Com’era potuto
accadere? Perchè un tale insopportabile timore lo attanagliava e faceva
vacillare in lui la fiducia nell’Altissimo? Come poteva riuscire a liberarsi
di quel grave sospetto che, pesante come un macigno, pareva volerlo
soffocare, serrandogli il respiro? Era come se una mano sinistra e
maligna gli opprimesse il petto, gli schiacciasse le costole e gli facesse
schizzare il cuore, ormai impazzito ed in procinto di scoppiare, fin nella
gola.
"Fa’ presto: rispondimi, Signore, viene meno il mio spirito."
Più si sforzava di scacciarli, più questi pensieri attraversavano il suo cammino, insinuandosi nelle pieghe più riposte della sua mente, cupi come i meandri spaventevoli dell’Abisso. Ed un vento gelido ed insolente schiaffeggiava i rami inscheletriti e scuri degli alberi, scompaginava a tratti i cumuli di foglie morte ammucchiate per terra e rimestava così, nel turbinio del vortice, l’unico tocco di colore in quell’uniforme tavolozza autunnale. Gli arancioni accesi, i toni gialli ed ocra, il guizzare di fiammelle vermiglie si spegnevano e agonizzavano, divorati dall’onnipresente nebbia che tutto avvolgeva e rendeva indistinto e che, adagio adagio, s’incuneava in ogni più recondito e segreto anfratto dell’immensa foresta.
Il monaco, rigido sul suo destriero, si strinse ancor più fortemente nel suo mantello bruno, rabbrividendo per il freddo che sentiva percorrergli implacabilmente le membra e penetrargli fin nelle ossa. Tutto taceva, in un silenzio irreale che gli rammentava quello che precede il fragore dell’agguato. Soltanto gli zoccoli dell’animale emettevano un suono stancamente ritmato, seppur attenuato da uno spesso e compatto strato di foglie marcescenti che celava allo sguardo il tracciato del cammino. Un aspro odore di muschio e licheni inebriava le narici, un sapore pregnante ed a tratti addirittura fastidioso che si combinava con l’umidità scaturente da un terreno che si preparava a concimare, innumerevoli lune dopo, una rinnovata, eppur mai così lontana, primavera.
Il monaco inspirò profondamente e si stirò con misurata lentezza le vertebre della schiena che ormai iniziava decisamente a dolergli. Il bosco appariva riposare profondamente, prefigurando ed assaporando quasi il lungo silenzio invernale che di lì a poco sarebbe calato, inesorabile come un velo funebre, quando i fianchi della montagna si sarebbero ricoperti di uno spesso e soffice manto di candida neve. Allora sì, pensò fra di sé, sarebbe stato veramente difficile orientarsi. Ma già ora, senza l’ausilio di quel villico lacero e sudicio che lo stava scortando a piedi, egli si sarebbe, con ogni probabilità, perduto.
Da lungo tempo, ormai, i due uomini stavano procedendo senza quasi proferire parola alcuna. Il monaco, da parte sua, non era riuscito d’altronde ad afferrare, per quanto si fosse talvolta impegnato sinceramente, l’idioma parlato dai miseri contadini e montanari di questa regione, davvero così lontano da quello ben più armonioso a cui era uso nella sua patria. Né poteva certamente pretendere che il suo interlocutore, nell’abisso della sua ignoranza, fosse in condizione di comprendere con qualche utilità quella latina lingua ch’egli invece padroneggiava con cotanta sicurezza e facilità. Egli aveva dapprima vissuto questo fatto quasi alla stregua di una sconfitta personale. Ma dopo qualche tentativo si era dovuto arrendere all’evidenza dell’incomunicabilità. E poi, in fin dei conti, lo dovette ammettere in tutta sincerità, non gliene importava davvero granché di recepire quei suoni che potevano rammentare dei rutti piuttosto che voce articolata d’uomo. Era pur tuttavia riuscito, in qualche maniera, a comunicare con i villici per il tramite dei segni delle mani e del v iso, arte risaputamente talmente ben affinata dal suo ordine da costituirne quasi un vanto: uno degli innumerevoli meriti, bisognava pur ribadirlo, senza per questo concedere minimamente alla superbia. Un ulteriore squarcio di luce nel velo dell’incomunicabilità si apriva mediante l’utilizzo di espressioni e vocaboli il cui significato scopriva casualmente di comprendere anch’egli: si trattava soltanto di piccoli ed insignificanti frammenti superstiti, meditava, di quell’idioma comune che la cristianità conobbe prima di questa nuova e sciagurata Babele. Ma le sue necessità, grazie a Dio, abbisognavano di ben pochi dialoghi, in ciò assecondando i precetti della regola del suo ordine che saggiamente invita al riserbo, alla frugalità, al silenzio.
Così facendo si era destreggiato in qualche maniera con il suo accompagnatore, l’aspetto del quale, basso e tarchiato, assieme ad una certa qual giovialità nei modi, faceva presumere si trattasse di un personaggio innocuo, per quanto tozzo e grossolano. Tale constatazione non era riuscita, ciò nondimeno, a fugare una certa apprensione che lo attanagliava fin da quando, verso l’ora prima, aveva intrapreso il suo cammino e che sentiva montargli dentro man mano s’inoltravano nel cuore più segreto della selva. Non aveva potuto non rilevare l’eccessiva, e a tratti persino fastidiosa, insistenza frammista ad untuosa affabilità, con la quale quell’essere si era offerto di guidarlo nel tratto di strada che dal miserabile villaggio, costituito da tuguri in legno sudici, pieni di fumo e maleodoranti, e nel quale aveva dovuto di necessità pernottare, conduceva al Monastero. Il suo intento, gli venne prepotente il sospetto, poteva essere inconfessabile. Ed al di là della sua apparente bonomia, forse, in quello stesso momento progettava segretamente di assassinarlo.
Se tale ipotesi corrispondeva effettivamente a verità, egli stava allora semplicemente aspettando l’occasione più propizia per attuare il suo sciagurato proposito; lo avrebbe forse fatto deviare dalla strada (tanto lui non se ne sarebbe minimamente avveduto!) ed al momento più opportuno gli sarebbe saltato addosso disarcionandolo con il bastone e tagliandogli la gola con il pugnale che teneva senz’altro in grembo, ben celato sotto il lurido mantello. Lo avrebbe rapinato di quel che possedeva e del suo cavallo. Forse si era addirittura accordato nottetempo con i miserevoli abitanti del villaggio, i quali avrebbero ovviamente negato di averlo mai visto transitare da quelle parti, nel caso qualcuno avesse avuto l’idea di chiedere loro alcunché al riguardo. I cinghiali ed i lupi avrebbero poi terminato l’opera, e chi mai si sarebbe avventurato così lontano dall’impervio sentiero, rinvenendo poi molto difficilmente qualche misero resto rosicchiato e ricoperto di muschio del suo povero corpo insepolto? E se anche così fosse stato, per assurdo, come sarebbe mai stato possibile risalire a lui? Era evidentemente sin troppo facile. E si maledì innumerevoli volte per aver preteso, con ostinazione, che i due confratelli che lo stavano accompagnando procedessero immediatamente, senza indugio alcuno, verso l’Abbazia materna a relazionare riguardo al cenobio appena visitato e felicemente accolto nel suo accogliente grembo, invece di scortarlo in quella deviazione che aveva deciso di fare all’improvviso, dopo aver appreso la triste notizia. È vero, al ritorno non sarebbe stato più solo. Ma non aveva osservato la mole compatta e scura della montagna, arcigna e inquietante, le sue dimensioni inusitate per queste terre dai lineamenti, altrimenti, ben più morbidi e rassicuranti? E così rimuginando fra di sè, con la coda dell’occhio, senza perderlo di vista un solo istante, scrutava attentamente il villico che, tenendo ben ferme le briglie del destriero con la tozza mano, lo precedeva taciturno e a capo chino.
Era ormai forse la sua paura che rendeva tutto così strano, perverso, empio? Probabilmente stava errando completamente: in ogni caso vegliava e sarebbe stato pronto a vendere ben cara la sua pelle. Ma la trepidazione, malgrado ogni tentativo in contrario, non accennava ad attenuarsi: «Con la mia voce io grido al Signore, con la mia voce io imploro il Signore. Mentre in me il mio spirito vien meno, tu conosci il mio cammino; nel sentiero che stavo percorrendo hanno teso un laccio per me.»
Maledicendosi per la sua poca fede, cercò di riprendere il pieno controllo di sé. Sospirò profondamente fino a sentire il torace iniziare a dolergli, ma percependo chiaramente i suoi polmoni che pian piano si riempivano di aria fresca ed umida, e per un attimo si sentì più lucido e tranquillo. Non riuscì a trattenersi dal tossire, ma il respiro, per un attimo, si normalizzò e gli parve che il battito del cuore rallentasse e pulsasse con minore intensità. Ma, per quanto si sforzasse, il senso di disagio non si acquietava, anzi andava montando ogni qual volta gli veniva di notare che radici contorte di alberi antichissimi si snodavano in guise perverse su cumuli di pietre ricoperte di muschi e licheni, dalle forme vagamente regolari e dalle superfici, seppur consunte e divorate dalle intemperie, un tempo evidentemente ben levigate. Strane ed inesplicabili aperture nella roccia, ai fianchi delle quali - ma era solo la sua fantasia che volava ormai troppo lontano? - intravedeva i contorni consunti di effigi mostruose, conducevano forse ad arcani segreti? Enigmatici segni graffiti sulle rocce appartenevano forse a mano umana? Eppure sarebbe stato pronto a giurare di non averne mai visti di eguali, nonostante il suo lungo e continuo peregrinare di tutti quegli anni. A tratti, il percorso faceva trasparire un selciato pietroso ma che, pur nella regolarità estrema del disegno ancora ben leggibile, era talmente logoro da dare l’impressione di essere stato scavato, divorato, consunto dallo scorrere di acque fin da tempi immemori e lontanissimi. C’era qualcosa di strano, quasi una presenza innaturale e blasfema, in quella landa distante da qualsiasi abitato e luogo sacro a Dio.
Il suo pensiero correva velocemente ai numerosi racconti che aveva avuto occasione di ascoltare nei suoi viaggi e che riecheggiavano, più vivi che mai, nella sua memoria. Racconti nei quali si favoleggiava di mitiche schiere di giganti o di terre fantastiche, situate ben oltre il limitare dell’orbe cristiano ed abitate da popolazioni strane ed incredibili. Ma non era forse risaputo ed ampiamente illustrato da testi d’altronde ben autorevoli e certamente degni di fede che proprio in tali luoghi dimorassero stirpi non toccate dal verbo divino e forse per questo, nonché a cagione della gran calura che vi regna e dal loro stesso sangue, frequentemente segnate da singolari mostruosità? Come non rammentare i latranti Cinocefali dal corpo d’uomo ma dalla testa di cane, od i Choromandi che di siffatto animale mantengono soltanto i denti aguzzi e minacciosi? Gli Sciapodi con il loro piede unico ed abnorme, quando altri popoli ne possiedono due, seppur girati al contrario, e gli Artapatiti addirittura quattro e si muovono come le scimmie? I Pigmei dell’India e dell’Africa alti non più di un braccio, che non vivono oltre gli otto anni e le cui donne partoriscono a cinque; od ancora gli Atlanti, incapaci di sognare e non avezzi a chiamarsi per nome. Che dire poi degli Sciriti cui difetta il naso, mentre gli Astomi sono privi della bocca, si cibano di profumi e si esprimano a gesti? O degli Acefali con gli occhi scavati nel petto o nelle spalle, quando poi i Ciclopi ne fruiscono di uno solo ed altri posseggono addirittura lo sguardo quadruplo? Oppure ancora, dei Phanesii, popolo dalle orecchie talmente gigantesche da non aver necessità di abiti e che possono utilizzare facilmente tali propaggini come riparo dal sole o ricovero notturno. Come tacere poi dei Camilopardali dell’Arabia, con collo simile ai cavalli, piedi e zampe di bue e testa di cammello; e che sono marcati da macchie bianche notevoli per il loro colore abbagliante? Un bestiario umano che annovera Sirene, Satiri, od altri esseri caprini nelle estremità o nel capo, Centauri, Amazzoni e donne selvagge, nani e giganti, Trogloditi che cavalcano cervi e Artobatiti che camminano rasoterra. E via proseguendo in questa folle rassegna, fra creature che si cibano di serpenti o li imitano muovendosi strisciando, incantatori di rettili immuni da qualsivoglia veleno; divoratori di elefanti o, piuttosto, di uova d’uccello, nefandi antropofagi; esseri che stridono come pipistrelli o che si trasformano in lupi seppur soltanto una volta all’anno; individui sovrabbondantemente pelosi ed a cui le unghie, anch’esse smisuratamente cresciute, fungono da pettine; altri, che vivono rivolti fissamente al sole oppure nascosti sotto terra, o altrimenti di carnagione bianchissima nella loro gioventù ma che con il montare degli anni diventano neri. E teste allungate a dismisura, gambe lunghissime, piedi palmati, volti suini, esseri senza sesso, senza bocca o con labbra talmente cresciute da coprirne il capo, privi di lingua o di orecchie... Un abominio smisurato di genti in mille guise diverse, spesso pacifiche e fortunate come quelle che vivono alle falde del Paradiso Terrestre o sull’Isola Perduta d’Occidente, ma talvolta perfidamente malvagie ed adoratrici delle potenze infernali, dedite alla fornicazione ed a qualsiasi turpe mercimonio; genti abbrutite nel fisico e nell’animo, trattenute a stento dalle possenti Porte Caspie innalzate da Alessandro Magno, e che, una volta libere, porteranno una grandissima devastazione nei tempi dell’avvento futuro dell’Anticristo, nel momento che l’insondabile e infinita saggezza divina avrà stabilito.
Pur tuttavia, ora non si trovava sulle rive dell’Indo, né in Etiopia o presso gli Iperborei od in qualsiasi altra terra lontanissima e incognita. Forse era ormai soltanto la sua eccessiva tensione nervosa commista all’inconsueta conformazione delle rocce, che rendeva ciò che era semplicemente uscito con naturalezza dalle amorose mani del Creatore, seppur in maniera inusitata e bizzarra, un luogo frequentato dai demoni. Doveva essere sicuramente così. Meglio, comunque, porgere attenzione al villico piuttosto che dare addito a fantasie senza fondamento alcuno. Certo, tuttavia, gli venne da pensare, che questo Monastero, sempre ammesso che vi fosse giunto in vita, era davvero situato in un luogo isolato ed impervio, ben al di là di ogni ragionevole, umana cautela e giustificazione.
Ed un’imprecazione, diretta a questi religiosi, gli morì fra le labbra. Ma subito la rabbia si trasformò in rimorso: difficile la salita al monte: ma in quale altro luogo poteva meglio l’animo umano liberarsi dai gravami, dai legacci della vita peccaminosa del secolo che continuava inesorabilmente, come l’acqua dei fiumi e dei rivoli, a scorrere nelle valli e nelle pianure, e sentire più pienamente il richiamo divino, ed alenare a ricongiungersi a Lui? Dove, se non qui, poteva librarsi pura ed incontaminata la preghiera, senz’altro più gradita a Dio? E in quale altro sito, infine, potersi sentire più vicini all’Altissimo, ammirare la grandezza sublime della sua creazione, rendergli grazie? Ed a riprova di ciò, non era forse traboccante la Sacra Scrittura di passi manifestanti la predilezione dell’Onnipotente per questi luoghi elevati, fin dalle più remote origini da Lui scelti per le sue manifestazioni?
Ed il monaco si rallegrò quasi per aver trovato finalmente, tutto d’un tratto, un insperato soggetto atto a focalizzare l’attenzione della sua mente, distraendola, almeno in parte, da quello che poteva essere soltanto un sospetto ingiustificato. Così, pur senza perdere di vista per un solo istante i movimenti del villico, continuò a rimuginare sulla questione. Non era, forse, esemplare la constatazione che non in un luogo qualsiasi, ma proprio sulle brulle ed aspre altezze del Sinai, Dio chiamasse a sé Mosè, per consegnargli la sua Legge? Non volle inoltre che il Suo Tempio sorgesse su un’altra altura, il monte di Sion?
Quasi impercettibilmente, gli venne spontaneo recitare il Salterio: «Il Suo santo monte, che si eleva nella sua bellezza, è la gioia di tutta la terra: il monte Sion, l’arcana dimora del nord, la città del gran Re».
Non fu sui rilievi del Carmelo, poi, che Elia confuse i sacerdoti del blasfemo Baal, facendo scendere dal cielo il fuoco sull’olocausto ch’essi avevano preparato?
E quale migliore conforto a questa constatazione dello stesso esempio di Cristo che amò, similmente al Padre Suo, le altezze. Quando volle ammaestrare le folle si trasferì sul monte delle Beatitudini; ma soprattutto scelse l’erta terribile del Calvario per morire crocifisso e dileggiato a riscatto degli innumerevoli peccati dell’umanità colpevole ed indegna; ed infine ascendere alla fulgida gloria dei Cieli da un altro monte: quello degli Olivi.
Vergognandosi quasi di quello che aveva appena proferito, si sentì all’improvviso più vicino nello spirito a quei confratelli di fede che si erano appartati su di un’altura quasi inaccessibile e, a fil di labbra, sussurrò: «Alzo gli occhi alla Montagna dalla quale mi viene la salvezza….»
Doveva essere quasi l’ora terza quando i due giunsero ad una radura ad un lato della quale si ergeva un piccolo edificio sacro. Il villico, grugnendo, gli indicò la presenza di una fonte d’acqua che scaturiva da una roccia nei pressi. Il monaco scese dalla sua cavalcatura e, dopo essersi comunque accertato che lo facesse anche il suo accompagnatore, si abbeverò. La schiena gli doleva sempre di più. Si stirò il più possibile le articolazioni irrigidite, sentendole piacevolmente scricchiolare; avrebbe approfittato volentieri della sosta anche per sgranchirsi le gambe.
La presenza dell’edificio della cappella doveva presumibilmente indicare che stavano ormai entrando nella zona di clausura del convento. Certo, tuttavia, che anche il fondo apparentemente erboso di quello spiazzo, lasciava trasparire in più punti una pavimentazione assai antica costituita da pietre consunte, ma accostate con notevole maestria. Le piogge e gli eventi climatici l’avevano ricoperto di materiale terroso; ma pure brandelli di muri che ancora sopravvivevano fra gli alberi parevano indicare la presenza un tempo di edifici, che a giudicare dalle dimensioni dei resti e dallo spessore delle pareti, dovevano essere stati notevolissimi. Unico manufatto che si ergeva in piedi era la cappella e, rifletté, questo fatto non poteva che deporre a favore della fede della comunità. Allora, mosso da viva curiosità, quasi senza avvedersene, si diresse verso l’ingresso della costruzione.
L’aspetto esterno testimoniava chiaramente dell’inclemenza del clima del luogo, oltre che della sua notevole umidità. Le pareti di pietra ed il tetto, se ne accorse avvicinandosi, erano ricoperte da uno strato quasi uniforme di muschio mentre le travi della copertura dell’atrio stavano ormai marcendo in più punti. Quando aprì la porta, che emise un cigolio che gli parve un interminabile urlo strozzato, girando sui cardini arrugginiti, grande fu la sua sorpresa nel constatare lo stato di generale ed avvilente abbandono. Un tanfo opprimente di muffa e materiale in putrefazione lo assalì prepotentemente, costringendolo a tapparsi il naso con la mano. Uniformemente verde la cappa che tutto ricopriva, pavimento, arredi, pareti, soffitto; ragnatele in ogni dove: l’edificio non doveva essere officiato ed utilizzato da tempo immemorabile. Com’era possibile questo stato d’incuria in un luogo deputato alla lode di Dio? Forse non era davvero sulla via del Monastero? E subito, quasi sovrastato da un terribile sospetto, si girò di scatto in direzione del suo compagno di viaggio che stava, invece, pacificamente orinando ad una certa distanza, con un sorriso idiota stampato sul volto, mentre il suo destriero brucava avidamente l’erba dell’inaspettato pasto.
Il monaco, tranquillizzato, rigirò il capo, ma grande fu il suo disgusto nel veder uscire all’improvviso, da una crepa del pavimento, un manipolo di grossi sorci che si misero a passeggiare con la massima tranquillità, indubbiamente ben avvezzi a quel luogo. Uno in particolare, di dimensioni assai ragguardevoli, rivestito di un manto quasi candido e con uno squarcio evidentissimo sulla faccia, forse un graffio, al posto di un occhio, riuscì quasi d’un unico salto a salire sul piano dell’altare; salvo poi fermarsi immobile a fissarlo con la superstite pupilla, ostentando una sfacciata familiarità. «Per Dio? Com’è mai possibile che questa sorta di bestie immonde dimori in tale luogo!» urlò rabbiosamente il frate. E, dominando a malapena il suo istintivo ribrezzo, si scagliò con forza contro l’animale che riparò, senza pensarci due volte, nell’anfratto che lo aveva partorito.
Trascorsi alcuni istanti, il monaco si diresse a passi lenti verso la parete di fondo dell’edificio. Fece scivolare con circospezione il palmo della mano sull’intonaco della piccola abside liberandone un piccolo tratto dalla polvere verdognola che lo ricopriva. Seppur ferite dal tempo e dall’incuria, e con i colori irrimediabilmente alterati e corrosi, alcune immagini affrescate erano ancora chiaramente leggibili. Vi si riusciva ancora a decifrare la figura austera ed emaciata di un religioso dall’abito scuro nell’atto di affrontare, brandendo la croce quasi fosse una spada, un essere mostruoso e demoniaco. L’anonimo pittore doveva aver posseduto senz’altro una maestrìa notevole; forse era giunto dall’Oriente, azzardò il monaco, a giudicare dal caratteristico segno che gli sembrava di aver già riscontrato in opere di religiosi provenienti da quelle terre. Anche se schiacciato sul fondo ormai appena percepibile, la bestia sembrava quasi pulsare di vita propria, fissandolo con uno sguardo minaccioso e colmo di perfidia. Davvero notevole! Il pittore era riuscito a rendere davvero l’idea della malvagità e dell’animalità della sinistra creatura, nemmeno avesse ritratto un modello che stava davanti ai suoi occhi. Ed il risultato era davvero inquietante. Sì, era davvero l’immagine fedele del demonio, quella che gli si presentava ora dinnanzi ai suoi occhi, nonostante i guasti del tempo, mentre si contorceva cercando di sfuggire impotente alla croce, simbolo della morte di Nostro Signore, urlando e riparandosi la vista con le mani nere ed ungulate. Si avvicinò, allora per osservare con maggiore attenzione. Il capo dell’abominevole demone era sormontato da dieci corna purpuree. Ma era quantomeno singolare, gli venne da osservare, che l’anonimo ed abilissimo frescante avesse raffigurato la folla presente al fatto prodigioso tutta dalla parte opposta rispetto a dove si trovava il campione di Dio. Si mise a contemplare l’immagine a lungo, le orrende fattezze dell’immondo spirito vomitato dalle tenebre, i dolci incarnati degli uomini e delle donne che parevano tuttavia gridare di dolore più che di gioia per la vittoria del paladino del Signore: percepiva che vi era qualcosa che non tornava, ma non riusciva ad afferrarne il motivo.
"Groag! Groag!" furono le parole, o meglio i suoni gutturali ed animaleschi, che distolsero all’improvviso l’attenzione del frate facendolo girare di scatto verso la porta d’ingresso. «Groag!» urlò ancora una volta il villico, che si era frattanto affacciato, indicando con la mano tesa l’affresco.
La mole arcigna ed imponente del Monastero era ormai lì, si ergeva dinnanzi al loro sguardo, al culmine del pendio erboso che si era definitivamente sostituito all’intricato e tenebroso groviglio di arbusti ed alberi. Una sensazione di grandezza addirittura inusitata promanava dalle altissime e livellate mura sulle quali si infilzavano antiche torri diroccate, massicce e slanciate al contempo. Tutto appariva – fu la prima impressione del monaco – eccessivo, smisurato, amplificato ulteriormente dal grigiore plumbeo di un cielo che incombeva minaccioso e pareva voler ripetere all’infinito le fosche tinte del recinto di pietra. Un’aria di chiusura, quasi di repulsione, scivolava greve sui massi, titanici ma squadrati ed accostati con infrequente perizia, senza pertugio alcuno che potesse rammentare, seppur lontanamente, una finestra. Quante oscure e silenti generazioni di monaci, affiancati da umili schiere di servi ed operai, dovevano avere contribuito alla sua costruzione? Quale l’obolo di fatiche, sudore, preghiere? Il monaco osservava stupefatto: il medesimo lavoro che nell’empia Babilonia avrebbe dovuto condurre all’edificazione di una torre maestosa che solcasse il cielo sfidando Dio («Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori!») era stato qui svolto da un moltitudine di esseri anonimi, a maggiore gloria del Suo Nome. Ed il risultato palese e tangibile erano queste mura ciclopiche, innalzate per proteggere un sacro luogo dagli assalti delle orde dei predoni e dei nemici della fede, ma che neanche miriadi di demoni, pur nel loro furore bestiale, sarebbero riusciti a scalfire. E lo stesso vento, quassù ben più violento di prima e che, ormai frammisto a gocce d’acqua, sferzava il viso e scompaginava le vesti, pareva volerlo ad ogni costo testimoniare.
Ma non era finalmente
giunto alla sua destinazione?
...........(continua)
Testo di Claudio Aita©