per orientarsi, quando fece girare su sé stesso diverse volte frate Masseo: il caso.

Perché non visitare allora il santuario di Farneto, sulla strada che da Perugia conduce proprio a Gubbio, che, fra l’altro, conserva un bastone di Francesco, rimasto miracolosamente integro? Oppure imbarcarsi alla volta dell’Isola Maggiore, nelle acque del lago Trasimeno, dove la leggenda narra che il santo «digiunò quaranta dì e quaranta notti e non mangiò più che un mezzo pane»? Purtroppo oggi l’ex convento è in stato di pietoso abbandono, dopo essere stato trasformato in villa privata; Restano comunque ancora due splendide cappelle: la cappella dello Sbarco e quella che ricorda il luogo dove sorgeva l’originaria capanna.

Oppure Narni, sede di una residenza francescana sin dal 1213 e da cui provenivano quei cinque umili fraticelli che vennero trucidati in Marocco nel 1220, lì inviati per predicare il verbo cristiano. Oltre alla Chiesa ed al Convento di San Francesco, poco fuori città sorge lo Speco di S. Urbano sul luogo dove, secondo l’immancabile racconto popolare, il santo avrebbe trasformato l’acqua in vino. Qui si può ancora percepire pienamente il fascino dei primitivi ambienti francescani, integrati armoniosamente nella roccia. Emozionante la visita agli ambienti, la cappellina di S. Silvestro, con i preziosi affreschi, il pozzo da cui fu attinta l’acqua miracolosa, l’oratorio e il misero giaciglio sul quale Francesco riposò il suo corpo ormai malato; oppure allo speco vero e proprio ed al castagno che, secondo un’altra leggenda, vide il santo dare un riparo con le proprie mani alle api, rifocillandole poi con vino caldo.

Ed ancora: l’Eremo alle Celle di Cortona, dove il santo, sentendo aggravarsi il suo stato di salute, dettò nel 1226 il suo testamento nel quale, intravedendo già le prime deviazioni, ordinava ai suoi fraticelli di non discostarsi dal messaggio originario; Montefalco, dove già nel 1215 avrebbe fondato un convento e dove esiste tuttora una fonte a lui dedicata con presunte virtù curative; Alviano, dove riuscì miracolosamente a far tacere le rondini; Spoleto, luogo particolarmente caro al santo, dove, pronto a partire al seguito di un condottiero, ebbe una visione miracolosa che completò la sua conversione e dove risiedette, assieme ai primi compagni sulla montagna di Monteluco.

E l’elenco potrebbe continuare a lungo: Perugia, Trevi, Bevagna, Amelia, Orvieto, Nocera Umbra, Città di Castello, ….

Ma un luogo primeggia su tutti, quello in cui, il nel settembre 1224 Francesco ricevette nelle sue membra il sigillo delle sofferenze di Cristo, le stimmate: La Verna, in Casentino.

Fu il conte di Chiusi, Orlando Catani, profondamente colpito dalla predicazione dell’umile frate, che nel 1213 gli volle donare il monte «lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera fare vita solitaria». E Francesco , gradendo il dono, dimostrò sempre una particolare predilezione per questo luogo, dove amava trascorrere lunghi periodi di ritiro ed il cui fascino è rimasto inalterato nel corso dei secoli.

Anche in questo caso rispetto alla comodità così «moderna» del tortuoso percorso automobilistico, è senz’altro più coerente e gratificante la fatica fisica della salita a piedi lungo la suggestiva strada in pietra che collega il fondovalle al convento. Si possono così condividere pienamente le impressioni dei pellegrini e dei religiosi che nei secoli passati risalivano, con i loro pochi mezzi, fino a queste altezze. E giungendo al complesso monastico attraverso l’ingresso originario abbiamo subito l’impressione di trovarci al cospetto di un luogo privilegiato: «Non est in toto sanctior orbe mons» («Monte non ha più santo il mondo») è infatti scritto sulla cornice della porta.

Superando l’attimo di esitazione, entriamo e ci troviamo subito catapultati nel «Quadrante» il largo piazzale che prende il nome dalla meridiana situata sulla parete del campanile della basilica, attorno al quale sono armoniosamente disposti gli edifici del complesso monastico, con i loro tetti d’ardesia, come quello della semplice Santa Maria degli Angeli, voluta da Francesco che le diede, segno anche questo di predilezione, la stessa dedica dell’amata Porziuncola, e della più tarda (venne infatti iniziata nel 1348) basilica. Gli interni contengono, pur nell’immutata sobrietà delle linee, magnifiche opere d’arte fra cui predominano senz’altro le splendide ceramiche invetriate robbiane. E proprio una di queste opere, una pietà, introduce al Corridoio delle Stimmate, un lungo percorso porticato costruito nel Cinquecento per permettere la quotidiana e tradizionale processione anche in caso di tormenta. Camminando lungo pareti affrescate con gli episodi della vita di Francesco, giungiamo al luogo più sacro del complesso conventuale: la Cappella delle Stimmate costruita sul posto (ed un preciso riferimento topografico è lì ad indicare il punto preciso) dove il santo venne trasformato nel «ritratto visibile di Gesù crocifisso». Qui campeggia una ceramica di Andrea della Robbia (1481) di dimensioni inusitate (5,90m x 4,20).

Lì accanto, nel dedalo delle cappelle, un angusto pertugio conduce all’impressionante precipizio, il «crudo sasso» ricordato da Dante, da cui si può godere di un panorama indimenticabile.

Ma esplorare l’interno del recinto monastico è tutto un susseguirsi di emozioni sempre nuove, una scoperta continua di piccoli e struggenti particolari della vita del santo, spesso marcati dalla presenza di umili cappelline. E non dimentichiamo che il Francesco che qui si ritirava era un uomo sofferente, segnato nel profondo dell’animo, oltre che nel fisico; ormai stanco, pregava appartato, in silenzio, con quello stesso stile dimesso che aveva sempre contraddistinto la sua vita.

E noi, visitatori moderni, dovendo ridiscendere verso le nostre città senz’anima, per riprendere l’attività frenetica che caratterizza le nostre giornate e che non conduce forse a nulla, veniamo assaliti da un impalpabile senso di malinconia. Ma, partendo, abbiamo ancora il tempo di rubare un’ultima immagine, quella della semplicissima e grande croce in legno del Quadrante, piantata nella roccia, che si infiamma nella luce del tramonto, stagliandosi verso il cielo che s’incupisce, mentre un ultimo furtivo sguardo abbraccia le scure sagome dei rilievi del Pratomagno e l’ampia vallata percorsa dall’Arno.

Claudio Aita

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