CORTONA: MISTERO E SAGGEZZA DI UNA CITTA' A MISURA D'UOMO

Non dovette avere un’impressione molto dissimile l’inquieto Ulisse dantesco quando, al termine del suo «folle volo», giunse in vista della montagna del Purgatorio, prima di sprofondare, con il suo vascello, inghiottito dallo scuro turbinare dei flutti marini.

E qualcosa del genere accade anche al più tranquillo viaggiatore moderno che, attraversando la piatta e monotona Valdichiana, fra appezzamenti di terra coltivata, ora a frumento, ora a girasole, interrotti soltanto dagli isolati e inconfondibili filari di cipressi e pini marittimi, giunge finalmente al cospetto di Cortona. Pur se appena velato dalla foschia mattutina, sull’imponente massa del poggio si distende, senza nulla nascondere alla vista, l’abitato cittadino. Tutto è dato immediatamente allo sguardo, con una chiarezza che ricorda certe limpide città che compaiono negli sfondi dei dipinti quattrocenteschi. E, come in un libro aperto, la macchia grigia degli edifici si srotola sulle pendici verdi e ripide del colle, alto circa seicento metri, per piani degradanti. Ecco così, in basso a destra, apparire la massa grigiastra della cupola di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, più sopra il profilo inconfondibile della Basilica di Santa Margherita e poco più oltre, in vetta, la fortezza medicea da cui si dipartono, su entrambi i lati, le linee spezzate delle antiche mura; sotto, a sinistra, il grosso dell’abitato, con i campanili delle chiese, chiaramente identificabili, la torre del Palazzo Comunale, e così via, senza particolari difficoltà di lettura. Tutto è chiaramente definito: sappiamo fin da ora ciò che ci attende. E la stessa luce del sole, vibrando sulle facciate uniformemente in pietra, riflettendo in maniera diversa a seconda dell’angolazione, definisce perfettamente i vuoti ed i pieni dei palazzi, facendo presagire la presenza delle strade lastricate.

Ma l’evidenza, la chiarezza tangibile, nascondono il mistero delle origini di una città che sembra essere stata qui da sempre. Ne è la riprova il fiorire di leggende, spesso alquanto curiose, che nello scorrere dei secoli hanno assegnato a questo od a quel mitico personaggio il merito della sua fondazione come quella che ne attribuiva i natali ad opera di Noè che, trovandosi casualmente a risalire il Tevere più di cento anni dopo il Diluvio, colpito dall’amenità del luogo, vi avrebbe dimorato per un trentennio. Altri visitatori illustri sarebbero stati, secondo altri, il già ricordato Ulisse, stanco ormai della tranquillità ritrovata di Itaca e Pitagora, del quale ancora oggi una tomba circolare etrusca porta il nome, memore di un’antica confusione fra i simili termini Crotone e Cortona. Gli stessi storici e scrittori greci e latini, come Erodoto, Dionigi di Alicarnasso, Tolomeo, Virgilio, Tito Livio, hanno espresso interpretazioni divergenti sulle sue origini, a conferma del fatto che già allora esse risultavano avvolte nel mistero.

Gli storici moderni concordano ormai sul fatto che Cortona sia stata originariamente un centro umbro prima di diventare una delle più importanti città etrusche, come attestano, oltre che gli innumerevoli ed importanti ritrovamenti archeologici, in parte esposti nel Museo dell’Accademia etrusca, dai superbi resti delle sue mura lunghe quasi tre chilometri e dall’esistenza di importanti tombe etrusche, curiosamente chiamate «meloni» per la loro forma semisferica, nelle immediate vicinanze. Dopo la conquista romana, la città continuò a mantenere una certa floridezza. E fu proprio sotto le sue mura, nel tratto pianeggiante che giunge fino a lambire il vicino lago Trasimeno, che le armate romane subirono una delle più memorabili disfatte della loro storia, in quel 24 giugno 217 avanti Cristo quando Annibale intrappolò e travolse le legioni romane capitanate dal console Gaio Flaminio. Se i Cortonesi poterono osservare come spettatori, senza eccessivi rischi, questo tragico avvenimento, nemmeno la ciclopica cerchia muraria fu in grado di trattenere la furia omicida dei Goti che nel 450 dopo Cristo distrussero la città. Si aprì quindi un periodo di notevole declino che raggiunse il suo culmine durante la guerra gotica (535-553) che spopolò e ridusse in macerie gran parte della penisola. Le invasioni barbariche fecero il resto.

Cortona riuscì tuttavia orgogliosamente a risorgere tanto da divenire uno dei primi comuni medioevali, e tale era la sua autonomia da riuscire a battere moneta propria. Nel 1325 si trasformò in signoria, sotto il dominio della famiglia dei Casali che rimarranno al potere sino al 1409 quando la città, contraria ormai al loro regime, si arrenderà a Ladislao, re di Napoli, il quale la venderà, quale preda di guerra, a Firenze due anni più tardi. Da allora le vicende di Cortona si confonderanno con quelle della dinastia dei Medici, prima, e dei Lorena, poi, fino al plebisciito del 1860 che la vedrà confluire, come tutta la Toscana, nel neonato regno d’Italia.

Nonostante tutte le vicissitudini di una storia che qui, come d’altronde in tutta la Toscana, è stata particolarmente inquieta e tumultuosa, ciò che sorprende maggiormente, tuttavia, è l’intima unità che promana da tutto l’abitato, unità tale che risulta difficile percepire le differenze di stile e di materiali impiegati in edifici che pur sono stati costruiti in epoche molto diverse. E’ come se i costruttori che qui si sono succeduti nel corso dei secoli si fossero tacitamente e saggiamente impegnati a costruire il nuovo nel più pieno rispetto di quello che vi era di preesistente. E anche i piccoli inserimenti di questo secolo, quali il grande mosaico di San Marco che campeggia sulla facciata dell’omonima chiesa, oppure quelli inseriti nelle cappelle della Via Crucis sulla strada di Santa Margherita, tutte opere dell’artista futurista e neocubista Gino Severini, si inseriscono armoniosamente nel contesto urbano dominato dalle tenui tinte dell’arenaria locale. Il risultato complessivo è di un’unitarietà del tessuto urbano che non si riscontra in altri centri, dove, al contrario, gli interventi successivi hanno ormai sconvolto irrimediabilmente l’assetto originario e gli edifici, pur nella loro bellezza, rappresentano momenti ben distinti.

Questo vale anche per quegli edifici più celebrativi del potere o della vita comunitaria che altrove cercano di imporsi, anche punto di vista visivo, sul resto del tessuto urbano ma che qui, invece, possiedono una loro grazia, discreta ed elegante al contempo, e che si affacciano su quello che costituisce il vero e proprio cuore della città, Piazza Signorelli e Piazza Repubblica, oppure nelle immediatamente vicinanze.

E’ il caso del Palazzo Comunale che, nonostante i rimaneggiamenti successivi, conserva ancora in parte, soprattutto sul lato destro, l’originario aspetto duecentesco mentre la torre campanaria e la solenne scalinata sono state aggiunte nel Cinquecento; oppure del Palazzo del Capitano del Popolo (sec. XIII) che tuttavia conserva ben poco della primitiva fisionomia, oppure del Palazzo Vescovile, attiguo al Duomo e che, costruito nel XVI secolo, sorge sul luogo dove secondo la tradizione pare avesse avuto la sua prima dimora frate Elia, biografo di San Francesco.

Lo stesso palazzo signorile per eccellenza, Palazzo Casali, che nel suo impianto attuale risale al XVI secolo, con il bugnato che valorizza gli elementi architettonici, si inserisce senza alcuna dissonanza, anzi con perfetto equilibrio, nella scenografia di Piazza Signorelli della quale riflette e diffonde la luce. Al suo interno un’elegante scalone conduce alla sede del Museo dell’Accademia Etrusca, ed il simbolo mediceo e gli stemmi che vi campeggiano, seppur consunti dall’inclemenza del tempo, ci rammentano chiaramente che proprio questo palazzo fu scelto come sede dei vicari della città di Firenze.

E così il turista contemporaneo quasi non si accorge, passeggiando lungo le strade principali, fra eleganti e discrete vetrine di antiquari, e negozi che espongono all’esterno ceramiche, articoli di pelletteria ed altri prodotti artigianali, del continuo succedersi delle facciate di quelle che furono le antiche residenze aristocratiche, spesso recanti in bella vista lo stemma del casato, e che vennero edificate fra il Duecento ed il Settecento. Attualmente, con l’unica eccezione di Palazzo Petrella, esse non sono più abitate dalla famiglia che li fece costruire, e dietro le vetrate, nelle ampie stanze ora sedi di uffici o di abitazioni condominiali, nulla è rimasto dell’antico e ricchissimo arredo.

Neppure il frontone neoclassico del Teatro Signorelli, sotto la quale si apre l’ampia loggia colonnata crea particolari conflitti con le altre costruzioni alle quali è stato accostato.

In definitiva, a Cortona l’armonia regna sovrana e lo sguardo corre ovunque senza sbalzi.

Ma, a dire il vero, le piazze più centrali del borgo rigurgitano di turisti con una promiscuità che, agli amanti della tranquillità, può apparire talvolta inopportuna. Se, tuttavia, appena entrati all’interno della cinta muraria, evitiamo per un attimo la tentazione di seguire immediatamente gli itinerari che puntano ripidamente verso Piazza della Repubblica e Piazza Signorelli e ci tuffiamo nel groviglio di viuzze strettissime sulle quali si aprono vecchie porte in legno e sulle cui architravi di pietra campeggiano piccoli stemmi, oppure piccole finestre adornate di fiori variopinti, ci troviamo improvvisamente immersi in un mondo assolutamente diverso. Fra pertugi coperti da travature di legno e passaggi troppo angusti, fortunatamente, per permettere il transito alle automobili, fra facciate in pietra o con tracce cadenti di intonaco, si aprono vicoli che paiono spesso finire improvvisi, salvo poi rivelare improvvisamente l’esistenza di passaggi nascosti che conducono ad altre viuzze, e così via. Qui, fra i panni stesi ad asciugare alle finestre, si odono ancora nitidamente i semplici suoni della tranquilla vita domestica, si intravvedono i bambini giocare indisturbati, mentre le donne parlottano tranquillamente sedute sull’uscio di casa e i varchi fra un palazzo e l’altro, ove stradine scendono ripidamente, permettono fugaci e coinvolgenti sguardi sulla piana sottostante. Ed è proprio qui che forse si afferra il vero segreto del secolare equilibrio di una città creata a misura d’uomo. Ma piccole ed inopportune presenze ne rivelano anche l’estrema fragilità. Ed è la sciagurata e fastidiosa presenza delle automobili parcheggiate, così come quella, più discreta, delle antenne televisive o quella addirittura ostentata dei cavi telefonici penzolanti fra le vecchie e semplici superfici murarie che impediscono spesso un pieno ed appagante abbandono. E questo accade soprattutto nella parte superiore dell’abitato con le sue suggestive ed incantevoli chiesette ombreggiate da alberi solenni e con le case che concedono spazi sempre più ampi a piccoli ed incantevoli giardini fioriti o a prati coperti di ulivi e di cipressi.

Cortona è sempre stato un crocevia delle più vivaci correnti spirituali, tanto da contenere ancora oggi un numero di chiese e di case conventuali dei vari ordini addirittura sproporzionato rispetto ai bisogni della cura d’anime. Ma non dimentichiamo che San Francesco d’Assisi vi dovette transitare diverse volte fra il 1211 ed 1226, anno della sua morte e nel quale i Cortonesi ebbero occasione di osservare da vicino le sue stimmate, ovvero i suggelli nelle sue carni con impressi i segni delle sofferenze di Cristo. Francesco fondò, nelle immediate vicinanze, una comunità eremitica detta delle «Celle», luogo che ancor oggi promana grande fascino e ricorda, con la sua sobria architettura, le atmosfere che si possono respirare a La Verna. E sarà proprio a Cortona che si ritirerà frate Elia, primo biografo del santo e costruttore della Basilica di Assisi, per morirvi, nel convento di San Francesco da lui edificato, stanco ormai degli innumerevoli contrasti che lo avevano contrapposto alla Chiesa di Roma. Gli stessi contrasti, mai sopiti, che vedranno l’Eremo delle Celle ospitare una comunità di Spirituali, fautori, in disaccordo con l’immagine più accomodante che di San Francesco voleva fornire la gerarchia ecclesiastica, di una pura osservanza degli insegnamenti del santo fondatore. E quest’ordine, ormai perdente in un mondo che non poteva più accettare come dogma l’osservanza integrale della povertà evangelica, e sempre più coinvolto in teorie che profetizzavano la fine del mondo e l’avvento di una nuova era, vennero scomunicati e cacciati nel 1363. Le Celle conobbero quindi un lungo periodo di profonda decadenza fino al 1537, anno in cui vennero concesse ai frati Cappuccini.

Anche santa Chiara si era stabilita in eremitaggio nella vicinissima località di Marignano (oggi Contesse) sin dal 1225. Dopo altri trasferimenti, nel secolo XVI la comunità delle Clarisse si insediò definitivamente nell’attuale convento di Santa Chiara, progettato dal Vasari. E molteplici pure le presenze benedettine, come il Monastero delle Santucce, fondato verso il 1270 dalla Beata Santuccia da Gubbio, oppure il Monastero della Santissima Trinità, cinquecentesco, che nelle due chiese sovrapposte ospita i corpi della Venerabile Veronica Laparelli (1537-1620) e di san Felice, qui trasferito dalle catacombe di Roma.

E molti altri sono gli ordini religiosi che in questa città hanno trovato una sede ideale, fino ai nostri giorni, ma una figura in particolare giganteggia nel panorama religioso cortonese, quello, eccezionale, della bellissima Margherita, che visse nel peccato, dove per peccato si intende la convivenza per nove anni con uomo ricco, a cui darà anche un figlio, senza la legittimazione formale di un matrimonio. L’uomo purtroppo viene assassinato e lei, ripudiata anche dalla sua stessa famiglia, si trova ormai sola e disperata, con il suo bambino stanco e affamato. Ma è allora, quando tutto sembra ormai irrimediabilmente perduto, che una voce le parla nel cuore: «Vieni a Cortona, Margherita, vieni a farti santa». Ed ecco che allora tutto diventa finalmente chiaro, e la donna, dopo aver vissuto la miseria delle passioni terrene, corre stavolta incontro ad un amore più grande e definitivo, all’unione spirituale con quel Cristo che le parlò ininterrottamente dal crocifisso, durante le sue preghiere. Senza indugi, Margherita indossò l’abito del Terz’Ordine francescano e, piena di fuoco divino e vivendo di penitenza e di carità, impegnò tutte le sue restanti energie alla cura degli infermi e dei bisognosi, fino alla sua morte avvenuta in odore di santità nel 1297.

Quella di Margherita è la storia di un riscatto esemplare. Ma il «venire a Cortona» esercita un fascino anche sul turista moderno che, sia inerpicandosi per le strette viuzze in salita, costeggiate da chiese addormentate con i loro campanili a vela, sia percorrendo la salita della Via Crucis, dalla quale si domina con un colpo d’occhio eccezionale la piana sottostante con la lucida sagoma del Trasimeno che appare più che mai vicino, giunge alla fine del suo percorso dinnanzi all’imponente basilica che ospita le spoglie della santa. La pesantezza di questo edificio, troppe volte rimaneggiato, è purtroppo l’unica nota stonata in un contesto urbano per il resto improntato al più grande equilibrio.

E non è certo un caso che una città dove l’armonia ed il buon gusto si possono quasi respirare ad ogni passo, abbia dato i natali a personaggi che hanno scritto capitoli fondamentali nella storia dell’arte. Questo è il caso di Luca Signorelli (1445-1523), i cui dipinti precedono, per drammaticità e plasticità, quelli di Michelangelo, e di cui il locale Museo Diocesano conserva alcune opere notevoli, come il Compianto sul Cristo Morto, nel quale, a detta del Vasari, avrebbe utilizzato come modello per il nudo del Salvatore il corpo del figlio morto di peste. Importantissima anche la figura di Piero Berrettini, più noto come Pietro da Cortona (1596-1669), pittore e architetto, che fu uno dei maggiori protagonisti dell’arte barocca. E altri nomi come Giovanni Battista di Cristofano Infregliati, detto il Cristofanello, o il già ricordato Gino Severini, dimostrano l’estrema prolificità della locale vena artistica. L’importanza della città in tal senso è testimoniata d’altronde anche dalla presenza di opere di personalità notevoli come il Beato Angelico, Pietro Lorenzetti, il Bronzino, il Pinturicchio.

Cortona è uno scrigno talmente ricolmo di storia e di bellezze architettoniche, che racchiudono tesori artistici spesso inaspettati, da dare quasi l’impressione di faticare alquanto a contenerle tutte all’interno delle sue mura, e forse è questa la più autentica motivazione, al di là dei presunti avvenimenti prodigiosi, che ha ispirato la costruzione di due autentici gioielli rinascimentali immediatamente al di fuori della cerchia cittadina. La prima è la chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, così chiamata perché innalzata, fra il 1485 ed il 1513, sul luogo dove l’arte dei calzolari aveva le vasche per la concia dei pellami, lavorazione che utilizzava con larghezza la calce. L’intercessione di un’icona della Vergine, che si trovava in quel luogo, avrebbe favorito il verificarsi di eventi miracolosi. Si deliberò così la costruzione di un edificio adeguato all’importanza dell’immagine prodigiosa, ed i lavori vennero affidati, pare su consiglio dello stesso Signorelli, ad uno degli architetti più in voga del momento: Francesco di Giorgio Martini. Ancor oggi la grazia delle sue forme rinascimentali, con la cupola che si staglia altissima, inserendosi però con grande misura, senza squilibri di sorta, nella struttura a croce latina, è il primo biglietto da visita per il visitatore che si appresta a salire lungo la strada asfaltata che si snoda fra le terrazze di pietre a secco coltivate ad olivi. Sempre al di fuori della cinta muraria, ma stavolta sul lato settentrionale, un altro edificio sacro custodisce un’immagine miracolosa della Madonna. Si tratta della chiesa di Santa Maria Nuova, edificata verso la fine del Cinquecento su disegno del Cristofanello, forse modificato dal Vasari. La struttura a pianta greca, con tre facciate uguali, sostiene un’aggraziata cupola seicentesca.

Città di Dio, per le miriadi di edifici sacri che la compongono, città degli uomini con le sue costruzioni profane, Cortona non ha comunque lesinato mezzi per dotarsi di un sistema difensivo adatto a difenderla dalle aggressioni esterne, anche se in qualche occasione non si è dimostrato sufficiente; la città, infatti, venne ugualmente rasa al suolo dalle feroci orde gotiche, evento che si rinnovò, nel 1258, ad opera degli aretini. La cinta muraria abbraccia ancora per buona parte l’abitato, inglobando parzialmente le poderose mura etrusche risalenti al V secolo a.C., fino ad incrociare, al sulla sommità del colle l’imponente fortezza (o castello) del Girifalco, esempio molto interessante di architettura militare del Rinascimento, poi ampliata secondo i nuovi criteri costruttivi che si imposero con l’utilizzo sistematico delle armi da fuoco. Le guide ci informano che essa sorge le rovine di un preesistente fortilizio del XIII secolo, che a sua volta occupava una fortificazione romana; ma prima ancora un edificio etrusco era posto lassù a difesa dell’abitato.

E questo ci fa improvvisamente tornare in mente il fatto che fino ad ora, nel nostro peregrinare abbiamo calpestato suolo etrusco, ci siamo infilati per le strade di un borgo che copre i resti di una delle principali città di questo popolo per molto versi ancora sconosciuto, la cui presenza è palpabile nell’aria, ma del quale non è rimasto quasi nulla. Siamo rimasti immersi, quasi senza accorgercene, in un mistero.

E non è un caso, in fin dei conti, che proprio a Cortona, abbiano avuto inizio i primi studi sistematici di etruscologia (o di «etruscheria», come si sarebbe detto un tempo), con la fondazione, fra l’altro, nel 1726 di un’Accademia Etrusca e con l’istituzione di un museo. Materiale d’altronde gli studiosi del posto ne avevano a volontà, scavando nelle tombe che venivano man mano scoperte nei dintorni, come i meloni del Sodo, il melone François a Camucia, oppure la «Tanella di Pitagora», già conosciuta dal Vasari, e che per gli elementi ellenizzanti che la contraddistinguono, è stata spesso associata a personaggi del mondo greco, come Ulisse, Pitagora, Archimede. Tutti i reperti che non sono stati portati al Museo Archeologico di Firenze, sono esposti nel locale Museo dell’Accademia Etrusca. Da ammirare in particolare i prodotti dell’artigianato di quell’antico popolo, come gli splendidi gioielli o l’enigmatico «Lampadario etrusco» del IV secolo a. C.

L’amore per l’arte per l’antichità, tuttavia, ispira ancora oggi alcune manifestazioni prestigiose che si ripetono annualmente come la Mostra mercato nazionale del mobile antico, che ha sede nelle sale di Palazzo Vagnotti, e la Fiera nazionale del rame lavorato che si svolge fra Piazza Signorelli e Palazzo Casali. Non dobbiamo però dimenticare che Cortona è città antiquaria per eccellenza, e gli appassionati troveranno per tutto l’anno motivo di grande soddisfazione

Per i buongustai, invece, ricordiamo che i dintorni forniscono un olio toscano di notevole qualità, dal sapore delicato; il territorio inoltre produce vini di pregio, come il bianco Vergine della Valdichiana. La cucina, in una terra a cavallo fra culture gastronomiche diverse, è semplice, ma i sapori sono particolarmente intensi. Basta entrare in una degli innumerevoli piccoli ristoranti, spesso a conduzione familiare, che si trovano nei pressi delle piazze principali. Vi si possono degustare i piatti tipici della tradizione toscana, come, ad esempio, la ribollita e la zuppa di farro, oppure i tartufi di più chiara origine umbra. Ma la parte del leone la fanno le carni che comprendono l’immancabile cacciagione, cinghiale in testa, e soprattutto la classica «bistecca» che qui non può che essere quella «chianina», famosa in tutto il mondo.

Se poi, com’è ovvio, si desiderasse smaltire gli eccessi della tavola con una passeggiata, non vi è che l’imbarazzo della scelta. La posizione geografica di Cortona, infatti, è felicissima visto che solo un breve tratto di strada la separa da centri turistici di prim’ordine come Arezzo, Perugia, Assisi, Città di Castello, senza considerare la miriade di località minori e la prossimità allo specchio lacustre del Trasimeno. Se, invece, si preferisce limitarsi alle più immediate vicinanze, oltre i tumuli etruschi, di cui abbiamo già fatto cenno, valgono una visita l’abbazia di Farneta, risalente all’VIII secolo, il già ricordato Eremo delle Celle e l’imponente Rocca di Pierle, costruita dai Casali nel Duecento. Meritano infine un cenno le ville dei dintorni, ovvero Palazzo Passerini a Fontecumola, detto «Il Palazzone», il cui interno, riccamente decorato, conserva opere del Signorelli e le settecentesche Villa Venuti a Catrosse e Villa Tommasi a Metelliano, quest’ultima con un notevole esempio di giardino all’italiana. Tutti itinerari di notevole interesse, ed adatti, senz’altro ad un momento di distensione. Ma se solo alziamo un appena un poco lo sguardo ci accorgiamo che su tutto incombe, guardiano silenzioso, l’abitato di Cortona, evidentissimo e misterioso nello stesso tempo. 

Claudio Aita

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