Frate Accursio Bonfantini

Frate Accursio Bonfantini è un personaggio storico citato nel romanzo Il Monastero dei Delitti di Claudio Aita (Newton Compton) dove svolge il ruolo di “Grande Inquisitore”.

tribunale dell'inquisizione - accursio bonfantini
Il simbolo del Tribunale della Santa Inquisizione

Frate Accursio Bonfantini, francescano che svolge un ruolo importante nel romanzo, è un personaggio storico. Di notabile famiglia fiorentina – i nomi di alcuni esponenti di essa compaiono tra i priori e tra i più alti magistrati cittadini – ricoprì dal novembre 1326 all’agosto 1329 la carica di inquisitore di Toscana. Non conosciamo l’anno della sua nascita, verosimilmente da situare nell’ultimo ventennio del sec. XIII. La prima notizia che abbiamo di lui si riferisce a un non meglio specificato “instrumentum” del 1311 in cui è fatto il suo nome (ma occorre notare che vi è nominato come “Bonfanti de Florentia”; potrebbe anche trattarsi di altra persona). Secondo il Papini, fu nel 1318 “sacrae Theologiae doctor et lector regens in coenobio S. Crucis”; sulla scorta del Mehus, lo stesso autore afferma inoltre che il Bonfantini è probabilmente da considerare il primo “lettore” della Commedia di Dante, incarico che gli fu affidato dalla Signoria poco dopo la morte del poeta e che egli svolse, ignoriamo per quanto tempo, ogni domenica nel duomo di Firenze.

Del suo commento non resta altro che una chiosa al v. 64 del XIII canto dell’Inferno, relativa a una distinzione delle “grandi pene delli homicidij di sé medesimi” che il chiosatore divide in “positiva… che sostennono l’anime di cotali in quella silvestre pianta o pruno, nelle quali saranno etternalmente molestate da’ demoni”, e “privativa… di vedere i corpi loro allato a sé, li quali ànno tanto amato e continamente naturalmente molto amano a riunirsi colloro: e questo loro grandissimo desiderio in etterno sarà fraudato”. La chiosa è riportata in uno soltanto dei codici contenenti il cosiddetto “ottimo commento” (Firenze, Bibl. Nazionale, Conventi soppressi, I V 8, c. 130).

Succeduto il 17 nov. 1326 a Tedicio del Fabbro de’ Tolosini nel ruolo di “inquisitor heretice pravitatis”, il Bonfantini pronunciò pubblicamente la sua prima condanna nel dicembre in piazza S. Croce contro due preti; la seconda, di gran lunga più importante, è del febbraio 1327 e costituisce la pubblicazione del processo e della scomunica già pronunciata dal papa contro Castruccio Castracani: il quale neppure si presentò davanti al tribunale nei termini prescritti, sì che dal 18 febbraio all’8 marzo il Bonfantini fu a Vernio per rinnovare con proclami la citazione; il 10 marzo, a Siena, parlamenta col legato papale Giovanni Orsini, e per tutto il mese d’aprile è occupato nel processo contro Castruccio. Nuova proclamazione della scomunica venne fatta il 25 e il 29 marzo. Di tutte le spese sostenute per questo e gli altri processi il Bonfantini fece tenere dall’esattore-dispensiere Manovello di Giacomo un accuratissimo registro sul quale venivano segnate anche le entrate (ammontanti, a un certo punto del corso della gestione, a 2.033 fiorini), costituite quasi essenzialmente dal ricavato delle vendite dei beni confiscati agli eretici e da multe inflitte per penitenza. È da questo medesimo registro che possiamo trarre i particolari dei processi e degli spostamenti del Bonfantini nel corso del triennio in cui rivestì la carica di inquisitore.

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Tribunale dell’Inquisizione. Un interrogatorio davanti al grande inquisitore

Condanne di minor importanza, con confisca più o meno totale dei beni. continuano per tutto l’anno; ma il fatto saliente dell’attività inquisitoria del Bonfantini fu il processo contro Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli.
Già processato e condannato a Bologna nel 1324, l’ascolano venne arrestato a Firenze, si dice per istigazione di Dino dei Garbo e di frate Rinaldo, vescovo di Aversa e cancelliere del duca di Calabria, presso il quale Cecco era stato assunto come “phisicus et familiaris”. Il Bonfantini, assuntosi l’incarico di procedere contro di lui, si fa anzitutto mandare da Bologna copia degli atti e della sentenza del precedente processo, in cui era stato condannato il Tractatus in sphaeram; si fa tradurre il trattato, e lo legge con le altre opere dell’ascolano, in particolare l’Acerba, e ne dà un giudizio: “E più che il suo libretto superstizioso, pazzo e negromantico sopra la Sfera, pieno di eretica falsità, un cert’altro libretto volgare intitolato Acerba – il nome del quale esplica benissimo il fatto – avvegnaché non contenga in sé maturità o dolcezza alcuna cattolica, ma vi abbiamo trovate molte acerbità eretiche, e principalmente quando vi include molte cose che appartengono alla virtù e costumi che riduce ogni cosa alle stelle…” (traduz. ital. della sentenza, cod. Magliabechiano 322). La sentenza fu resa pubblica il 15 sett. 1327 nel coro di S. Croce, e il giorno seguente Cecco fu bruciato; sul rogo l’inquisitore fece gettare anche le sue opere (cfr. cod. Laurenziano Tempiano 2, c. 120v: “fu arso il corpo e la scrittura sua”); dalla vendita dei beni di lui non si ricavarono che tre fiorini e mezzo.

Nel 1328 il Bonfantini si schierò decisamente con Giovanni XXII contro l’antipapa Niccolò V e i cardinali da lui creati, e contro i francescani dissidenti schierati con Michele da Cesena, generale dell’Ordine; perseguì con accanimento sia i frati che mostravano di aderire a quell’atto di protesta, sia i fautori ghibellini di Ludovico il Bavaro, al quale anche i francescani dissidenti si erano avvicinati; sì che il papa, al quale il governo fiorentino aveva inviato il 22 e 23 maggio 1328 lettere in cui si elogiava l’opera svolta dal Bonfantini in Toscana, non tardò a compiacersi direttamente del suo zelo con una lettera del 10 luglio e con altre nei mesi seguenti, in relazione appunto all’attività inquisitoria espletata soprattutto “contra adherentes Bavaro”. I processi e le prediche contro l’imperatore e i suoi sostenitori proseguono nel 1329; ma accanto ai ben scarsi introiti, il registro denuncia ora spese di notevole entità, denotanti una prodigalità non giustificata. E ciò proprio alla vigilia di presentare il rendiconto al capitolo, che si tenne il 31 ottobre. Certamente qualcuno dovette richiamare l’attenzione del papa sulla gestione del Bonfantini, e sottolineare il risultato dell’accertamento uscito dalla revisione dei conti: un debito di cassa di oltre 673 fiorini. Con lettera datata da Avignone il 13 dic. 1329 il papa ordinava un’inchiesta, i cui risultati non sono purtroppo noti, ma che non dovettero essere completamente negativi per il Bonfantini, se egli fu nuovamente inquisitore a Siena tra il 1332 e il 1333. Probabilmente le sue benemerenze presso Giovanni XXII e fors’anche un’abile politica di prestiti e donazioni riuscirono a evitare l’esplicita condanna del suo operato.

Non conosciamo con esattezza l’anno della morte del Bonfantini, il quale sarebbe comunque ricordato nel 1338 come già defunto, in “quibusdam litteris” di papa Giovanni XXII al vescovo di Firenze.

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