VALLOMBROSA: DOVE NATURA E STORIA S'INCONTRANO

Se ci allontaniamo da Firenze e, dopo aver risalito il corso dell’Arno fino a Pontassieve, ci inerpichiamo lungo i pendii del Pratomagno, ricoperti inizialmente di ulivi, ci troviamo ad un certo punto immersi nel verde di una delle più belle foreste dell’Italia centrale, uno degli ormai pochi lembi residui di quel manto arboreo che anticamente doveva ricoprire gran parte della penisola.

Percorrendo la strada che sale tortuosa, distratti continuamente dalla bellezza dello scenario naturale, dopo un breve rettilineo ci appare, improvvisa, la mole imponente e severa del complesso abbaziale di Vallombrosa. La prima impressione di sorpresa lascia tuttavia subito il posto ad un vago senso di timore reverenziale. Ed è lo stesso edificio, che ci si presenta immediatamente con la sua larghissima ed alta facciata seicentesca bianca, nella quale risalta geometricamente il grigio delle lunghe file di finestre in pietra serena, come vuole la tradizione architettonica fiorentina, che sembra volerci ricordare che ci troviamo al cospetto di in un luogo sacro che la regola benedettina voleva chiuso ed impermeabile ai pericoli del mondo esterno; pare anzi quasi costituire una sorta di baluardo nei confronti del visitatore moderno, più che invitarlo ad entrare. E questa sensazione trova un’altra apparente conferma se solo volgiamo il nostro sguardo al lato destro della costruzione, ove campeggia, maestosa e grave, la mole della torre quattrocentesca, degna senz’altro più di un edificio fortificato che di un luogo deputato alla preghiera. Ogni pietra qui testimonia ancor oggi di un’antica e perduta grandezza, anche se ci può riuscire ormai difficile credere che quest’angolo remoto di terra toscana, immerso nella quiete di questa splendida foresta possa essere stato un tempo uno dei più potenti centri monastici del medioevo.

Fondato tra il 1037 ed il 1038 da san Giovanni Gualberto, nobile fiorentino nato verso il fatidico anno mille (e di cui si celebra quindi il millennario) e che si era rifugiato in questo luogo appartato per condurvi vita eremitica, profondamente deluso com’era dalla società religiosa del suo tempo, il monastero si trovò ben presto a capo di una potente congregazione, con dipendenze sparse un po’ dovunque. E sarà proprio Vallombrosa a costituire uno dei centri da cui scaturirà quel movimento fortemente appoggiato dal pontefice Gregorio VII con lo scopo di riformare la Chiesa del tempo. Sarà sempre questo fulcro di vita religiosa a fornire un sostegno fondamentale al papato nella lotta che lo contrapporrà violentemente all’Impero e che per quasi cinquant’anni (1075-1122) lacererà l’intera cristianità. Non possiamo quindi non provare un piccolo brivido di emozione volgendo per un attimo il nostro pensiero al fatto che stiamo seguendo lo stesso tragitto già percorso nel profondo medioevo dai potenti del tempo e dai loro rappresentanti, giunti fin quassù per tessere le loro trame; oppure a ritroso, dagli umili e indifesi frati, che scendevano a valle per imporre le loro idee radicali di riforma accusando pubblicamente, simili a patriarchi biblici, i vescovi, al tempo veri e propri signori nelle loro città, di aver comprato con il denaro la loro carica, oppure di vivere scandalosamente con le loro mogli, senza esitare ad affrontare la «prova del fuoco» pur di testimoniare la veridicità delle loro accuse. Altri tempi, senz’altro, ma il fragore dei quali riecheggia ancora oggi, seppur attutito, fra le spesse mura di questo luogo sacro, e che è ancora percepibile dagli orecchi del visitatore più attento. La storia segue tuttavia il suo corso impietoso, incurante degli uomini e delle loro istituzioni, ed anche l’ordine vallombrosano, pur così ricco e potente un tempo, subì un lungo ed inesorabile periodo di decadenza, culminato nei decreti di soppressione del 1810 e del 1866; la stessa abbazia madre dovette conoscere un periodo di abbandono fino al 1961, quando l’intero complesso monastico poté tornare alla disponibilità dell’ordine, restando comunque di proprietà dello stato italiano.

Lo stesso edificio ha dovuto subire rimaneggiamenti nel corso dei secoli, ampliandosi attorno al nucleo originario. L’attuale facciata, costruita nel 1634 dall’architetto fiorentino Gherardo Silvani è la testimonianza del generale rifacimento seicentesco seguito inevitabilmente ad una serie di ripetuti incendi. Altre parti risalgono invece al secolo XV, come l’imponente torre, che svolgeva una funzione difensiva in caso di guerra, l’antico refettorio e la cucina monumentale. La chiesa, a navata unica, conserva invece, pur nei rifacimenti successivi, la struttura del 1230.

Ciò che contribuisce maggiormente al fascino della zona è, comunque, la profonda compenetrazione di storia, natura e paesaggio, simbiosi dalla quale hanno tratto motivo di ispirazione illustri letterati del passato, quali l’italiano Ariosto, l’inglese Milton, il francese Lamartine.

Dall’abbazia si dipartono itinerari di grande fascino in mezzo alla foresta, anch’essa frutto d’altronde del plurisecolare lavoro dei monaci benedettini dove, attraversando lussureggianti boschi di abeti, faggi, castagni, pini, e addirittura alberi esotici come le douglasie che sono le più alte piante attualmente viventi in Italia, è facile imbattersi in cappelle e tabernacoli risalenti spesso al ‘500 ed al ‘600 (e di cui si sta curando il restauro). Fra questi merita una menzione particolare il tragitto che dal monastero conduce, tramite una scalinata in pietra interrotta da una serie di cappelle di un certo interesse, al Paradisino; da qui, che anticamente era il luogo ove si ritiravano in eremitaggio i frati più desiderosi di solitudine e di intimità con Dio, si può godere di un magnifico colpo d’occhio sul complesso abbaziale e sulla foresta. Tutto il territorio di Vallombrosa è d’altronde percorso da una fitta rete di itinerari, sentieri o strade forestali, che si possono percorrere a piedi, a cavallo, oppure in mountain-bike. La grande varietà della vegetazione crea contrasti cromatici di notevole bellezza che variano con il succedersi delle stagioni. Attraversando il bosco, magari superando piccole cascate e fonti d’acqua purissima, è possibile giungere in breve tempo fin sulla vetta del monte Secchieta (raggiungibile, se si preferisce, molto più comodamente anche in automobile) dalla quale, nonostante l’offesa dei ripetitori televisivi, si può godere di uno dei panorami più vasti della Toscana, con lo sguardo che spazia dal Casentino ai monti del Chianti.

I dintorni di Vallombrosa, oltre a fornire una buona attrezzatura ricettiva per tutti i gusti e per tutte le età, offrono itinerari di notevole interesse. Scendendo verso il Valdarno, e attraversando quindi il territorio che corrisponde al comune di Reggello, si incontrano bellissime chiese romaniche, edificate tra il X ed il XIII secolo, e che si ergono spesso solitarie in mezzo al verde degli ulivi e dei cipressi che contraddistingue il paesaggio di queste zone. E’ il caso, ad esempio, delle pievi di Pitiana o di Sant’Agata in Arfoli, oppure della perfettamente conservata pieve di San Pietro a Cascia che custodisce un importante trittico del Masaccio.

Ancora un po’ più in basso, avvicinandoci al fondovalle, il percorso si snoda in mezzo ad un paesaggio inverosimile, almeno per chi è abituato alla dolcezza della campagna toscana, ove l’erosione delle acque dell’antico lago che fino a mezzo milione di anni fa ricopriva il territorio fino ad Incisa, ha lasciato uno scenario unico, costituito da curiose costruzioni argillose, piramidi, pinnacoli, balze, che ricordano da vicino certi scenari da film western.

Unendo l’utile al dilettevole non si disdegni la possibilità di apprezzare la cucina locale che, ai sapori più tipici della tradizione toscana, sa unire con profitto il profumo dei prodotti caratteristici di questa zona di montagna. Potremo quindi deliziare il nostro palato con piatti a base di funghi porcini, oppure di selvaggina, fra cui primeggia il cinghiale, re incontrastato di questi boschi. Il tutto ovviamente accompagnato con del buon vino della zona. Se poi la squisitezza delle pietanze, ci avesse spinto, com’è d’altronde naturale, ad eccedere, è sempre possibile rimediare ricorrendo ai liquori medicinali ancor oggi fabbricati dai frati benedettini con i prodotti della foresta e che si possono reperire presso la farmacia dell’abbazia. Ciò che comunque rappresenta il vanto principale di questo territorio, tanto da dedicargli una mostra mercato che si svolge tutti gli anni a Reggello, è l’olio d’oliva, qui impiantato dai granduchi di Toscana e che per le sue caratteristiche e per la delicatezza del suo aroma, è senz’altro fra i più rinomati. E’ possibile acquistarlo, assieme agli altri prodotti locali, nelle numerose fattorie della zona.

I dintorni di Vallombrosa sono inoltre sede di un’attività artigiana di notevole qualità e di grande tradizione. Una menzione particolare merita l’opera dei maestri mobilieri, concentrati in particolare nell’abitato di Tosi; rilevante anche la produzione delle pelletterie che utilizzano ancora dei sistemi di lavorazione tradizionali, a partire dalla concia stessa dei pellami che avviene in botti, con immersione in essenze vegetali.

 

Claudio Aita

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