LA «GRANDE GUERRA UNIVERSALE» A VOLTIGGIANO

IL PASSAGGIO DEL FRONTE NELLE MEMORIE DI UN PRETE DI CAMPAGNA, FRA CASTELFIORENTINO E MONTESPERTOLI.

La povera gente, si sa, non fa notizia. Ed i libri di storia ridondano ancora di nomi altisonanti, illuminandoci con dovizia di particolari sulla figura del condottiero di turno, del politico, del potente, ma rendendo nel contempo difficoltosa la ricostruzione delle fattezze, del volto autentico, di quegli umili contadini che coltivarono i campi calpestati dalle soldatesche di passaggio. Ma, fortunatamente, nelle tendenze più recenti della storiografia, s’inizia ad intravedere una maggiore sensibilità in tal senso. Snobbati dalle pagine degli storici «colti», gli strati più deboli della popolazione non hanno comunque quasi mai avuto gli strumenti e la possibilità di parlare di sé stessi. Accade così che, e questo vale soprattutto per le epoche da noi più remote, di essi si narri quasi esclusivamente per mezzo del filtro costituito dalla penna di qualche scrittore di ben altra estrazione sociale.

Similmente accade, in parte, anche a chi si accinge ad indagare, per esempio, la visione che ebbero dell’ultimo conflitto mondiale gli abitanti delle nostre campagne. Al di là degli innumerevoli documenti ufficiali sfornati dalle varie autorità, dai comunicati di partito, delle cronache giornalistiche intrise in qualche misura di una certa tendenziosità, cosa resta? Molto è stato scritto negli anni successivi sulla guerra, è vero, ma se vogliamo ricercare le testimonianze originali tramite le quali potere, per così dire, percepire la realtà del conflitto attraverso gli occhi di chi l’ha soltanto subita? Pensiamo soltanto ai contadini delle nostre campagne, spesso addirittura incapaci di scrivere alcunché. Le persone più anziane serbano ancora un ricordo vivissimo di quegli eventi, tuttavia il numero di coloro che all’epoca avevano un’età sufficiente per discernere chiaramente gli avvenimenti, magari confrontandoli con l’esperienza del periodo precedente, va scemando di anno in anno. Ciò nondimeno parlare della realtà della guerra, anche nei suoi aspetti più quotidiani, non costituisce certamente uno sforzo inutile, soprattutto in anni come i nostri caratterizzati da un infelice e superficiale revisionismo e da polemiche strumentali con finalità spesso estranee alla chiarezza storica.

I semplici contadini, l’abbiamo già detto, ben difficilmente hanno scritto trattati di storia; nonostante questo, tuttavia, qualche sprazzo di sereno, in un contesto ben altrimenti grigio, può essere intravisto. Ci riferiamo, ad esempio, a quell’autentica miniera di informazioni costituita dalle lettere e dai rapporti che i sacerdoti inoltrarono ai loro vescovi per informarli in dettaglio sul passaggio della guerra nella loro parrocchia. Si tratta di documenti talvolta molto illuminanti sulla realtà rurale di quei tempi, scritti d’altronde da preti che vissero quegli avvenimenti in strettissimo contatto con gli abitanti della loro comunità, e rimasti unico punto di riferimento morale e materiale in momenti in cui ogni autorità civile era fuggita. Il sacerdote si trova così a svolgere, oltre ai compiti più ovvi di assistenza, anche funzioni istituzionali alle quali non era stato assolutamente formato in seminario. E talvolta comunica questa sensazione di disagio, questa difficoltà, ai suoi superiori. Ma, malgrado questo, la sintonia con i fedeli, di cui molto spesso condivide pienamente origini e mentalità, è pressoché totale.

La storia, quella con la «esse» maiuscola, resta al di fuori dei limiti parrocchiali. Per il prete e per i contadini, i nazifascisti, gli alleati, i partigiani, restano molte volte sullo sfondo, il conflitto viene percepito come un avvenimento al di fuori della loro portata, quasi, a volte, il castigo di una divinità offesa. Nessun’analisi politica: le vicende della guerra sono invece vissute, sostanzialmente, in ragione diretta dei loro riflessi concreti nella vita quotidiana della povera comunità, un qualcosa di ineluttabile, da superare tramite lo spirito di sacrificio e la solidarietà.

Un bell’esempio di questo genere di relazioni, nonostante la sua brevità, è quello compilato dal parroco della sperduta parrocchia di S. Jacopo a Voltiggiano, nel comune di Montespertoli, e che si trova attualmente inserito nell’archivio del Card. Elia Dalla Costa, depositato presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze. Si tratta tuttavia della rielaborazione di un originale che abbiamo potuto rintracciare nell’Archivio della Prepositura di Castelfiorentino. Quest’ultimo testo si presenta scritto a mano su dei cartoncini grigi, delle dimensioni di circa 20 cm di altezza per 27 di larghezza, e su di un foglio bianco, per un totale di cinque pagine. Anche il supporto fisico testimonia, quindi, delle condizioni di precarietà nelle quali esso dovette essere compilato.

L’autore, sacerdote Gino Ceccatelli, era nato a S. Donato in Poggio verso il 1888 e figura la prima volta come vicario della parrocchia di Voltiggiano nel libro dello stato d’anime del 1919. Fu l’ultimo prete titolare di questa minuscolo insieme di case sparse, per raggiungere il quale bisogna ancor oggi percorrere un lungo tratto di strada sterrata e disagevole, dimostrando comunque una longevità pastorale notevole. Si trasferì, infatti, di abitazione a Castelfiorentino nel 1968, rinunciando formalmente alla parrocchia soltanto nel giugno 1974. Al momento del passaggio del fronte aveva quindi già accumulato un quarto di secolo di ministero nel medesimo luogo.

Il testo è datato 2 settembre 1944, ma i fatti narrati si riferiscono in particolare al mese di luglio. La percezione della terribilità ed alterità dell’evento è già presente nel titolo. Il Ceccatelli intende infatti scrivere una «memoria dolorosa del passaggio da questa Parrocchia […] della Grande Guerra Universale 1939-1945 [quest’ultima data è, ovviamente, un’aggiunta posteriore]».

Gli avvenimenti vengono inseriti, non senza una certa ingenuità, in un ambito caratterizzato da una forte connotazione soprannaturale. Le distruzioni avevano risparmiato la chiesa (dove aveva trovato riparo anche l’urna contenente le spoglie mortali di Santa Verdiana, qui portate dal santuario di Castelfiorentino) e le case della piccola comunità. Tuttavia «[…] ad ogni incursione dovevamo correre ai rifugi, perché i bombardamenti erano spesso vicini, come ne fanno fede le rovine spaventose di Poggibonsi, Certaldo e Castelfiorentino». La truppe alleate arrivano la mattina del 25 luglio, giorno di S. Jacopo, titolare della Chiesa. Fatto questo che non poteva non essere messo in risalto dal parroco e stimolare le sue meditazioni anche negli anni a venire. In un foglio allegato, ma posteriore, il Ceccatelli terrà, infatti, degna nota del verificarsi di «fatti importantissimi in coincidenza con questa data», quali il giungere della «bella notizia» dell’arresto di Mussolini (25 luglio 1943), oppure la caduta di un fulmine nella cappella di Oliveto, durante la celebrazione liturgica, senza causare, peraltro, vittime (25 luglio 1954).

E’ ovvio che il parroco di Voltiggiano, forte di questa sua mentalità, tenda in notevole misura a privilegiare la sfera prettamente religiosa, anche come metro di giudizio morale. Egli prende nota in particolare del fatto che i tedeschi, sopraggiunti ai primi di luglio, nonostante un certo rispetto formale per la chiesa, «nella quale mai entrarono», ostacolavano decisamente lo svolgersi della regolare vita religiosa, impedendo il suono delle campane, lo svolgersi dei trasporti funebri e la stessa celebrazione delle funzioni religiose. Di tutt’altra pasta vengono descritti invece gli Alleati, specialmente gli Americani che per la maggior parte «[…] erano cattolici, e con molta devozione prendevano parte insieme al popolo alla S. Messa ed alle Funzioni». In generale il Ceccatelli registra, con notevole soddisfazione, che nel periodo bellico «la vita religiosa non subì conseguenze, e fu molta l’affluenza dei fedeli alla Chiesa per le Sacre Funzioni e per la frequenza ai Sacramenti. Li sfollati di Castelfiorentino [diversi di essi erano riparati proprio a Voltiggiano] dettero prova della loro devozione alla loro Santa Verdiana venendo spesso anche da altre Parrocchie lontane a pregare davanti alla sua Urna».

La chiesa e gli ambienti parrocchiali costituirono in ogni caso un riparo sicuro per la popolazione, mentre i sotterranei ed i magazzini vennero adibiti a rifugio di guerra. Ciò anche nei momenti più difficili, quelli della presenza dei militari tedeschi: «In questo rifugio provvidenziale trovarono riparo e sicurezza oltre al Parroco e sua famiglia, tutti i pigionali della Chiesa e li sfollati qui ricoverati si passarono giù al buio ed all’umido 12 giorni continui. La notte si passava seduti sopra una sedia, come durante il giorno».

Il giudizio sui tedeschi è lapidario: con il loro arrivo «[…] cominciò la serie delle paure, delle prepotenze, delle violenze, delle umiliazioni, delle distruzioni e dei furti. Si fecero padroni con prepotenza di tutta la Canonica […]. I tedeschi fecero sentire la loro malvagità, esigendo tutto colla rivoltella in pugno, prendendo ciò che a loro piaceva e serviva, rompendo quello che volevano, portando via quello che volevano, facendosi servire da tutti, anche dal Parroco, se a ciò non si fosse rifiutato decisamente».

La situazione si risolse comunque la sera del 23 luglio, quando l’altura su cui sorge Voltiggiano venne cannoneggiata dalle artiglierie alleate, «le quali per due ore, e cioè dalle ore 16 alle ore 18, scaricarono qui centinaia di proiettili». I danni furono abbastanza gravi. Molte case, la canonica e la stessa chiesa vennero colpite. Il parroco, tuttavia, non può non sottolineare il fatto che «miracolosamente scampò alle rovine l’Urna di S. Verdiana che era sul dietro dell’Altare Maggiore». Segue infine la cronaca circostanziata delle ore successive. I tedeschi fecero fagotto già il mattino seguente. La sera dello stesso giorno, annota il Ceccatelli, bussarono alla porta i primi soldati indiani (ce ne fornisce anche il numero: «tre in tutto») «i quali ci dettero ordine che alle ore 5 del mattino appresso si fosse messo alla finestra un lenzuolo bianco in segno di resa, ed allora i Liberatori sarebbero venuti avanti», Così fu fatto e finalmente il giorno dopo, festa del santo titolare, vide l’arrivo delle truppe alleate.

I segni materiali del passaggio del fronte dovettero comunque rimanere a lungo. L’anno successivo, il 9 settembre 1945, la relazione della visita pastorale del rappresentante del vescovo noterà, oltre al fatto che il popolo si presentava «ancora abbastanza sano e religioso», anche che all’esterno della chiesa erano ancora evidentissimi i segni delle granate.

Claudio Aita

 

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