LA GUERRA DIETRO LA GRATA

Il passaggio del fronte raccontato da una monaca di clausura dell’abbazia di Santa Maria a Rosano

 

Come abbiamo già avuto occasione di affermare in precedenza, la lettura dei resoconti che il clero inviò ai propri vescovi, per informarli in dettaglio delle vicende relative al passaggio del fronte nelle parrocchie di loro competenza, dei danni subiti e dello stato morale e materiale del popolo a loro affidato, sono estremamente illuminanti per poter effettuare una lettura delle vicende di quel periodo da un punto di vista molto vicino a quello delle categorie sociali più umili, gente che, in genere, non lascia molte tracce nei documenti ufficiali ed in una certa storiografia intrisa ancora di una retorica dura a morire.

Non si può non vedere, quindi, che con estrema soddisfazione la pubblicazione, almeno parziale di tale tipo di documentazione avvenuta negli ultimi anni. Si tratta quasi sempre di materiale di mano sacerdotale e concernente la vita delle rispettive comunità parrocchiali. Molto più marginale appare tuttavia lo studio degli scritti prodotti dal clero regolare, soprattutto di quello più lontano dall’area urbana. Ed invece anche questi, spesso ricavati direttamente dalle «cronache» dei monasteri rappresentano una miniera di informazioni, oltre che sull’ambito della comunità, anche sul territorio circostante. Un bell’esempio è rappresentato dalle Cronache del monastero di S. Maria a Rosano, nei pressi di Pontassieve, del quale un estratto si trova depositato presso l’Istituto Storico della Resistenza di Firenze.

Giova ricordare che l’abbazia vanta una storia antichissima. Fondata nel 780, accolse fin dagli inizi una comunità femminile benedettina di clausura, diventando, fra l’altro, una specie di possedimento privato dei potentissimi conti Guidi, campioni del ghibellinismo e nemici acerrimi di Firenze, i quali, pur generosi nelle donazioni, si arrogavano il diritto di insediarvi, come badesse, le rampolle di famiglia non destinate al matrimonio. La presenza benedettina nel monastero venne interrotta soltanto per alcuni anni nel 1810, con le soppressioni napoleoniche. Tentativo che venne ripetuto nel 1866 dal neonato stato italiano che mise all’asta l’edificio conventuale. Le monache riuscirono comunque ad aggiudicarselo mediante un prestanome.

E’ anche grazie alle sue plurisecolari vicende, ed ai rapporti economici e lavorativi intercorrenti con la popolazione, che il monastero è rimasto ben radicato con il territorio circostante.

I fatti narrati nell’estratto della cronaca abbracciano, a grandi linee, il periodo che intercorre dal settembre 1943 al settembre 1944. Il racconto privilegia necessariamente l’ambito conventuale, ma il dramma di Pontassieve, di cui un sacerdote, in altra sede, dirà che «[…] devastato e quasi completamente distrutto, è da considerarsi certo uno dei paesi d’Italia più duramente colpiti», resta sullo sfondo.

Il testo, che si compone di tredici cartelle dattiloscritte, è stato compilato da una monaca di clausura che non è la badessa, ma che si dimostra dotata di una buona padronanza della lingua. La partecipazione emotiva agli avvenimenti è indiscutibile e sottolineata dal fiorire di punti esclamativi. Ma tutto il racconto è di una freschezza e di un candore che difficilmente si riscontrano nelle contemporanee memorie redatte da sacerdoti. Non vi è nessun giudizio morale sulla guerra, nessun riferimento ai grandi avvenimenti bellici: soltanto una menzione fugacissima ai partigiani che combattono in Mugello, quando gli aerei inglesi sorvolano il monastero per andare a rifornirli.

Gli stessi soldati tedeschi, almeno agli inizi, prima delle rapine e delle prepotenze successive, sono visti in maniera sostanzialmente benevola: « […] sono persone compitissime, più di uno è cattolico praticante».

Il passaggio del fronte, tuttavia, scuoterà la vita tranquilla della comunità monastica. Fino alla fine del ’43, la zona sembrava indenne da qualsiasi rischio: «Sino alla metà di novembre a Rosano, Pontassieve e dintorni si ignora che cosa sia la guerra. Se ne sente parlare, sì, e le famiglie, che hanno parenti in guerra o lontani, ne soffrono, ma si vive tranquillamente, si dorme in pace, i viveri non mancano; agli allarmi, quando suonano, non si bada, tanto gli aeroplani passano senza far nulla […]».

Ma l’11 novembre e le notti successive iniziano i bombardamenti su Pontassieve e la popolazione fugge («[…] la sicurezza è finita»). Il mese successivo le bombe cadono anche sul greto dell’Arno e nelle immediate vicinanze del monastero, causando i primi danni all’edificio monastico: «[…] uno scoppio fragoroso, che scuote tutto il monastero, seguito da una pioggia di vetri […]. Il rumore degli aeroplani che roteano sopra e quello delle nuove scariche è spaventoso, sembra che da un momento all’altro tutto debba crollare». Ed il giorno successivo «tutta la mattinata a spazzare!» perché, oltre agli altri danni, «[…] i vetri rotti ammontano nientemeno che a… 512, e non dico altro!». E la guerra fa capolino anche nei gesti quotidiani, con il freddo che incombe e che condiziona la vita della comunità e la mancanza di energia elettrica che costringe a riesumare le vecchie lucerne ad olio, «esteticamente molto graziose, anche se non altrettanto pratiche!».

I bombardamenti riprendono con rinnovata ferocia il 17 gennaio 1944, causando le prime vittime, proprio nei pressi del monastero: una giovane coppia di contadini con il loro piccino di tre mesi, e la nostra anonima cronista ci racconta la sua profonda impressione alla vista dei lenzuoli stesi pietosamente sui poveri corpi straziati.

Ed i giorni successivi saranno un susseguirsi di scariche di bombe, raccontate con dovizia di particolari: gli orari, i lampi dei razzi traccianti, il rombo dei bombardieri che le monache hanno ormai imparato a riconoscere immediatamente, così come le loro traiettorie.

Gli stessi ritmi che hanno sempre scandito, immutati nei secoli, la vita quotidiana di ogni comunità benedettina, devono venire modificati a causa delle mutate condizioni, se non addirittura interrotti dalle precipitose «fughe in cantina». Ed il monastero, nonostante la sua clausura deve prendersi carico delle esigenze di sicurezza della popolazione del piccolo borgo, sempre più spaventata. Viene quindi deciso di adattare quella cantina, che viene divisa nel mezzo per le esigenze di isolamento delle monache. Tuttavia si specifica che, in caso di bombardamento «verrà tolto il chiavistello del portone di clausura, affinché, se una bomba dovesse ostruire l’uscita sulla strada, chi è dentro possa uscire dalla parte del monastero e viceversa».

Tuttavia, il proseguire delle incursioni aeree alleate aggiunge danni ai guasti precedenti, oltre che a aumentare lo stato di insicurezza della comunità. Veniamo così a sapere che nel mese di marzo 1944 una bomba caduta accanto al monastero «ha fatto crollare la stalla seppellendo la mucca e due maialini». I tetti risultano ormai sfondati, molte celle inabitabili. E la situazione si fa, giorno dopo giorno, sempre più difficile: «E’ inutile dire che i vetri – dove erano stati rimessi o dove ancora c’erano – sono volati via; nel chiostro e nell’orto il terreno è tutto interrotto da buche e da fosse, prodotte da sassi e da schegge. Parecchie di queste, di metallo, e taglienti, vengono raccolte, una ha tagliata il collo a una gallina. Due novizie salgono sul campanile e vedono che a destra e a sinistra del monastero, alla distanza di 15-20 m, ci sono due file di bombe, ne contano venticinque! E’ proprio un miracolo della Provvidenza che nessuna ci abbia colpita in pieno».

Una soluzione, tuttavia, si impone, anche se dolorosa, e le monache di Rosano trovano ospitalità presso le Suore Oblate di S. Francesco di Sales, in viale L. Ariosto, a Firenze. Così, verso la metà di marzo, il convento viene abbandonato: «Addio Rosano o arrivederci? Quello che il Signore vorrà!»

La comunità rimase a Firenze fino al 25 luglio 1945, vivendo così tutte le tragiche giornate fiorentine dell’estate di quell’anno.

L’8 maggio si viene a sapere che soldati tedeschi di stanza a Pontassieve hanno razziato la piana di Rosano, rubando e danneggiando, entrando anche nel monastero. L’Abbadessa protesta vivamente presso il comando tedesco, ricevendo garanzie per il futuro ed un camion per portare a Firenze quello che rimane da mettere in salvo.

Le notizie dal vecchio monastero, comunque, continuano ad arrivare, e la nostra cronista annota, riferendosi a Rosano: «E’ stato fatto un rifugio dentro il colle e poiché spesso, quando suona l’allarme, non si fa a tempo ad arrivarci, che già arrivano gli aeroplani e le contraeree si mettono a sparare, la gente dei dintorni, specialmente le donne con i bambini, ci si raccolgono dalle 8 del mattino fin verso le 6 o 7 di sera. Gli uomini fanno qualche breve corsa nei campi e, appena possono, vanno anche loro nel rifugio».

Nessuna meraviglia che i lavori agricoli procedano molto a rilento; ma, secondo la nostra cronista, Dio è sempre presente, anche se con fini imperscrutabili: «[…] proprio per dimostrarci che il Signore è padrone di fatto e non ha bisogno di nessuno, a memoria d’uomo non c’è mai stata una stagione come questa: c’è di tutto e in abbondanza. Il grano, che non ha avuto cura né concimi, è meraviglioso, gli alberi da frutta sono carichi, la vite fiorisce bene e così il resto. Ma chi godrà il raccolto? I contadini se lo domandano con angoscia. Mah! Confidiamo nel Signore!»

Il 26 luglio si viene a sapere che i tedeschi, come era loro uso, hanno riempito di esplosivo, fino al soffitto, una stanza della foresteria, allo scopo di far saltare in aria il monastero e ostruire il passaggio alle truppe alleate. Fortunatamente, o perché non hanno avuto il tempo di far brillare le mine, sorpresi dall’avanzata alleata, o perché necessitano degli esplosivi in altra sede, non accade l’irreparabile ed il monastero, seppur molto danneggiato, rimane in piedi.

Soltanto il 6 settembre la badessa, accompagnata dalla priora, potrà verificare di persona lo stato dell’edificio, nei locali del quale si sono ormai installate le truppe alleate. Ma la prima sensazione non è certo delle più benevole: «[…] dovunque esse trovano soldati inglesi, che dormono, che giocano… Dentro, la prima impressione che si ha è di un sudiciume e di un disordine spaventoso, tutto è stato frugato e buttato all’aria, sedie rotte, gambe di tavole, ecc. e sui muri pupazzetti di carbone»; e, forse, in questa descrizione riecheggia qualche vecchio preconcetto nei confronti degli anglicani.

Ma, nonostante tutto, il monastero, protetto dalla Vergine alla quale è dedicato, si è salvato, e non è forse casuale che la lunga cronaca di avvenimenti luttuosi si concluda con l’immagine delle due religiose che, nell’edificio devastato dai bombardamenti e divenuto ormai bivacco di truppe, si raccolgono finalmente in preghiera «presso la cara Madonnina, la cui statua è rimasta miracolosamente illesa nella sua cappellina in fondo al viale, nonostante che una cannonata abbia spezzato lì accanto un cipresso e danneggiato un angolo della cappella».

 

Claudio Aita

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