AMIATA DELLE MERAVIGLIE
IN VIAGGIO SULLA MONTAGNA INCANTATA, FRA SCOPERTE E MISTERI

Sono approdato all’Isola un giorno di primavera mentre un sole pallido stentava ancora a farsi strada fra le foschie del mattino. E veramente la prima impressione che ebbi di questa massa scura, imponente, arcigna, chiaramente percepibile da lontano, fu quella di un immenso lembo di terra che si stagliava alto ed inquietante, quasi galleggiando su onde increspate di nebbia sottile che parevano infrangersi ed insinuarsi fra le cime, molto più dolci e modeste, dei rilievi che lo circondavano.
Confesso di aver cercato, moderno viaggiatore bisognoso di sicurezze, qualche testo specifico che mi preparasse all’incontro con l’Amiata; ma, con grande mio stupore, senza particolare fortuna, nemmeno rovistando fra gli scaffali sempre ricolmi delle librerie di una grande città. Destino davvero strano quello di questa terra, da sempre zona di confine e, pur nella sua orgogliosa peculiarità, sempre spartita fra i ben più ricchi e potenti vicini. Così che, ancor oggi, ad un osservatore appena un po’ superficiale e distratto, essa può apparire come una propaggine del ben più celebrato territorio senese o della turisticamente emergente distesa della Maremma grossetana, con le sue spiagge ed i suoi promontori alla moda; oppure, ancora, una porta aperta sul Viterbese e sull’Umbria.
Mi sono così ritrovato, con inappagata curiosità e con una punta di timorosa apprensione, al volante della mia automobile, a percorrere le strade strette e tortuose che s’inerpicavano lungo le verdissime pendici di quello che fu in origine, non dobbiamo dimenticarlo, un imponente vulcano nato da un susseguirsi di impressionanti e violentissime eruzioni, fra i 300mila ed i 180mila anni fa; ora dorme tranquillo, ma il vapore delle centrali geotermiche e delle fonti termali che costellano, ferendola nel profondo, le parti più basse della montagna, testimoniano che le sue viscere sono ancora vive e vitali. Così, similmente ad un naufrago giunto a riva, dopo un ultimo pensiero esitante rivolto a quello che stavo lasciando, mi immersi, quasi ignaro di quel che vi avrei trovato, nel verde lussureggiante della foresta, senza più indugi.
In queste zone, forse più che altrove, l’uomo ha saputo vivere in simbiosi con la natura, una natura aspra e spesso selvaggia, ma dalla quale ha sempre saputo, con grande dignità ed intelligenza, ricavare di che sostenere la sua povera, ma decorosa, esistenza. Ed è stato soprattutto il castagno, sin da tempi immemorabili, a fornire la base alimentare agli abitanti della montagna ed agli animali, tanto da meritarsi il significativo appellativo di «albero del pane». Ancora oggi la sua preponderante presenza contraddistingue la parte inferiore dell’Amiata, mentre più in alto, oltre zone residue di abete bianco, domina incontrastata la splendida faggeta, seppure a tratti ferita dalla presenza degli impianti di risalita delle stazioni sciistiche. Ed il risultato, per chi ha la fortuna di passare in quel periodo, è il fantastico crepitio di colori autunnali, con le tinte che, nella loro insospettata vivacità e varietà, tendono a disporsi a fasce altimetriche.
E’ comunque abbastanza usuale imbattersi, nel profondo della vegetazione arborea, in semplici ed isolatissime costruzioni in pietra che altro non sono che antichi essiccatoi, dove le castagne venivano fatte asciugare a lungo prima di essere trasformate in farina. Ed è facilissimo incontrare, spesso nei luoghi più inusuali, magari all’ombra di qualche albero secolare, costretto a piegarsi ed a torcersi pur di trovare la sua strada verso la luce, massi di roccia, prevalentemente lavica, dalle forme più inusitate e inquietanti, vomitati dal vulcano in gran quantità e testimoni muti di eventi terribili e antichissimi; anche la loro presenza, inaspettata ed a tratti quasi eccessiva, contribuisce all’indescrivibile ma notevole fascino di quest’angolo di Toscana; e, in fin dei conti, non sorprenderebbe più di tanto vedere dietro le loro superfici ormai corrose e coperte di muschio, fra i tanti animali selvatici, i caprioli, gli scoiattoli, che immancabilmente ti attraversano il cammino, fare capolino il capo barbuto d’un elfo o il profilo altero di un cavaliere medioevale sul suo fido destriero. E questi macigni, dalla forma talvolta bizzarra ed inverosimile, vengono spesso descritti dalla fantasia popolare come siti magici e sovrannaturali, tanto da meritarsi appellativi da far venire i brividi. Così, oltre al più rassicurante Sasso di Dante, che si merita tale denominazione per il suo profilo che ricorda quello del grande poeta fiorentino, sentiamo parlare di Seggio del Diavolo, oppure di Piatto delle streghe, manufatto, quest’ultimo, costituito da un unico misterioso blocco di pietra di forma ellittica che avrebbe costituito, si sostiene, il basamento per blasfemi sabba stregonici.
Ma l’Isola non è soltanto un luogo che custodisce gelosamente una natura intatta e meravigliosa, che sola meriterebbe una visita non fugace, fra sentieri di grande seduzione e riserve naturali ove è possibile incontrare, in regime di quasi libertà, il lupo appenninico; è anche un territorio in cui la storia, una storia grandissima, ritorna di continuo e che si sente respirare, ancora viva e palpitante, fra le pietre ormai consunte che compongono le mura di paesi isolatissimi, spesso abbarbicati in posizioni impervie, e che, come una corona, od un cilicio, cingono i fianchi del vulcano.
Si tratta di centri di antica popolazione, ma che probabilmente devono il loro sviluppo a quelle genti che, con lo sfascio dell’impero ed il primo medioevo dei tragici secoli di ferro, si rifugiarono quassù anche per sfuggire la malaria che ormai andava infestando le pianure e le valli circostanti. Ed il fatto che gran parte di questi nuclei abitati si situi, grossomodo, ad un’altitudine compresa fra i 600 e gli 800 metri non è casuale: corrisponde infatti alla zona del castagno ed a quella fascia in cui la montagna fa riaffiorare, con sorgenti freschissime, le acque che più sopra teneva in serbo (e sono questi gli elementi fondamentali per vivere: pane ed acqua).
E fu proprio la malaria, molto probabilmente, a far passare da queste parti il tracciato della via Francigena, quella che costituì la più importante via di comunicazione dell’epoca, tanto da poter essere definita l’autostrada del Medioevo, e che collegava l’inglese Canterbury a Roma, piuttosto che utilizzare l’apparentemente più comodo e lineare percorso di fondovalle. Forse contribuì a questo anche l’esigenza di sicurezza costituita dalla presenza dei formidabili capisaldi militari amiatini. Fatto sta che essa fu un’occasione di prosperità per i centri che vedevano transitare pellegrini, mercanti, papi ed imperatori, e non fu per caso che proprio qui, in rapporto stretto con la strada, sorse una delle abbazie più potenti e ricche della Toscana, dedicata al SS. Salvatore. Probabilmente il fondatore non fu quel re longobardo Ratchis che, secondo un’antica leggenda, venne a ciò spinto da una visione miracolosa, ma il nobile Erfo, longobardo anch’egli, pochi anni prima della definitiva sconfitta del suo popolo da parte di Carlo Magno. Da sempre legata al passaggio della via Francigena, la potentissima abbazia ne seguì le vicende, fino a decadere con il progressivo spostarsi dei traffici, contestualmente con il nascere della nuova realtà comunale, su altre vie di comunicazione. Nel 1230 passò ai Cistercensi che la ressero fino alla definitiva soppressione nel 1782 e che vi sono ritornati soltanto pochi decenni or sono. La realtà che si presenta al moderno visitatore non rende appieno l’idea della sua fulgida gloria passata. Eppure per la consacrazione della chiesa abbaziale nel 1036 si scomodarono schiere di vescovi e cardinali, tra cui il potentissimo patriarca di Aquileia. E lo stesso impianto architettonico, a croce latina, è da considerarsi, probabilmente, il primo in Toscana; così come la presenza, infine, delle due torri, di cui una incompiuta, nella facciata, parrebbe costituire un caso assolutamente unico nella realtà italiana. Sfortunatamente, degli altri edifici del complesso monastico non è rimasto granché ed anche la chiesa superiore ha subito pesanti interventi a partire dal sec. XIII. Solo con la forza dell’immaginazione possiamo figurarci, ormai, le schiere di amanuensi, calligrafi e miniatori benedettini, all’interno dell’importante scriptorium, intenti a vergare e colorare le pergamene che sarebbero andate poi a comporre codici meravigliosi e vivacemente colorati, salteri, corali, bibbie, fra cui quella famosissima detta Amiatina per la sua origine e atlantica per le sue grandi dimensioni. Ma è sotto il transetto, se solo abbiamo il coraggio di scendere cautamente, in punta di piedi, che ci si schiude il cuore più antico dell’abbazia, come un tesoro riposto in un luogo discreto, la bellissima cripta risalente alle origini del complesso monastico; con la sua selva di colonne, 36 in tutto, e i magnifici capitelli, i cui personaggi sembrano quasi uscire dalla penombra e prendere vita nel gioco delle luci soffuse e delle complesse geometrie, è senz’altro uno dei luoghi più densi di fascino e di arcano mistero che sia dato trovare in Toscana.
Promanazione della potente abbazia, anche il borgo di Abbadia San Salvatore, che, non a caso, ne porta ancora il nome, ne seguì le alterne vicende, fino all’inevitabile decadenza. Ma sarà la successiva vicenda storica legata alle miniere di cinabro a condizionarne, nel bene e nel male, lo sviluppo. Giacimenti di questo minerale erano stati individuati e sfruttati sin dall’antichità etrusca e romana. Fu tuttavia dall’Ottocento che se ne attuò uno sfruttamento industriale, allo scopo di estrarne, per distillazione, il prezioso mercurio. Generazioni e generazioni di montanari ambirono così a lavorare nel buio opprimente e soffocante delle gallerie, nonostante la devastazione subita dal loro organismo, attirati dal miraggio di una certa stabilità economica e dalla prospettiva di non essere più in balia di quelle intemperie che rendevano difficile e incerta la fatica di chi doveva carpire il proprio cibo all’avara montagna (mentre, al contrario, «in miniera non ci piove né ci fiocca», si sentenziava). Purtroppo (o, forse, per fortuna), l’estrazione del cinabro divenne non più conveniente e le miniere, le più importanti del mondo per la produzione di mercurio, vennero chiuse definitivamente un paio di decenni or sono. La foresta, vera padrona della montagna, si sta ora man mano riconquistando le sue prerogative e il verde della vegetazione sta gradualmente ricoprendo i vecchi impianti ormai divorati dalla ruggine; i Badenghi (così si chiamano gli abitanti del luogo) hanno dovuto tuttavia interrogarsi drammaticamente sulle prospettive del loro futuro e inventarsi nuove attività economiche pur di frenare lo spopolamento ed arginare l’inevitabile disoccupazione. E la gente amiatina, da sempre abituata ad affrontare apertamente ogni difficoltà e abbandonate ormai le facili e fallaci chimere dello sviluppo industriale, ha finalmente scoperto la vocazione turistica del comprensorio; un turismo di elevata qualità, grazie anche ad un territorio bellissimo, incontaminato ed estremamente vario, che può servire anche da punto di riferimento per visite in Toscana, Lazio ed Umbria. E fra il fiorire di iniziative dobbiamo annoverare l’istituzione del parco minerario, ancora allo stato embrionale, ma che ha già visto il sorgere del museo minerario di Abbadia ed il recupero dell’area del Siele, dove, nel bel mezzo della foresta, è possibile, visitare un fascinoso villaggio di minatori, completo in ogni sua struttura. Ma gli anni più recenti hanno visto pure l’istituzioni di aree naturali protette ed il ritorno ad attività agricole in zone quasi abbandonate, con il reinserimento, ad esempio di antichi vitigni, o con la reintroduzione di razze animali che rischiavano altrimenti l’estinzione, come quei maiali «di cinta senese», rappresentati dal Lorenzetti nel affresco dell’Allegoria del Buon Governo, a Siena.
Passeggiando nelle strette vie del centro antico di Abbadia, fra scorci che si aprono su piazzette raccolte e silenziose, dove l’eco dei nostri passi risuona ancora nitida, non coperta dal rombo irritante dei motori, sembra di respirare un’aura senza tempo. I muri degli edifici sono costruiti, come ogni altra cosa, in scura trachite, roccia vulcanica, tanto che si ha quasi l’impressione di aggirarsi nei meandri di un luogo assolutamente alieno ed inusuale. Ma queste pareti, nelle quali si aprono portali sobri, ma con una loro misurata grazia, le cui architravi spesso recano incisi riferimenti ai mestieri degli antichi occupanti, sono ornate con vasi di fiori colorati, posti lì con estremo buon gusto, senza eccessi, ma con quel tono di cordialità spontanea e leggera che caratterizza anche le persone che si incontrano per strada. E la scoperta del borgo medioevale, il tuffarsi nel dedalo delle viuzze dove si affacciano palazzi dell’età di mezzo, ma anche rinascimentali, tutti armonicamente disposti, senza stonature e prevaricazioni, nella comune pietra nerastra, è un susseguirsi di emozioni sempre nuove.
E tale è anche la scoperta della gente, discreta e dignitosa, come quella di Fabio, fabbro ferraio di quarant’anni. Uso a lavoratori del ferro ormai avezzi alle tecnologie e ad ogni diavoleria moderna, rimasi impressionato dalla visione di quest’uomo barbuto, a mezzo fra lo stregone, l’alchimista e l’artigiano, con le mani forti e nere, e dotato invece, a scapito del suo aspetto apparentemente rude, di profonda cultura e di grande passione. Lo vidi mentre forgiava il metallo con i sistemi più tradizionali nella sua minuscola bottega, dove un penetrante odore di carbone rovente inebriava l’aria e spade ed asce, dalle forme più arcaiche e inquietanti, facevano bella mostra di sé. Rimasi ad osservarlo a lungo, profondamente affascinato e rapito, parendomi quasi d’essere dentro un’antica raffigurazione dell’antro del dio Vulcano, mentre il pesante martello calava ritmicamente, quasi con rabbia, sulla massa ancora informe di ferro incandescente, torcendola e piegandola ai suoi voleri. Venni poi a sapere che aveva sposato l’ultima discendente di una famiglia, quella dei Coppi, che lavorava il metallo da almeno tre secoli e mezzo, con il fondato sospetto che tale attività risalisse a tempi ben più antichi. E per provarmelo mi introdusse, attraverso una scala nera di fuliggine, nel sottosuolo dove, incredibilmente ancora funzionante, faceva bella mostra di sé un impressionante maglio, pesante ben quaranta quintali e vecchio di tre secoli, azionato ad acqua.
Dal suo nonno adottivo, mi confidò, aveva imparato tutti i segreti dell’arte, compresa l’utilizzazione di particolari pietre reperibili sul posto per la forgiatura e la vecchia arte della lavorazione delle lame, «battendo e non asportando il metallo» per conferire loro maggiore resistenza. La sua vera passione era, comunque, la riscoperta ed il riutilizzo delle antiche tecniche di lavorazione delle armi medioevali. Uomo contemporaneo, pieno di certezze incrollabili, pendevo tuttavia dalle sue labbra, come i bambini amano ascoltare le fiabe, piene d’eventi lontani e fantastici, ma attirati anche dalla dolcezza della musicalità del racconto. In un mondo sempre più freddo ed alienante, raramente ho visto una persona così entusiasticamente coinvolta nel suo lavoro. Ma, alla fine, emerse il suo grande timore: era tutto questo destinato, forse, a morire con lui?
E di armi e di un passato brutale e violento testimoniano ancora oggi gli altri centri che, pur immersi nel verde più profondo e tranquillo, spiccano ancora per l’impianto urbano spesso murato e raccolto attorno a possenti rocche e fortilizi che, quando non sono ormai ridotti ad ammassi superstiti di insignificanti rovine, incutono ancora, come un tempo, timore e soggezione, come è il caso di Piancastagnaio e Arcidosso. E il ricordo corre spontaneamente ad un mondo feudale che qui perdurò, probabilmente, più che altrove, ed in cui signori erano, di volta in volta, i potenti abati di San Salvatore, gli Albobrandeschi di Santa Fiora, i Visconti, fino all’arrivo di Senesi e Fiorentini. E chissà quante vicende ebbero testimoni queste torri merlate, quanti fatti di sangue o, forse, amori impossibili e appassionati, come tante leggende ancor oggi raccontano; o personaggi violenti, autentici banditi, come quel Ghino di Tacco, immortalato da Dante e da Boccaccio, che tenne ben stretta per alcuni lunghi anni, fa cavallo fra il XIII ed il XIV secolo, la formidabile rocca di Radicofani, da cui assaliva, con i suoi sgherri, i malcapitati che osavano avventurarsi lungo la strada che da Siena conduceva a Roma. Certo, si dirà, lo fece di necessità, dopo essersi vendicato del giudice che aveva condannato (secondo lui, ingiustamente) a morte il padre. E lo fece in maniera plateale, entrando di prepotenza nell’aula del tribunale di Roma e decapitando il colpevole di fronte a tutti i presenti ammutoliti, per poi portarne via, come un sinistro trofeo, la testa conficcata su una lancia. Erano tempi in cui la giustizia, almeno per chi ne aveva la possibilità, era meglio farsela da sé; fatto sta che, ottenuto il perdono papale grazie ai buoni uffici dell’abate di Cluny che aveva curato in maniera rude, ma efficace, Ghino ripose le armi salvo, com’era destino fin troppo comune in quei tempi, venire di lì a poco ucciso da alcuni sicari, probabilmente assoldati dai Senesi. Ormai soltanto la caratteristica rocca, parzialmente in piedi e visibile da molto lontano, con il suo caratteristico profilo, ricorda a malapena le oscure vicende passate.
Ma non dimentichiamo che sotto le vestigia di fortificazioni, che rimandano ad antichi fatti di violenza e di prepotenza, si stendono abitati incantevoli e di grande fascino, pugni di case in pietra con le vie che salgono tortuose e fra le quali è piacevole perdersi, senza fretta, gustando pienamente gli scorci che si aprono inaspettati ed inspirando i profumi dei fiori e delle erbe aromatiche che qui non mancano mai; e magari fermarsi a chiacchierare con anziane signore seduto all’uscio per prendere il fresco, intente a ricamare. Sembra talvolta che il tempo scorra con una velocità inusitatamente lenta per gente come noi, che di tempo non ne ha mai abbastanza; e ci viene inevitabilmente il dubbio di aver perso, forse per sempre, qualcosa d’importante e prezioso.
E questi paesi di grande suggestione, ognuno con una sua particolare conformazione, un suo caratteristico colore delle pietre, meritano senz’altro una visita non affrettata; le loro chiese spesso contengono opere di grande pregio, vuoi un gruppo di ceramiche robbiane, vuoi un dipinto od una scultura di notevole interesse. Ma ad ogni particolare architettonico emerge il buon gusto dei suoi abitanti. E si tratta, solo per citarne alcuni, di Piancastagnaio, Radicofani, Arcidosso, Castel del Piano, Santa Fiora, Seggiano.
E al di fuori di essi, per chi li sa cercare, si trovano luoghi più appartati, ma dotati di un fascino antico e immutato, come il minuscolo borgo che si stende nella valletta sottostante l’imponente Eremo del Vivo, palazzo opera di Antonio di Sangallo e poi passato ai Farnese ed ai Cervini, famiglia che lo occupa tuttora e da cui uscì nel 1555 quel papa Marcello II che detiene ancora il non invidiabile record di brevità del pontificato: 22 giorni appena. E giova appena ricordare, a conferma della seduzione del luogo che, per raggiungere questa vallata raccolta, bisogna attraversare, all’ombra di un’antichissima pineta, quello che viene chiamato il «Ponte degli Innamorati», sospeso sulle acque limpide ed irrequiete del Vivo.
Ma l’Amiata non si può confondere semplicemente con la sua foresta, per quanto splendida e rigogliosa, che ricopre le sue parti più elevate. E’, al contrario, un mondo variopinto che, man mano che si scende, seguendo il fluire di questo o di quel corso d’acqua, si dischiude a visioni sempre mutevoli e diverse.
Il versante senese offre i panorami più tipici e famosi della Toscana, quelli che sconfinano nella valle dell’Orcia. Qui il colore della terra è quello dell’argilla dei calanchi, brulli e senza consistenza, con le colline dolcissime e spoglie, ove isolati casolari fanno la guardia a bionde messi di grano, che ricordano gli sfondi dorati delle pale di un Simone Martini o di un Duccio da Buoninsegna, interrotti soltanto dal verde cupo delle schiere solitarie dei cipressi o da quello più delicato degli olivi. E’ un mondo che cambia abito con il trascorrere delle stagioni, non a caso meta preferita di pittori e fotografi. Su tutto il territorio domina l’abitato di Castiglione d’Orcia con i ruderi dell’antica rocca aldobrandesca, la piccola chiesa romanica di Santa Maria e la stupenda piazza settecentesca; ma, soprattutto, con l’impressionante Rocca a Tentennano che, amano precisare gli abitanti con una punta di vanità, non poté mai essere, nella sua pur lunga storia, espugnata da nessuno.
Non molto distante, nella direzione di Radicofani, ho effettuato una sosta a Bagni San Filippo, uno dei tanti centri termali della zona, con l’acqua sulfurea che sgorga ad una temperatura di circa 52 gradi. Famosa da secoli, forse addirittura utilizzata dal tempo dei Romani, vi si recava a curarsi anche Lorenzo il Magnifico.
Nel 1268 venne qui a rifugiarsi (o, piuttosto, a nascondersi) San Filippo Benizzi, timoroso di correre altrimenti il rischio di venire eletto papa nell’imminente conclave. L’immancabile leggenda narra come il santo, pieno di gratitudine, percuotesse con il suo bastone una pietra per farne scaturire l’acqua miracolosa. Pur così carico di storia, e vantando le proprietà curative delle sue acque, Bagni San Filippo, stranamente, non ha mai raggiunto la popolarità degli altri centri termali della Toscana. Ma la sua fama è legata, forse in misura maggiore, alla presenza di quel «Fosso Bianco», luogo irreale e sconcertante, simile ad un fascinoso paesaggio invernale, con tanto di stalattiti e stalagmiti, ma completamente fuori luogo in quest’angolo di Toscana, magari con il caldo, per giunta, che comincia a farsi sentire. E diresti, non potendo fornire altra spiegazione plausibile oltre l’intervento delle fate, di essere finito nel bel mezzo di un set cinematografico, appena abbandonato da improbabili attori. Ma, ben più prosaicamente, si tratta della solidificazione dei sali minerali scaturiti dalle fonti termali e lì depositati, dallo scorrere millenario delle acque calde; e la loro visione dev’essere senz’altro più spettacolare nei mesi più freddi, quando queste pareti, non sapresti dire se di ghiaccio o di marmo, appaiono emergere dai fumi densi che salgono dal basso.
Ancora diverso è il versante grossetano dell’Amiata. Qui le foreste cedono gradualmente il posto alla macchia mediterranea più selvaggia, a terreni calcarei e carsici erosi e frantumati dalle intemperie, a valli profondamente corrose dallo scorrere lento delle acque, a borghi più che mai aggrappati a pareti di roccia, quasi ad invocarne la protezione, a fortilizi in rovina isolati nella campagna assolata. Ed i colori ed i profumi sono già quelli della Maremma, in vista ormai di antichi centri etruschi, come Saturnia o la misteriosa Sovana.
Ma queste ondulazioni di terra, appendici più basse del cono vulcanico, denotano un’asprezza della natura alla quale solo la tenacia di questa gente ha saputo far fronte. Per rendermene perfettamente conto mi è bastato salire, non senza fatica, sulla rocca che sovrasta, a picco, l’abitato di Roccalbegna, quella che viene chiamata semplicemente «il Sasso» che, vigile sentinella, dà l’impressione di voler franare sull’abitato, come recita d’altronde un detto del luogo: «Se il Sasso scrocca, addio la Rocca». Ma ne valeva la pena: la vista che si gode dalle mura superstiti, è davvero impressionante, abbracciando nella sua vastità tutta la pianura maremmana fino al Tirreno. Sporgendomi dagli spalti e vincendo, con difficoltà, il senso di vertigine, ho visto, sotto di me il volo dei rapaci e, più in basso, stendersi i rossi tetti dell’abitato, con le viuzze sistemate geometricamente come un castrum romano. Esigenza forse di ordine in un territorio molto instabile e dove gli smottamenti sono all’ordine del giorno? La stessa chiesa principale, che annovera opere notevoli, quali una pala dipinta da Ambrogio Lorenzetti, è scivolata nel corso dei secoli, tanto che, vista dall’alto, appare oggi con un profilo leggermente ondulato; ma la sorpresa maggiore è il portale, incredibilmente sbilenco e sbilanciato, forse unico al mondo; l’edificio, nonostante tutto, è ancora in piedi e perfettamente agibile, degno simbolo della tenacia e dell’attaccamento alle proprie tradizioni di questa gente.
Ed indimenticabile è l’atmosfera silenziosa e solare di paesi come Semproniano o Castell’Azzara, di castelli solitari come quello aldobrandesco di Triana, oppure di rovine imponenti e suggestive, come quella di Rocca Silvana, ormai piegata dall’incuria del tempo e degli uomini, dopo aver resistito all’assalto di potenti imperatori e agguerrite soldatesche nemiche.
E’ un territorio poco abitato e, forse anche per questo, di un fascino incomparabile, dove gli abitati appaiono improvvisamente, quasi come rivelazioni agognate, in mezzo al verde deserto della macchia e dei non molti campi coltivati. E un’autentica sorpresa è stata per me la visita al minuscolo borgo di Rocchette di Fazio, poche case adagiate su uno sperone di roccia che incombe sulle gole dell’Albegna, dominato dai pochi avanzi di quella che fu una fortificazione degli Aldobrandeschi. Un autentico, minuscolo gioiello di pietra calcarea, che mi parve uscire dalle mani preziose di un miniatore d’altri tempi.
E forse non basterebbe davvero un volume, per quanto ricco e istoriato, a rendere pienamente giustizia all’incredibile e insospettata varietà di paesaggi di questa terra, arcigna e severa all’apparenza, ma capace di muovere le corde più intime e fornire uno sfondo fiabesco ai nostri sogni più segreti. Terra ai margini dei grandi traffici turistici, ingiustamente, ma dove anche gli odori ed i sapori hanno mantenuto, forse anche per questo, qualcosa di antico; dove la preparazione del cibo ha ancora il valore di un rito tramandato da generazioni innumerevoli; e non puoi non plaudere con entusiasmo a questa saggezza che produce piatti di inaspettata eccellenza, che solleticano il palato con l’aroma delle spezie e dei frutti del bosco, con gusti che, probabilmente, avevi già dimenticato.
E percorrere queste contrade forse più che altrove, vuol dire scoprire un territorio incredibile e magico, ed un po’ anche noi stessi. Ma forse, favola nella favola, per percorrerla tutta ci vorrebbero davvero gli «stivali delle sette leghe».
Avevo appena visitato una delle incantevoli riserve naturali che costellano i fianchi della montagna; ancora un po’ frastornato dalle emozioni dei giorni precedenti e, ormai in procinto di partire, ero convinto ormai di aver un’idea sufficientemente completa del territorio che avevo visitato e già la mia mente correva alle parole che, come le note sciolte di una melodia, sarebbero scivolate, finalmente, sui fogli bianchi per comporre il testo dell’articolo.
Fu allora che decisi, forse perché m’avanzava un po’ di tempo, oppure per un’innata curiosità scatenata dal suo profilo aguzzo e brullo, di raggiungere la vetta del Monte Labbro che, con i suoi 1193 metri, costituisce il rilievo senz’altro più elevato fra quelli che circondano l’Amiata. E fu una folgorazione! Con il vento che sempre più prepotentemente sferzava il viso e l’aria tersa che faceva intravedere panorami apparentemente infiniti, fu un’emozione indescrivibile la visione che mi apparve, rivelandosi man mano che mi avvicinavo alla sommità, dell’edificio circolare in pietra, solitario, non saprei se più simile ad un nuraghe oppure a certe vecchie rappresentazioni della mitica torre di Babele, con le sue scale avvolgenti; forse era soltanto la concretizzazione di un sogno senza tempo, oppure una presenza scaraventata da una divinità antica e lì rimasta da sempre, forse a vigilare sul buio e enigmatico anfratto che si apriva subito sotto, nella roccia, penetrando nel cuore della montagna? Raramente ho trovato luoghi così carichi di imperscrutabile mistero e di impalpabile e malinconica magia. Qui davvero l’aria che si respira ha un sapore particolare; e non è certamente un caso che, sin dalla più remota antichità, come dimostrano i ritrovamenti archeologici, questo luogo sia stato considerato come connotato di una particolare sacralità; tanto da venire eletto, a cavallo del fatidico anno Mille, come luogo di romitaggio, da un enigmatico monaco Brandanus. Ma questo edificio è senz’altro legato ad uno dei personaggi più singolari e misteriosi che questa terra abbia potuto partorire, ed è noto infatti come «Torre di David» dal nome di chi effettivamente la costruì: il «profeta dell’Amiata», al secolo David Lazzaretti. Erano gli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, attuata fra le miserie e le delusioni della povera gente che non ottenne altro che maggiori tasse e miseria. E quest’uomo, anch’egli di umile estrazione ma di grande carisma, visionario e geniale al contempo, riuscì a raccogliere quassù moltissimi seguaci nella comune speranza di un’apocalisse che portasse con sé anche un po’ di giustizia. Questa torre, nei suoi intenti, doveva essere il primo tassello di una nuova Sion che avrebbe conciliato nuovamente il mondo con il suo Creatore. Ma il sogno folle, che aveva già avuto espressione in un movimento quasi comunistico di gestione della terra, come ogni sogno, finì di fronte ai fucili spianati dei carabinieri, che fecero fuoco contro una folla di montanari, donne e bambini, pacifica e disarmata, che scendeva verso il paese, uccidendo, assieme ad altri suoi seguaci, anche il Lazzaretti. Era il 18 agosto 1878. Ancor oggi i suoi adepti, chiamati Giurisdavidici, salgono quassù, una volta all’anno, per rinnovarne tenacemente la memoria.
C’è chi afferma che questa montagna emani una specie di «energia positiva» chiaramente percepibile; questo dovette senz’altro pensarlo anche il Lazzaretti. Personalmente, io che vivo di certezze dimostrabili e quantificabili, non ci credo o, forse, non posso ammetterlo. Ma il fascino di questo luogo ti rapisce e ti lasceresti trasportare dalla dolcezza del vento. Soltanto ora capisco davvero come le altezze siano potute essere da sempre considerate come gli assi del mondo, luoghi privilegiati che aprono le porte del cielo o degli inferi. Ma dietro la sagoma della Torre si erge, scuro e solenne, il caratteristico profilo del vulcano, più che mai simile ad un’Isola, mentre il cielo s’incupisce. L’ora di lasciarla, di salpare, si avvicina, ma mi sembra quasi di udire, appena percepibile, una voce che mi supplica di restare. E lo farei volentieri: ho quasi l’impressione di essere vissuto qui da sempre. Ma un dubbio, un mistero ancora, pensando stavolta ad Ulisse: che sia, questa, l’Isola delle Sirene?

Claudio Aita

 

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