CASENTINO E VALDARNO SUPERIORE: ALLA SCOPERTA DELL VALLI ARETINE DELL’ARNO, FRA SUGGESTIONI E MISTERO

 

Terra aspra e piena di contrasti, il Casentino, con quel suo verde onnipresente ed a volte intenso che sembra voler ogni cosa circondare e divorare, incuneandosi fra le sparse opere dell’uomo che spesso sembrano quasi dover soccombere, vinte definitivamente da tale impari assalto. E chi si allontana dal fondo della vallata, dove è concentrata la maggior parte delle attività produttive e degli edifici più discutibilmente «moderni», si trova spesso a costeggiare vecchie costruzioni ormai ridotte a ruderi, le cui pietre, immemori ormai degli scopi ai quali gli antichi costruttori vollero destinarle sembrano desiderare soltanto il ritornare a quella terra dalla quale furono un tempo strappate con fatica, muti testimoni di epoche in cui, in molte zone, l’unica alternativa per chi non voleva sopravvivere accontentandosi del poco che questo territorio affascinante, ma dura e arcigna, poteva offrire (il legname, i semplici materiali da costruzione come la pietra serena, i frutti del bosco e la selvaggina, un allevamento di sussistenza) era l’emigrazione. E’ un verde che, talvolta, quasi sgomenta il viaggiatore reduce dai più rassicuranti e familiari paesaggi toscani nei quali lo sguardo spazia libero nell’aria leggera che si interpone fra i borghi abbarbicati sui colli arsi dal sole estivo e le cui calde tinte sono interrotte qua e là soltanto dalle sagome scure dei cipressi che, solitari ed orgogliosi, svettano lungo i bordi di strade polverose e silenziose. Qui invece solo nell’autunno inoltrato la natura concede spazio agli altri colori della tavolozza, ed è allora un crepitare di contrasti accesi e stridenti, ultimo sfavillare di fuochi d’artificio prima del grigiore invernale. Il bosco domina incontrastato, grazie ai valligiani ed ai monaci, che hanno l’indubbio merito di aver salvaguardato un patrimonio preziosissimo ed unico, ma soprattutto alla notevole quantità di precipitazioni che garantisce portate abbondanti agli innumerevoli ruscelli, celebrati da Dante, che scendono sinuosi, spesso incontaminati e solitari, ad alimentare l’Arno che proprio tra queste montagne, ricoperte di faggi, di abeti, di querce e di castagni, trae origine e che scorre pigramente nel fondovalle, ancora inconsapevole del fiume che diverrà nel suo corso più basso quando, dopo aver quasi intenzionalmente evitato l’abitato di Arezzo, attraverserà maestoso e lento gli agglomerati urbani di Firenze e Pisa.

Terra di contrasti, nella quale convivono, spesso addirittura contrapposti fianco a fianco, i simboli di un passato violento e sanguinario e le manifestazioni più pure ed elevate di una fede vissuta integralmente e che qui raggiunge alcuni dei momenti più significativi. Gli stessi conti Guidi, padroni incontrastati un tempo di queste terre, ed il cui ricordo riecheggia continuamente anche ai nostri giorni, annoveravano fra i loro antenati un truce personaggio che aveva terrorizzato con la sua masnada di banditi i dintorni e che si guadagnò il significativo appellativo di "Guido Bevisangue" per la sua abitudine di leccarsi la spada dopo aver scannato un avversario. Non desta nemmeno meraviglia apprendere che la vallata sia stata teatro di una delle battaglie più memorabili e cruente, decisiva per le sorti delle lotte fra guelfi e ghibellini, quella combattuta l’11 giugno 1289 nella piana di Campaldino, e della quale lo storico fiorentino Giovanni Villani scrisse che fu «la più ordinatamente e maestrevolmente combattuta che non fosse mai stata fino a quei tempi in Italia»: vi incontrarono la morte, si afferma, oltre cinquemila persone, fra cui il vescovo d’Arezzo Guglielmino. L’esercito fiorentino, uscito vincitore, celebrò il trionfo catapultando all’interno delle mura aretine carogne di asini con la tiara in capo, in segno di spregio. Sono fatti, questi, che aprono una finestra molto eloquente su di un mondo crudele nel quale alti prelati potevano con la massima tranquillità condurre eserciti armati, confidando nella protezione divina, e non era molto facile cogliere pienamente la contraddizione, tanto evidente per noi uomini moderni, insita fra le funzioni spirituali del clero e la sua piena partecipazione alle accese lotte per il potere politico; senza contare il fatto che quel Dio sarebbe dovuto essere quantomeno incoerente, se ogni vescovo poteva garantire, nella sua predicazione al popolo, il pieno sostegno divino alla propria città. Ignara di tutto questo, ancor oggi una colonna si erge, solitaria, sul luogo della strage, ricordata però soprattutto perché ad essa partecipò tremante, come confesserà anni più tardi, un giovane ventiquattrenne ancora sconosciuto, ma destinato ad un fulgido avvenire: Dante Alighieri. Alcuni decenni dopo, per ironia della sorte, troveremo ancora il poeta, ormai esule bandito da Firenze e condannato al rogo in contumacia, ripercorrere lentamente la stessa strada per invocare l’aiuto degli antichi nemici, i Conti Guidi, campioni del ghibellinismo. In queste terre, trepidante prima di speranza per l’intervento salvifico dell’imperatore tedesco Arrigo VII e completamente disilluso poi circa le sue possibilità di rientro in patria, concepirà ed inizierà a scrivere l’opera che gli avrebbe reso fama imperitura..

Non desta meraviglia nemmeno che, in una terra dove il passato riaffiora continuamente, ancor oggi molte leggende narrino dell’esistenza di fantasmi, spesso burloni e bonari, ma talvolta perversamente crudeli, come è il caso di Matelda (o Telda) di Poppi. Sposata con un Guidi, afferma il racconto, fu donna giovane e bellissima, forse troppo giovane per trovare appagamento nel legittimo consorte, probabilmente anziano, che presumibilmente, com’era la regola in quei tempi, gli era stato imposto. La vediamo quindi, dominata da un irrefrenabile desiderio, attirare giovani baldanzosi e prestanti per possederli carnalmente, salvo poi eliminarli facendoli scomparire negli immancabili trabocchetti del palazzo, dove particolari lame, all’uopo predisposte, avrebbero fatto a pezzi i corpi dei malcapitati, cancellando in tal modo ogni traccia della colpa. Una situazione del genere non poteva naturalmente durare anche perché, almeno nei racconti popolari, chi si macchia di efferati delitti viene regolarmente punito con estrema durezza. E quindi anche Matelda, scoperta forse casualmente dal marito, oppure dagli abitanti del paese allarmati dalle troppe scomparse di ragazzi nel fiore degli anni, finì la sua sciagurata esistenza murata viva in una cella di quella che significativamente viene chiamata la «Torre del Diavolo», ed i cui resti sono ancor oggi visibili. Ed il suo spettro andrebbe tuttora vagando, forse ancora alla ricerca inquieta di qualche giovane da attirare per soddisfare le sue brame.

Eppure, stranamente, è proprio in questa terra casentinese, dove spesso risuonava, sinistro, il fosco rumore delle spade ed il colore vermiglio del sangue scorreva volentieri a bagnare il terreno, in epoche in cui il ricorso alla violenza, sia nei rapporti fra i singoli che fra quelli fra le comunità e le classi sociali, era considerato alla stregua di un fatto normale se non addirittura fisiologico, che personaggi carismatici nell’ambito del cristianesimo medioevale, approderanno per soddisfare finalmente la loro ricerca di luoghi dove vivere più integralmente la loro fede, al riparo del secolo, e dove poter percepire più intensamente la presenza di Dio. Non è infatti un caso che sarà proprio qui, sul «crudo sasso» della Verna che San Francesco d’Assisi riceverà nelle sue carni, il 17 settembre 1224, le stimmate, ovvero i segni tangibili della passione di Cristo. E l’umile santo dimostrerà sempre una predilezione particolare per quest’angolo selvaggio della montagna toscana, tornandovi a più riprese per dimorare in una «celluzza a piè di un bellissimo faggio». Il visitatore moderno può ancora percepire pienamente il fascino che promana prepotentemente da questo luogo, così adatto alla preghiera ed alla vita contemplativa.

E prima di lui un altro personaggio irrequieto ed austero castigatore dei potenti, Romualdo, si fermò, ormai alquanto avanti negli anni, in queste foreste per fondarvi una comunità eremitica, quella di Camaldoli, che conoscerà uno sviluppo portentoso nei secoli successivi. Era circa l’anno 1024, secondo le ipotesi degli storici che correggono il 1012 sostenuto dalla tradizione. E non possiamo obliare nemmeno l’importantissimo monastero di Vallombrosa, anche se non appartenente propriamente al Casentino geografico, situandosi appena poco oltre il crinale del Pratomagno, in direzione di Firenze, che verrà fondato da Giovanni Gualberto appena pochi anni più tardi.

Contrasti stridenti, dunque, e che affiorano per ogni dove, percorrendo queste vallate, nei posti più inimmaginabili. Un ambiente affascinante e complesso che mal si addice al viaggiatore frettoloso, anche perché questa è una terra che lascia, inesorabilmente, il segno. E’ impossibile visitare luoghi carichi di misticismo come La Verna oppure Camaldoli senza sentirsi, al ritorno, almeno un po’ cambiati. E lo stesso accade se si attraversano a piedi le splendide ed imponenti foreste assaporando, per qualche momento almeno, una perfetta simbiosi con la natura che sembrava irrimediabilmente compromessa e relegata in un oscuro passato.

Estremamente difficoltoso, se non forse addirittura inopportuno, quindi, fornire indicazioni su percorsi precisi o preconfezionati, in un territorio dove ogni strada, anche la più remota può portare a sorprese impensabili e coinvolgenti. E sarebbe, probabilmente, anche ingiusto per il visitatore. Poche zone come questa, infatti, sembrano solleticare il fascino della scoperta che giace ormai assopito all’interno di ognuno di noi, ed innumerevoli sono gli aspetti che possono ispirare il viaggiatore accorto nell’esplorazione di questi luoghi dominati da una profonda compenetrazione fra natura e storia.

Il Casentino è innanzitutto uno scrigno di tesori naturalistici, di boschi lussureggianti e spesso selvaggi, dove fra profumi intensi s’incontrano animali schivi, tanto che una parte notevole del suo territorio è compresa nell’ambito del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna istituito nel 1993 che copre una superficie di circa 36.200 ettari, divisi quasi equamente fra Toscana e versante romagnolo degli Appennini. Il territorio del parco è solcato da sentieri di fascino incomparabile, che si snodano fra foreste di rara bellezza e talvolta incontaminate e che ricoprono, con una tenacia ed una continuità sconcertanti anche i pendii più ripidi dei monti, corsi d’acqua freschissima e limpida che alimentano cascatelle innumerevoli e che con il loro canto accompagnano costantemente il viandante che voglia avventurarsi fin sulle vette appenniniche per godere meritatamente di panorami vastissimi. Suggestioni che raggiungono il loro apice, quando il manto silvestre circonda luoghi carichi di significato come Camaldoli e La Verna (entrambi compresi nel perimetro del parco), e dove, ad ogni istante, qualche segno lasciato da tempo immemore, quali una cappella, una croce, una semplice fonte, ci ricorda, con insistenza, la presenza in questi luoghi appartati, di umili monaci che questi boschi hanno modellato, difeso, vissuto intensamente. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che la gran parte delle foreste che oggi ammiriamo estasiati, soprattutto quelle più integralmente conservate, sono sopravvissute soltanto grazie all’opera paziente di schiere di frati che hanno sempre dimostrato un amore notevole per il bosco, luogo sempre da loro particolarmente prediletto per la mistica preghiera e per il dialogo con Dio, e che per questo hanno sempre voluto circondasse eremi e cenobi.

Una profonda aurea mistica permea il Casentino, riuscendo ancora a commuovere il distratto uomo moderno, e l’indagine archeologica stessa dimostra come fin dall’epoca etrusca questa vallata vantasse luoghi di culto la cui importanza travalicava notevolmente l’ambito locale. Tale è il caso del cosiddetto «Lago degli Idoli», sul monte Falterona, così chiamato per l’innumerevole quantità di statuette votive, specie di ex-voto, dissepolte nella prima metà dell’Ottocento e che ora si trovano disperse nei più importanti musei del mondo, oppure soprattutto del grandioso tempio e dell’ara sacrificale che sono emersi recentemente scavando dietro l’abside della bellissima pieve romanica di Socana.

Un viaggio nel Casentino comprende necessariamente una visita a Camaldoli a cui si giunge tramite diverse strade che si inerpicano, lente e sinuose, sui fianchi della montagna, e che sono gratificanti per gli scorci paesaggistici che permettono. Dell’edificio del monastero, più volte rimaneggiato in seguito agli immancabili e ripetuti incendi, merita una visita la chiesa, a navata unica che, seppure appesantita dalle decorazioni barocche, conserva opere di notevole pregio dipinte dal Vasari, ed il chiostro chiuso da ampie vetrate ed adorno di fiori. Non si disdegni infine di acquistare i liquori prodotti dai monaci nella locale farmacia, come la lacrima di abete, il laurus e l’amaro tonico.

Dal monastero si può salire all’Eremo fondato da San Romualdo, situato a 1111 metri di altitudine, tramite una comoda strada asfaltata. Molto più appagante, e senz’altro da consigliare. è percorrere a piedi, come gli antichi monaci, la cosiddetta «Corta» che risale, come la vecchia mulattiera, la valle del torrente Camaldoli, fra cappelle e alberi secolari, per giungere, dopo aver superato le tre croci che indicavano l’inizio della clausura e quindi il limite invalicabile alle donne, ed aver costeggiato il laghetto creato dai monaci per allevarvi il pesce per la loro mensa, al muro che racchiude il Sacro Eremo e nel quale è ricavata una fontana d’acqua freschissima sormontata dal simbolo della Congregazione: due colombe che bevono allo stesso calice sovrastato da una stella. Questo luogo straordinario è rimasto sostanzialmente come lo aveva costruito il suo fondatore: estremamente semplice e raccolto. Le celle (venti in tutto, di cui almeno cinque risalgono ai tempi di Romualdo), sono costituite da un oratorio, una camera, uno studiolo, la legnaia, un piccolo orticello ed una fonte, in maniera tale da permettere all’eremita una totale autonomia ed una clausura completa. Molte di queste piccole casette hanno nomi che rimandano ai loro committenti. Singolare è la vicenda della «cella Medici», edificata nel sec. XVI come penitenza ad una donna della potente famiglia che aveva violato la clausura del luogo travestendosi da monaco. Particolarmente emozionante è la visita alla cella di San Romualdo, al di sopra della quale si trova la biblioteca dell’eremo, il cui materiale cartaceo non costituisce tuttavia ormai che un vago ricordo della ricchissima mole di documenti e di volumi prodotti nei secoli dai religiosi e dispersa irrimediabilmente dopo le soppressioni napoleoniche. Di fronte alla biblioteca si stagliano i due campanili che affiancano la chiesa dell’Eremo. L’interno, baroccheggiante dopo gli innumerevoli restauri succedutesi nel corso dei secoli, presenta molte parti, come il pavimento ed il coro, costruiti completamente in legno e custodisce autentici tesori d’arte quali una notevole crocifissione del Bronzino ed un’importante terracotta invetriata di Andrea della Robbia.

Non molto distante da Camaldoli su di una sperone di roccia imponente ed inquietante del Monte Penna, sullo spartiacque che divide la valle dell’Arno da quella del Tevere, si erge il santuario di La Verna, il Santuario per eccellenza. Anche questo luogo è raggiungibile con molta, eccessiva, comodità con l'automobile, ma è possibile salirvi anche mediante l’antica e ripida mulattiera che inizia poco sotto il dirupo.

Quando Francesco giunse da queste parti per vivervi i suoi ultimi anni di vita, la zona era pressocché selvaggia e le grotte del monte erano il rifugio preferito di banditi pericolosi, come quel Lupo «crudelissimo et gran ladrone et principe et capo di molti altri ladroni» che, proprio in seguito all’incontro con l’umile santo deciderà di cambiare completamente prospettiva di vita diventando, per contrapposizione, «frate Agnello». La leggenda narra di come l’arrivo di Francesco avvenisse in un’atmosfera sovrannaturale, accolto dagli uccelli festanti e dopo giorni di cammino contrassegnati da prodigi, espressione evidente della favorevole volontà divina. E fu qui, soprattutto, che ricevette nelle sue membra il sigillo delle sofferenze di Cristo, le stimmate, nel 1224. Una cappella in cui campeggia una ceramica robbiana ricorda ancor oggi il punto esatto dove, secondo la tradizione, avvenne questo fatto miracoloso. Non sorprende, quindi, l’importanza primaria da sempre attribuita a questo luogo di preghiera, tanto che sull’arco dell’ingresso meridionale del convento campeggia, orgogliosamente, la scritta «Non est in toto sanctior orbe mons» («Altro monte non ha più santo il mondo»).

Il visitatore non può non percepire la bellezza profonda di questo santuario, oltre quella strettamente paesaggistica; vi è un afflato mistico tale da far vibrare le corde più intime anche in chi non condivide necessariamente la fede religiosa qui professata. E’ una sensazione che può comprendere pienamente soltanto chi sale su queste rupi nelle quali conficcano tenacemente le loro radici faggi ed abeti secolari che circondano, quasi a proteggerlo, il convento, raccolto attorno al grande piazzale con la sua semplice e spoglia croce di legno e dal quale si può godere di uno splendido colpo d’occhio sulla valle del Casentino.

Attorno a questo spazio aperto e luminoso si dispongono gli edifici che compongono il santuario, con i loro semplici muri di pietra ed i tetti ricoperti di lastre d’ardesia. Accanto alla foresteria spicca, con il suo campanile con quattro campane, la sagoma della basilica edificata nel 1348. Essa, al suo interno, conserva, fra l’altro, le grandi opere quattrocentesche dei Della Robbia, veri capolavori di ceramica invetriata policroma, arte ingiustamente reputata «minore», che ancor oggi suscitano l’ammirazione estasiata di chi le osservi. Accanto alla chiesa si trova la cappella della Pietà, che segna l’inizio del lungo Corridoio delle Stimmate, i cui affreschi ripercorrono, come un moderno film, episodi della vita di Francesco tratti dai «Fioretti». In fondo al corridoio si giunge infine al punto più importante di tutto il complesso, la Cappella delle Stimmate, dominata da una gigantesca composizione robbiana composta da ben 720 pezzi, e nella quale una preciso segno topografico (come d’altronde capita per tutti i riferimenti che si possono trovare alla vita del santo) indica il punto esatto dell’evento prodigioso. Lì accanto una piccola porta conduce all’impressionante Rupe del Precipizio, ove, percorrendo insicuri e timorosi uno stretto passaggio si ha la più piena percezione della posizione impervia del santuario.

E molti altri sono i luoghi di grande fascino che il visitatore può scoprire all’interno o all’esterno del perimetro del santuario, quali le innumerevoli cappelle o le grotte, come quella umida dove si narra dormisse Francesco, tutti accomunati da quella penetrante semplicità, anche architettonica, che è tipica dell’ordine francescano. Inutile farne un elenco dettagliati: saranno i frammenti che scandiranno il tempo di un viaggio personale, di una ricerca che, in questa parte di Toscana, non può che essere anche interiore.

E di santuari il Casentino ne annovera altri, come quello stupendo e rinascimentale di Santa Maria del Sasso, presso Bibbiena, voluto fortemente da fra Girolamo Savonarola e che contiene opere d’arte notevoli, come l’affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna ed attribuito a Bicci di Lorenzo, o una ceramica attribuita ad Andrea Della Robbia.

La vallata è inoltre disseminata di chiese romaniche bellissime, di una bellezza austera, che si ergono spesso isolate nella campagna, dando spesso la sensazione che lo scorrere del tempo si sia fermato. Potrebbero, da sole, motivare un itinerario che, seguendo il corso dell’Arno abbracci anche l’altro versante del Pratomagno, come avremo d’altronde motivo di notare. Fra tutte emerge, per importanza e fascino, quella di Romena, posta all’ombra dell’omonimo castello dei conti Guidi ed edificata nel 1152, al tempo di una grave carestia, come attesterebbe un’iscrizione recentemente scoperta. La ricca decorazione architettonica introduce ad un mondo fatto di simboli il cui significato sfugge ormai a chi li osserva, ma che, nella semplicità, talvolta ingenua, delle figure rappresentate rimandano ad un ambiente arcaico e magico, ad un universo che, pur nella sua lontananza, possiede qualcosa che a noi suona ancora come familiare. La poca luce che entra dalle finestre scivola lieve attorno alle colonne che dividono l’interno della chiesa in tre navate dai lineamenti semplici e purissimi. I capitelli sono splendidi e insolitamente ben conservati, ma spesso, nell’intreccio di elementi vegetali, non riusciamo più a ritrovare la figura di un angelo o a riconoscere la figura dell’animale che un antico scalpellino locale voleva comunicarci; nel groviglio di figure umane non percepiamo più la parabola che vi era rappresentata. Ma, nonostante questo, guardiamo in alto e vi troviamo ancora evidente una traccia del senso del divino. Forse è questa, in fin dei conti, la grande e misteriosa potenza dei simboli. E queste chiese, costruite dai valligiani nei primi secoli del millennio appena trascorso, spesso coprono i resti di edifici molto più antichi. La pieve di Romena sorge sulle rovine di una preesistente chiesa, anch’essa triabsidata, risalente ai secoli VIII-IX, così come la già ricordata Pieve di Socana, con il suo curioso campanile che salendo in altezza abbandona la forma circolare per una poligonale, si erge su di un importante santuario etrusco e romano, sede di sacrifici cruenti, come testimoniano gli innumerevoli resti animali ritrovati.

Il percorso potrebbe continuare con una visita alla Badia di Santa Trinità in Alpe, presso Talla, e di cui rimangono ormai solo le rovine che si ergono, con un effetto di grande fascino, solitarie nella boscaglia, alla Prepositura di Bibbiena, all’Abbazia di San Fedele a Poppi, di San Martino a Vado, con notevoli capitelli decorati, così come la Pieve di Montemignaio, la Pieve di Santa Maria Assunta a Stia e l’Abbazia di Badia Prataglia. Ed il timore è quello di aver tralasciato qualche edificio importante. Si tratta di autentici gioielli dell’arte romanica, spesso contententi anche opere pittoriche di grande pregio, che da soli giustificano una visita non affrettata in questa remota e marginale valle dell’Appennino toscano, luogo dove il senso del divino soffia ancora oggi in ogni dove e non attende altro che chi sappia percepirlo ed ascoltarlo.

Casentino terra di santuari e di chiese, ricettacolo di sacralità; ma questa valle è anche un territorio disseminato di castelli e di opere fortificate, testimoni ormai fortunatamente silenziosi ed inermi, di un passato bellicoso e sanguinario, quando orde armate percorrevano queste lande per ogni dove.

E quella contrapposizione continua di religione e violenza, già ricordata, caratterizza anche la bellissima ed isolata località di Romena dove la Pieve è sovrastata dalla mole cupa del castello dei conti Guidi, a cui si giunge dopo aver superato quella Fonte Branda, ormai inaridita, immortalata da Dante nel canto XXX dell’Inferno.

I resti attuali non rendono comunque l’idea delle dimensioni davvero imponenti che questo edificio fortificato ebbe nei suoi momenti migliori quando ospitò, come recita una lapide visibile nelle prigioni, l’Alighieri nei primi tempi del suo doloroso esilio. La cinta muraria misurava ben cinquecento metri di lunghezza ed era dominata da quattordici torri di cui tre di dimensioni considerevoli.

Ma questo territorio è letteralmente disseminato di castelli e luoghi fortificati che, anche se ormai, talvolta in irrimediabile rovina, ci rammentano la storia tumultuiosa di questa parte di Toscana: Serravalle, Montemignaio, Chiusi della Verna, Carda, Subbiano, Soci, Porciano, Monteacuto, Capraia, Raggiolo, Talla, Castelfocognaio, Castel San Niccolò, Sarna, Subbiano, e l’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo.

Fra tutti emerge tuttavia per importanza e per il suo magnifico stato di conservazione, quello di Poppi, che si presenta allo spettatore con la sua superba torre merlata alta 44 metri (originariamente contava undici metri in più e con la sua loggetta esterna doveva rassomigliare vagamente al Palazzo della Signoria di Firenze) che custodisce, ancora perfettamente funzionante, una campana fusa nell’XI secolo. Passeggiare sugli spalti del castello dà l’emozione irripetibile di un autentico tuffo nel passato. Pare quasi che dietro le ampie ed eleganti vetrate dell’edificio costruito probabilmente anche con il contributo di Arnolfo di Cambio continuino a svolgersi gli intrighi dei Guidi, oppure ci si potrebbe attendere che l’antico pozzo posto poco a lato dell’ingresso continui a pescare nell’immensa cisterna sottostante che raccoglieva l’acqua piovana debitamente purificata da un ingegnoso sistema di filtri a carbone. E l’impressione è ancor più viva se ci avventuriamo nella folta penombra del cortile interno con le sue pareti colme degli stemmi dei vicari e dei podestà che qui governarono. Salendo, con un po’ di timore, lo scalone d’onore (ma sarà poi vero, come afferma l’immancabile leggenda, che la statua di Guido Simone di Battifolle, che proprio qui si trova, si animi la notte per visitare il castello?) raggiungiamo il primo piano occupato dal salone, con opere di Giovanni della Robbia e Raffellino del Garbo, e dall’imponente biblioteca nella quale sono confluiti, dopo la soppressione napoleonica, parte cospicua dei beni librari e documentari dell’eremo di Camaldoli. Il piano ulteriore è costituito dalle sale che costituivano l’antica abitazione dei conti Guidi. Importante, dal punto di vista artistico, il locale della cappella con affreschi attribuiti recentemente a Taddeo Gaddi.

Usciti dal castello, oltre il prato dove anticamente si svolgevano, cruenti, i duelli fra i cavalieri, si distende l’abitato di Poppi nel quale, all’ombra dei pittoreschi portici, sembra veramente di respirare un’aria di altri tempi, e dove il passo risuona ancora lento, lontano dai ritmi frenetici a cui siamo, purtroppo, ormai usi. E’ lo stesso fascino che colpisce ancora il visitatore di questa valle fatta non solo di chiese e di castelli, ma anche di borghi tranquilli, come Pratovecchio, patria di Paolo Uccello, Stia e Bibbiena.

E passeggiando fra mura antiche non si disdegni di approfittare della cucina locale, frutto anch’essa, in fin dei conti, di un’antica saggezza; una cucina che riesce a valorizzare i sapori intensi di questa terra coperta di selve. Si potranno apprezzare soprattutto, quindi, i piatti a base di funghi porcini, vero vanto di queste zone, e di selvaggina, ma, più in generale, una vera fortuna per il palato è la felice commistione fra il semplice ma saporito gusto toscano, e la ricca influenza dell’attigua e ricchissima tradizione romagnola. Di ottimo livello, inoltre, la produzione locale di salumi, formaggi e miele.

Né si dimentichi di avventurarsi fra le piccole botteghe artigiane. Famosi, possiamo dire da sempre, i tessuti locali, soprattutto quelli per i cappotti che possono anche essere confezionati sul posto. Molto caratteristica la lavorazione del legno, del ferro, della pietra e della ceramica, spesso localizzata in particolari centri abitati.

Ma se, stanchi di tanto peregrinare, desideriamo affidarci ad una guida sicura per uscire dalla valle, non ci resta che seguire fiduciosi il corso, ancora giovanile, dell’Arno.

Giunti in vista di Arezzo il paesaggio, prima quasi compresso fra i declivi dei monti, si allarga improvvisamente, si fa più luminoso, quasi anticipando i ben più vasti ed ariosi scenari della Valdichiana dove, percorrendo comodamente seduti l’autostrada rettilinea e monotona, lo sguardo può spaziare rasente la distesa pianeggiante e dominata dal colore dei intensi campi coltivati a frumento e girasole, e posarsi su borghi riconoscibilissimi anche da lontano, macchie più scure e rossicce dei colli che le sorreggono, identificabili chiaramente da pochi particolari architettonici: una torre che svetta più in alto, una chiesa di particolare foggia. E così, invitanti e tentatori compagni di viaggio, come le sirene di Ulisse, si stagliano Monte San Savino, Lucignano, Sinalunga, Montepulciano, Cortona.

Arezzo stessa meriterebbe una visita a sé stante, carica com’è di storia e di opere d’arte.

Ma è l’Arno stesso, che ci guida, girando seccamente, come se, memore di antiche rivalità, volesse evitare qualsiasi contatto con l’antica città etrusca, puntando senza esitazioni in direzione opposta, verso Firenze, ed incuneandosi con decisione fra l’imponente massiccio del Pratomagno ed i monti del Chianti. E’ una striscia di terra toscana lunga pressappoco una quarantina di chilometri e che per buona parte, fino alla strozzatura di Incisa, era occupata da un antichissimo lago, i cui fondali continuano a restituire una quantità impressionante di fossili, raccolti in parte nel museo paleontologico di Montevarchi, ed oggetto dello studio, fondamentale nella storia della scienza, del danese Niel Stensen (latinizzato in Niccolò Stenone) che, per primo, dimostrò come quelle gigantesche ossa che qui continuamente affioravano dal terreno non erano necessariamente appartenute a schiere di mitici giganti. Purtroppo, di fronte all’esigenza di dover giustificare l’incomoda presenza sul suolo italico di evidenti resti di elefanti, non trovò di meglio che affermare che si doveva evidentemente trattare dei famosi animali di Annibale.

Ma prima di lui, questi stessi reperti avevano affascinato un altro personaggio, ben più famoso, Leonardo da Vinci, che spesso visitò questa vallata, tanto che il Valdarno si trova spesso citato e disegnato nei suoi appunti, come nel famoso «Codice Hammer». E ce lo possiamo immaginare mentre si arrampica sulle strane costruzioni argillose, le balze, che danno una curiosa impronta, con le i loro bizzarri profili, a quella fascia di territorio compresa soprattutto fra i comuni di Terranuova Bracciolini e Reggello, cercando di dimostrare che quelle conchiglie affioranti non erano state per forza di cose depositate lì dal biblico diluvio universale. E quest’angolo, così particolare, di Toscana permette infatti un viaggio estremamente affascinate sulle orme di Leonardo, se è vero, come ormai sempre più studiosi sostengono, che molti degli sfondi naturalistici dei suoi quadri più famosi altro non sarebbero che le rappresentazioni di queste zone. Impressionante è la somiglianza delle balze valdarnesi con quelle che dominano la Vergine delle Rocce del Louvre oppure la Sant’Anna della National Gallery di Londra, così come sempre a queste zone, oppure alla Valdichiana dell’epoca, si ispirerebbe lo sfondo sfumato ed arioso di quello che è, probabilmente, il più famoso ritratto mai eseguito, quello di Monna Lisa; ma anche qui un segno rivelatore: il ponte del dipinto è straordinariamente simile a quello romanico che, perfettamente conservato, si può ancor oggi ammirare a Ponte Buriano.

Angolo di mondo straordinario, la Toscana, ove in continuazione scopriamo che ogni zolla che calpestiamo, ogni più angusto tratto del nostro peregrinare, ha già visto transitare e sostare nomi che ci suonano familiari. Ed è questo forse il grande fascino di questa terra, dove nessuno si sente mai un estraneo anche poiché, ad ogni istante, qualcosa fa riaffiorare e rivivere immagini e ricordi che riposavano nella nostra memoria e che sentiamo essere una parte di noi stessi.

Diversi sono gli itinerari che percorrono la vallata nella sua lunghezza come la vecchia strada detta «dei Sette Ponti» che da Arezzo portava a Vallombrosa tagliando i declivi del Pratomagno ricoperti di olivi, e da cui lo sguardo gode di panorami indimenticabili sulla vallata, soprattutto quando, al tramonto, il sole s’inabissa lentamente dietro il profilo ormai scuro dei Monti del Chianti, mentre il cielo sovrastante s’accende di un rosso vivo e l’ultima luce crea giochi fantasiosi con le sagome dalle nuvole. Si tratta di un percorso di grande fascino che, ad intervalli regolari, attraversa paesini caratteristici, e costeggia bellissime ed importanti chiese romaniche, spesso completamente immerse nella campagna e circondate da fattorie che producono olio e vino genuini e di ottima qualità, come San Salvatore a Soffena, Pian di Scò, Cascia, Sant’Agata ad Arfoli, San Pietro a Pitiana.

Fra tutte, assolutamente da visitare è quella di Gropina, che sovrasta l’abitato di Loro Ciuffenna, paese antichissimo ed abbarbicato sopra l’impressionante voragine scavata nel corso dei millenni dal torrente Loro che, impetuoso, alimenta tuttora un mulino perfettamente funzionante.

L’edificio attuale risale al XII secolo e venne eretto sui resti di un’altra chiesa barbarica risalente ai secoli VII-VIII, la quale copre ciò che resta di un piccolo edificio paleocristiano del V-VI secolo. Ma le sorprese non finiscono qui, poiché al di sotto di quest’ultimo luogo di culto è stata scoperta l’esistenza di un edificio ancora più antico: forse una villa, se non addirittura un tempio pagano, i cui resti, assieme agli altri edifici precedenti, sono d’altronde visibili nel sottochiesa. Un luogo quindi che da tempo immemorabile ha visto la presenza di uomini intenti a pregare forse divinità con nomi diversi, in quella continuità che è una costante di tanti importanti luoghi di culto, ma che qui è chiaramente percepibile soprattutto se varchiamo la soglia di pietra, stranamente asimmetrica rispetto alla limpida e spoglia facciata, ed entriamo, silenziosi e cauti, nella buia e misteriosa atmosfera dell’interno. Appena i nostri occhi, reduci dai luminosi panorami visti di fuori, si abituano alla penombra, veniamo assaliti da schiere di cavalieri senza tempo, che marciano armati di tutto punto con gli occhi sbarrati, da draghi intrecciati a figure femminili, da leoni famelici, chimere, aquile che ghermiscono serpenti con i loro artigli, ed è come se ci trovassimo a vagare fra la pagine di qualche inquietante bestiario medioevale. Ma, trascorso l’istante di naturale smarrimento, tutto si ricompone e ritrova il suo posto sui capitelli, magnifici ed uno diverso dall’altro, delle colonne, e ci chiediamo se sia forse la magia di queste mura, dove nulla può ormai sembrarci inverosimile, a contagiarci. Ormai non facciamo più caso nemmeno alla sirena con due code, agli esseri piumati che ci osservano fra i grifoni od ai mostri marini che, fra fregi e figure arcaiche, sovrapposte o affiancate, ornano l’incredibile pulpito le cui stesse colonne di sostegno non seguono un percorso rettilineo, ma si avviluppano, si attorcigliano, simili a serpenti inquietanti. Ed è allora che si afferra pienamente lo strano fascino di questo luogo di culto, dove il tempo, probabilmente, non è mai trascorso e un passato, forse ancora presente, riaffiora, prepotentemente dinnanzi ai nostri occhi.

Uscendo, e passeggiando fra le case del minuscolo, ma armonioso borgo che circonda la pieve, fra muri a secco sui quali cresce il fico d’India e case in pietra addormentate, fra il chiaccherìo di anziane donne sull’uscio, ci giungono, ovattati, i suoni tipici dell’attività cittadina, molto più in basso.

E questo ci rammenta improvvisamente che l’ampio fondovalle vive maggiormente la vita frenetica di un comprensorio che, anche dopo le crisi produttive che l’hanno colpita negli anni precedenti, ospita una moltitudine di attività industriali ed artigianali. L’aspetto moderno dei centri principali del Valdarno, ferito anche dai moderni tracciati dell’Autostrada del Sole e della ferrovia, ormai «direttissima», sulla quale sfrecciano i futuribili treni superveloci, nasconde tuttavia centri storici ben preservati, in cui la vita quotidiana, fra le ampie piazze assolate e le vie diritte su cui si affacciano piccole botteghe, scorre ancora senza particolare fretta.

Il centro principale di questa valle, Montevarchi, non conserva più, in pratica, l’antica cinta muraria che la difendeva anticamente. Da sempre centro commerciale e strategico di prim’ordine per la sua posizione, venne venduta nel 1254 dagli eredi del conte Guido Guerra a Firenze che potè così consolidare definitivamente la sua presenza in questa parte di Toscana, facendone un punto di partenza per la conquista dell’antica rivale Arezzo avvenuta nel 1337. La pianta dell’abitato non ha particolare riscontri nell’ambito italiano, richiamando piuttosto, curiosamente, modelli tedeschi. Le abitazioni del centro storico si dispongono infatti elitticamente (o, meglio, «a fuso») attorno alla strada principale, mentre le vie parallele si ricongiungono in prossimità delle porte. Doverosa soprattutto, per il visitatore, una visita alla Collegiata di San Lorenzo che custodisce nell’annesso Museo di Arte Sacra opere di un certo interesse.

Ma la repubblica fiorentina, desiderosa più che mai di garantirsi, dopo la vittoria di Campaldino contro le schiere ghibelline, il pieno controllo del Valdarno, il 26 gennaio 1299 (ed eravamo purtroppo ancora alla vigilia di altre lotte, stavolta fra le fazioni interne dei Bianchi e dei Neri) deliberò la fondazione delle prime «terrae novae», a cui altre si aggiunsero nelle prima metà del secolo successivo. Si trattava, in definitiva, della fondazione di nuovi centri abitati aventi non solo la funzione di avamposti militari, ma dotati anche di una notevole autonomia amministrativa (pur sotto il controllo di vicari) e situati strategicamente lungo le principali vie di transito commerciale. Gli abitanti del contado che vi andavano ad abitare ottenevano l’affrancamento dai vincoli di natura feudale e l’esenzione dalle tasse per dieci anni (da cui deriva il suffisso «franco» che spesso contraddistingue il nome di molti centri di chiara origine medioevale).

La planimetria di queste fondazioni fa sospettare un modello unitario e consapevole, cui dovettero collaborare i più eminenti «intellettuali» del tempo come Arnolfo di Cambio, che si ispirava direttamente al modello dei campi militari e delle città romane: una pianta rettangolare, le cui vie a scacchiera risultavano essere parallele alle due principali arterie, il cardo ed il decumano, che si incrociavano formando l’ampia piazza centrale. Nonostante le successive manomissioni questo impianto urbanistico è ancora oggi chiaramente riscontrabile a San Giovanni Valdarno, Castelfranco di Sopra e Terranuova Bracciolini (il cui nome originario era Terra Santa Maria) che, assieme a Fiorenzuola e Scarperia, nel Mugello, costituiranno le uniche realizzazioni di un piano che non venne completamente realizzato anche per le difficoltà economiche che attanaglieranno Firenze nel corso di quel secolo di crisi che fu il Trecento.

Particolarmente interessante lo schema urbanistico di San Giovanni Valdarno, una delle prime «terrae novae» edificate, che presenta la particolarità di una piazza allungata in maniera inusitata, tanto da sostituire quasi completamente uno dei due assi viari principali, ed il cui centro è occupato dall’antico Palazzo Pretorio, detto anche Palazzo d’Arnolfo sovrastato dall’aggraziata Torre dell’orologio. La superficie muraria del monumento appare quasi completamente tappezzata dagli stemmi che i vari vicari fiorentini, che vi risiedevano, lasciarono a loro ricordo. Attualmente ne restano circa duecentocinquanta, databili dal ‘400 al ‘700, che rappresentano un motivo di autentico interesse per gli appassionati di questioni araldiche. Attorno alla piazza si affacciano gli altri edifici più importanti, come la Basilica di Santa Maria delle Grazie, con un museo che vanta, fra le altre importanti opere, un’Annunciazione del Beato Angelico, la Chiesa di San Lorenzo, la Pieve di San Giovanni Battista.

Continuando a seguire il corso dell’Arno, in direzione di Firenze, incontriamo l’abitato di Figline Valdarno, antico centro commerciale della vallata, che conserva ancora gelosamente l’antica cerchia muraria, per buona parte ben conservata, dalla quale svettano ancora imponenti torri. Il centro storico, piccolo e raccolto, orbita intorno alla spaziosa piazza centrale Marsilio Ficino, con i suoi bei portici e le eleganti facciate decorate di antichi palazzi e quella della Collegiata di Santa Maria. Poco distante si erge l’austera mole del Palazzo Pretorio con la sua caratteristica torre pendente sormontata da una campana del Trecento e la tardoduecentesca Chiesa di San Francesco preceduta da un grazioso loggiato rinascimentale. Molto belli, anche dal punto di vista paesaggistico i dintorni di Figline, ma merita senz’altro una visita l’antica pieve romanica di Gaville, nominata anche da Dante, con annesso un interessantissimo Museo della Civiltà Contadina.

E questo ci richiama alla ricchezza ed all’intensità dei sapori che questa terra valdarnese ci sa offrire, ai prodotti semplici che riescono tuttavia a deliziare anche il palato più esigente. L’olio toscano famoso per la sua delicatezza e fragranza raggiunge proprio in questa zona una qualità senza pari, forte di una tradizione secolare che ebbe un particolare impulso nel Settecento ad opera dei Granduchi di Toscana, che favorirono il terrazzamento dei contrafforti del Pratomagno per la coltura degli olivi. Particolarmente pregiata a zona di Reggello, sede ogni anno di una mostra mercato dell’olio. La coltivazione della vite, inoltre, vanta una tradizione millenaria, precedente lo stesso Chianti il quale, comunque, proprio a partire da ridosso le mura di queste cittadine valdarnesi, annovera le sue zone più pregiate.

L’artigianato è fiorente, potendo contare su di una miriade di piccoli laboratori, soprattutto, di pelletteria, che realizzano una produzione di altissima qualità, anche per la scelta dei materiali utilizzati, e che viene esportata in tutto il mondo.

L’Arno scorre ulteriormente, quasi a volerci ricordare che fu proprio quest’ultimo tratto ad ispirare al giovanissimo Petrarca, figlio di esuli, quell’amore per l’acqua che sarà, anche se in altre terre, una felice costante della sua poesia. Ma ormai il fiume, divincolatosi dalla stretta morsa di Incisa, è libero finalmente di dilagare tranquillo, verso l’incontro con la Sieve e le acque provenienti dal Mugello, per poi proseguire, sempre più maestoso, ma man mano intorbidendosi, in vista ormai di Firenze, attraverso valli e declivi ancor più dolci.

Memori di tante emozioni, e con la testa in cui rimbombano ancora le tante voci del passato fin qui incontrate, ci verrebbe quasi la tentazione di proseguire il viaggio con lui. Ma questa è un’altra storia.

Claudio Aita

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